Archivio temporale
programma notte bianca a geolologia
Lun, 17/03/2008 - 21:18EDIFICIO DI GEOLOGIA, UNIVERSITÀ LA SAPIENZA
MERCOLEDÌ 19 MARZO
Ore 16: Gioco dell'Ecologo
Ore 18: Inaugurazione Notte Bianca
e mostra fotografica con Grigio 18%
Ore 18.15: “Chiapas: un altro Messico
Autonomia, democrazia, partecipazione”
proiezione video e dibattito
Ore 20.30: cena sociale Cous Coustica
e messicana con gli Antiformal Stack
Ore 21.30: Dj set reggae con i
Kunta Kinte from Macerata
Ore 23: Funkallisto in concerto
... a seguire dj set con i Kunta Kinte
Collettivo R-evoluzione, Collettivo Ingegneria,
Gruppo di ricerca e studio sull'America Latina, Resi stenza Universitaria
Se 80 mi dà tanto
Lun, 17/03/2008 - 19:07Meno di 80 anni per i 45 torturatori di Bolzaneto: queste le richieste dei pm genovesi nell'udienza odierna. Premettendo che siamo contro il carcere, non possiamo esimerci dal commentare le richieste di pene per i 45 imputati al processo per le torture di Bolzaneto. La premessa dei pm recitava frasi di grande impatto, parlando di episodi gravissimi, di torture, vessazioni, impunità. Nel leggere poi le richieste di pena il comportamento dei pm si è tramutato in una prudente lettura giuridica, alla ricerca di appigli e codicilli in grado di alleggerire le richieste. Ben venga la prudenza e il garantismo. Solo ci chiediamo: perché solo per le forze dell'ordine e non per i manifestanti (colpiti invece duro, sia dalle richieste, sia dalle sentenze)?
Infine: la conclusione cinica e spietata, che ci viene dal cuore e da quel poco di esperienza con le aule giudiziarie che abbiamo, è la seguente. Evidentemente, in uno stato di diritto conviene più agire violenza contro le persone, specie se in un clima di impunità e discriminazione, razziale e sessuale, piuttosto che colpire qualche vetrina in giro per il mondo. Agire contro "cose", è peggio che agire contro le persone. Il risultato giuridico, e purtroppo sociale e culturale, ad oggi, è questo. Vietato toccare la merce.
La storia siamo noi
Supportolegale
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Presidio contro il femminicidio e ogni violenza sulle donne
Lun, 17/03/2008 - 17:51comunicato stampa del sommovimento femminista_PG e della Rete delle Donne Umbra
Presidio
Matedì 18 Marzo alle ore 9 davanti al tribunale di Perugia, in Piazza Matteotti, per l’udienza preliminare per il femminicidio di Barbara Cicioni.
L’assassino non bussa ha le chiavi di casa!
Manifestiamo la nostra rabbia contro la “strage” quotidiana fatta di stupri e uccisioni contro le donne, una “strage” che si consuma generalmente in famiglia.
Proprio quella “sacra famiglia” tradizionale, eterosessuale e patriarcale
* Che viene esaltata quotidianamente dalle istituzioni religiose, laiche e dai mass media.
* Che cela vecchi ma sempre efficaci rapporti di potere e di dominio funzionali oggi alla riproduzione del sistema sociale neoliberale.
* Che i governi di entrambi i maggiori schieramenti politici istituzionali si affannano a sostenere e a rafforzare attraverso misure familiste e securitarie.
Per ogni donna uccisa, stuprata, offesa siamo tutte parte lesa!
Saremo davanti al tribunale per denunciare e vigilare, perché non siamo più disposte a subire nessun tipo di giustificazione e sentenza sessista, né facili strumentalizzazioni da parte dei media e dei politici in grado di alimentare un pericoloso clima di paranoia securitaria e razzista.
Invitiamo tutte a partecipare all’iniziativa, perché solo la soggettività delle donne può contrastare questa violenza e costruire nuovi modelli di relazioni e convivenza.
Sommovimento femminista –PG-
Rete delle Donne –PG-
Volantino del Sommovimento femminista_Perugia
LA “SACRA FAMIGLIA” UCCIDE…
“…più della criminalità organizzata e comune. Il 31,7% delle uccisioni avvengono tra le mura domestiche, più del 68% delle vittime sono donne e il carnefice un familiare maschio o comunque un uomo che aveva rapporti con la vittima in 9 casi su 10 (marito, padre, fidanzato, fratello, vicino di casa ecc.). Il rischio più alto è per le inoccupate, tra i 25 ed i 54 anni…” (dal Corriere dell’Umbria di martedì, 11 marzo 2008)
Perugia, 25 maggio 2007. La “sacra famiglia” miete un’altra vittima, Barbara Cicioni, presa a pugni in testa e poi soffocata quando era nel letto, incapace di difendersi per la gravidanza avanzata e il diabete.
Ancora una volta l’assassino non bussa alla porta, ha le chiavi di casa!
Barbara Cicioni si è spenta il 25 maggio 2007, ma il suo assassinio era una morte annunciata, fatta di ingiurie quotidiane, percosse, violenze psicologiche nel corso dell’intera vita matrimoniale, con i figli piccoli costretti ad assistere ai continui soprusi e maltrattamenti nei confronti della donna da parte del marito e, a loro volta, minacciati di morte. A queste continue violenze, Barbara aveva reagito, aveva denunciato il marito e per un po’ era riuscita ad allontanarlo, ma poi ha continuato a subirlo perché “la famiglia deve restare unita” e in nome di questa “sacra famiglia” è stata uccisa.
Il marito, Roberto Spaccino, ammette di averla picchiata, ma nega di averla assassinata: “Mia moglie era incinta, non l’avrei mai uccisa”…
Già, perché l’uxoricidio è un reato, ma non il femminicidio e il valore della vita di una donna si misura in funzione del suo ruolo di “incubatrice”, moglie, madre al servizio del focolare domestico, sempre più spesso testimone passiva di violenze e abusi sessuali anche sulle proprie figlie/i.
La ‘strage’ quotidiana fatta di stupri e uccisioni contro le donne si consuma nella maggioranza dei casi in famiglia e ha fatto anche lunedì, 10 marzo, tre vittime a Taranto. Una donna e due figlie uccise a colpi di martello, non da uno sconosciuto per strada, possibilmente immigrato, ma dal capofamiglia. Un insospettabile professionista, una persona “per bene” di una famiglia “per bene e normale”, un chirurgo accusato di molestie sessuali nei confronti di una sua paziente, che ha voluto barbaramente punire le SUE donne per aver manifestato l’intenzione di separarsi da lui dopo una vita di litigi.
Ma in questo sistema sociale più le donne vengono violentate e uccise in famiglia e più la famiglia viene esaltata dai vari Ratzinger, Ruini, Casini, ecc., alimentando a livello di massa una ideologia maschilista e patriarcale in cui l'uomo consideri normale che la moglie, i figli siano sua proprietà e in cui non è ammissibile che la donna possa lasciarlo e autodeterminarsi, in cui la famiglia deve apparire all'esterno per bene e normale mentre cova al suo interno le peggiori brutalità. E’ in questo sistema sociale, che della violenza eterosessista si alimenta e produce, che si va rafforzando la politica della centralità della famiglia (fino al family day), del ruolo subordinato della donna in un clima da moderno medioevo, negando, di fatto, il diritto all’aborto, all’autodeterminazione ecc.. Se alle donne vengono negati i diritti basilari di decidere della propria vita, se la legge di uno Stato considera la sua vita meno di un embrione, è o no un’ inevitabile e logica conseguenza la ripresa del peggiore maschilismo nei rapporti uomo donna? E’ evidente il nesso tra questa condizione delle donne e le uccisioni, le violenze sessuali.
E’ questo stesso sistema sociale che genera violenza, che rinchiude le donne dentro le mura domestiche, dentro i loro mattatoi, che nega loro l’emancipazione per la mancanza di un reddito, che nega loro spazi di socialità dove potersi confrontare e aiutare, che offre loro una città blindata e desertificata, che alimenta paura e solitudine attraverso misure di controllo e securitarie di stampo fascista e razzista, senza dare alcuna risposta al bisogno diffuso e capillare di sicurezza sociale. Queste misure hanno un effetto diretto di incoraggiamento delle violenze sessuali a tutti i livelli: creano un clima oscurantista e di sopraffazione, creano città “sotto controllo” invivibili, in cui sono bandite, addirittura criminalizzate le normali libertà, la socialità tra i giovani, le donne, le persone.
C’è un rapporto diretto tra aumento delle misure di “sicurezza” e l’aumento degli stupri e dei femminicidi, tra la violenza dello Stato e quella della società.
BASTA VIOLENZA SULLE DONNE!
Nel nome di tutte le donne stuprate, uccise, oppresse, contro questa guerra di bassa intensità contro le donne rispondiamo con rabbia e determinazione
Martedì 18 marzo, ore 9.00, Presidio davanti al tribunale di Perugia, Piazza Matteotti, per l’udienza preliminare per il femminicidio di Barbara Cicioni
Sommovimento femminista_Perugia
Le violenze impunite del lager Bolzaneto
Lun, 17/03/2008 - 11:56C'ERA anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. "Giovanissimo". Più o meno ventenne, forse "di leva". Altri l'hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di "sospensione dei diritti umani", ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.
Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.
Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che "soltanto un criterio prudenziale" impedisce di parlare di tortura. Certo, "alla tortura si è andato molto vicini", ma l'accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.
Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).
Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.
Nella prima Magna Carta - 1225 - c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese". Nella nostra Costituzione, 1947, all'articolo 13 si legge: "La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà"
La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i "luoghi della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come "Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori di "Benvenuti ad Auschwitz".
Dov'era il famigerato "ufficio matricole" c'è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.
Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l'ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).
A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: "Allora, non li vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato. Minacciano di "tagliarle la gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a trovarti, sai". Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni "per accertare la presenza di oggetti nelle cavità".
Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di permanenza nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.
È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola". Superati gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella "posizione della ballerina", in punta di piedi.
Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro stasera vi scoperemo tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva il duce", "viva la polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.
D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella "posizione della ballerina". Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. "Comunista di merda". C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.
Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". S. D. lo percuotono "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti", "Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte". S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". J. S., lo ustionano con un accendino.
Ogni trasferimento ha la sua "posizione vessatoria di transito", con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C'è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.
In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l'altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: "I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone". Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.
B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: "E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci". Poi un'agente donna gli si avvicina e gli dice: "È carino però, me lo farei". Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell'unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all'accompagnatore. Che sono spesso più d'uno e ne approfittano per "divertirsi" un po'.
Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, "arrangiandosi così". A. K. ha una mascella rotta. L'accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto "se è incinta". Nel bagno, la insultano ("troia", "puttana"), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: "Che bel culo che hai", "Ti piace il manganello".
Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché "puzzano" dinanzi a medici che non muovono un'obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato "strattonato e spinto".
Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con "questo è pronto per la gabbia". Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di "trofei" con gli oggetti strappati ai "prigionieri": monili, anelli, orecchini, "indumenti particolari". È il medico che deve curare L. K.
A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un'iniezione. Chiede: "Che cos'è?". Il medico risponde: "Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!". G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All'arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c'è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due "fino all'osso". G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede "qualcosa". Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.
Per i pubblici ministeri, "i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria".
Non c'è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell'estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un'osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che - ha ragione Marco Revelli a stupirsene - l'indifferenza dell'opinione pubblica, l'apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.
Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la "dimensione dell'umano" di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre "con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l'etica, con l'identica allergia alla coerenza"?
(17 marzo 2008)
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il "compagno" Beppe Caccia da Venezia
Lun, 17/03/2008 - 10:30Lui è l’organizzatore delle proteste no global, il teorico del diritto alla casa «senza se e senza ma», il paladino delle occupazioni abusive. Beppe Caccia è il volto istituzionale dei centri sociali, capogruppo dei Verdi nel consiglio comunale di Venezia, ex assessore alle politiche sociali, braccio destro di Gianfranco Bettin e «alter ego» lagunare del padovano Luca Casarini. Con i «disobbedienti» ha occupato stabili, supermercati e perfino il cantiere per la costruzione del Mose (le dighe mobili contro l’acqua alta in laguna): un’azione che gli è costata una denuncia, un’inchiesta, un avviso di garanzia e un rinvio a giudizio assieme a Casarini e altri 20 no-global, con le accuse di sabotaggio, manifestazione non autorizzata e occupazione abusiva di edificio. Il processo si aprirà a metà maggio.
È evidente che un signore così, che teorizza e attua le occupazioni abusive per insediarci i centri sociali, considera la proprietà privata (e quella immobiliare in particolare), esattamente come la definiva Carlo Marx: una istituzione borghese, il «prodotto necessario del lavoro alienato» che la rivoluzione proletaria deve spazzare via. Insomma, una volgarità da cui stare alla larga. Invece no. L’occupante Beppe Caccia è un collezionista di beni immobili. Anzi, un signor collezionista, di case e di terreni. Al disobbediente sotto processo ne sono intestati 30, un autentico tesoretto patrimoniale. È tutto nero su bianco nelle dichiarazioni dei redditi 2006 appena pubblicate dal Comune di Venezia.
L’imponibile di Caccia non è molto elevato: 24.728 euro, meno di duemila euro il mese, frutto del lavoro di ricercatore universitario all’università di Torino, la materia è Storia del pensiero politico. «Sono un borsista, un precario», dice. Poca cosa di fronte ai 344.861 euro dell’ex ministro Tiziano Treu e ai 284.852 del sindaco Massimo Cacciari.
È invece nelle proprietà immobiliari che il leader antagonista primeggia alle spalle del parlamentare forzista Cesare Campa. Caccia possiede sette terreni in provincia di Alessandria, due appartamenti a Venezia (uno dei quali è la sua prima casa), due immobili al 50 per cento in provincia di Brescia, due alloggi sempre al 50 per cento in provincia di Genova, un altro alloggio in comproprietà in provincia di Sondrio e altre sedici case in provincia di Alessandria. Totale 30 proprietà, la maggior parte per metà. Più modesto il parco auto: una Golf del 1999. Ne aveva una così anche il cardinale Joseph Ratzinger.