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marx evade dalla soffitta!

solo la sinistra parlamentare cerca, invano, di mandare in soffitta marx, abbandonando il movimento operaio, le sue lotte, i suoi simboli storici.
E' ora di abbandonare noi lor signori di ogni politica.

RIAPRE IL BARACCONE ELETTORALE della qual cosa nulla riguarda la classe operaia

autore:
Partito Comunista Internazionale
Sommario:
Da "Il Partito Comunista" n° 327 - gennaio-febbraio 2008

RIAPRE IL BARACCONE ELETTORALE
della qual cosa nulla riguarda la classe operaia

Il prematuro decesso della XIV legislatura repubblicana ha rimesso in moto il ben oliato meccanismo delle elezioni a cui i pretesi nuovi partiti parteciperanno chiedendo all’elettorato il voto per potersi spartire maggioranze e poltrone governative. Il proletariato, in tempi in cui accusa maggiormente i colpi della crisi economica (caro-vita, mancato rinnovo dei contratti, lavoro precario e disoccupazione), adesso viene bombardato dallo sciocchezzaio elettorale.

Oggi nell’agenda politica tornano anche temi operai come il salario, ma l’interesse dei vari Veltroni e Montezemolo è mantenere il controllo di una classe che, sebbene in difficile difensiva da lunghi decenni, è naturalmente portata alla lotta. In questo senso, se l’aumento degli orari, i bassi salari, il lavoro precario, la disoccupazione e l’immiserimento costituiscono un evidente vantaggio economico per i capitalisti, sono anche un pericolo che va “gestito”, e non solo per la riduzione del mercato interno, ma sotto il profilo sociale, sindacale e politico.

Sebbene il sistema parlamentare italiano sia trapassato dalla cosiddetta Prima Repubblica (“catto-social-comunista”, cioè della Dc, del Pci e del Psi) ad una Seconda (quella di Forza Italia e dei Ds), i mali della sovrastruttura politica non sono stati sanati e, potenza imperialistica di seconda tacca, continua a risentire dei suoi ritardi e inadeguatezze, dando teatro alle bande di politicanti che gozzovigliano nelle sale del Palazzo.

Non stupisce che, in tanto sfacelo e fallimento “dall’interno” del metodo democratico, torni ben visibile il modulo corporativo, con un ruolo attivo nella definizione della crisi recitato dalla Confindustria, “scesa in campo” tanto da partecipare alle consultazioni al Quirinale e a spendersi attivamente per la soluzione delle “riforme” e di un governo “di salute pubblica”. Apertamente in nome della classe borghese.

Stavolta il “casus belli” della crisi starebbe nell’abbandono della maggioranza parlamentare da parte del micro-partito post-democristiano dell’Udeur. Ma in realtà si cerca ancora una volta di ridurre i costi della politica, esorbitanti e fuori controllo, con una “razionalizzazione” del “sistema dei partiti” e con il varo di due “organizzazioni” nuove di pacco: il Partito Democratico e il Popolo della Libertà.

Si intende compensare la imbarazzante identità dei loro programmi con la formazione “a sinistra” del calderone informe dell’Arcobaleno. Evidentemente, per chi cura la regìa di queste gestazioni, che anche in Italia i tempi sono maturi per il distacco dalle ultime ombre del comunismo, impersonate da Rifondazione e Comunisti Italiani. Non solo ci si affanna a rinnegare il comunismo nei simboli e nel nome ma si decampa anche dal terreno di classe e si nega che possa darsi una qualunque espressione politica della classe operaia. Ma della “parola” comunismo non si libereranno mai.

Il tradimento del partito del comunismo non è però fatto recente né che ha qualcosa a che vedere con i “comunisti” attuali. Lo smantellamento del partito comunista iniziò nel 1926, con svolte sempre più conciliatorie nella tattica verso i partiti della sinistra borghese, fino a quel “Partito Nuovo” imposto dallo stalinismo in Italia per desautorare la direzione del Partito Comunista d’Italia, fino ad allora in mano alla Sinistra Comunista, di cui il nostro Partito è continuatore.

Una vera controrivoluzione vinse allora il partito, nel nome del socialismo in un solo paese e del capitalismo di Stato in Russia e del tradimento della rivoluzione internazionale. Da allora, l’operato del Pci è stato non più comunista ma asservito allo Stato capitalista italiano e agli imperialismi dell’Est e dell’Ovest. Con la “svolta di Salerno” nel 1943 il Pci si fece parte attiva nella ricostruzione istituzionale post-fascista e democratica dello Stato. Il ruolo di fedele oppositore democratico è stato allora e poi politicamente fruttuoso: si indicavano alle masse operaie falsi bersagli, per distrarle dal vero loro programma comunista, che alle Botteghe Oscure aborrivano.

Man mano che la rivoluzione russa del 1917 trapassava in ordinario capitalismo e diventava un ricordo lontano alle nuove generazioni, l’opportunismo, per far dimenticare alla classe anche il concetto stesso di un suo partito e del suo esclusivo programma antiborghese, per “aggiornarsi ai tempi” passava a continue nuove svolte, fino alla Bolognina nel 1991 e alla nascita del Pds, poi Ds e infine alla fusione “a freddo” con i “cattolici di sinistra” della Margherita nel 2007.

Questo l’infame precipizio storico dello stalinismo in Italia: al carrozzone Pci-Pds-Ds-Pd, e al sindacalismo di regime, la borghesia ha affidato il controllo ideologico ed organizzativo dei proletari e delle fasce inferiori della piccola borghesia, per raffrenarne le rivendicazioni e per prevenire ogni ricostruzione del vero partito del comunismo.

Il marxismo scoprì che anche in regime della più perfetta democrazia vige la dittatura di classe, della borghesia sul proletariato. Di più oggi, nella fase imperialistica, la forma politica democratica è solo una maschera posta davanti allo incondizionato potere del capitale. Dei partiti lo Stato ne fa a meno, dato che le decisioni di governo vengono prese nelle istituzioni finanziarie e industriali, quando non provengono da determinazioni internazionali. I partiti della repubblica, compresi quelli “di sinistra”, progressisti, democratici, socialdemocratici o ex-stalinisti, sono ormai solo agenzie statali e bande affaristiche e parassitarie la cui unica residua positiva funzione è far chiasso. Il fascismo fu l’approdo naturale della politica alle evoluzioni del capitalismo e, sebbene sconfitto militarmente dagli Stati che si dicevano democratici, è stato adottato anche dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale e si impone a scala planetaria. Vittoria così totale che, nei paesi più ricchi, ha potuto anche dotarsi di un innocuo simulacro di “democrazia” per camuffare la sua dittatura. Dove ha potuto coinvolgere alcuni strati sociali nella corruzione con un certo allargamento dei consumi, poteva meglio confondere la classe operaia, facendole perdere la coscienza di classe per sé e allontanarla dalla rivoluzione. In questo senso lo stesso Lenin parlava della democrazia come il miglior “involucro” del capitalismo.

Quindi, la risposta comunista da dare all’ennesima chiamata alle urne non può essere che l’astensionismo!

Proletari, non fatevi ingannare! Di fronte alla triviale vacuità del parlamentarismo, la vera riorganizzazione politica delle classe operaia può avvenire solo nel suo partito, rivoluzionario ed internazionale, nel solco della tradizione e del programma comunista!
 
icparty@international-communist-party.org 

DIETRO LA CRISI FINANZIARIA IL FALLIMENTO STORICO DEL CAPITALE

autore:
Partito Comunista Internazionale
Sommario:
Da "Il Partito Comunista" n° 327 - gennaio-febbraio 2008

DIETRO LA CRISI FINANZIARIA IL FALLIMENTO STORICO DEL CAPITALE

Dobbiamo occuparci di “alta senescente finanza capitalista”.

L’anno 2008 si è aperto con le stesse tensioni sui mercati dei capitali che avevano chiuso il 2007. Anche se la fase più acuta della crisi finanziaria sembra essersi trasformata – in un lento stillicidio di cadute e riprese negli indici delle borse mondiali – in progressivo rallentamento dell’economia “reale”, cioè della produzione, ed i grandi istituti finanziari continuano ad occultare alla meno peggio truffe e perdite, la parola “recessione”, come la manzoniana “peste”, che c’era forse si o forse no, inizia a presentarsi con insistenza sulla scena internazionale. E alla fine di febbraio gli analisti finanziari cominciano a parlare in modo aperto: il problema non è più se arriverà, ma quanto sarà profonda e quanto durerà. Si sprecano i paragoni con le crisi del passato più recente e di quello più antico: lo spettro del 1929 torna a costituire argomento di discussione e, se non proprio di Grande Depressione, a mezza bocca si comincia a parlare di piccola depressione.

In questa fase finale del ciclo capitalistico del secondo dopoguerra, tornano a ripresentarsi, secondo il più classico degli schemi, i sintomi della sua malattia mortale: inflazione e stagnazione, crescita dei prezzi e calo inarrestabile della produzione.

Nell’articolo “Crac 2008?” del febbraio scorso, il direttore di “Le Monde Diplomatique” illustra catastrofici scenari per il prossimo futuro dell’economia mondiale. Il loro e il nostro “catastrofismo” non coincideranno mai, perché i loro sono lamenti, che scivolano sulla superficie dei fatti, e misfatti, economici, espressi in funzione “migliorativa” del capitalismo, le cause del persistente peggioramento economico del quale addossano ad una continua successione di crisi importanti, ma episodiche e per cause ad esso esogene. La sua origine risalirebbe alla “crisi del petrolio” del 1973/74, per poi, ricordando solo le maggiori, incontrare quella delle “tigri asiatiche” degli anni ‘80, quella della Enron, ecc. ecc. fino a quella dei giorni nostri. Il nostro “catastrofismo” invece seziona alla radice l’intero meccanismo della produzione del plusvalore mettendo in luce le sue contraddizioni interne, per le quali la nostra analisi marxista gli nega la presunta “eternità”, fino alla sua demolizione sociale tramite la rivoluzione proletaria. Differenza non da poco!

Secondo il direttore del mensile francese una delle cause dell’attuale situazione... «ha avuto inizio nel 2001, con lo scoppio della bolla Internet. Fu allora che per tutelare gli investitori Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti, decise di orientare gli investimenti verso il settore immobiliare. Con una politica di tassi bassissimi e di riduzione delle spese finanziarie, incoraggiò gli intermediari del settore finanziario e immobiliare a indurre un numero crescente di clienti a investire nel mattone. Venne messo così a punto il sistema dei “subprimes”, mutui ipotecari rischiosi e tasso variabile, proposti anche alle famiglie economicamente più vulnerabili».

Inizialmente il sistema si sviluppò con successo e si estese in tutto il mondo capitalista avanzato, Italia compresa, anche se non subito, generando ovunque un rialzo dei prezzi nel mercato degli immobili.

Noi però abbiamo letto il fatto alla nostra maniera chiedendoci che cosa ha spinto, e spinge tuttora, il capitalista banchiere a finanziare il 100% dell’acquisto di una casa con un mutuo ipotecario trentennale, senza alcuna garanzia che non sia il semplice lavoro ancorché precario del beneficiario, a persone cui il giorno prima non avrebbe prestato nemmeno un euro per un caffè, immigrati compresi purché provvisti di un qualche contratto di lavoro? Lungimiranza, bontà, capitalismo filantropico o colossale errore?

Niente affatto. È stata l’enorme massa di capitali – cioè l’accumulo di gigantesche quantità di plusvalore proletario, frutto di lavoro non pagato – attualmente inoperosa, che preme per anche una sua pur minima valorizzazione, perché se questa massa monetaria non viene investita, non solo non si conserva ma decresce giorno dopo giorno anche solo per effetto dell’inflazione. Il denaro non riesce a trasformarsi in capitale, in merci necessarie alla produzione di nuove merci, arricchite del lavoro operaio, per ritrasformarsi poi ancora in denaro in una misura superiore a quella iniziale immessa. Una parte del capitale monetario mondiale disponibile agli investimenti, cioè, trova difficoltà ad entrare nel ciclo D-M-D’ in quanto, per la generale crisi di sovrapproduzione, le merci non si vendono.

La miseria della classe operaia non fa che restringere ulteriormente le possibilità di smercio: recentemente anche il presidente della Confindustria italiana lamentava lo scarso potere d’acquisto dei salari in Italia e la necessità di aumentarli per rivitalizzare gli acquisti.

Greenspan, un nome per indicarli tutti, fece di necessità virtù, badando bene però a prendere le debite precauzioni contro il reale pericolo di insolvenza dei beneficiari di questi mutui... «Per premunirsi contro quel rischio, [le banche] avevano venduto una parte dei loro crediti dubbi ad altre banche, che li avevano poi ceduti a fondi d’investimento speculativi, i quali a loro volta li hanno disseminati ovunque, tra le banche del mondo intero».

Analoghe “precauzioni” furono prese pochi anni fa in Italia nel clamoroso, perché poi emerse rovinosamente, caso Parmalat. Qui le banche, che ben conoscevano l’esatta situazione della “finanziaria” che faceva capo all’industria agro-alimentare parmense, perché erano loro che fornivano i capitali necessari alle disinvolte operazioni del dottor Tanzi e soci, condizionarono fortemente, per non dire obbligarono, i loro promotori finanziari a disfarsi velocemente dei titoli Parmalat in loro possesso, perché certi dell’imminente bancarotta. Questi intermediari, spesso per non perdere il posto di lavoro, appiopparono un’enorme massa di carta straccia a migliaia di piccoli e ignari risparmiatori, truffati e beffati dalle loro stesse banche “di fiducia”. La consistente pletora di questi piccoli borghesi si è ritrovata così una collezione di titoli di credito nemmeno utili per accendere il camino.

«Ma quando, nel 2005, la Fed decreta il rialzo del tasso di sconto (che aveva di poco abbassato) il meccanismo [dei subprimes] salta; e si scatena un effetto domino che fin dall’agosto 2007 fa vacillare il sistema bancario mondiale. Il rischio di insolvibilità di circa 3 milioni di famiglie, indebitate per una cifra che si aggira sui 200 miliardi di euro, provoca il fallimento di importanti istituti di credito. Risultato: la crisi, come un’epidemia fulminante, colpisce l’intero sistema bancario».

Anche qui un’altra insanabile contraddizione che i borghesi cercano di rimediare con la tattica di “un colpo alla botte e uno al cerchio”. Per stimolare gli investimenti, i mutui ipotecari e l’economia tutta, la Fed aveva ridotto il costo del denaro, cioè il tasso dei prestiti; poi, per la troppo cresciuta domanda di denaro e per contenere l’aumento dei prezzi, si aumenta il costo del denaro e le vendite diminuiscono bruscamente. Una parte della produzione si contrae, molti lavoratori perdono il lavoro e non possono più pagare le rate dei mutui. Si ritorna al punto di partenza, in una condizione di equilibrio sempre più precario.

L’ampiezza mondiale di questa prevedibile crisi, che nessuno è ancora in grado nemmeno di quantificare, ha messo in ginocchio un rilevante numero di grandi istituti finanziari di importanza mondiale. Questi non possono rifarsi in tempi rapidi perché gli immobili pignorati per insolvenza dei debitori necessitano di tempi lunghi per essere liberati e venduti all’asta, anche a prezzi stracciati, generando infine una riduzione generalizzata dei prezzi, a sua volta cresciuti per la solita legge della domanda e offerta. Alla fine questo si traduce in enormi perdite per le banche.

Nel frattempo il prezzo dell’oro, metallo considerato merce-denaro equivalente di riserva e tesaurizzazione mondiale, è lievitato addirittura del 32% nel 2007, sintomo di diffusa e molto profonda insicurezza.

La crisi delle banche si è ovviamente ripercossa anche sull’intero sistema dei finanziamenti alle attività produttive peggiorando il già traballante quadro strutturale dell’economia mondiale. La fase più virulenta della crisi indotta dalla speculazione dei mutui senza garanzie rimane in questi mesi in sottofondo, sempre minacciosamente presente e ben lontana dall’essere risolta. I debiti ipotecari, anticipi su rendite o su salari futuri in brusco ridimensionamento, sono divenuti per le banche crediti inesigibili, anche se mascherati da sistemi contabili e finanziari ben più intricati che ai tempi de “Il Capitale”, e hanno fatto precipitare la crisi.

Così le Banche Centrali, ed in prima linea la Federal Reserve, dismesso l’atteggiamento di distaccati spettatori ad ogni equilibrismo finanziario e tornati alla giacca del “dirigismo”, sono intervenute con la solita ricetta: prestiti a bassi tassi con meccanismi d’asta e crediti di scambio tra i vari istituti centrali; liquidità concessa a breve o a brevissimo, ma pur sempre utile per tamponare la fase più acuta.

Subito dopo la Banca Federale diminuisce il tasso di sconto – il costo del denaro per le banche – secondo una collaudata ricetta praticata con la freddezza di chi si sente padrone del mondo, per incrementare ancora la circolazione di capitale. Questa manovra si configura, per altro verso, come un attacco alle economie degli Paesi Europei, la cui moneta si apprezza sul dollaro, con tutte le conseguenze sul piano commerciale.

L’andamento degli indici delle Borse segue la dinamica della sottostante produzione di merci. La Borsa non è più il luogo deputato all’incontro tra chi ha necessità di capitali da impiegare e chi ne dispone, ma, giusta la sua connotazione iniziale nel diciottesimo secolo, l’ambiente dove cambiano di mano carta e denaro, dove si genera la vertigine che sia possibile creare valore senza che il denaro operi come capitale produttivo, ove insomma guadagni e perdite sono esclusivamente passaggi tra voci di conto o semplice cambio, comunemente accettato, di un valore facciale.

Anche in quest’ultima crisi la massa di titoli in circolazione – anche se ormai si tratta quasi esclusivamente di un “cartaceo elettronico” – ha raggiunto un volume tale da non poter fruttare gli attesi interessi da trarre dal profitto del capitale effettivamente in funzione. Quel che manca è il “denaro fresco”, come lo chiamano gli uomini della Borsa, non promesse di pagamento o scommesse su rendite future, che in tempi ordinari funzionano come denaro e che sono il normale surrogato al denaro contante nel ciclo produttivo del capitalismo. Questa è una costante: tutte le crisi finanziarie hanno avuto questa causa primitiva per il loro scoppio.

I giornali a grande diffusione come la stampa specializzata hanno deliziato le preoccupate platee con spiegazioni tecniche più o meno serie e approfondite; abbiamo letto di nuovo su “cartolarizzazioni”, su nuove obbligazioni, su operazioni di “swap” che dovrebbero fornire robustezza a debiti costruiti sul nulla, su Fondi di ogni genere che ridurrebbero o ammortizzerebbero il rischio. Tutte illusioni perché le crisi finanziarie hanno alla radice sempre altre cause. Quel che cambia nella sovrastruttura finanziaria, e non è fatto di poco conto, è la dimensione dei valori in gioco: stratosferici gli odierni, neppure paragonabili a quelli che caratterizzarono la “madre di tulle le crisi”, quella del 1929.

Analogamente al 1987, e a differenza degli anni 2000, lo scoppio della “New Economy”, nella situazione presente si assomma l’evento finanziario e quello produttivo. L’industria del mattone muove capitali reali, e virtuali, immensi; è un dei pilastri su cui si regge il sistema dell’indebitamento pubblico delle famiglie negli Stati Uniti d’America, il Paese e lo Stato più forti, ma più indebitati del mondo. E la crisi può spostarsi dal mercato dei capitali a quel comparto fondamentale nel sistema industriale, accelerando il fenomeno descritto nella Terza sezione del nostro Libro. Quello è il vero pericolo per il capitalismo.

Che però la situazione dei mutui sia ben lungi dall’essere risolta lo dimostrano gli ulteriori interventi che sono pianificati dalle banche americane per una ingente linea di credito – si parla di 80 miliardi di dollari – che sarebbe messa a disposizione di situazioni critiche che si potranno ancora determinare.

Questo significa che c’è un gran numero di piccoli e medi investitori che nelle crisi vedono svanire i loro amati capitali, dai quali si aspettavano invece un profitto, quasi per una sorta di intrinseca proprietà del denaro, che lo deve per forza generare quando consegnato al gran frullatore delle Borse e degli ingranaggi della finanza.

Il denaro, che sembra avere una esistenza autonoma, è invece sterile se non opera come capitale. Nulla produce nella forma tesaurizzata. Ma quando entra nel “ciclo virtuoso”, ecco che il “risparmio” esprime questa sua straordinaria caratteristica di moltiplicarsi. Il profitto, che è risultato solo del processo capitalistico di produzione, appare separato dal processo stesso, che sparisce alla vista. Il sogno del capitale finanziario prende forma e corpo in questo campo dei miracoli che promette di moltiplicare gli zecchini ivi sepolti. Non c’è esperienza di passate burrasche che possa contare; il denaro “non dorme mai”, ed è giocoforza metterlo in movimento, non ci sono alternative.

Per mantenere in movimento, alla scala mondiale, il forsennato sistema di produzione capitalistico, che richiede percentualmente, non solo per crescere, ma anche per mantenersi allo stesso livello, masse sempre crescenti di capitale, se ne inventa la moltiplicazione in un gioco blasfemo di moltiplicazione di pani e pesci, mediante segni di valore che hanno sempre meno attinenza con l’effettivo valore prodotto.

Sono in gioco promesse di profitti da realizzarsi in un futuro sempre più lontano, che però funzionano da capitali effettivi per il processo in atto. Per vivere questo mostruoso sistema mangia il suo futuro. Quello degli uomini.

Quanto sia in grado di durare ancora questa follia non ci è dato valutare. La nostra drastica e definitiva, “semplice”, “soluzione” richiede che si svolga il processo di ricostituzione del tessuto rivoluzionario, che da decenni segna il passo. Ma di certo affermiamo con assoluta sicurezza che siamo nella fase finale di questo lunghissimo ciclo capitalistico. E siamo altrettanto certi che il futuro, forse non troppo remoto, sarà l’alternativa guerra tra gli Stati o Rivoluzione comunista.

La generale crisi capitalista, che noi ci auguriamo ultima e definitiva e motore del riscatto proletario, la avvertiamo sempre più vicina. Lo spostamento dell’asse dell’economia mondiale da Stati Uniti-Europa a Cina-India darà ancora un motivo di sopravvivenza storica al modo di produzione capitalista. Ma, per quanto possa fornirgli un consistente quanto momentaneo sostegno, non sarà certamente in grado di risolvere pacificamente le sue contraddizioni economiche interne e i suoi contrasti interimperialistici che lo portano inevitabilmente alla guerra.

Il proletariato dovrà prepararsi, sotto la guida del suo partito comunista, a questo suo compito epocale per la salvaguardia del futuro del genere umano.
 

ROMA. Tafferugli tra le forze dell'ordine, carabinieri e polizia, ed i lavoratori...

Autore:
working class
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19 marzo 2008 - Il Piccolo

ROMA. Tafferugli tra le forze dell'ordine, carabinieri e polizia, ed i lavoratori...

ROMA - Tafferugli tra le forze dell'ordine, carabinieri e polizia, ed i lavoratori dell'Atitech di Napoli che hanno protestato davanti al centro direzionale di Alitalia. Nel primo pomeriggio era previsto l'avvio del confronto tra i vertici di Alitalia e Air France ed i sindacati sul piano di acquisizione del gruppo franco-olandese. E in attesa dell'arrivo del numero uno di Air France-Klm, Jean-Cyril Spinetta circa 500 lavoratori degli stabilimenti di manutenzione dell'Atitech sono arrivati da Napoli preoccupati. Dopo un lancio di oggetti le forze dell'ordine sono intervenute allontanandoli di qualche metro dagli ingressi della sede di Alitalia.
E sono scoppiati scontri e tafferugli tra la Polizia e i dipendenti della Atitech davanti al centro direzionale dell'Alitalia, in via della Magliana. Circa 500 persone, aderenti alle sigle sindacali Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Sdl e Cub, sono arrivate dalla Campania con sette pullman e hanno iniziato a protestare davanti alla sede dell'ex compagnia di bandiera. La tensione è salita quando i dimostranti hanno iniziato a tirare uova cercando di sfondare il cordone di sicurezza. La polizia a sua volta ha caricato e un uomo è stato ferito alla testa.
A rassenerenare il clima c'è stato succerssivamente l'intervento del presidente di Alitalia Maurizio Prato, il quale ha spiegato che per i lavoratori di Atitech, le attività di manutenzione pesante di Az Servizi, «non sono previsti licenziamenti ma soluzioni non traumatiche».
Duro il commento dei sindacati. Per il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, «il governo ci sta consegnando nudi alla trattativa con Air France». Secondo Bonanni, «chi ha commesso questo errore grave ne pagherà le conseguenze, io ne sono convinto: ma purtroppo le conseguenze principali le pagherà il Paese». Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, rincara la dose: «La responsabilità è del governo. Ha fatto finta che Alitalia fosse dell'amministratore delegato, del consiglio di amministrazione e non del governo». Duro anche il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani: «Quello che sta accadendo non si è mai visto in nessuna trattativa per cessione d'azienda. Si finisce col mettere il sindacato, che è all'oscuro di tutto, con le spalle al muro e il paese nella stessa condizione. Il sindacato non si sottrarrà alla responsabilità di una scelta».

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