Archivio Temporale
il nostro candidato Karl Marx
Dom, 13/04/2008 - 23:16ASTENSIONISMO ANTIISTITUZIONALITA’
AUTONOMIA DI CLASSE!
contro il trasversalismo bipartita e tutti i suoi attacchini.
L’imbarbarimento tipico della societa’ capitalistica e della metropoli imperialista, assume in Europa
( ed in Italia ), un aspetto particolare.
Il lungo ciclo di riflusso della lotta di classe sta producendo una sorta di fermo immagina sociale e politico, impermeabile a cambi di governo ed a “rivoluzioni giustizialiste”.
L’aumento e la differenziazione della stratificazione sociale tiene in scarso conto le evoluzioni ed i trasformismi sovrastrutturali, provocandone una costante situazione di inadeguatezza.
L’altra faccia della deregulation del lavoro salariato e’ la formazione ed il consolidamento di un blocco sociale misto, proprietario, portatore delle ideologia di legge, ordine e sicurezza.
A questo blocco sociale misto ( borghesia + piccola borghesia plurireddito ), in assonanza con le necessita’ Europee, occorre una ristrutturazione di sistema, che fluidifichi i meccanismi di funzionamento dello stato ed acceleri il processo di adeguamento ai vincoli imposti dalla competizione continentale sul mercato mondiale.
Se da un lato questa esigenza trova riscontro e rappresentanza trasversale in lobby economiche e politico-parlamentari, dall’altra, diffuse sono le resistenze dell’euroscetticismo nordista in connubio con il localismo della spesa pubblica corrente.
La dialettica e lo scontro tra queste due filiere del comando capitalista, ed il riflesso nel turbolento cammino verso la semplificazione bipartita, sono alla base dell’odierno impasse di sistema.
E’ un impasse, un rallentamento, che non fermera’ il processo semplificativo e di cessione di sovranita’ statual-nazionale al blocco europeo, ma ne rende tuttora inadeguato il ritmo e la scansione temporale, provocando insieme alla sfasatura tra struttura e sovrastruttura una continua fibrillazione politico-elettoralistica.
Questa situazione di stallo, di scarsa decisionalita’ degli esecutivi, di guado non ancora oltrepassato dalle repubbliche funzionali, e’ la base materiale del diffondersi delle ideologie e delle statistiche di stato su presunte “mucillagini”, “spappolamenti e coriandoli sociali”.
Il perpetuarsi della instabilita dello stato delle cose concrete viene unitariamente ed interamente scaricato sul proletariato, vittima di una progressiva spoliazione di garanzie, diritti e conquiste realizzate nel passato ciclo dominato dal sistema del welfare clientelar-partitico.
Stiamo vivendo i tempi dell’attacco conclusivo al vecchio sistema contrattuale, alla sua unicita’ nazionale, al posto del quale va sostituendosi il sistema decentrato, legato alla produttivita’ territoriale ed alla meritocrazia individuale; la discrezionalita’ aziendale ed il comando padronale, sancite dall’aggiornata concertazione sindacale nei bidoni contrattuali, annullano ogni difesa collettiva, sindacale e normativa.
Gli operai stanno rimanendo da soli, e forse, ne stanno prendendo coscienza.
Lavorano sempre di piu’, sempre piu’nell’incertezza, sempre peggio, con sempre minore sicurezza, con maggiori pericoli e nocivita’, e vanno in pensione sempre piu’ tardi, quando ci vanno.
Il movimento reale sta determinando una oggettiva scarnificazione degli orpelli, delle giustificazioni morali ed ideologiche, dei tentativi di addolcimento, intorno alle classi sociali.
Tra le nebbie della nuova complessita’ sociale, la violenta divisione di classe comincia a farsi distinta, ed a non trovare soluzioni compatibili.
E’ per questo che il potere corre ai ripari, con le solite armi intrecciate della corruzione individuale e della repressione di classe; e’ per questo che ad alcuni operai si fa “saltare il fosso” della propria appartenenza materiale per farli strumento elettorale della pacificazione sociale.
Anche l’astensionismo puo’ essere un indice della rottura, della scissione di classe.
Anche l’astensionismo puo’ essere un primo passo pratico, non sufficiente ma necessario, verso l’organizzazione dell’incompatibilta’ proletara.
coordinamento per l’autonomia di classe
stato spagnolo: AI denunzia di piu di 4000 atachi racisti ogni anno
Dom, 13/04/2008 - 20:41Aministía Internacional (AI) presento uno informe su il stato spagnolo su racismo e xenofobia. Gli dati riepilogati per la Rete Europea di Informazione su Racismo e Xenofobia .
Il dosier RAXEN 2006 (Rete Europea di Informazione su Racismo e Xenofobia) quantifica di piu di 4.000 le agresioni oggni anno , fatte per gruppi racisti contro inmigranti, sensa tetto, homosexuali e prostitute.
Azione contro la discriminazione che analizza 612 casi di discriminazione nello stato spagnolo , denunzio che il 80% dei cassi documentati non se presento denunzia e nelli cassi che se presento , la sentenzia mai fue favorevole alle victime .
preso di qua
Bufalotta, scarcerati i «5» del blitz di domenica
Dom, 13/04/2008 - 16:45Roma - Sono usciti intorno alle 20 di ieri, i cinque arrestati per lo sgombero di piazza San Marco e detenuti da mercoledì a Regina Coeli. Una vicenda nata domenica notte con l’occupazione di alcuni stabili della Bufalotta da parte del Blocco Precario Metropolitano, e il successivo accampamento con le tende davanti Piazza Venezia per ottenere un colloquio con il Prefetto Mosca. Poi lo sgombero durante l’alba di martedì e gli arresti. Ad attenderli un centinaio di attivisti corsi a via della Lungara dopo la manifestazione sulla casa di ieri pomeriggio (il corteo è partito a piazza dell’Esquilino, e si è concluso in piazza Madonna di Loreto). «Siamo stati trattati bene - ha detto Paolo Di Vetta, uno degli arrestati - ci hanno tenuti tutti insieme in una stanza a parte perché il carcere è sovraffollato». Per loro le accuse sono di: campeggio abusivo, resistenza aggravata e lesioni. Ma nel corso dell’interrogatorio gli attivisti hanno respinto quest’ultima contestazione e per avvalorare la loro tesi hanno prodotto alcune fotografie realizzate al momento dello sgombero.
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Enjoy the Silence
Dom, 13/04/2008 - 13:32ENJOY THE SILENCE...
Abbiamo scritto questo documento per condividere il dibattito del collettivo Acrobax su quello che sta accadendo nella nostra città e non solo.
Sono passati cinque anni da quando abbiamo occupato gli spazi dell’ex cinodromo, cercando di animare insieme a tanti altri il conflitto sociale a Roma. Abbiamo lanciato ed accolto una serie di suggestioni, che ci hanno spinto a definire lo spazio che quotidianamente viviamo come “laboratorio”. Spesso dunque abbiamo usato la parola sperimentazione: è accaduto nel caso di vertenze sul lavoro, di campagne di comunicazione sociale o di iniziative politiche nazionali.
Vista la mancanza di luoghi realmente pubblici di dibattito comunichiamo con trasparenza le scelte politiche che abbiamo deciso di intraprendere.
Affermiamo prima di tutto che la maggior parte delle contraddizioni che viviamo in questo angolo di mondo traggono origine, da quei processi economici globali oggetto della critica dei movimenti sociali da Seattle in avanti. Lo sfruttamento e la privatizzazione delle risorse primarie e dei beni comuni, la divisione internazionale del lavoro, la guerra globale e permanente, la devastazione ambientale, la finanziarizzazione dell’economia sono solo alcune delle scelte e delle conseguenze del capitalismo globale. Lo “strapotere dell’economia sulla politica, dell’ economia capitalista sul ruolo della politica, tendono ormai inesorabilmente a fare della prima il modello anche di governo delle contraddizioni, dei processi di sviluppo, finanche dei valori, a scapito della seconda, cioè la politica, ormai sempre più attenta a garantire i profitti dei grandi e medi imprenditori, delle multinazionali, minacciando sempre più spesso gli interessi generali e ancor di più delle classi subalterne. Tanto che il ruolo stesso della politica entra in crisi a partire proprio dalle forme della rappresentanza e prima di tutte quella istituzionale. Come se lo strapotere dell’economia, o meglio dello sfruttamento capitalistico, sembra non avere alcuna frontiera da oltrepassare avendo ormai distrutto o meglio, soggiogato, il ruolo e le finalità stesse della politica sempre più forma di leggittimazione alle scelte del capitale”…
E’ sempre più evidente che le istituzioni internazionali, dal G8 al Fondo Monetario Internazionale, sono le forme del nuovo regolazionismo globale dove il principio di rappresentanza poitica definitivamente soccombe di fronte alla centralità dell'economia e del suo funzionamento, lo strumento che serve a legittimare lo sfruttamento di milioni di persone in tutto il mondo.
L'Italia, a partire proprio dalle trasformazioni produttive avvenute negli ultimi decenni, con la frammentazione del lavoro e l'impresa a rete, risponde a questa doppio livello, del capitale e della politica, riformulando una azione sistemica: passare da un paese che ha sempre visto la rapprensentanza tener conto delle diverse anime anche culturali che si sono rese protagoniste spesso dell'assetto istituzionale, in un paese a carattere bipolare e bipartitico che tende alla soluzione presidenzialista per garantire governabilità alle scelte sia politiche che economiche.
Ma c’è di più: l’accelerazione verso il bipartitismo non solo è sempre più costitutiva dello spazio politico istituzionale odierno, ma i suoi dispositivi, dalla nascita del PD - e del suo simmetrico contro-altare PDL - in avanti, stanno permeando progressivamente lo stesso tessuto sociale sul quale poi si esercitano le prove di democrazia blindata ed eterodiretta.
Un sistema sul quale scommettono quei poteri forti che hanno bisogno della parte sostanziale di ciò che va sotto la denominazione di "governo delle larghe intese", in particolare quando si tratta di governare le contraddizioni sociali. Poteri forti che non cercano tanto la formalizzazione di un esplicito accordo di governo tra le parti, quanto piuttosto, un accordo di sistema che va al di là di chi poi effettivamente governa e vince le elezioni per far fronte ai due scenari che sono indissolubilmente legati: da un lato perseguire l’univoca direzione del neoliberismo globale per le riforme istituzionali, i mercati, il lavoro, il welfare e via discorrendo, dall’altro far fronte alle tensioni e alle conseguenze sociali che tutto ciò comporta e comporterà nel futuro prossimo. Questo intervenendo con un profilo neo-autoritario della governance sulle contraddizioni materiali, sui conflitti sociali e sulle nuove frontiere tecnologiche
Un’accelerazione bipartitica che sta permeando il sociale con un duplice risultato: da un lato conquistare un riverente e mediocre consenso che si moltiplica negli atteggiamenti passivi, senza più consapevolezza e critica e cioè far credere che la semplificazione bipartitica risolva i mali del paese, dall'altro l’abbandono della partecipazione politica come possibile spazio di trasformazione.
Tutto ciò appare ancora più chiaro in questo periodo in cui ci troviamo nel vivo della campagna elettorale. La scelta non è neanche più quella del “menopeggio”, piuttosto è la scelta di non poter, e da parte nostra non voler scegliere, perchè le nostre scelte sono le nostre lotte e i nostri vissuti quotidiani, perchè le nostre scelte guardano altrove.
Si tratta piuttosto di una questione centrale che potremmo definire di onestà intellettuale, culturale e politica. Non si può non leggere la crisi della rappresentanza politica istituzionale di fronte ai movimenti del NO che, con mille difficoltà e contraddizioni dalla Val di Susa a Vicenza passando per la Campania coperta di rifiuti, stanno ponendo con forza una questione dal sapore antico ossia: chi decide delle nostre vite?!
In questa fase non si può, a nostro giudizio, essere contigui con quel mondo prepotente ed arrogante del potere politico che è un potere sempre più corrotto ed attento affinchè si garantiscano quelle forme di sfruttamento e profitto che sono sotto gli occhi di tutti.
Dagli scandali finanziari legati alle speculazioni immobiliari, ai cannoli avvelenati del presidente della regione Sicilia, dalla mondezza di don Antonio Bassolino, alle vergogne ed infamie del g8, dallo scandalo della Banca d'Italia al crak parmalat, dalla corruzione dei servizi segreti alle inchieste insabbiate e dimenticate sui politici collusi con i poteri forti.
Squallido contraltare di questo è la scelta di candidare personaggi simbolici, dall'operaio della Thyessen alla mamma di Valerio Verbano, strumentalizzando cosi' tragedie sociali o storie politiche come pura merce elettorale.
Di fronte a tanto rumore, siamo felici di scegliere il silenzio.
Crediamo che sia necessario un processo costituente dei movimenti che ponga la questione della rappresentanza sociale dei conflitti aperti.
Ma ora, prima di tutto, c'è da fare conflitto, cospirazione, agitazione, individuando le giuste alternative per costruire spazi partecipati, sempre più ampi. Non condividiamo dunque la scelta di chi si candida, anche se solo nelle elezioni locali, perché la nostra prospettiva generale di iniziativa contro la condizione diffusa di precarietà lavorativa e sociale, ci porta a scegliere la strada della riproducibilità, dell'autorganizzazione, del protagonismo sociale.
Lo diciamo alla luce di una quotidianità vissuta in una metropoli come Roma dove, sotto un tappeto di lustrini e abbracci ecumenici, è stata nascosta la vita incerta, in bilico e precaria di migliaia di persone. Le trasformazioni urbanistiche, le speculazioni e la precarietà disegnano giorno per giorno il volto di Roma. Sono frutto di contiguità e interessi milionari, sanciti ormai nel nuovo Piano Regolatore che rappresenta la grande opera conclusiva degli ultimi vent'anni di governo del centro-sinistra. Cemento e ridefinizione della vocazione di interi quartieri e quadranti di Roma, della loro composizione e soprattutto del loro valore di mercato. A fronte di ciò una precarietà abitativa dalle cifre vertiginose, che impone a chi la vive lo strozzo di un mutuo o di un affitto, soluzioni in sovraffollamento o convivenze forzate. Una metropoli che si adegua al modello europeo di gestione e controllo sociale, fatta di espulsione obbligata in territori sempre più periferici da cui ne deriva una vita di pendolarismo, per migliaia di precari e precarie, tra i quartieri di nuova edificazione e la città vetrina e blindata del centro. Come in tutte le metropoli moderne, il modello di governance delle contraddizioni impone la blindatura dei centri della città, destinati ad essere spazio commerciale all’aperto, e riconfigurando gli spazi semi-periferici e periferici come luoghi di produzione e consumo materiale e immateriale.
La nuova città metropolitana attraverso gli accordi tra i poteri forti, i grandi consorzi cooperativi, il terzo settore, il terziario avanzato, l'industria culturale, è espressione della capacità dell’amministrazione di Roma guidata da Walter Veltroni di gestire questa città come un'azienda regalando a piene mani precarietà e sfruttamento a tutti gli altri.
Roma infatti resta la città con la più alta concentrazione di lavoratori precari di tutta Italia, quasi il 15% del dato nazionale, a cui si aggiunge il lavoro sommerso e nero che pur non essendo rappresentabile statisticamente, incide come elemento trainante di diversi settori economici: dall’edilizia all’industria del divertimento fino ai servizi di cura alla persona. Il miracolo romano lo si può leggere anche così: una enorme produzione di ricchezza che si basa su un esercito di lavoro precario.
Il modello Roma, la locomotiva d’Italia, con l’aumento costante del Pil crea il proprio immaginario sulla partecipazione. Roma ogni giorno per le strade vende la finzione del suo marchio. La potremmo definire “la capitale della simulata partecipazione democratica”, in cui esiste una vera e propria verticalizzazione “in alto” del potere politico, chiuso in stanze sempre più appartate, ridefinendo il ruolo del Sindaco come il manager di un'impresa. Il basso serve solo a sostenere l’alto, a portare consenso: non deve avere autonomia e non può avere progetto. In alto, se continua a manifestarsi conflitto dentro la politica esso è di “lobby”, tra fazioni e cordate. In basso, il mondo enfatizzato dell’associazionismo e l’universo variegato e molteplice dei movimenti sociali hanno solo una funzione di “spia” di interessi, bisogni e desideri: se si esprimono e se superano una certa soglia li si intercetta, si trova una mediazione o si reprime nell’invisibilità, con vere e proprie operazioni di polizia.
Chi si candida oggi, nel tentativo di rappresentare le alterità, o a porsi come spazio di gestione e mediazione dei conflitti, rischia di condannare i migliori elementi di originalità ed innovazione propri delle lotte sociali e delle intelligenze di chi le anima ad un meccanismo di sussunzione ad un sistema della compatibilità. Sistema che invece andrebbe una volta per tutte smascherato e deriso, decostruito e abbandonato.
Grandi annunci e operazioni di marketing politico e territoriale ci propongono la ricetta che viene decantata da Veltroni anche come segretario del PD: ripresa e crescita economica da un lato e tagli alla spesa pubblica dall'altro. Poi, in un secondo tempo, si potrà redistribuire. “Dopo, più in là, nel futuro”: i termini del vocabolario dell’incertezza a cui ci hanno abituato. Nella realtà questo si traduce nell’impossibilità di immaginare, progettare e praticare un futuro.
E' per questo che da tempo usiamo definire la vita che ci costringono a fare una vita da pazzi, una vida loca; una vita che, però, potrebbe essere risignificata, una vita vissuta follemente e rivoltata di senso, affermando diritti negati e rivendicando la potenza del rifiuto.
Abbiamo voglia e necessità di consolidare esperienze, sedimentare relazioni, avviare forme di lotta costituenti di società altra.
Il silenzio nei confronti di un mondo, non vuol dire silenzio nei confronti del mondo intero.
Il nostro silenzio, oggi, nella fase politica del supermarket elettorale, non vorrà dire immobilità, non è una scelta passiva. Abbiamo bisogno, al contrario, di agirlo. Lo immaginiamo come una sorta di virus sotterraneo: un movimento lento ed inesorabile che possa trovare dei varchi dove, finalmente, esplodere e dilagare, per noi il senso della politica e' puro piacere e non puo' essere rinchiuso nella tattica e nell'opportunismo.
Abbiamo trovato infatti, in questi anni, delle risposte ai nostri quesiti, ma le trasformazioni e la condizione di precarietà diffusa ci hanno posto delle nuove ed incalzanti questioni. La certezza che abbiamo è che queste condizioni vadano affrontate in una dinamica comune.
Questo significa leggere le pulsioni spontanee espressione del sociale e capire come si conquistano nuovi territori di cospirazione e conflitto, mentre rifiutiamo la politica spettacolo, dei media mainstream e delle decisioni ristrette della politica di palazzo.
Vogliamo valorizzare le specificità dei percorsi che viviamo e poter trovare il difficile equilibrio tra l’attivazione e la precarietà che segna i ritmi delle nostre giornate.
Vorremmo poter scegliere di camminare in autonomia perché continuiamo a pensare ad una società altra e consapevole in cui gli uomini e le donne siano libere di compiere le proprie scelte all’interno di garanzie sociali collettive che in questo paese sono negate. Vorremmo paragonare questa fase in cui entriamo al silenzio degli zapatisti: ritirarsi dagli spazi, a tratti privatizzati, del cielo della politica per poterci dedicare agli spazi, sicuramente più interessanti, della politica nella società, dal basso.
Non a caso pubblichiamo questo documento nel giorno in cui viene imposto il silenzio elettorale
vorremmo remixare un vecchio slogan:
“SOTTRARSI, MOLTIPLICARSI E RILANCIARE”.
LOA Acrobax
www.acrobax.org