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Archivio Temporale

Data

Signora Libertà Signorina Anarchia - serata sull’anarchia al gruppo Malatesta (Roma)

08/03/2008 - 17:00
08/03/2008 - 20:00
signoraLibertaSignorinaAnarchia_grMalatestaRoma_2008_s1_0.png
Sommario:
Quattro serate sull'anarchia
Promotore evento:
Gruppo Errico Malatesta Roma
Indirizzo email:

e.malatestaCHIOCCIOLAinwind.it

*signora LIBERTÀ signorina ANARCHIA*
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4 serate sull’anarchiaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa

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- Sabato 23/02/2008 ore 17:00
PRINCIPI DI BASE
origini, storia e idee degli anarchici; specificità del pensiero anarchico

- Sabato 08/03/2008 ore 17:00
L’ANTIAUTORITARISMO
coerenza mezzi e fini;maggioranze e minoranze

- Sabato 15/03/2008 ore 17:00
ANARCHIA E ORGANIZZAZIONE
l’organizzazione orizzontale;l’autogestione;l’organizzazione
sociale;regole condivise

- Sabato 05/04/2008 ore 17:00
L’ANARCHISMO SOCIALE
la società anarchica e i problemi connessi

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al gruppo anarchico Errico Malatesta - via Bixio 62
P.zza Vittorio - Roma - http://acrataz.oziosi.org/malatesta

Action contro il Piano Regolatore dei palazzinari

autore:
Marta Rossi

5 marzo 2008 - EPolis Roma

Emergenza casa. Action: «Il Prg prevede 6 milioni di metri cubi di cemento, ma non di edilizia popolare»
Sfratti, l'80 per cento è moroso in un anno oltre 5mila esecuzioni
L'ordine dei medici richiama gli associati sul comportamento durante i provvedimenti

Roma - In una situazione di emergenza abitativa come quella che c'è a Roma, il 30 per cento di sfratti bloccati è un dato irrisorio. Ma è la realtà. Perchè il blocco deciso dal governo, in realtà, riguarda solo alcune categorie di persone, tra cui gli invalidi al 70 per cento, gli anziani con oltre 70 anni e le famiglie con un reddito inferiore a 27mila euro l'anno. Gli altri? "Se ne devono andare", spiega Bartolo Mancuso, di Action. "L'attuale decreto che proroga il blocco è solo un tampone, una pomata su un braccio rotto". Perchè l'emergenza abitativa parla di 30mila famiglie in attesa di una casa popolare e "la giunta Veltroni, in otto anni, ne ha costruite solo 3mila - prosegue Mancuso - approvando poi un piano regolatore che prevede 6 milioni di metri cubi di cemento e non un solo metro per l'edilizia popolare". E secondo il Sunia, sindacato degli inquilini e assegnatari, nel 2006 a Roma ci sono state 5.701 esecuzioni, di cui 2.496 per morosità. Non solo. "I soldi che il governo ha distribuito per questa problematica sono comunque pochi: a Roma sono arrivati 40 milioni, hanno comprato 150 case dagli enti". Lunedì sono state consegnate 112 case popolari a Ponte di Nona. Un tampone: "È vergognoso che i cittadini vengano espulsi dalla città e mandati in periferia, senza alcun servizio di appoggio". Anche perchè, in città ci sono oltre 200mila appartamenti sfitti, oltre alle numerose caserme che il ministero sta per passare al demanio. "Il demanio poi farà un accordo con i Comuni per valorizzarle e riutilizzarle. Ecco, l'occupazione che abbiamo fatto a Castro Pretorio era un segnale in questo senso. Ma ai comuni non gli interessa, e pensano a fare housing sociale, per reperire case con i contributi privati. Noi non siamo contrari al misto tra pubblico e privato, ma non possono pensare di dare tutto in mano alle ditte costruttrici", dice Mancuso. Intanto, ieri l'Asia Rdb ha incontrato Mario Falconi, presidente dell'ordine provinciale dei medici: lo scorso 7 febbraio, durante l'esecuzione di uno sfratto al Tuscolano, "l'atteggiamento tenuto dal personale medico è parso spesso complice delle esigenze della proprietà più che garante dei cittadini. La signora Maria Concetta Sisinni, una 77enne invitata dal medico a uscire dalla propria abitazione per effettuare la misurazione della pressione e sfrattata il 1 febbraio", spiegano dal sindacato. Falconi, dal canto suo, si è impegnato far rispettare il codice deontologico e di certificare con chiarezza la condizione fisica degli sfrattati, affinchè non si prestino a tutelare le ragioni della proprietà. Il presidente dell'ordine ha poi parlato della possibilità di fare un esposto nei confronti dei medici, a partire da quello della vicenda della signora Sisinni, che violano il codice deontologico. Dalla presidenza dell'ordine partirà un procedimento a verifica del comportamento tenuto.

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Fiera del libro. La libertà non ha confini né bandiere

autore:
Federazione Anarchica Torinese

Fiera del libro. La libertà non ha confini né bandiere

Ogni anno la Fiera del libro di Torino invita un paese diverso e suoi scrittori quali protagonisti di incontri, dibattiti, approfondimenti. Nel 2008 avrebbe dovuto essere invitato l’Egitto, ma per la concomitanza con un evento culturale di grande rilievo in quel paese, non se ne è fatto nulla. Israele ha quindi avanzato la propria candidatura, anche alla luce del fatto che nel 2008 cadono i sessant’anni dalla proclamazione dello stato ebraico (14.5.1948). La stessa data segna per i palestinesi l’inizio della perdita della loro terra e viene ricordata come la “catastrofe”. È nata quindi l’idea di una serie di iniziative di protesta e di sensibilizzazione sulla situazione del popolo palestinese da tenersi in concomitanza con la Fiera del libro, compresa quella del boicottaggio della Fiera stessa. Val la pena a questo punto riflettere sui meccanismi all’opera in questa vicenda.

Ci sono alcune parole intorno alle quali si articolano i discorsi intorno alla costruzione dello stato moderno e sono: terra, popolo, nazione, confini. Si determina quindi uno stretto legame tra libertà, identità e stato, visto come l’unico strumento per affermare completamente la propria autonomia e autodeterminazione rispetto agli altri popoli. Ancora oggi, nel mondo da tutti ritenuto globalizzato, gli stati nascono e proliferano per spinta dal basso di popolazioni viventi su di un certo territorio e per impulso dall’alto di potenze che utilizzano l’arma nazionalista nello scontro con altre potenze. I casi della disgregazione dell’Unione sovietica e della Jugoslavia sono emblematici del complesso gioco tra interessi eterogenei che portano alla nascita di uno stato ancora oggi, come nel caso del Kosovo, regione serba a maggioranza albanese che ospita grandi basi americane ormai dalla “guerra umanitaria” condotta dalla Nato per difenderne la popolazione dall’asserito pericolo di “genocidio” da parte dei serbi. Così, i “popoli senza stato”, come i kurdi ed i palestinesi, per citare i più famosi, rivendicano non solo un certo grado di autonomia rispetto agli stati tra i quali è spartita la loro terra, ma la creazione di un proprio stato come unica condizione in grado di garantire sicurezza e libertà. La bandiera diventa simbolo della nazione, da sventolare mentre, magari, si strappano o bruciano quelle altrui. Stato, confini, bandiera: tutto lo strumentario dello stato nazionale è applicato ancora oggi a livello non solo simbolico ed è bagaglio della competizione politica sia nazionale che internazionale.
Come accennato, il fatto che una minoranza “oppressa” possa assurgere al livello di stato viene letta come unica via per la tutela della minoranza stessa, sia da parte dei membri della minoranza che da parte di interessati “protettori”. Così, scendono in campo altre parole a complicare il nostro quadro, a sfumarlo. Sono: diritti umani, minoranza, vittima. L’essere o l’essere stati vittime di ingiustizia offre una patente morale che vela gli attuali comportamenti ingiusti. Su questo piano, il simbolico ha un peso talora decisivo. Fatti, tragedie, reali, vengono amplificati ed utilizzati come veri e propri strumenti di propaganda, ancora decenni dopo i fatti reali. Il caso dell’olocausto è paradigmatico. Non solo esso ha agito potentemente al momento della nascita dello stato di Israele per giustificarla, ma ancora oggi riverbera i suoi effetti sul presente. Così per la storia di persecuzioni cui gli ebrei furono sottoposti nell’occidente cristiano, in misura incomparabile rispetto ai paesi musulmani dove hanno quasi sempre prosperato, fino al ‘900. L’essere stato vittima rende giusti, giustifica, dicevamo, i comportamenti attuali. Non c’è nessun legame tra le camere a gas e l’occupazione coloniale nei confronti dei palestinesi, eppure l’accusa di antisemitismo pende sempre sul capo di chi critica lo stato di Israele per i suoi comportamenti nei confronti dei palestinesi. In modo analogo, l’uso del terrorismo (parliamo di bombe sugli autobus o nei bar che uccidono “nel mucchio”) viene giustificato dai comportamenti colonialisti di Israele e dal suo altrettanto terroristico uso della violenza (parliamo ad esempio di bombardamenti aerei, navali e terrestri su villaggi di civili). L’asimmetria tra le forze in campo fa sì che i morti palestinesi siano tre volte quelli israeliani. L’asimmetria tra l’olocausto e l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza fa sì che i morti israeliani “pesino” di più sulla stampa occidentale di quelli palestinesi. Mentre i palestinesi sono una minoranza oppressa, Israele si dipinge oggi quasi fosse in una situazione da 1948 o 1967, attaccato contemporaneamente da tutti i paesi confinanti musulmani, isola occidentale in un mare di bandiere verdi musulmane.

Vero è che il ritorno prepotente della religione al centro del dibattito e dell’agire politico ha complicato ulteriormente le cose. Se Israele è “lo stato degli ebrei”, i musulmani vivono in molti stati. Di fronte all’incertezza indotta da un mondo globalizzato, la religione, potente strumento di identità, è balzata in primo piano nel mondo musulmano. Nel corso degli anni ’80, gli USA ed Israele hanno favorito lo svilupparsi di gruppi religiosi, anche fondamentalisti in funzione antisovietica, come in Afganistan, o per contrastare la laica OLP di Arafat. Il risultato è sotto gli occhi di tutti e vede un rinnovato protagonismo e centralità dell’islam nel discorso politico. La rivoluzione khomenista in Iran ci ha messo il resto. Senza religione non ci sarebbero gli attacchi suicidi. Lo scontro tra ebrei e musulmani era sullo sfondo rispetto a quello tra israeliani e palestinesi e altri paesi arabi. Oggi non è più così. Da un lato la composizione sociale di Israele è profondamente cambiata: le prime generazioni di immigrati, provenienti dall’Europa e guidate da una classe dirigente sionista imbevuta di illuminismo e socialismo (cosa che non ha impedito loro di iniziare a cacciare i palestinesi dalla loro terra), hanno lasciato il posto a ondate migratorie di ebrei provenienti dalla Russia e da paesi del Nord Africa e dall’Asia, in genere di estrazione sociale bassa e più legati alla tradizione, se non smaccatamente di destra. Così, un processo iniziato negli anni ’70, dopo la vittoriosa guerra del 1967, ha portato in Israele alla costituzione di partiti ortodossi, divenuti rapidamente l’ago della bilancia parlamentare. Stanchi della corruzione di Fatah, il movimento politico da sempre dominante in Palestina, attraverso libere elezioni i palestinesi hanno scelto un governo guidato da un movimento religioso come Hamas, affermatosi negli anni anche grazie ad un capillare lavoro sul territorio di assistenza e condivisone delle dure condizioni della popolazione. In Libano il radicamento di un movimento nazionale sciita come Hezbollah ha resistito alla guerra dello scorso anno da parte di Israele. Del resto, la destra fondamentalista cristiana americana e la destra israeliana si identificano nella difesa di Sion dai pericoli che la minacciano: e Sion è l’Occidente. Che il presidente iraniano Ahmadinejad sostenga pubblicamente che Israele debba essere cancellato dalla carta geografica offre più di uno spunto alla sindrome vittimaria, vera o simbolica, che alimenta la politica internazionale. Ancora, all’Occidente giudaico-cristiano, liberale, basato sui diritti civili e sulla democrazia, si può opporre un Oriente musulmano, liberticida, dispotico e oscurantista. Da qui potenti simboli propagandistici a sostegno dell’esportazione della democrazia per via armata. Da qui la contrapposizione tra combattenti islamici e “crociati infedeli”. Ma da qui, anche l’indissolubile legame tra politica e religione quando si parla di Medio Oriente, nel momento in cui la religione diventa centrale in movimenti come Hamas o Hezbollah, costituendo il motore della loro azione sociale e politica nei confronti di uno stato cui si appartiene (in stragrande maggioranza) perchè si appartiene ad una certa religione, quella ebraica: stato quindi dove la religione è costitutiva dell’identità nazionale.

Ma il conflitto tra palestinesi ed israeliani non ha solo natura politica e religiosa: il possesso della terra, di “una terra”, va anche declinato in termini economici. Israele è una potenza regionale non solo militare, ma anche economica, con un territorio, fino al 1967, assai scarso. L’occupazione delle terre palestinesi, la costruzione di colonie, hanno avuto ed hanno le modalità rapaci e predatorie del colonialismo di ogni tempo. La manodopera palestinese a basso costo è stato uno dei motori dell’economia israeliana per molti anni, fino a che è stata in parte sostituita dalle ondate immigratorie di ebrei “poveri” dal Magreb e dalla Russia. La precarietà della condizione palestinese, imposta con la forza militare da Israele, è quindi anche precarietà economica, povertà “strutturale”, mancanza di risorse e quindi di autonomia.

Ironicamente, cristianesimo islam ed ebraismo sono definite “religioni del libro”, basandosi su testi “rivelati” come Bibbia e Corano. E dalla “Fiera del libro” eravamo partiti. Il fatto che Israele sia il paese ospitato proprio nel sessantesimo della sua nascita coincisa con l’inizio della sistematica cacciata dei palestinesi dalle loro terre, ha costituito la molla di una dura polemica su media e giornali, quando si è iniziato a parlare di boicottaggio della Fiera stessa. I concetti cui abbiamo accennato sopra (stato, religione, vittima) si sono messi potentemente all’opera, branditi dai due fronti contrapposti. Anche qui si è verificata un’asimmetria evidente. Il fronte del boicottaggio è davvero poca cosa in termini numerici e mediatici rispetto alla stragrande maggioranza di giornali e tv, compattamente schierati pro Israele. Per non parlare delle istituzioni, dal presidente della repubblica in giù. O dei partiti politici: tutta la destra compatta è dalla parte di Israele, nonché il Pd. Eppure Israele è presentato ancora come “vittima”, come se il suo “diritto ad uno stato” fosse minacciato, come se questa minaccia nascesse dal fatto che Israele è Occidente e vessillo di democrazia, la quale democrazia è frutto naturale della “religione ebraica e cristiana”. Sul fronte opposto, si chiede che ai palestinesi, “vittime” dell’oppressione israeliana, sia riconosciuto il “diritto ad uno stato”, unico vero strumento di libertà ed autodeterminazione. I due fronti si battono a colpi di bandiere, sventolate ed indossate, ciascuno in difesa di una “vittima” e proiettando sulla stessa i conflitti interni, nazionali e pure locali, brandendo contro l’altra parte accuse di antisemitismo o di nazismo (questa ultima accusa è lanciata reciprocamente: Israele sarebbe nazista e pure chi l’accusa per il suo trattamento dei palestinesi).

Chi come gli anarchici ed i libertari si batte per un mondo “senza dio né stato” non vede nella religione e nelle istituzioni statali un mezzo di liberazione, anzi li identifica come le due maggiori maschere del potere che opprime i singoli. Liberarsi da un’oppressione statale costituendo un’altro stato è per gli anarchici una contraddizione in termini. Il problema è distruggere, disgregare la forma stato che continua, nonostante gli acciacchi ed il tempo, ad essere protagonista di un mondo che si dice globalizzato. Anzi, è proprio la forma stato che viene con duttilità utilizzata per modellare i rapporti di forza tra potenze: stati nascono, stati vengono invasi, stati muoiono o vengono fatti a pezzi tra stati diversi. Ovunque nascono nuove gerarchie, nuove burocrazie, nuove classi politiche, nuove polizie, nuovi eserciti. Tutto l’armamentario dello stato e della sua oppressione. E non di rado a questa oppressione si aggiunge quella religiosa: lo stato è garante dei privilegi della chiesa, di ogni chiesa, e ne impone con la forza le regole di comportamento, di disciplinamento delle coscienze, disciplinamento di cui lo stato naturalmente ringrazia. L’oppressione coloniale dello stato di Israele nei confronti dei palestinesi, oppressione contro cui si deve combattere, può finire certo come sono finite altre guerre di liberazione coloniale, con la creazione di un nuovo stato. Lo scrollarsi di dosso l’oppressione militare ed economica dello stato di Israele è solo un pezzo del percorso verso la libertà: fermarsi alla creazione di un’altro micro stato e vedere in esso la soluzione dei problemi, ancor più se questo stato si connotasse in senso religioso, per gli anarchici sarebbe il modo di frustrare l’anelito di libertà che viene dalla lotta del popolo palestinese. Ai palestinesi oppressi, sfruttati, massacrati va tutta la nostra solidarietà. Insieme a loro, e con gli israeliani che rifiutano e si battono contro l’apartheid, è necessario lottare per una solidarietà internazionalista vera, che non sia parteggiare per un nazionalismo piuttosto che un altro. Il nostro impegno rimane l’abolizione di ogni stato e di ogni frontiera, contro lo sfruttamento capitalista dell’uomo sull’uomo, contro ogni forma di totalitarismo religioso che asservisce le coscienze, per un mondo di uomini e donne liberi ed uguali.

Torino, 4 marzo 2008

Federazione Anarchica Torinese – FAI
Corso Palermo 46 – Torino
011 857850 – 338 6594361
fat@inrete.it

Allarme rosso! Le occupazioni sotto sequestro - Comunicato Area Antagonista

autore:
baz
Sommario:
La magistratura all'attacco dell'ocupazione. Guai a chi ci tocca!

Una sentenza che pesa come un macigno quella emessa il mese scorso dal Tribunale del Riesame di Bologna per il sequestro del Laboratorio Crash! Un macigno scagliato contro tutte le esperienze, passate e presenti, di occupazione di centri sociali in Italia e contro la pratica dell'occupazione stessa. Genova, Cosenza, Firenze e ora anche Bologna, diventano teatro di un nuovo ruolo che la magistratura accoglie a sé. Un ruolo tutto politico di ridefinizione degli ambiti di agibilità del movimento, un tentativo di arginare le lotte che si sviluppano nei territori passando non solo dalla criminalizzazione di significativi segmenti passati del movimento contro la globalizzazione e la guerra, ma anche andando ad attaccare nello specifico gli stessi luoghi di produzione e riproduzione di una politica antagonista, necessariamente elementi di ingovernamentabilità dei conflitti nelle metropoli.

Una sentenza che estende nei fatti i presupposti del sequestro cautelare: prima di oggi indirizzata esclusivamente alla confisca dei beni in possesso di organizzazioni mafiose e ad abusi edilizi, ora viene reinterpretata come applicabile a tutte le lotte sociali per la riconquista di spazi autogestiti, per la produzione di cultura e socialità non mercificate, contro i percorsi di costruzione dei conflitti sociali.

All'indomani della caduta del Governo Del Sacrificio Prodi, e dell'incapacità reale della politica istituzionale di risolvere i problemi sociali è dai tribunali che si cerca di mettere ordine per la salvaguardia dello status quo.
E così l'antagonismo espresso a Genova contro i governi della guerra e della devastazione economica e ambientale, con il suo respirare assieme e le sue molteplici istanze, diventa per la magistratura il pretesto per riaffermare che mai più sarà concesso di tornare ad animare le strade e le piazze delle città per affermare in modo deciso il proprio dissenso. Così il processo di Cosenza diventa punto cardine di nuovi teoremi giudiziari che trasfigurano le lotte autonome portate avanti nei territori, leggendo ovunque complotti e pianificazioni sovversive. Così a Firenze la legittima opposizione alla Guerra Permanente, le cariche ingiustificate, a nove anni di distanza vengono a forza stipate nel cassettone della storia giudiziaria sotto coltri che parlano di violenza e resistenza pluriaggravata. Così la magistratura non solo legge bene la crisi della rappresentanza politica delle istituzioni, ma se ne fa immediatamente sostituto e nuovo protagonista dal pugno di ferro.

In questo modo, nonostante la sospensione dell'esecuzione del sequestro fino all'ultimo grado di giudizio, necessariamente anche i centri sociali, come luoghi di autorganizzazione politica antagonista, ma anche come proposta alternativa e autonoma alla cultura ed alla socialità di regime, vengono messi sotto accusa. Il tentativo è chiaro: mai più in nessun luogo occupazioni, mai più luoghi altri da quelli istituzionali, mai più ambiti non immediatamente sussumibili e riciclabili nelle immediate esigenze dei palazzi del potere. Il teatrino non può crollare, lo show deve andare avanti, e per farlo bisogna creare adeguati precedenti giuridici. E va avanti mostrando, ad esempio, dietro a vetrine infarcite di lustrini l'inquietante e inaccettabile spettacolo di un Salone del Libro a Torino, autoelettosi a migliore espressione della cultura letteraria, che invita come ospite d'onore uno stato le cui istituzioni praticano politiche d'apartheid, quello d'Israele. Si riscopre palcoscenico di ammiccamenti e "miracolosi" avvicinamenti tra forze politiche che, stanche dei ruoli loro assegnati dal copione dell'alternanza, si riscoprono possibilisti su intese larghe per il sommo fine di "ridare dignità al Paese"... una dignità inevitabilmente di nuovo fondata sul sacrificio, sull'oppressione, sulla razionalizzazione del sociale a fini produttivi, sulla guerra, sull'assassinio delle libertà individuali e collettive.

In tutto ciò evidentemente i centri sociali, non hanno ruolo. E di questo, diamo atto, siamo assolutamente certi anche noi. I terreni marcati dalle lotte popolari contro le nocività e le devastazioni ambientali, l'ingovernamentabilità dei conflitti sociali, l'essere inevitabilmente dall'altra parte del fronte "interno" di questa Guerra che si vuole Permanente, la vivacità data da una riscoperta capacità di plasmare i nostri territori aldilà delle esigenze produttive, riqualificando dal basso, opponendosi alla segmentazione ed alla desertificazione sociale, combattendo la retorica del degrado e della sicurezza riportandole sul piano della soddisfazione di bisogni e desideri, ostacolando le speculazioni... questo oggi sono i centri sociali, gli spazi autogestiti a Bologna come nel resto d'Italia.

E proprio per questo crediamo che, dopo la manifestazione del 6 ottobre, si debba tornare a progettare lotte e mobilitazioni che attorno a questo sappiano ridare il segno dell'insopprimibilità degli spazi autogestiti, indipendentemente dal dove venga l'attacco. Urgente è la necessità di riaffermare come ciò che pertiene alle lotte sociali, ai loro obiettivi, non possa essere negato spingendolo a forza nelle aule dei tribunali, quando invece sono le strade, le piazze, gli spazi, le periferie delle città i nostri luoghi; e questo anche per garantire la percorribilità futura di esperienze di occupazione. Quello del sequestro cautelare sulle occupazioni, siano esse di case o di spazi, rischia di diventare un precedente giuridico molto pericoloso, che tolga di fatto la possibilità di ricorrere a tale strumento all'interno dei percorsi di lotta del movimento, che neghi alle occupazioni ogni possibilità di innescare un piano di legittimazione sociale, di rivendicazione e soddisfazione di bisogni e desideri. Anche e forse soprattutto per quanto riguarda il plausibile ricorso all'arma del sequestro per le occupazioni abitative questo provvedimento in corso rischia di divenire l'arma con cui negare la legittimità dei movimenti di lotta per la casa che nelle grandi metropoli italiane rappresentano una forza significativa e vitale ed una risposta autonoma ai propri bisogni insoddisfatti. Diventa arma per bypassare a piè pari le contraddizioni politiche poste dal movimento e di arginare a sola questione di "criminalità" la legittima rivendicazione di migliori condizioni di vita. Occorre, crediamo, riaprire tutte le contraddizioni che il nuovo assetto politico cercherà inevitabilmente di sanare per garantirci non solo la sopravvivenza, ma anche lo spazio per esprimere quella nostra capacità di essere forza vitale e prorompente negli altrimenti grigi e ristretti spazi metropolitani.

Area Antagonista

Laboratorio Crash! - Bologna
Collettivo Universitario Autonomo - Bologna
Csoa Askatasuna - Torino
Collttivo Universitario Autonomo - Torino
Csa Murazzi - Torino
Csoa Ex Carcere - Palermo
Collettivo Universitario Autonomo - Palermo
Csa Dordoni - Cremona
Coa Transiti - Milano
Collettivo Autogestito Modenese - Modena
Csa Godzilla - Livorno
Officina Sociale Refugio - Livorno
El Chico Male - Livorno
Csoa Cartella - Reggio Calabria
Cpoa Rialzo - Cosenza
Gabbiotto Infoshop - Bari
Csa Mattone Rosso - Vercelli
Università Antagonista - Pisa

L olio di ricino di Storace : le immagini dell' iniziativa

Autore:
Photolab. De Chimicis
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Storace nel quartiere di Casalbertone a Roma, alla cittadinanza viene distribuito olio di ricino

Oggi, 5 marzo 2008 Storace è venuto a fare un regalo a tutti gli abitanti del quartiere Casalbertone di Roma, che hanno ricevuto in dono il suo prezioso olio di ricino di antica tradizione fascista, noto per la sua efficacia contro gli oppositori politici e i cittadini liberi.
Per l'occasione ha presentato anche la candidatura alla Presidenza del V Municipio della capitale di un noto picchiatore del Circolo Futurista di via degli Orti di Malabarba.
Grazie ai finanziamenti del Billionaire di Porto Cervo, di ricchi imprenditori e improbabili personaggi dello spettacolo La Destra/Fiamma Tricolore prova a darsi un volto presentabile. Dopo il malgoverno della Regione Lazio, gli affari con i costruttori, gli scandali sulla sanità, Storace si presenta nei quartieri popolari con questo prodotto della antica tradizione fascista, con cui promette di azzittire i futuri oppositori del governo Berluskane.
L'olio è particolarmente consigliato contro tutti quelli che hanno rigurgiti democratici e antifascisti.

MODI D'USO:
legare bene il paziente ad una sedia, inserire un imbuto nella cavità orale e versare senza indugi 500ml di olio di ricino direttamente nello stomaco del recalcitrante.
In caso di lamentele sedare il paziente con pugni sui denti.

CONTROINIDICAZIONI:
L'olio stimola in chi lo assume o in chi ne rifiuta l'assunzione un forte mal di stomaco. È preferibile indirizzare il malessere contro i politicanti affaristi in cerca di voti, potere e poltrone.

L olio di ricino di Storace : le immagini dell' iniziativa

Autore:
Photolab. De Chimicis
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Sommario:
L olio di ricino di Storace : le immagini dell' iniziativa

Storace nel quartiere di Casalbertone a Roma, alla cittadinanza viene distribuito olio di ricino

Oggi, 5 marzo 2008 Storace è venuto a fare un regalo a tutti gli abitanti del quartiere Casalbertone di Roma, che hanno ricevuto in dono il suo prezioso olio di ricino di antica tradizione fascista, noto per la sua efficacia contro gli oppositori politici e i cittadini liberi.
Per l'occasione ha presentato anche la candidatura alla Presidenza del V Municipio della capitale di un noto picchiatore del Circolo Futurista di via degli Orti di Malabarba.
Grazie ai finanziamenti del Billionaire di Porto Cervo, di ricchi imprenditori e improbabili personaggi dello spettacolo La Destra/Fiamma Tricolore prova a darsi un volto presentabile. Dopo il malgoverno della Regione Lazio, gli affari con i costruttori, gli scandali sulla sanità, Storace si presenta nei quartieri popolari con questo prodotto della antica tradizione fascista, con cui promette di azzittire i futuri oppositori del governo Berluskane.
L'olio è particolarmente consigliato contro tutti quelli che hanno rigurgiti democratici e antifascisti.

MODI D'USO:
legare bene il paziente ad una sedia, inserire un imbuto nella cavità orale e versare senza indugi 500ml di olio di ricino direttamente nello stomaco del recalcitrante.
In caso di lamentele sedare il paziente con pugni sui denti.

CONTROINIDICAZIONI:
L'olio stimola in chi lo assume o in chi ne rifiuta l'assunzione un forte mal di stomaco. È preferibile indirizzare il malessere contro i politicanti affaristi in cerca di voti, potere e poltrone.

ECCO COME LE COOPERATIVE TAGLIANO GLI STIPENDI AI SOCI LAVORATORI

autore:
comiromanord
Sommario:
Alcune dimostrazioni di come funziona il meccanismo cooperativo profit e no profit

SUL SITO www.ciardullidomenico.it troverete un articolo de Il Manifesto "Così le cooperative tagliano gli stipendi ai soci lavoratori". Vorrei dire che spesso i soci lavoratori di cooperative, parlo soprattutto di quelle più grandi e di quelle a gestione piramidale, verticistica e autoreferenziale, vengono considerati dagli amministratori come "lavoratori imprenditori", coinvolti nel rischio d'impresa, solo quando si tratta di mettere mano alle tasche per rimediare a esercizi finanziari fallimentari.
La storia della ricapitalizzazione l'abbiamo già sentita a Roma in alcune cooperative sociali, così come abbiamo visto in altre la prassi di non pagare gli stipendi ai soci lavoratori per mesi a causa di pignoramenti giudiziari seguiti a vertenze di lavoro perdute dagli amministratori delle cooperative stesse con risarcimenti elevatissimi. Segno spesso di gestione avventuriera e incompetente da parte di presidenti e/consiglieri in carica da oltre un decennio.
Un ruolo subalterno, quello dei soci lavoratori, spesso inquadrato in contratti precari e/o in buste paghe misere, schiacciati in decisioni di vertice aziendale che arrivano, non di rado, fino al mobbing. Senza eccessivo rispetto delle norme di sicurezza nell'ambiente di lavoro.....Ma leggete l'articolo.. su www.ciardullidomenico.it

L'olio di ricino di Storace... un regalo per azzittire i cittadini di Casalbertone

Sommario:
Storace nel quartiere di Casalbertone a Roma, alla cittadinanza viene distribuito olio di ricino

Oggi, 5 marzo 2008 Storace è venuto a fare un regalo a tutti gli abitanti del quartiere Casalbertone di Roma, che hanno ricevuto in dono il suo prezioso olio di ricino di antica tradizione fascista, noto per la sua efficacia contro gli oppositori politici e i cittadini liberi.
Per l'occasione ha presentato anche la candidatura alla Presidenza del V Municipio della capitale di un noto picchiatore del Circolo Futurista di via degli Orti di Malabarba.
Grazie ai finanziamenti del Billionaire di Porto Cervo, di ricchi imprenditori e improbabili personaggi dello spettacolo La Destra/Fiamma Tricolore prova a darsi un volto presentabile. Dopo il malgoverno della Regione Lazio, gli affari con i costruttori, gli scandali sulla sanità, Storace si presenta nei quartieri popolari con questo prodotto della antica tradizione fascista, con cui promette di azzittire i futuri oppositori del governo Berluskane.
L'olio è particolarmente consigliato contro tutti quelli che hanno rigurgiti democratici e antifascisti.

MODI D'USO:
legare bene il paziente ad una sedia, inserire un imbuto nella cavità orale e versare senza indugi 500ml di olio di ricino direttamente nello stomaco del recalcitrante.
In caso di lamentele sedare il paziente con pugni sui denti.

CONTROINIDICAZIONI:
L'olio stimola in chi lo assume o in chi ne rifiuta l'assunzione un forte mal di stomaco. È preferibile indirizzare il malessere contro i politicanti affaristi in cerca di voti, potere e poltrone.

Giornata Internazionale dedicata alle vittime del Paramilitarismo, della Para-Politica e del Terrorismo di Stato in Colombia.

autore:
Comitato Carlos Fonseca
Sommario:
6 marzo 2008, Giornata Internazionale dedicata alle vittime del Paramilitarismo, della Para-Politica e del Terrorismo di Stato in Colombia.

6 MARZO 2008
Giornata Internazionale dedicata alle vittime del Paramilitarismo, della Para-Politica e del Terrorismo di Stato in Colombia.

Con il silenzio, l’assenso e il beneplacito della cosiddetta Comunità Internazionale, Unione Europea e Stati Uniti in testa, ogni giorno in Colombia, circa 4 Milioni di persone vivono sulla propria pelle gli effetti dell’allontanamento forzato dalle proprie terre o dalle proprie comunità provocato, nella maggioranza dei casi, dalla pressione dei cosiddetti gruppi “paramilitari”. Questi gruppi, da soli o insieme alle Forze Militari colombiane, hanno sequestrato e fatto sparire almeno 15.000 colombiani; li hanno seppelliti in più di 3.000 fosse comuni o gettato i loro cadaveri nei fiumi; negli ultimi 20 anni hanno assassinato oltre 1.700 indigeni, 2.500 sindacalisti e i circa 5.000 membri del solo partito “Union Patriotica”.

I paramilitari torturano “regolarmente” le loro vittime prima di ammazzarle. Tra il 1982 e il 2005 hanno perpetrato oltre 3.500 massacri e si sono appropriati di oltre 6 Milioni di ettari di terra. Dal 2002, dopo la loro “simulata smobilitazione”, ogni anno hanno assassinato 600 persone. Dal 2002, i membri dell'Esercito Nazionale colombiano hanno commesso più di 950 esecuzioni extragiudiziali, presentando la maggior parte delle vittime (leader sociali o sindacali) come presunti guerriglieri.

Solo nel Gennaio 2008, i paramilitari hanno commesso 2 massacri, 9 sparizioni forzate, 8 omicidi; mentre l'Esercito ha commesso 16 esecuzioni extragiudiziali. In Colombia, funzionari di Stato e paramilitari violano i Diritti Umani ed il Diritto Umanitario Internazionale. Al contrario delle dichiarazioni formali del Governo del Presidente Alvaro Uribe Velez – noto ispiratore del Paramilitarismo in Colombia – molti gruppi paramilitari non si sono mai smobilitati; ora si fanno chiamare “Aquile Nere”.

A tutt’oggi l'immensa maggioranza di questi Crimini di Lesa Umanità resta nella totale Impunità !

Nonostante per loro stessa ammissione, il paramilitarismo controlli il 35 % del Parlamento e oltre 60 “fedeli servitori dello Stato” – tra funzionari, parlamentari, senatori e ambasciatori colombiani, nonché impresari e membri delle Forze Armate, di ogni ordine e grado – siano accusati di collaborare ai criminali piani di sterminio di massa, questi tristemente famosi “Para-Politici” rivestono a tutt’oggi incarichi ufficiali, ad es. diplomatici (incluso in Italia).

È indubbio che le azioni del paramilitarismo, la “para-politica” ed i crimini di Stato, abbiano volontariamente concesso grandi benefici alle Transnazionali e all’Oligarchia Nazionale. L'allontanamento forzato e i massacri compiuti in tutto il territorio nazionale stanno producendo l'annientamento e l'indebolimento di molte organizzazioni sociali, facilitando di fatto il saccheggio e lo sfruttamento delle risorse naturali e la privatizzazione delle imprese statali. Le denunce contro Coca Cola, Nestlé, Chiquita Brands, Dole, Del Monte, Drummond, Glencore, OXI, BP e molte altre, evidenziano le strategie e i reali obiettivi delle Transnazionali in Colombia, nonché il ruolo giocato dal Terrorismo di Stato al loro fianco.

Oggi, mentre la stragrande maggioranza della popolazione colombiana si trova ben al di sotto della soglia della povertà, la spesa militare è cresciuta enormemente, superando il 6.5% del PIL. Dei 3,56 miliardi di investimenti totali previsti dal Governo Nazionale, 2,3 miliardi di Dollari, cioè il 65 %, sono stati destinati al settore militare.

…ALLA FACCIA DELL’INESISTENZA DEL CONFLITTO SOCIALE E ARMATO INTERNO !!
Un conflitto causato dall’ingiusta distribuzione delle ricchezze e dal controllo delle risorse da parte di oligarchia e multinazionali.

Manifestiamo tutti/e insieme la nostra incondizionata solidarietà verso la lotta di resistenza del popolo colombiano e le vittime del Terrorismo di Stato in Colombia; per la liberazione delle migliaia di Prigionieri Politici; per il ritorno delle migliaia di Esuli, per il rispetto dei Diritti Umani, per un paese LIBERO e SOVRANO.
Esigiamo Verità, Giustizia e una giusta Punizione per i responsabili materiali e intellettuali di tanto orrore in Colombia.
Esigiamo che il Governo italiano e l’Unione Europea
smettano di finanziare il regime paramilitare di Alvaro Uribe Velez
Mai più fosse comuni ! Mai più sfollamenti forzati !
Mai più paramilitari ! Mai più para-politici !
Mai più crimini di Stato !

ROMA, PIAZZA CAMPO DE FIORI, ORE 16,30

PROMUOVONO: Comitato “Carlos Fonseca”, Rete italiana di solidarietà Colombia Vive, Associazione
A SUD, Confederazione COBAS, Cobas Bologna, Colombiani in Italia