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evadi dalla giungla metropolitana....non votare!

autore:
coordinamento per l'autonomia di classe-roma

si puo' fare.....in proprio.La gioiosa macchina da guerra elettorale trasforma le urne funerarie in urne elettorali.
Becchini e sciacalli dei partitoni della liberta’ e della democrazia non si fanno mancare nulla.
Vogliono gli operai in lista, quelli rimasti vivi.

OPERAI
per tutte le stagioni, e per tutte le operazioni….

Diritto alla vita ed alla salute poco o niente, ma guai a toccare il diritto al voto, ed alla candidatura!
Sarebbero capaci di tenerci in vita artificialmente, pur di farci votare, lor signori della politica.
Ci vogliono a rappresentare un pezzo di “societa’ civile”, insieme a padroni e majorettes dell’ultima ora.

Il guaio, pero’, non e’ che loro ci provano con la loro democrazia avariata.
Il guaio e’ che qualcuno di noi, ancora ci casca, corrotto dalla loro bella vita.
Il guaio e’ che, dopo averci rubato le braccia, spesso, ci rubano pure il cervello.
E cosi’, invece di farci gli affari nostri, collaboriamo ai loro, di affari.
E cosi’, invece di costituirci in partito autonomo, lucidiamo i loro, di partiti.

I morti operai, dopo essere stati seppelliti dalla retorica e dalla indifferenza, vengono usati per la bisogna e la prebenda di politici e sindacalisti, di attori e registi, di preti, scrittori e psicologi.
Sui morti operai si fanno canzoni, si girano film, si raccattano voti……tanto, gli operai non dicono niente, non si ribellano, non fanno piu’ paura.

Un’altra dura lezione a dimostrarci che siamo soli.
SOLI!
Il problema e’ capirlo, prenderne coscienza, fino in fondo.
Il problema e’ tirarne le dovute conclusioni, fino alle estreme conseguenze.

Ci dispiace per gli operai candidati.
Non li voteremo!

coordinamento per l’autonomia di classe

enjoy the silence

autore:
www.acrobax.org
Sommario:
un piccolo contributo alla discussione che nn c'e'!!!...

Abbiamo scritto questo documento per condividere il dibattito del collettivo Acrobax su quello che sta accadendo nella nostra citta' e non solo.
Sono passati cinque anni da quando abbiamo occupato gli spazi dell’ex cinodromo, cercando di animare insieme a tanti altri il conflitto sociale a Roma. Abbiamo lanciato ed accolto una serie di suggestioni, che ci hanno spinto a definire lo spazio che quotidianamente viviamo come 'laboratorio'.
Spesso dunque abbiamo usato la parola sperimentazione: e' accaduto nel caso di vertenze sul lavoro, di campagne di comunicazione sociale o di iniziative politiche nazionali.
Vista la mancanza di luoghi realmente pubblici di dibattito comunichiamo con trasparenza le scelte politiche che abbiamo deciso di intraprendere.

Affermiamo prima di tutto che la maggior parte delle contraddizioni che viviamo in questo angolo di mondo traggono origine, da quei processi economici globali oggetto della critica dei movimenti sociali da Seattle in avanti. Lo sfruttamento e la privatizzazione delle risorse primarie e dei beni comuni, la divisione internazionale del lavoro, la guerra globale e permanente, la devastazione ambientale, la finanziarizzazione dell’economia sono solo alcune delle scelte e delle conseguenze del capitalismo globale. Lo 'strapotere dell’economia sulla politica, dell’ economia capitalista sul ruolo della politica, tendono ormai inesorabilmente a fare della prima il modello anche di governo delle contraddizioni, dei processi di sviluppo, finanche dei valori, a scapito della seconda, cioe' la politica, ormai sempre piu' attenta a garantire i profitti dei grandi e medi imprenditori, delle multinazionali, minacciando sempre piu' spesso gli interessi generali e ancor di piu' delle classi subalterne. Tanto che il ruolo stesso della politica entra in crisi a partire proprio dalle forme della rappresentanza e prima di tutte quella istituzionale. Come se lo strapotere dell’economia, o meglio dello sfruttamento capitalistico, sembra non avere alcuna frontiera da oltrepassare avendo ormai distrutto o meglio, soggiogato, il ruolo e le finalita' stesse della politica sempre piu' forma di leggittimazione alle scelte del capitale'…
E’ sempre piu' evidente che le istituzioni internazionali, dal G8 al Fondo Monetario Internazionale, sono le forme del nuovo regolazionismo globale dove il principio di rappresentanza poitica definitivamente soccombe di fronte alla centralita' dell'economia e del suo funzionamento, lo strumento che serve a legittimare lo sfruttamento di milioni di persone in tutto il mondo.

L'Italia, a partire proprio dalle trasformazioni produttive avvenute negli ultimi decenni, con la frammentazione del lavoro e l'impresa a rete, risponde a questa doppio livello, del capitale e della politica, riformulando una azione sistemica: passare da un paese che ha sempre visto la rapprensentanza tener conto delle diverse anime anche culturali che si sono rese protagoniste spesso dell'assetto istituzionale, in un paese a carattere bipolare e bipartitico che tende alla soluzione presidenzialista per garantire governabilita' alle scelte sia politiche che economiche.
Ma c’e' di piu': l’accelerazione verso il bipartitismo non solo e' sempre piu' costitutiva dello spazio politico istituzionale odierno, ma i suoi dispositivi, dalla nascita del PD - e del suo simmetrico contro-altare PDL - in avanti, stanno permeando progressivamente lo stesso tessuto sociale sul quale poi si esercitano le prove di democrazia blindata ed eterodiretta.
Un sistema sul quale scommettono quei poteri forti che hanno bisogno della parte sostanziale di cio' che va sotto la denominazione di 'governo delle larghe intese', in particolare quando si tratta di governare le contraddizioni sociali. Poteri forti che non cercano tanto la formalizzazione di un esplicito accordo di governo tra le parti, quanto piuttosto, un accordo di sistema che va al di la' di chi poi effettivamente governa e vince le elezioni per far fronte ai due scenari che sono indissolubilmente legati: da un lato perseguire l’univoca direzione del neoliberismo globale per le riforme istituzionali, i mercati, il lavoro, il welfare e via discorrendo, dall’altro far fronte alle tensioni e alle conseguenze sociali che tutto cio' comporta e comportera' nel futuro prossimo. Questo intervenendo con un profilo neo-autoritario della governance sulle contraddizioni materiali, sui conflitti sociali e sulle nuove frontiere tecnologiche
Un’accelerazione bipartitica che sta permeando il sociale con un duplice risultato: da un lato conquistare un riverente e mediocre consenso che si moltiplica negli atteggiamenti passivi, senza piu' consapevolezza e critica e cioe' far credere che la semplificazione bipartitica risolva i mali del paese, dall'altro l’abbandono della partecipazione politica come mpossibile spazio di trasformazione.

Tutto cio' appare ancora piu' chiaro in questo periodo in cui ci troviamo nel vivo della campagna elettorale. La scelta non e' neanche piu' quella del “menopeggio”, piuttosto e' la scelta di non poter, e da parte nostra non voler scegliere, perche' le nostre scelte sono le nostre lotte e i nostri vissuti quotidiani, perche' le nostre scelte guardano altrove.

Si tratta piuttosto di una questione centrale che potremmo definire di onesta' intellettuale, culturale e politica. Non si puo' non leggere la crisi della rappresentanza politica istituzionale di fronte ai movimenti del NO che, con mille difficolta' e contraddizioni dalla Val di Susa a Vicenza passando per la Campania coperta di rifiuti, stanno ponendo con forza una questione dal sapore antico ossia: chi decide delle nostre vite?!

In questa fase non si puo', a nostro giudizio, essere contigui con quel mondo prepotente ed arrogante del potere politico che e' un potere sempre piu' corrotto ed attento affinche' si garantiscano quelle forme di sfruttamento e profitto che sono sotto gli occhi di tutti.
Dagli scandali finanziari legati alle speculazioni immobiliari, ai cannoli avvelenati del presidente della regione Sicilia, dalla mondezza di don Antonio Bassolino, alle vergogne ed infamie del g8, dallo scandalo della Banca d'Italia al crak parmalat, dalla corruzione dei servizi segreti alle inchieste insabbiate e dimenticate sui politici collusi con i poteri forti.

Squallido contraltare di questo e' la scelta di candidare personaggi simbolici, dall'operaio della Thyessen alla mamma di Valerio Verbano, strumentalizzando cosi' tragedie sociali o storie politiche come pura merce elettorale.

Di fronte a tanto rumore, siamo felici di scegliere il silenzio.

Crediamo che sia necessario un processo costituente dei movimenti che ponga la questione della rappresentanza sociale dei conflitti aperti.
Ma ora, prima di tutto, c'e' da fare conflitto, cospirazione, agitazione,
individuando le giuste alternative per costruire spazi partecipati, sempre piu' ampi. Non condividiamo dunque la scelta di chi si candida, anche se solo nelle elezioni locali, perche' la nostra prospettiva generale di iniziativa contro la condizione diffusa di precarieta' lavorativa e sociale, ci porta a scegliere la strada della riproducibilita', dell'autorganizzazione, del protagonismo sociale.
Lo diciamo alla luce di una quotidianita' vissuta in una metropoli come Roma dove, sotto un tappeto di lustrini e abbracci ecumenici, e' stata nascosta la vita incerta, in bilico e precaria di migliaia di persone. Le trasformazioni urbanistiche, le speculazioni e la precarieta' disegnano giorno per giorno il volto di Roma. Sono frutto di contiguita' e interessi milionari, sanciti ormai nel nuovo Piano Regolatore che rappresenta lan grande opera conclusiva degli ultimi vent'anni di governo del centro-sinistra. Cemento e ridefinizione della vocazione di interi quartieri e quadranti di Roma, della loro composizione e soprattutto del loro valore di mercato. A fronte di cio' una precarieta' abitativa dalle cifre vertiginose, che impone a chi la vive lo strozzo di un mutuo o di un affitto, soluzioni in sovraffollamento o convivenze forzate. Una metropoli che si adegua al modello europeo di gestione e controllo sociale, fatta di espulsione obbligata in territori sempre piu' periferici da cui ne deriva una vita di pendolarismo, per migliaia di precari e precarie, tra i quartieri di nuova edificazione e la citta' vetrina e blindata del centro.
Come in tutte le metropoli moderne, il modello di governance delle contraddizioni impone la blindatura dei centri della citta', destinati ad essere spazio commerciale all’aperto, e riconfigurando gli spazi semi-periferici e periferici come luoghi di produzione e consumo materiale e immateriale.
La nuova citta' metropolitana attraverso gli accordi tra i poteri forti, i grandi consorzi cooperativi, il terzo settore, il terziario avanzato, l'industria culturale, e' espressione della capacita'
dell’amministrazione di Roma guidata da Walter Veltroni di gestire questa citta' come un'azienda regalando a piene mani precarieta' e sfruttamento a tutti gli altri.
Roma infatti resta la citta' con la piu' alta concentrazione di lavoratori precari di tutta Italia, quasi il 15% del dato nazionale, a cui si aggiunge il lavoro sommerso e nero che pur non essendo rappresentabile statisticamente, incide come elemento trainante di diversi settori economici: dall’edilizia all’industria del divertimento fino ai servizi di cura alla persona. Il miracolo romano lo si puo' leggere anche così: una enorme produzione di ricchezza che si basa su un esercito di lavoro precario.

Il modello Roma, la locomotiva d’Italia, con l’aumento costante del Pil
crea il proprio immaginario sulla partecipazione. Roma ogni giorno per le strade vende la finzione del suo marchio. La potremmo definire “la capitale della simulata partecipazione democratica”, in cui esiste una vera e propria verticalizzazione “in alto” del potere politico, chiuso in stanze sempre piu' appartate, ridefinendo il ruolo del Sindaco come il manager di un'impresa. Il basso serve solo a sostenere l’alto, a portare consenso: non deve avere autonomia e non puo' avere progetto. In alto, se continua a manifestarsi conflitto dentro la politica esso e' di “lobby”, tra fazioni e cordate. In basso, il mondo enfatizzato dell’associazionismo e l’universo variegato e molteplice dei movimenti sociali hanno solo una funzione di “spia” di interessi, bisogni e desideri: se si esprimono e se superano una certa soglia li si intercetta, si trova una mediazione o si reprime nell’invisibilita', con vere e proprie operazioni di polizia.
Chi si candida oggi, nel tentativo di rappresentare le alterita', o a porsi come spazio di gestione e mediazione dei conflitti, rischia di condannare i migliori elementi di originalita' ed innovazione propri delle lotte sociali e delle intelligenze di chi le anima ad un meccanismo di sussunzione ad un sistema della compatibilita'. Sistema che invece andrebbe una volta per tutte smascherato e deriso, decostruito e abbandonato.

Grandi annunci e operazioni di marketing politico e territoriale ci propongono la ricetta che viene decantata da Veltroni anche come segretario del PD: ripresa e crescita economica da un lato e tagli alla spesa pubblica dall'altro. Poi, in un secondo tempo, si potra' redistribuire. “Dopo, piu' in la', nel futuro”: i termini del vocabolario dell’incertezza a cui ci hanno abituato. Nella realta' questo si traduce nell’impossibilita' di immaginare, progettare e praticare un futuro.
E' per questo che da tempo usiamo definire la vita che ci costringono a fare una vita da pazzi, una vida loca; una vita che, pero', potrebbe essere risignificata, una vita vissuta follemente e rivoltata di senso, affermando diritti negati e rivendicando la potenza del rifiuto.
Abbiamo voglia e necessita' di consolidare esperienze, sedimentare relazioni, avviare forme di lotta costituenti di societa' altra.

Il silenzio nei confronti di un mondo, non vuol dire silenzio nei confronti del mondo intero.

Il nostro silenzio, oggi, nella fase politica del supermarket elettorale, non vorra' dire immobilita', non e' una scelta passiva. Abbiamo bisogno, al contrario, di agirlo. Lo immaginiamo come una sorta di virus sotterraneo: un movimento lento ed inesorabile che possa trovare dei varchi dove, finalmente, esplodere e dilagare, per noi il senso della politica e' puro piacere e non puo' essere rinchiuso nella tattica e nell'opportunismo.

Abbiamo trovato infatti, in questi anni, delle risposte ai nostri quesiti, ma le trasformazioni e la condizione di precarieta' diffusa ci hanno posto delle nuove ed incalzanti questioni. La certezza che abbiamo e' che queste condizioni vadano affrontate in una dinamica comune.
Questo significa leggere le pulsioni spontanee espressione del sociale e capire come si conquistano nuovi territori di cospirazione e conflitto, mentre rifiutiamo la politica spettacolo, dei media mainstream e delle decisioni ristrette della politica di palazzo.
Vogliamo valorizzare le specificita' dei percorsi che viviamo e poter trovare il difficile equilibrio tra l’attivazione e la precarieta' che segna i ritmi delle nostre giornate.
Vorremmo poter scegliere di camminare in autonomia perche' continuiamo a pensare ad una societa' altra e consapevole in cui gli uomini e le donne siano libere di compiere le proprie scelte all’interno di garanzie sociali collettive che in questo paese sono negate. Vorremmo paragonare questa fase in cui entriamo al silenzio degli zapatisti: ritirarsi dagli spazi, a tratti privatizzati, del cielo della politica per poterci dedicare agli spazi, sicuramente piu' interessanti, della politica nella societa',
dal basso.

Non a caso pubblichiamo questo documento nel giorno in cui viene imposto il silenzio elettorale vorremmo remixare un vecchio slogan:

“SOTTRARSI, MOLTIPLICARSI E RILANCIARE”.

LOA Acrobax

Dal “Massacro di Tienanmen” alle "Proteste di Lhasa”

autore:
Freebooter
Sommario:
Tienanmen & Tibet: le fabbricazioni dei media occidentali

Dal “Massacro di Tienanmen” alle "Proteste di Lhasa”
di Xiaoping Li
10 aprile 2008
Mentre leggevo e guardavo la cronaca sui "contestatori" tibetani scatenare la loro rabbia "repressa" contro i civili Han a Lhasa il 14 marzo 2008, avvertivo un'opinione comprensiva dei giornalisti che descrivevano delle azioni violente come una "prova" della "stretta di Beijing" sul Tibet, mentre nella loro cronaca le vittime erano quasi invisibili.
Cronaca non imparziale, pensai. Osservai in rete e trovai resoconti di testimonianze oculari da parte di turisti occidentali. Descrivevano "folle in tumulto" "impazzite" in "sommosse" e mostravano video di civili venire inseguiti, lapidati e picchiati. Provai simpatia per le vittime.
Quindi, incontrai per caso un ritaglio video della CTV, una rete televisiva nazionale del Canada, che mostrava poliziotti nepalesi dal viso scuro picchiare dimostranti tibetani con randelli mentre un tibetano parlava dei cinesi reprimere le proteste. Mi resi conto che un simile innesto era una grossolana falsificazione.
Non pareva essere un errore poiché trovai falsificazioni simili in altri quotidiani mainstream e programmi TV occidentali. Iniziai a chiedermi: Vi è una cospirazione occidentale per denigrare la Cina? Oppure questo è soltanto un riflesso del sentimento dell'occidente verso il problema del Tibet?
Ad ogni modo, la mia fiducia nell'imparzialità ed obiettività dei media occidentali iniziò a vacillare. Mi chiesi se ero stato ingannato dal loro resoconto del "Massacro di Tienanmen".
Mentre ero uno studente all'Università di Toronto, coordinai, immediatamente dopo il "Massacro", la campagna per inviare via fax rapporti con immagini degli uccisi da Beijing ad altre parti della Cina, per raccontare la verità alla gente.
I miei genitori in Cina mi avevano avvisato di non partecipare ad alcun movimento politico dal momento che durante la Rivoluzione Culturale mio padre era stato incarcerato per quattro anni senza un processo e tutti nella mia famiglia erano stati coinvolti.
Ma non ritornai in Cina. Ero stato sbattuto fuori dalla Cina dalla dichiarazione al mondo del governo che "in Cina non esistono omosessuali".
Per i miei colleghi studenti "massacrati" in Piazza Tienanmen, dovevo fare la mia parte per diffondere i resoconti della verità dei media occidentali in altre parti della Cina, al sicuro dal Canada.
Uno dei destinatari dei nostri fax ci rispose via fax per ringraziarci di aver raccontato la verità. Quindi, ci dissero di smettere di inviare fax perché erano state stazionate guardie presso le macchine fax. Il governo cinese affermava che nessuno morì in Piazza Tienanmen.
Mi rifiutavo di crederci.
Ora, dopo essere stato testimone della cronaca distorta dei tumulti di Lhasa da parte dei media occidentali, non ero così certo se il “Massacro” che mi era stato raccontato fosse vero.
Ho svolto ricerche in rete e ho scoperto un documentario in 20 segmenti in cinese. Faceva la cronaca del movimento studentesco di Tienanmen con interviste ai capi degli studenti e ad altre personaggi di primo piano su Piazza Tienanmen. Sembrava credibile. Rivelava fatti che prima non conoscevo.
Alcuni che facevano sciopero della fame in realtà mangiavano. Avevo visto un video del governo cinese che mostrava alcuni che facevano sciopero della fame, compreso il leader degli studenti Wuer Kaixi, mangiare in un ristorante e lo accantonai, in parte perché non lo avevo visto nella cronaca dei media occidentali.
Non vi fu nessuna democrazia in Piazza Tienanmen. Chiunque controllasse l'altoparlante parlava per conto di tutti. Fazioni di studenti combattevano per controllare l'altoparlante. Giornalmente vi erano circa tre-quattro colpi di mano.
Dopo che il governo aveva fatto una concessione dopo l'altra alle richieste degli studenti, il 27 maggio 1989 una coalizione di leader degli studenti e di lavoratori ed intellettuali sostenitori concordò che gli studenti avrebbero lasciato Piazza Tienanmen il 30 maggio, in modo che potessero, come da lungo sosteneva il leader studentesco Wang Dang, continuato a portare avanti la democrazia delle associazioni di base nelle città universitarie.
Ma i capi degli studenti radicali cambiarono idea e decisero di restare nella piazza. Uno di loro era il comandante in capo Chai Ling.
Chai Ling aveva confidato ad un giornalista americano: "ciò che in realtà speriamo è un massacro, il momento nel quale il governo non ha altra scelta che massacrare sfacciatamente la gente... Non posso dire tutto ciò ai miei colleghi studenti. Non posso dir loro chiaro e tondo che dobbiamo utilizzare il nostro sangue e le nostre vite per invitare il popolo ad insorgere".
"Resterai nella piazza tu stesso"? chiese l'intervistatore.
"No, non resterò".
"Perché"?
“… Voglio vivere".
Questo spiegava perché, nelle ore del mattino del 4 giugno, quando le truppe entrarono dalla periferia di Beijing verso Tienanmen, sparando sui civili che bloccavano le strade lungo il percorso, Chai Ling insisteva perché gli studenti restassero nella piazza.
Comunque, un popolare cantante di Taiwan, Hou Dejian, che dal 2 giugno era nella piazza in sciopero della fame per dimostrare solidarietà con gli studenti, circa alle 4.30 negoziò attraverso un comandante militare un accordo per permettere agli studenti di andarsene pacificamente.
"Corremmo fuori dalla piazza dall'angolo di sud est. Ero vicino alla fine della linea", ha detto Liang Xiaoyan, un lettore dell'Università di Studi Stranieri di Beijing.
(IL giorno seguente, iniziai a coordinare la campagna di fax per raccontare alla gente in altre parti della Cina del "Massacro di Tienanmen").
"Alcuni dissero che nella piazza erano morti in duecento ed altri affermarono che morirono in duemila. Vi erano anche storie di carri armati investire studenti che cercavano di andarsene". In una intervista Hou Dejian disse: "Devo dire che non vidi nulla di questo. Non so dove l'abbiano visto quelle persone. Io stesso mi trovavo nella piazza fino alle sei e mezzo del mattino".
"Continuavo a pensare", continuò. "Utilizzeremo delle menzogne per attaccare un nemico che mente"?
Il Massacro di Tienanmen non è mai avvenuto! Il mio cuore scoppiava. Ho inviato in Cina fax di menzogne. No, questo non può essere vero. Questo documentario, in cinese, probabilmente è fatto dal governo cinese.
Alla fine del film, vidi i titoli di coda:
Prodotto e diretto da
Richard Gordon
Carma Hinton
Sentivo che avrei avuto a che fare con la mia coscienza per il resto della mia vita. Si, molte persone morirono a Beijing il 4 giugno. Un mio ex compagno di classe vide un uomo cadere dalla bicicletta dopo essere stato colpito quando scappavano tutti via da Piazza Tienanmen. Ma nella piazza non vi fu nessun massacro.
Cominciai a capire la saggezza nell'avvertimento dei miei genitori. Vero, in qualsiasi confronto politico, le parti opposte sarebbero invogliate ad utilizzare menzogne per ottenere giustizia e gli ingenui partecipanti verrebbero presi nel mezzo. Credere ciecamente ad una delle due parti sarebbe pericoloso.
Mi chiesi se i media occidentali avessero riferito del movimento studentesco di Tienanmen con occhio critico, invece che con indulgenza romanticizzata. Forse gli studenti cinesi di Piazza Tienanmen, che ammiravano tanto la democrazia occidentale da avere eretto la statua della "Dea della Libertà" in Piazza Tienanmen, potevano seguire i suggerimenti più concreti di Wang Dang e Hou Dejian di lasciare Piazza Tienanmen e continuare il loro movimento democratico a livello di base nelle università. Il 4 giugno lo spargimento di sangue nelle strade che portano a Piazza Tienanmen forse poteva essere evitato.
I media occidentali hanno una potente influenza su coloro che desiderano la democrazia. Questo è stato il caso nel 1989 a Tienanmen. I media mainstream sono potenti nell'influenzare chi ha la peggio nelle società occidentali. Anche questo è stato il caso nel 1989. Io, come molti studenti cinesi in occidente, sentimmo una spinta di auto-rispetto quando i media portavano la cronaca positiva alle nostre manifestazioni a sostegno degli studenti a Beijing. Non così molto tempo fa, ci sentivamo guardati dall'alto in basso per il nostro cibo puzzolente, l'inglese scarso e le sporche Chinatown. Improvvisamente, venivamo guardati con rispetto.
Non è troppo tardi per i media riferire sulle questioni del Tibet con occhio critico, che in definitiva beneficerà i tibetani, i cinesi Han, le Olimpiadi ed il mondo.

© Copyright Xiaoping Li, Global Research, 2008

M.O.: L'ESERCITO ISRAELIANO SI RITIRA DA GAZA

autore:
occhisulmuro

Citta' di Gaza, 09:30

M.O.: L'ESERCITO ISRAELIANO SI RITIRA DA GAZA
Le forze israeliane si sono ritirate dalla Striscia di Gaza a conclusione di un'incursione anti-Hamas, che ha fatto sette morti, tra cui un bambino di 10 anni. L'operazione si e' conclusa questa mattina alle 04:00 e testimoni palestinesi hanno confermato il ritiro dei blindati israeliani che ieri si erano inoltrati di circa un chilometro nel territorio.

ABDELLATIF IBRAHIM FATAYER LIBERO SUBITO!

Autore:
Rete Antifascista Perugina
Immagine5:

IBRAHIM ABDELLATIF FATHAYER LIBERO SUBITO!

Abdellatif Ibrahim Fatayer, palestinese di 43 anni, ha scontato 20 anni di carcere duro in Italia per l’operazione FLP, di Abu Abbas, dell’Achille Lauro. Uscito nel 2005 in libertà vigilata a Perugia con l’obbligo della firma fino al 20 aprile 2008, mercoledì 9 aprile, si è recato a firmare in questura e in quella sede gli sono stati comunicati la revoca della libertà vigilata e il trasferimento in un c.p.t. di Roma. E' stato trattenuto nella questura di Perugia per 4 ore così come si era presentato: senza soldi, senza un cambio, senza un soprabito, con una sola maglietta addosso e senza poter avvisare nessuno. Il cellulare gli è stato sequestrato perché dotato di videofonino. In questura c'era un giornalista della Nazione al quale lui ha potuto dire di avvisare l'opinione pubblica che lo stavano deportando a Roma (naturalmente l'anonimo giornalista della Nazione ha condito l'articolo pubblicato, con alcune considerazioni che Ibrahim non condivide e diverse inesattezze). Dalla questura, mercoledì notte, è stato trasferito al lager di Ponte Galeria e lì, grazie alla solidarietà di altri detenuti, che gli hanno prestato un cellulare, ha potuto avvisare qualche compagno qui a Perugia di cosa gli stava succedendo e del trattamento a lui riservato dalla digos di Perugia.
La richiesta di trattenimento presso il CPT in attesa di espulsione (non si sa dove: non ha i documenti: è un palestinese senza patria), avanzata dalla Prefettura e dalla questura di Perugia, è stata convalidata ieri, 11 aprile, nel corso di un udienza che è durata 2 minuti, senza che lui abbia potuto incontrare il suo avvocato.

Ibrahim è nato in Libano il 7.10.1965, nel campo di Tall Al Zaatar, divenuto tristemente famoso per la strage commessa dai siriani nel 1976. Ha visto uccidere il padre che cercava di proteggerlo dai militari, davanti ai suoi occhi quand'era bambino. Ha perso quasi tutta la sua famiglia nella guerra del Libano degli anni '80 e successivamente. Ha fatto la guerra per la liberazione della Palestina, il suo Popolo, la sua identità.
Il 7 ottobre del 1985 s'imbarcò sull'Achille Lauro con altri giovani profughi palestinesi, per scendere al porto israeliano di Ishdud e rapire dei soldati israeliani in cambio della liberazione di alcuni prigionieri palestinesi. Le cose non andarono secondo i piani prestabiliti e nella base americana di Sigonella, in Sicilia, Ibrahim fu arrestato insieme ai suoi compagni e condotto in carcere a Spoleto, dove rimase oltre 2 anni in totale isolamento. Dopo Spoleto Voghera e poi ancora Spoleto (sez. EIV), Livorno (sempre in sezione EIV), Spoleto.
Poté vedere sua madre due sole volte prima che morisse, mentre era a Voghera.
Aveva 20 anni quando entrò nelle carceri italiane e ne uscì a 40.
Aveva una famiglia in Libano, ora non ce l'ha più.
Chi lo ha conosciuto lo ricorda corretto sempre con tutti, verace e simpatico.
Nei 3 anni di libertà vigilata a Perugia, dormiva in un appartamento della Caritas, lavorando inizialmente in un kebab, ma non ci stava dentro e voleva qualcosa di più solido, una esigenza legittima, per un esiliato.
La permanenza a Perugia è stata segnata da costanti molestie da parte delle forze dell'ordine e dei servizi.
Nel 2004 ricevette delle richieste, girate per rogatoria alla Magistratura di Spoleto e Perugia, per cui gli USA lo volevano ancora processare per l'Achille Lauro, in barba al processo di Genova e ai decenni scontati di galera. Non procedettero per rogatoria perché la riapertura dell'inchiesta doveva rimanere segreta e la notizia trapelò su alcune testate giornalistiche, suscitando un certo clamore mediatico. Hanno aspettato adesso le elezioni per farlo fuori, per farlo finire a Guantanamo, o Abu Graib, o in qualche altro infame tugurio dell'imperialismo!
Come ha scritto il cronista della Nazione: "Non c'è Stato che voglia riconoscere l'ex feddayn dell'Achille Lauro, é un cittadino troppo ingombrante. Dopo l'inferno del carcere e il limbo di Perugia, ora lo attende un non-luogo."

NON POSSIAMO PERMETTERGLIELO!
LIBERTA' PER IBRAHIM ABDELLATIF FATHAYER!

Attiviamo il prima possibile una rete di mobilitazione, per rompere il silenzio, per costruire a breve un'iniziativa nazionale di solidarietà che impedisca quest'ennesimo sequestro a firma CIA.
Attiviamo la solidarietà, scriviamo a Abdellatif Ibrahim Fatayer, c/o C.R.I. C.P.T di Ponte Galeria, via Portuense 1680, km 10.400 - 00148 – Roma
SRP Veneto ha già lanciato questa campagna di solidarietà e di denuncia, e sta contribuendo alla controinformazione su questo caso con un’intervista ad Ibrahim. Noi vi aderiamo e ci auguriamo che altre situazioni si mobilitino per rompere il silenzio su Ibrahim, per i palestinesi, per la Palestina.
Per comunicare proposte di mobilitazione e solidarietà, scrivere a ibrahim65_1@libero.it

Rete Antifascista Perugina

Casa, il prefetto indice un incontro tra movimenti di lotta e costruttori

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Da liberazione di sabato 12 aprile

Assemblea dopo le manganellate agli accampati in piazza San Marco

C'è una delibera comunale a Roma che riconosce e prevede una serie di misure per l'emergenza abitativa, la 110 del 2005, ma che giace ormai lettera morta. Ce n'è un'altra, invece, invisa alla cittadinanza e alle realtà territoriali, rifiutata dai movimenti e da diverse realtà politiche, che è correttamente applicata e risolutiva: la delibera 218 sulla Bufalotta, che «prevede - spiega Mario Campagnano, consigliere del IV Municipio- di inondare anche quella zona di Roma di cemento, farne oggetto di speculazione edilizia e creare ulteriori quartieri dormitorio a ridosso di enormi centri commerciali».
Questa è Roma oggi. Una città che sgombera una tendopoli, quella di piazza San Marco, ribattezzata non a caso "cittadella della dignità", a colpi di manganello sulle tende, arrestando chi opponesse resistenza passiva alle forze dell'ordine. Questo è accaduto martedì mattina, all'alba. Manganellate che non sono propriamente uno "svegliare gli accampati" come ha riferito Il Messaggero il giorno seguente. Manganellate che hanno ferito un bambino e una ragazza incinta di tre mesi, che ha riportato la frattura di due costole. Un modo di dire "buongiorno", secondo il quotidiano di Caltagirone?
È vero: «tutto è partito da un errore» ammette Emiliano Viccaro nel corso dell'assemblea pubblica tenutasi mercoledì nei pressi del Foro Traiano. «Domenica scorsa il Blocco Precario Metropolitano ha occupato alcuni immobili privati, di piccoli proprietari, nel quartiere Bufalotta. Questo ci ha fatto passare per prepotenti quando tutti sanno che la nostra regola principale è proprio quella di non toccare la proprietà di chi, dopo anni di lavoro, paga un mutuo a fatica per avere un tetto». Guido Lutrario spiega che «il nostro obiettivo sono i Fratelli Santarelli, che costruiscono mostri come il centro commerciale di Lunghezza, che riempiono di cemento Ponte di Nona, Case Rosse, Bufalotta. Noi diciamo basta alle speculazioni dei Caltagirone, dei Mezzaroma, degli Scalpellini: tutta gente che governa le nostra vite impedendo alle persone di avere una casa a prezzi "umani"».
«La richiesta di tutti i movimenti di lotta per la casa è sempre la stessa: che una parte degli immobili innalzati per far guadagnare milioni di euro ai costruttori vengano messi a disposizione dell'ediliza popolare» afferma Andrea "Tarzan" Alzetta di Action, per il quale «lo sgombro di piazza San Marco è stato una vendetta del Viminale per aver profanato la "sacra proprietà". Nell'assemblea di mercoledì abbiamo voluto parlare alla città, spiegando quello che è stato un errore nei luoghi, ma da cui si deve trarre il giusto messaggio: riempiamo di gente che vive per strada le migliaia di case vuote presenti in città».
Ma l'errore più grave, secondo Massimiliano Smerigilio, segretario Prc di Roma «lo ha compiuto chi ha ridotto l'emergenza abitativa a un problema di ordine pubblico» evidenziando «l'evidente sproporzione tra la mobilitazione dei senza casa e gli arresti effettuati».
«Di questo e molto altro si parlerà nel tavolo di confronto indetto per la settimana post-voto dal prefetto Mosca al quale siederanno movimenti, realtà sociali e sindacali, esponenti politici e le associazioni dei costruttori» rassicura il consigliere regionale Peppe Mariani.
L'assessore alle Perifere Dante Pomponi, intervenuto nell'assemblea di mercoledì, spiega come sia «necessario ripartire dalla delibera 110. Dovere della prossima amministrazione sarà renderla efficace: servono case a canone sociale, a prezzi nettamente inferiori a quelli di mercato, e nuovi strumenti per affrontare con energia il problema della casa».

12/04/2008

Roma, giovani e migranti in corteo per l'"emergenza casa"

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Sommario:
Da liberazione di sabato 12 aprile

Roma, giovani e migranti in corteo per l'"emergenza casa"

«Libero di resistere». È questo lo striscione che apriva ieri il corteo di vari movimenti di lotta per la casa romani, che da piazza dell'Esquilino (quartiere ad alta percentuale di immigrati) è arrivato in piazza Madonna di Loreto, nel centro della capitale. La manifestazione, a cui hanno partecipato diverse centinaia di persone, è stata organizzata dopo lo sgombero, avvenuto martedì mattina, della tendopoli in piazza San Marco, nei pressi di piazza Venezia, messa su domenica dopo l'occupazione di uno stabile a Bufalotta. Lo sgombero della tendopoli aveva portato in carcere cinque attivisti, che però, nel primo pomeriggio di ieri, hanno ottenuto la scarcerazione. A partecipare al corteo ci sono le Rdb, Blocco Precario Metropolitano e movimenti di lotta per la casa romani, tra cui Coordinamento cittadino di lotta per la casa, Comitato popolare lotta per la casa. Tanti gli striscioni portati in piazza, tra cui «Contro le rendite dei grandi costruttori, per il diritto alla casa e al reddito». A sfilare tanti giovani, ma anche stranieri.

Mani a Roma

autore:
imc roma
Sommario:
Dopo gli arresti e lo sgombero del presidio di piazza venezia

Nonostante la pioggia, la convocazione del corteo solo 24h prima, una Roma paralizzata dalla campagna elettorale, la risposta del movimento di lotta per la casa non si e' fatta attendere.
Tutte le sigle presenti in piazza, con gli striscioni retti dalle tante famiglie di occupanti, tanta rabbia e piu' di 2000 persone presenti.
In attesa che scarcerassero i nostri 5 compagni nonostante il gip in mattinata avesse dato l'ordine di scarcerazione.
Liberati i nostri compagni e in attesa del processo, il movimento di lotta per la casa continua ad andare avanti.

non vo(mi)tare!

Autore:
coordinamento per l'autonomia di classe-roma
Immagine5:

ASTENSIONISMO ANTIISTITUZIONALITA’
AUTONOMIA DI CLASSE!
contro il trasversalismo bipartita e tutti i suoi attacchini.

L’imbarbarimento tipico della societa’ capitalistica e della metropoli imperialista, assume in Europa
( ed in Italia ), un aspetto particolare.
Il lungo ciclo di riflusso della lotta di classe sta producendo una sorta di fermo immagina sociale e politico, impermeabile a cambi di governo ed a “rivoluzioni giustizialiste”.
L’aumento e la differenziazione della stratificazione sociale tiene in scarso conto le evoluzioni ed i trasformismi sovrastrutturali, provocandone una costante situazione di inadeguatezza.
L’altra faccia della deregulation del lavoro salariato e’ la formazione ed il consolidamento di un blocco sociale misto, proprietario, portatore delle ideologia di legge, ordine e sicurezza.
A questo blocco sociale misto ( borghesia + piccola borghesia plurireddito ), in assonanza con le necessita’ Europee, occorre una ristrutturazione di sistema, che fluidifichi i meccanismi di funzionamento dello stato ed acceleri il processo di adeguamento ai vincoli imposti dalla competizione continentale sul mercato mondiale.
Se da un lato questa esigenza trova riscontro e rappresentanza trasversale in lobby economiche e politico-parlamentari, dall’altra, diffuse sono le resistenze dell’euroscetticismo nordista in connubio con il localismo della spesa pubblica corrente.
La dialettica e lo scontro tra queste due filiere del comando capitalista, ed il riflesso nel turbolento cammino verso la semplificazione bipartita, sono alla base dell’odierno impasse di sistema.
E’ un impasse, un rallentamento, che non fermera’ il processo semplificativo e di cessione di sovranita’ statual-nazionale al blocco europeo, ma ne rende tuttora inadeguato il ritmo e la scansione temporale, provocando insieme alla sfasatura tra struttura e sovrastruttura una continua fibrillazione politico-elettoralistica.
Questa situazione di stallo, di scarsa decisionalita’ degli esecutivi, di guado non ancora oltrepassato dalle repubbliche funzionali, e’ la base materiale del diffondersi delle ideologie e delle statistiche di stato su presunte “mucillagini”, “spappolamenti e coriandoli sociali”.
Il perpetuarsi della instabilita dello stato delle cose concrete viene unitariamente ed interamente scaricato sul proletariato, vittima di una progressiva spoliazione di garanzie, diritti e conquiste realizzate nel passato ciclo dominato dal sistema del welfare clientelar-partitico.
Stiamo vivendo i tempi dell’attacco conclusivo al vecchio sistema contrattuale, alla sua unicita’ nazionale, al posto del quale va sostituendosi il sistema decentrato, legato alla produttivita’ territoriale ed alla meritocrazia individuale; la discrezionalita’ aziendale ed il comando padronale, sancite dall’aggiornata concertazione sindacale nei bidoni contrattuali, annullano ogni difesa collettiva, sindacale e normativa.
Gli operai stanno rimanendo da soli, e forse, ne stanno prendendo coscienza.
Lavorano sempre di piu’, sempre piu’nell’incertezza, sempre peggio, con sempre minore sicurezza, con maggiori pericoli e nocivita’, e vanno in pensione sempre piu’ tardi, quando ci vanno.
Il movimento reale sta determinando una oggettiva scarnificazione degli orpelli, delle giustificazioni morali ed ideologiche, dei tentativi di addolcimento, intorno alle classi sociali.
Tra le nebbie della nuova complessita’ sociale, la violenta divisione di classe comincia a farsi distinta, ed a non trovare soluzioni compatibili.
E’ per questo che il potere corre ai ripari, con le solite armi intrecciate della corruzione individuale e della repressione di classe; e’ per questo che ad alcuni operai si fa “saltare il fosso” della propria appartenenza materiale per farli strumento elettorale della pacificazione sociale.

Anche l’astensionismo puo’ essere un indice della rottura, della scissione di classe.
Anche l’astensionismo puo’ essere un primo passo pratico, non sufficiente ma necessario, verso l’organizzazione dell’incompatibilta’ proletara.

coordinamento per l’autonomia di classe
( www.controappunto.org )

False Flag Advisory -- Bush and Israel

autore:
Captain Eric H. May
Sommario:
Two courageous officers on mission of conscience, Marine Major William B. Fox and Army Captain Eric H. May, post an extended advisory on the prospects of Bush League treason. They are thoughtful and thorough in documenting and illustrating "false flag at

False Flag Advisory -- Bush and Israel

By Major William B. Fox
and Captain Eric H. May

From Alert to Advisory

Last week we published "False Flag Alert -- April 7-11" to the American people on the Internet. Since Israel was running its largest-ever domestic military exercises during the week, everything necessary for a false flag attack was ready. A "false flag" refers to an attack carried out by one government to be blamed on another, usually in order to create an excuse to start a war.

We pointed out the numerous and substantial indicators from both the United States and Israel that a war with Iran might be in the works. Since current US public opinion will not support a unilateral war against Iran, we focused on the distinct possibility that Israel or the Bush administration might manufacture public support for a war by carrying out a false flag attack against the US military target abroad or a US civilian target at home.

Israel has finished its national war games, meaning that it is no longer on an active war footing. While the immediate and extreme danger inherent in the Israeli war games is over, there is still an ongoing and considerable danger of war. Israel's preparations demonstrate that it is preparing for war. In the last few days, Israeli officials have made public threats to destroy Iran utterly. Concurrently, US General David Petraeus and Ambassador Ryan Crocker have named Iran as an overt, active and increasing threat to the US.

Accordingly, we are downgrading our one-week "alert" to an "advisory" enduring for the remaining nine months of the Bush presidency. We consider this not merely a prudent precaution but an utterly necessary step.

Sources both inside and outside of the White House are speculating that George W. Bush has promised Israel a war with Iran before he leaves office. They include Pat Buchanan, in his article today, Petraeus Points to War With Iran. He starts with "The neocons may yet get their war with Iran," and he ends with "No, it is not Iran that wants a war with the United States. It is the United States that has reasons to want a short, sharp war with Iran." www.antiwar.com/pat/?articleid=12673

False Flag Facts

Both the US and Israel have planned or carried out well-documented false flag attacks.

In 1962, the US Joint Chiefs of Staff proposed Operation Northwoods to President John F. Kennedy. In it, they recommended a false flag attack to manufacture a pretext for an invasion of Castro's Cuba:

"We could blow up a US ship in Guantanamo Bay and blame Cuba. Casualty lists in US newspapers would cause a helpful wave of national indignation." -- ABC News: US Military Wanted to Provoke War with Cuba abcnews.go.com/US/story?id=92662

Israel attempted to sink a Navy ship, the USS Liberty, during its 1967 Middle East war. Their false flag attack, carried out in collaboration with the Johnson administration, was intended to provoke the American people into supporting a US entry into the war against the Arabs, on whom the attack was to be blamed. For half a day the Israeli Air Force and Navy strafed and torpedoed the Liberty. When the Liberty radioed for help, the Johnson administration ordered the rest of the Navy not to render assistance. He even recalled aircraft that had been scrambled from a carrier to assist the Liberty.

Eventually word of the ongoing Israeli attack leaked out worldwide, bringing it to a halt. Afterwards, the Johnson administration dispersed the ship's crew and threatened them with imprisonment -- or worse -- if they embarrassed Israel by telling the truth about what happened. Admiral John McCain -- father of the Republican presidential candidate -- led a sham Navy investigation that labeled the entire incident a case mistaken identity by Israel.

For more details, refer to The Strike on the USS Liberty (Chicago Tribune) www.chicagotribune.com/news/nationworld/chi-liberty_tu...

Cheerleader in Chief

Bush's "Iraq war" speech yesterday should remove any doubts about his belligerence toward Iran. It speaks for itself as an echo of pre-Iraq war saber rattling.

"The regime in Tehran has a choice to make: It can live in peace with its neighbor, enjoy strong economic and cultural and religious ties, or it can continue to arm and train and fund illegal militant groups which are terrorizing the Iraqi people and turning them against Iran.

"If Iran makes the right choice, America will encourage a peaceful relationship between Iran and Iraq. If Iran makes the wrong choice, America will act to protect our interests and our troops and our Iraqi partners...

"Iraq is the convergence point for two of the greatest threats to America in this new century: Al Qaeda and Iran. If we fail there, Al Qaeda would claim a propaganda victory of colossal proportions and they could gain safe havens in Iraq from which to attack the United States, our friends and our allies.

"Iran would work to fill the vacuum in Iraq and our failure would embolden its radical leaders to fuel their ambitions to dominate the region."

Applauding All Americans

We believe that our mission of conscience to alert the American people has been successful so far. Indeed, Internet editors, researchers and activists have posted a thousand publications of our alert, and we hope that they will create as many more of this, our extended advisory.

Needless to say, in this most interactive medium there have been thousands upon thousands of comments agreeing with or arguing against our reasoning. We salute all those -- on all sides -- who have weighed in on the issues. Citizens engaging in this salutary public debate nurture our republic and honor the ideals of our Founders.

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Major William B. Fox is a former Marine Corps officer with experience in logistics, public affairs, and military intelligence. He is an honors graduate of the Harvard Business School and a Phi Beta Kappa graduate from the University of Southern California. He is also the publisher of America First Books: www.amfirstbooks.com/

Captain Eric H. May is a former Army military intelligence and public affairs officer, as well as a former NBC editorial writer. His essays have appeared in The Wall Street Journal, The Houston Chronicle and Military Intelligence Magazine. For his most recent articles and upcoming interviews, refer to his home site: www.spiritone.com/~pazuu/pow-mia/Ghost_Troop_Captain_E...

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Writers' note: to read our original "False Flag Alert -- April 7-11" refer to www.amfirstbooks.com/IntroPages/ToolBarTopics/Articles...