Archivio Temporale
BIUTIFUL CAUNTRI..la chernobil italiana
Dom, 06/04/2008 - 22:03Tutte le persone che ritengono semplicemente di avere,raro ultimamente,una coscienza dovrebbero andare al cinema o comunque deve vedere il film documentario"BIUTIFUL CAUNTRI".Dalla visione di questo lavoro ci si può veramente rendere conto della situazione di alcune zone della Campania e dell'hinterland della bellissima Napoli,una situazione immortalata da un educatore ambientale che mostra lo stato reale dell'emergenza rifiuti in questa regione italiana e quindi una regione di uno stato moderno e democratico nel 2008.E' un documentario assolutamente da vedere e far vedere prima del voto per far rendere conto alla gente che crede nel VOTO UTILE a questi ladri faccia di culo,perché si parla di"Chernobil italiana con,a pochi anni da oggi,nascite di bambini deformi e proliferare di tumori".Andatelo a vedere ,per capire veramente in che merda siamo!
THE LIVING DEAD
Dom, 06/04/2008 - 21:18THE LIVING DEAD
(LD)
The modern day living dead are those individuals (including their silent, behind- the- scene supporters) who seek out others for torture, imprisonment and death.See:
http://www.sosbeevfbi.com/governmentmustcr.html
We the living recognize the dire circumstances confronting the heartily alive among us who are in numbers increasingly unarmed and at the same time unsuspecting of the the atrocities inherent in the current stealthy onslaught. Blind trust in government often lures the innocent into the ranks of the LD, and they are all soon obsessed with and mesmerized by one and the same pragmatic, godless and collective goal: the conquest of Mankind by a singularly hideous and destructive creed . See:
http://www.sosbeevfbi.com/mentaldwarfs.html
Many of us among the living have come to view the reality of the LD phenomena as antithetical to human dignity and contrary to the laws of divine nature, because we recognize that the LD is characterized in his vile machinations by a macabre, immoral and murderous disposition from which no quick escape is apparent; ironically the LD shares a common fate with his new recruits: no way out of the labyrinth of hell created by the decadent and disturbed mind.See:
http://www.sosbeevfbi.com/studiesonmindcon.html#mindco...
Finally, those remaining alive and strolling (on the surface placidly) amidst the turmoil created by the LD sometimes find comfort in the company of their own kind , as they welcome the inevitable return to grace offered by the heavens to the ever living and pure at heart who manage to avoid conscription into the ranks of the LD.
Casilino 900: progetti solidali o strenua RESISTENZA!
Dom, 06/04/2008 - 20:44Casilino 900: no al pogrom, sì ad alternative solidali o a una ferma RESISTENZA!
Se le autorità non rispetteranno i diritti umani delle famiglie Rrom, gli uomini e le donne del Gruppo EveryOne, fianco a fianco con i fratelli Rrom, opporranno alla brutalità una strenua resistenza nonviolenta
E' il momento per tutti coloro che continuano a ritenersi esseri umani di smettere di voltare la faccia di fronte alla violenza degli sgomberi, alla crudeltà delle forze del'ordine, alla tragedia di tante famiglie inermi messe sulla strada, umiliate, affamate, annientate dall'ingiustizia e dal male del razzismo che ha colto ormai a tutti i livelli le Istituzioni italiane. Vogliamo davvero vivere in un Paese in cui imperversano leggi razziali degne degli anni dell'Olocausto, in un Paese che concede ai Rrom una speranza di soli 35 anni di vita, contro gli 80 dei "bravi cittadini italiani"? E' ora di riconoscere la verità: le dichiarazioni razziste di tutti gli uomini della politica italiana, da Berlusconi a Veltroni, non sono diverse dai proclami dei carnefici di Hitler. Se vogliamo cambiare l'Italia e consentire ai più deboli una possibilità di vita, è tempo di rischiare, di opporre la ragione della giustizia alla barbarie istituzionale. Uniamoci, diamoci appuntamento al Casilino 900 nel caso arrivasse notizia dello sgombero-pogrom e diciamo no! Farà meno male una manganellata della consapevolezza di essere complici dei nuovi aguzzini, sorridenti, benvestiti, rassicuranti (in apparenza) come i gerarchi nazisti.
Casilino 900: le alternative allo sgombero-pogrom
5 aprile 2008. Esattamente un anno fa, oltre 50 Rrom della Capitale diffusero una lettera aperta alle Istituzioni romane e nazionali, denunciando una politica repressiva che rendeva insopportabili le condizioni di vita nei campi. Ecco uno stralcio di quella lettera, che è ancora drammaticamente attuale.
"Benché nei campi siano sistematicamente violati i diritti umani, tali realtà comunque garantiscono la sopravvivenza; col tempo si attivano reti di capitale sociale, pratiche di integrazione scolastica, sociale e lavorativa. Gravissimo perciò è lo sgombero improvviso che ci costringe a condizioni ancora più precarie con contemporanea, assurda e ingiustificabile distruzione dei nostri poveri beni. Donne e bambini, spesso in tenerissima età, in seguito allo sgombero sono lasciati in strada con i loro genitori che quindi sono costretti a cercare ricoveri di fortuna presso altri insediamenti informali, spesso in vere e proprie grotte oppure lungo il greto dei fiumi o in fatiscenti fabbriche deindustrializzate; in posti comunque accomunati dall’insalubrità e che quindi costituiscono pericoli evidenti per la salute. E difatti si registrano preoccupanti casi di tifo, di tubercolosi ecc. Tutto il faticoso lavoro sul piano dell’integrazione scolastica e lavorativa viene distrutto a colpi di ruspa e di espulsioni. L’amministrazione capitolina, che si è definita 'giunta della solidarietà' aperta alla questione della povertà nel terzo mondo, continua ad affrontare i problemi dei rom e dei sinti come 'emergenza' esclusivamente dal punto di vista dell’ordine pubblico. Con l’annuncio del possibile trasferimento forzato presso paesi della provincia si corre il rischio di fomentare l’odio sociale. Come potrebbero essere viste di buon occhio persone deportate con la scusa di risanare la periferia romana dalla delinquenza? Perché non si informa che tra i rom e i sinti ci sono anche artisti, poeti, musicisti, abili artigiani, studenti che a scuola, nonostante lo svantaggio sociale, stanno raggiungendo buoni risultati, donne che sono mediatrici culturali, impegnate anche in progetti di grande innovazione, come l’Antica Sartoria Rom?".
Oggi il Gruppo EveryOne ha inviato - a propria volta - una lettera aperta ad alcune personalità politiche romane che possono decidere di portare a termine l'ennesimo pogrom oppure di tornare sui propri passi e cercare, finalmente, una soluzione solidale, in linea con la normativa internazionale che tutela la minoranza Rrom:
"Egregi signori, vi preghiamo di leggere gli articoli dedicati alla 'questione Rrom' in Italia su www.annesdoor.com e www.everyonegroup.com e soprattutto di considerare che un Paese civile non può attuare uno sgombero-pogrom nei confronti di famiglie povere ed emarginate, senza avere prima un'alternativa abitativa che le preservi da una nuova tragedia. Al Casilino 900 e in genere negli insediamenti Rrom della Capitale, la situazione delle famiglie che sono costrette a vivere in quei luoghi atroci è simile a quella degli ebrei nel ghetto di Varsavia, negli anni dell'Olocausto. Uno sgombero coatto, senza un'alternativa valida - non certo i grandi lager di cui si è parlato, invivibili e civilmente indegni anche solo come progetti - sarebbe solo un crimine contro l'umanità. Attualmente vediamo solo due vie percorribili: migliorare le condizioni di vita delle famiglie del Casilino 900 e degli altri insediamenti, fornendo acqua, fognature, elettricità, assistenza, migliorie alle abitazioni ecc. oppure l'istituzione di campi di qualità, ben attrezzati e non lontani dal sito attuale. Dopo tanti anni di persecuzione, crediamo che le Istituzioni locali, se desiderano agire con coscienza e secondo le Convenzioni internazionali che proteggono la minoranza Rrom, dovrebbero convocare con urgenza un comitato di capifamiglia del Casilino 900 e sforzarsi di ascoltare le loro richieste e di dare corpo alle loro legittime istanze. In Francia, dopo che le autorità hanno verificato l'inutilità pratica e la tragedia umanitaria susseguente a sgomberi ed espulsioni, si parla finalmente, a livello governativo, dell'ipotesi di creare 'campi di qualità', almeno fino a quando non saranno operativi i programmi per i Rrom di assegnazione di alloggi e di inserimento nel mondo del lavoro. Parliamone anche noi, prima di commettere ulteriori sbagli e di minacciare l'esistenza di tanti esseri umani innocenti. Il Gruppo EveryOne".
Contatti:
info@everyonegroup.com
www.everyonegroup.com
www.annesdoor.com
Related Link: http://www.everyonegroup.com
non votare non basta!
Dom, 06/04/2008 - 14:58ASTENSIONISMO ANTIISTITUZIONALITA’
AUTONOMIA DI CLASSE!
contro il trasversalismo bipartita e tutti i suoi attacchini.
L’imbarbarimento tipico della societa’ capitalistica e della metropoli imperialista, assume in Europa
( ed in Italia ), un aspetto particolare.
Il lungo ciclo di riflusso della lotta di classe sta producendo una sorta di fermo immagina sociale e politico, impermeabile a cambi di governo ed a “rivoluzioni giustizialiste”.
L’aumento e la differenziazione della stratificazione sociale tiene in scarso conto le evoluzioni ed i trasformismi sovrastrutturali, provocandone una costante situazione di inadeguatezza.
L’altra faccia della deregulation del lavoro salariato e’ la formazione ed il consolidamento di un blocco sociale misto, proprietario, portatore delle ideologia di legge, ordine e sicurezza.
A questo blocco sociale misto ( borghesia + piccola borghesia plurireddito ), in assonanza con le necessita’ Europee, occorre una ristrutturazione di sistema, che fluidifichi i meccanismi di funzionamento dello stato ed acceleri il processo di adeguamento ai vincoli imposti dalla competizione continentale sul mercato mondiale.
Se da un lato questa esigenza trova riscontro e rappresentanza trasversale in lobby economiche e politico-parlamentari, dall’altra, diffuse sono le resistenze dell’euroscetticismo nordista in connubio con il localismo della spesa pubblica corrente.
La dialettica e lo scontro tra queste due filiere del comando capitalista, ed il riflesso nel turbolento cammino verso la semplificazione bipartita, sono alla base dell’odierno impasse di sistema.
E’ un impasse, un rallentamento, che non fermera’ il processo semplificativo e di cessione di sovranita’ statual-nazionale al blocco europeo, ma ne rende tuttora inadeguato il ritmo e la scansione temporale, provocando insieme alla sfasatura tra struttura e sovrastruttura una continua fibrillazione politico-elettoralistica.
Questa situazione di stallo, di scarsa decisionalita’ degli esecutivi, di guado non ancora oltrepassato dalle repubbliche funzionali, e’ la base materiale del diffondersi delle ideologie e delle statistiche di stato su presunte “mucillagini”, “spappolamenti e coriandoli sociali”.
Il perpetuarsi della instabilita dello stato delle cose concrete viene unitariamente ed interamente scaricato sul proletariato, vittima di una progressiva spoliazione di garanzie, diritti e conquiste realizzate nel passato ciclo dominato dal sistema del welfare clientelar-partitico.
Stiamo vivendo i tempi dell’attacco conclusivo al vecchio sistema contrattuale, alla sua unicita’ nazionale, al posto del quale va sostituendosi il sistema decentrato, legato alla produttivita’ territoriale ed alla meritocrazia individuale; la discrezionalita’ aziendale ed il comando padronale, sancite dall’aggiornata concertazione sindacale nei bidoni contrattuali, annullano ogni difesa collettiva, sindacale e normativa.
Gli operai stanno rimanendo da soli, e forse, ne stanno prendendo coscienza.
Lavorano sempre di piu’, sempre piu’nell’incertezza, sempre peggio, con sempre minore sicurezza, con maggiori pericoli e nocivita’, e vanno in pensione sempre piu’ tardi, quando ci vanno.
Il movimento reale sta determinando una oggettiva scarnificazione degli orpelli, delle giustificazioni morali ed ideologiche, dei tentativi di addolcimento, intorno alle classi sociali.
Tra le nebbie della nuova complessita’ sociale, la violenta divisione di classe comincia a farsi distinta, ed a non trovare soluzioni compatibili.
E’ per questo che il potere corre ai ripari, con le solite armi intrecciate della corruzione individuale e della repressione di classe; e’ per questo che ad alcuni operai si fa “saltare il fosso” della propria appartenenza materiale per farli strumento elettorale della pacificazione sociale.
Anche l’astensionismo puo’ essere un indice della rottura, della scissione di classe.
Anche l’astensionismo puo’ essere un primo passo pratico, non sufficiente ma necessario, verso l’organizzazione dell’incompatibilta’ proletara.
coordinamento per l’autonomia di classe
( www.controappunto.org )
A General Debate on Iraq: Odom Vs. Petraeus
Dom, 06/04/2008 - 14:25A General Debate on Iraq: Odom Vs. Petraeus
By Captain Eric H. May
Intelligence Correspondent
Lt. General William E. Odom
General Odom, a retired three-star, is an all-star in my book. His testimony Wednesday before the Senate Foreign Relations Committee was a serious strategic analysis of our shockingly awful quicksand war in Iraq. The former Army Assistant Chief Of Staff for Intelligence spoke truth to power, just in case power was listening.
Rather than analyze his analysis, I can best simply present it to the interested reader. If you wonder why it is that you haven't yet read much by or about such a singularly clearheaded general, you're on the right track to discovering how (and for whom) the mainstream media really works.
As a smattering of quotations will bear out, he had it right when he wrote an Oct. 3, 2005 essay, What's Wrong with Cutting and Running? http://www.antiwar.com/orig/odom.php?articleid=7487
"The invasion of Iraq will turn out to be the greatest strategic disaster in US history."
"The wisest course for journalists might be to begin sustained investigation of why leading Democrats have failed so miserably to challenge the US occupation of Iraq."
"The war was never in the US's interests and has not become so. It is such an obvious case to make that I find it difficult to believe many pundits and political leaders have not already made it repeatedly."
This cogent analysis was offered to the New York Times as an op-ed. It would have been one of many that he had written for them. Curiously, they weren't interested in his highly interesting opinions, and didn't even bother to respond to his e-mail. The general probably provided a general explanation when he later described:
"Israeli political circles [intent on] bogging the United States down in a war in Iraq that will surely become a war with the rest of the Arab world."
I leave it to the objective reader to determine whether the explanation above suffices to explain the near absence of US mainstream media coverage of General Odom's equally stimulating remarks from Wednesday. These extracts are from his testimony to the Senate Foreign Relations Committee. http://www.afterdowningstreet.org/node/32419
"Violence has been temporarily reduced but today there is credible evidence that the political situation is far more fragmented. And currently we see violence surge in Baghdad and Basra."
"Prime Minister Maliki has initiated military action and then dragged in US forces to help his own troops destroy his Shiite competitors. This is a political setback, not a political solution. Such is the result of the surge tactic."
"No less disturbing has been the steady violence in the Mosul area, and the tensions in Kirkuk between Kurds, Arabs, and Turkomen. A showdown over control of the oil fields there surely awaits us."
"And the idea that some kind of a federal solution can cut this Gordian knot strikes me as a wild fantasy, wholly out of touch with Kurdish realities."
You get the idea. General Odom can think and write for himself. I offer him a snappy salute.
General David H. Petraeus
General Petraeus, who commands US forces in Iraq, is a Bush Leaguer all the way. The Cheerleader in Chief counts on him to be cheerful as the Army sinks ever deeper into the quicksand war. Admiral "Fox" Fallon, his blunt boss, called him "an ass kissing little chicken shit." Fallon is fallen, alas, removed from CENTCOM command last month because of his frank opposition to an attack on Iran.
West Point ethics professor Colonel Ted Westhusing, who in 2005 was nearing the end of a tour in Iraq as a member of Petraeus' staff, wrote him a letter accusing him of being a corrupt careerist. Within days, the colonel died from a gunshot wound to the head, the most senior military officer to die in Iraq. A shoddy investigation labeled the devout Catholic a suicide, and Petraeus was soon whisked out of Iraq and back to the US where he was given another star and groomed to be Bush's boy in Iraq.
He does have his fans, of course. William Kristol, Neocon publisher of The Weekly Review, named Petraeus his man of the year in January. Senator John McCain labels him one of the greatest generals in American history. Of course, the publisher and the senator are both diehard supporters of the Iraq war, damn the costs. Paying lip service to the Bush League boy wonder as a military genius is the key point in the propaganda war. They need all the help they can get to hustle the American people into four more years (or maybe another century) in the quicksand war. To hear them tell it, Petraeus is the best four-star since Patton, and can walk on water -- or at any rate can tread water in quicksand.
As far as I can tell, Petraeus is more a devil than a divinity, though I suppose it's fair to say that this makes him worthy of the Senate that voted to confirm him by an 81-0 vote. The persistent rumors that he was involved in Colonel Westhusing's death would tend to support the logic that a criminal administration needs a criminal general to conduct a criminal war.
As I pointed out in my November 2007 essay, Mosul Dam: Engineering a Water WMD, last fall General Petraeus and Ambassador Ryan Crocker issued a warning that Mosul Dam was in imminent danger of collapsing and killing some 500,000 Iraqis from Mosul to Baghdad. Call me a cynic, but I thought it worth considering that such a disaster would be a very convenient way to drown the east side of the Sunni triangle. A couple of months after the collapsing dam warning, a brand-new terrifying scenario began to take shape: Muslim extremists, sometimes named as Al Qaeda, were going to blow up the dam. It all seemed like an agreed-upon catastrophe searching around for an agreeable cause, particularly when one of the chief sources pushing the story is Daniel Pipes, the Neocon neo-Nazi: http://www.danielpipes.org/blog/798
"King David," as the residence of Mosul call Petraeus, may be just the man to manufacture a biblical disaster to drown Eden. That would make a fine finale in The Tragedy of Iraq, or King George's Genocide. No doubt it would lead to rave reviews by Pipes and his ilk gushing "now that was a real surge!" For those who find the prospect of genocidal mass murder remote, kindly refer to the Old Testament, or to the recent declaration of Israeli Defense Minister Avigdor Lieberman that, in the event of war with Egypt, Israel should to blow up Egypt's Aswan Dam. It can't be genocide if it's Jewish, the Neocons argue. Whenever Israel does is an "existential necessity" -- it's all part of a kosherkampf, so to speak.
When Petraeus comes before the Senate Tuesday he will be giving another commanded performance, scripted by the White House as a wartime whitewash. The Senate, mandated by the Constitution to oversee the executive branch, has already been refused access to an unclassified National Intelligence Estimate, even though Bush administration sources are saying that it supports the difficult argument that Iraq is a success. Look for Petraeus to insist that all efforts under his watch should be continued, and to imply that Iran is now the root of the Middle East menace. The British Telegraph just published a sobering article, aptly titled "British fear US commander is beating the drum for Iran strikes" http://www.telegraph.co.uk/news/main.jhtml?xml=/news/2...
It's more than ironic that the US mainstream media has kept mum on the nasty possibility of an expanded Middle Eastern war. It should make us wonder how many other things they are keeping from us -- and for whom they're really working.
# # #
Captain Eric H. May is a former Army military intelligence and public affairs officer, as well as a former NBC editorial writer. His essays have appeared in The Wall Street Journal, The Houston Chronicle and Military Intelligence Magazine. For an archive of his articles and list of upcoming interviews, refer to http://www.spiritone.com/~pazuu/pow-mia/Ghost_Troop_Ca...
Special notice: April 5-9 marks the fifth anniversary of the Battle of Baghdad, covered up by the US mainstream media under the contrived story of Private Jessica Lynch. Captain May has written The Ghost Troop Anthem to honor the fallen soldiers and Marines. Musicians are invited to create and submit variations of the anthem. For details, or for more about the Battle of Baghdad Coverup, refer to http://www.spiritone.com/~pazuu/pow-mia/GhostTroopCapt...
stato spagnolo : contro la criminilazione dei antifascisti di Madrid
Dom, 06/04/2008 - 12:56Ieri a Madrid ce stato uno presidio contro la criminizazione dei movimenti soziali e antifascisti a Madrid .
Due settimana fa e gunta la noticia tramite gli giornali , che il denominato sindicato della destra dura , Manos Limpias http://es.wikipedia.org/wiki/Manos_Limpias_(Espa%C3%B1a) , a chiesto la ilegalizazione della Cordinadora Antifascista de Madrid , per secun loro " pruomoveno acti teppisti e ilegali " .E in cuesta atmosfera a vuluto anche sumarse la delegazione dello Governo ( Il prefecto ,cioe , il PsoE ), con la ilegalizazione della manifestazione che volevano fare ieri , ma hanno informato la dezisione alcuni giorni prima , cossi non avvevano tempo per recorrere , http://www.lahaine.org/index.php?p=29164 , alla finne hanno avuto unon acordo con la prefectura dove li hanno lasato che se concentrarano solo una ora , http://www.lahaine.org/index.php?p=29188
La criminizazione contro li movimenti soziali e antifascisti di Madrid sono aumentanti dopo la ucsione del giovane antifascista Carlos Palomino , http://lists.peacelink.it/news/2007/11/msg00050.html , proibiendo la manifestazione giorni dopo la sua ucsione , ma lasando ai fascisti manifestare cuando voleno e dove voleno ,e tutto questo gracie ai Medie che criminalizano la lotta e al PsoE .
Video dello concentramento ieri
http://www.lahaine.org/index.php?blog=2&title=video_cr...
Fotografie
http://theplatform.nuevaradio.org/index.php?blog=4&p=6...
Criminizazione e represione a Madrid
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STRATEGIA DELLA FUGA
Dom, 06/04/2008 - 12:22Anche se potrebbe facilmente essere liquidata come il vezzo di alcuni intellettuali dell’area post-autonoma — negriani, più o meno fedeli al Maestro, che scrutano con attenzione le DERIVE delle moltitudini per traghettarle verso APPRODI istituzionali — la teoria politica dell’esodo merita di essere oggetto di qualche riflessione. Per quel che dice, certamente, ma soprattutto per quel che tace. Per i suoi possibili sviluppi, da considerare quanto le sue origini. Per come ricorra all’ossigeno libertario per rianimare una sinistra radicale sempre più moribonda. E per come, basandosi su di un azzardo affascinante tutto da giocare, essa riesca a tramutarlo in un melenso trucco tutto da esibire. Nonostante i richiami all’esodo contraddistinguano ormai una intera scuola di pensiero, non vi è dubbio che Paolo Virno sia il principale divulgatore di questo concetto a cui ha dedicato un saggio specifico e numerose variazioni sul tema. Ed è perciò al suo pensiero che faremo riferimento.
Di primo acchito, al di là delle differenze di stile, alla lettura di Virtuosismo e rivoluzione. La teoria politica dell’esodo (in Mondanità. L’idea di “mondo” tra esperienza sensibile e sfera pubblica, manifestolibri, 1994) è impossibile non notare la matrice comune con le teorie delegittimanti avanzate con forza a metà degli anni 80 da una parte del movimento anarchico, quella più ansiosa di affrontare la modernità con strumenti concettuali nuovi, originali, presentabili, immuni da discorsi insurrezionali dal fosco e appassito colore ottocentesco. Ci riferiamo alla paventata «possibilità di una sfera pubblica non statale» da raggiungere attraverso una «defezione di massa dallo Stato» da preferire allo scontro aperto con il dominio. Un simile argomentare prende l’avvio da quella che viene puntualmente presentata non sotto forma di ipotesi individuale tutta da discutere, ma come una constatazione indiscutibile perché oggettiva: l’utopia rivoluzionaria avrebbe perso il suo ultimo appuntamento con la storia negli anni 70. A partire dal decennio successivo, dinnanzi al vorticoso cambiamento delle condizioni sociali in ogni ambito della vita, gli orfani di questa utopia si sono trovati di fronte al compito di ripensare da cima a fondo un progetto di trasformazione sociale radicale, scontrandosi con la reticenza di molti ad abbandonare i vecchi strumenti teorici e pratici. Ciò che è stata negata non è sempre la necessità di una rivoluzione, quanto la sua origine insurrezionale. Altre sono le vie da percorrere, rispetto a quelle indicate dal passato.
Ma le affinità fra Virno e qualche anarchico finiscono qui. Ben diversi sono infatti motivazioni e scopi.
Per cogliere appieno la genealogia della riflessione di Virno basta dare un’occhiata ai suoi Esercizi di esodo. Linguaggio e azione politica (Ombre Corte, 2002). Qui è possibile reperire il suo primo contributo teorico sull’argomento, Dell’Esodo. In questo testo, apparso sulla rivista Metropoli col titolo Il gusto dell’abbondanza, Virno si avvale dell’esegesi delle sacre scritture marxiste per valorizzare «il paradigma della diserzione», «la strategia della fuga», «l’inclinazione a truccare il mazzo mentre la partita è in corso», lamentandosi che «la sinistra non ha visto che l’opzione-exit (abbandonare, se appena possibile, una situazione svantaggiosa) diventava preponderante rispetto all’opzione-voice (protestare attivamente contro quella situazione)...Disertare significa modificare le condizioni entro cui il conflitto si svolge, anziché subirle... All’antica idea di fuggire per colpire meglio, si unisce la sicurezza che la lotta sarà tanto più efficace, quanto più si ha qualcosa da perdere oltre le proprie catene». Oggi queste parole potrebbero sembrare pressoché innocue, vecchi conati speculativi di un cattedratico universitario. Ma non è così. Per carpirne il significato e la portata vanno calate nel contesto storico in cui sono state scritte — nel lontano settembre 1981. Militante di Potere Operaio dalla costituzione allo scioglimento di questa organizzazione, parte anche dell’esecutivo, Paolo Virno è stato arrestato nel giugno del 1979 nell’ambito dell’inchiesta nota come “7 aprile”, volta a colpire l’Autonomia Operaia. Anni in cui la repressione statale si abbatteva sul movimento, provocando non pochi sbandamenti. Nel maggio del 1980 alcuni fuoriusciti da Prima Linea avevano cominciato a sostenere dalle pagine di Lotta Continua la necessità di abbandonare l’esperienza armata, invitando alla “Diserzione”. Un anno dopo, nell’aprile 1981, Toni Negri inviò un proprio contributo a un convegno tenutosi a Genova sulla repressione (poi pubblicato su Il Manifesto) in cui teorizzava il concetto di “dissociazione”. Nell’agosto del 1982, venne redatto il famoso documento “Una generazione politica è detenuta” che darà il via ufficiale alla dissociazione, alla presa di distanza dall’assalto al cielo condotto negli anni precedenti, al mercanteggiamento con lo Stato (l’abiura in cambio di uno sconto di pena). Fra i 51 primi dissociati che sottoscrissero questo documento c’era anche Virno, assieme a tutti i suoi più stretti amici e compagni. Con i suoi inviti in chiave filosofica alla fuga e alla diserzione, Virno prendeva quindi chiara posizione nel dibattito che allora infiammava il movimento fra chi auspicava una “soluzione politica” mirante ad aprire un dialogo con lo Stato e chi intendeva proseguire la lotta contro lo Stato.
È perciò del tutto evidente quale fosse (ed è tuttora) lo scopo della discettazione virniana. Presentare la scelta della contrattazione con le istituzioni come se si trattasse di un passo in avanti, una conquista sul terreno del riconoscimento politico, anziché di uno indietro, un rinnegamento dei propri intenti più radicali. Invece di ammettere la sconfitta del proprio progetto politico, Toni Negri ed i suoi portaborse lo hanno rilanciato attraverso una delle tante arguzie della ragione. Hanno trasformato i dissociati in astuti disertori che abbandonano sì il campo, ma solo come manovra diversiva per poter meglio combattere il nemico da un’altra postazione. Va da sé che, secondo questa ottica, chi viceversa ha continuato a rimanere in trincea non è altro che un fanatico militarista, un “giapponese” sperduto che non si è accorto della fine delle ostilità: insomma, un povero fesso. Si tratta di un salto mortale dialettico con doppio avvitamento che stupisce, sbalordisce, ma non riesce ad offuscare alcune autentiche banalità di base: che la guerra sociale non ha comitati strategici che la aprono e la chiudono a proprio piacimento e convenienza; e che disertore è quasi sempre un coscritto che in piena libertà decide di abbandonare una guerra che non è mai stata la sua. Il volontario che lo fa dopo essere caduto nelle mani del nemico, in cambio di un trattamento di favore, è assai più vicino alla figura del traditore.
Con la teoria dell’esodo Virno non fa altro che proseguire il percorso iniziato con la dissociazione, sbandierando una fraseologia radicale messa al servizio di una finalità riformista.
Tutti hanno in mente cosa sia un esodo: è l’emigrazione volontaria di una comunità, motivata da ragioni che possono essere morali, religiose o politiche. L’esempio tipico è quello biblico, l’uscita degli ebrei dall’Egitto sotto la guida di Mosé. Quindi l’esodo necessita di una condizione preliminare irrinunciabile: l’esistenza di un altrove. Senza un altro luogo dove andare, senza una terra promessa verso cui dirigersi, non ci può essere esodo ma solo un peregrinare in tondo ad una medesima desolazione. Ma è sufficiente illustrare il dominio planetario della gerarchia e del capitale per confutare la teoria dell’esodo? No, non basta, perché l’altrove sostenuto dai suoi teorici non è certo un punto rintracciabile sulle mappe geografiche.
In tempi più recenti Virno ha così riassunto il suo pensiero in proposito: «L’esodo è una azione collettiva che fa leva sul principio paralogistico del tertium datur. Anziché sottomettersi al faraone o ribellarsi apertamente al suo dominio (A o non-A), il popolo ebreo intravede, e poi realizza, una possibilità ulteriore, che esulava dal novero delle alternative computabili all’inizio: la fuga dall’Egitto. Né A né non-A, né acquiescenza rassegnata né lotta per impadronirsi del potere in un determinato territorio, ma un eccentrico B, enucleabile solo a patto di introdurre surretiziamente altre premesse nel sillogismo dato. La secessione dalla “casa della schiavitù e del lavoro iniquo” avviene nel preciso momento in cui si individua una strada laterale, non segnata sulle carte sociopolitiche» (Motto di spirito e azione innovativa, Bollati Boringhieri, 2005).
Da queste istruttive parole si possono cogliere almeno tre punti: a) come già accennato, la teoria dell’esodo nasce dalla negazione della necessità di una rottura rivoluzionaria. Che sia perché è sinonimo di sconfitta, o solo perché rievoca spiacevoli ricordi a qualche cauto docente universitario, è comunque meglio evitare di «ribellarsi apertamente» al dominio; b) per Virno la ribellione al faraone coincide con la «lotta per impadronirsi del potere». Una rivolta anarchica è una possibilità che non lo sfiora minimamene, non essendo una «alternativa computabile» né all’inizio né alla fine della sua riflessione; 3) il suo altrove non è di natura geografica, bensì «sociopolitica». È uno spazio pubblico strappato al dominio dello Stato nel corso dei conflitti sociali.
La prospettiva qui espressa, che in un certo senso prende spunto dall’analisi di Marx sul movimento cooperativo come apertura di una breccia nella società capitalista, è quella di una trasformazione sociale da attuare mediante l’allargamento e la moltiplicazione di spazi e forme di libertà che si trovano ad operare in compresenza con l’autorità; creare cioè una situazione di alternativa sociale nella convinzione che alla fine lo Stato — esautorato, delegittimato, abbandonato — dovrà cedere il posto al proprio antagonista. La trasformazione sociale non prenderà più la forma che storicamente ha sempre assunto, quella cioè di una rottura rivoluzionaria violenta, ma quella di un esodo di massa.
Animata della certezza determinista che conta sul meccanismo oggettivo del processo storico, questa teoria risponde maldestramente all’atroce dilemma in cui si dibatte chi della trasformazione radicale della società fa il proprio fine ma ne teme i mezzi: come far sorgere il nuovo mondo senza essere costretti a spazzare via quello vecchio? Per uscire da queste ambasce giunge in soccorso l’antica arma della dialettica, abituata a risolvere ogni problema capovolgendone i termini. La “sfere pubbliche non-statali” — o consigli operai, comuni libere, municipi libertari o come li si voglia chiamare — diventano così le prime realizzazioni pratiche dell’utopia infine «concreta» di una società senza classi. La rivoluzione si trasforma in organizzazione non gerarchica della società, nel suo insieme completamente diversa. In questo modo si pensa di far traghettare l’umanità dal vecchio al nuovo mondo senza doverla — e soprattutto, senza doversi — bagnare nelle acque torbide e pericolose dell’insurrezione, dello scontro diretto contro l’apparato statale.
Questa teoria si impantana però in una contraddizione interna insuperabile. «Sfera pubblica non-statale» e Stato non si trovano l’una accanto all’altro come merci sullo scaffale di un supermercato, disponibili alla libera scelta dei consumatori. Non si può passare dal secondo al primo, a proprio piacimento, qualora ci si convincesse della sua migliore qualità. Finché sussiste un’autorità istituita dall’alto, le esperienze di gestione dal basso di qualsivoglia struttura sociale o economica non sono esempi di “autogestione” bensì di “cogestione”. Non esistono oasi felici nel deserto del capitalismo. Queste comunità di pionieri non possono esistere nel pieno della loro potenzialità liberatoria, né possono espandersi come isole separate in seno all’attuale società di classe. Una «sfera pubblica non-statale» può nascere solo nei momenti di rottura della normalità imposta, nei momenti cioè in cui lo Stato viene apertamente messo in discussione, contrastato, allontanato e posto nella condizione di perdere il suo potere. Fra i due non può sussistere una pacifica convivenza, una leale concorrenza, ma solo guerra aperta. Invece la particolarità della teoria dell’esodo è proprio quella di garantire l’elusione dello scontro diretto con lo Stato, con il faraone, attraverso una fuga. Se presa sul serio, una simile ipotesi scade nel patetico, in un idealismo umanistico quasi imbarazzante sulla bocca di tronfi materialisti. Sarebbe come dire che il fascio di luce emanato da questa “sfera pubblica non-statale” è tale da illuminare in un lampo l’intero mondo. Non solo d’un tratto la gente comune si sbarazzerà del fardello di una secolare obbedienza, ma i politici smetteranno di governare, gli industriali cesseranno di sfruttare, le forze dell’ordine finiranno di reprimere. Perché, se così non fosse, se viceversa non si ritenesse possibile una simile conversione nello spazio di una notte, pensando che richieda comunque tempi molto più lunghi, ciò significherebbe che si ritiene plausibile che lo Stato possa consentire a questa «sfera pubblica non-statale» di radicarsi, diffondersi, moltiplicarsi, federarsi, di mettere a serio rischio la propria sovranità, senza colpo ferire.
Purtroppo è risaputo che lo Stato non si estingue né si suicida. Può talvolta ritirarsi, eclissarsi, su pressione di forti contestazioni — come è accaduto nel maggio '68 in Francia — ma solo per tornare ben presto a rioccupare il terreno momentaneamente perso. Il motto mussoliniano che ancora campeggia su alcune questure — Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato — va ancora oggi preso alla lettera. Per cui, delle due l’una: o la teoria dell’esodo è palesemente una delle tante tiritere riformiste che pur ostentando un linguaggio estremista caldeggiano un ammodernamento delle istituzioni e l’instaurazione di un buon governo, oppure si tratta in realtà di un cavallo di Troia, di una teoria verbalmente non-insurrezionale che mira però a smentire nei fatti le sue parole. Nel qual caso non si tratterebbe più di negare l’ipotesi della rottura rivoluzionaria, quanto di travestirla per fini strategici. Si assicura il faraone d’essere già in marcia verso la terra promessa, soltanto per comunicargli in seguito che la vera meta è il territorio su cui regna. Fra gli anarchici c’è forse chi guarda alla “sfera pubblica non-statale” con gli occhi di chi all’inizio del 900 guardava allo sciopero generale come ad una risorsa mobilitatrice, senza preoccuparsi troppo del fatto che la descrizione del placido tramonto dello Stato ha l’effetto di disarmare chi in realtà si vorrebbe preparare alla battaglia. Quanto a Virno, non v’è dubbio che propenda per l’interpretazione filoistituzionale.
Non bisogna lasciarsi ingannare dal fatto che, per costruire il proprio edificio teorico dal sapore autoritario, egli si appropri di materiale di chiara natura libertaria. Allo scopo di prendere «congedo dall’ordinamento statale», potrà anche sollecitare una «disobbedienza radicale» che «deve mettere in discussione la stessa facoltà di comandare dello Stato». Ciò non toglie che per lui questa disobbedienza non nasce affatto dal desiderio di negare la sovranità, ma dall’esigenza di risolvere la sua attuale crisi (non a caso, Virno considera il «modello politico dell’esodo» di «straordinaria pertinenza nell’epoca in cui si consuma la crisi dello Stato moderno»). Allo stesso modo è inutile, dopo aver identificato l’Esodo con «la fondazione di una Repubblica», che egli precisi «Se Repubblica, non più Stato». Che diavolo significa? La Repubblica è solo una delle possibili forme statali, e in quanto tale non è affatto espressione e garanzia di molteplicità. Nel puntualizzare il significato di res publica, Cicerone ne sottolineava il tratto distintivo: il consenso a una legge comune. La Repubblica si oppone perciò alla Monarchia quanto all’Anarchia, alla legge di Uno come all’anomia, ai governi tirannici come ai nemici dei governi, in nome di un governo dei molti. Certo, Virno fa simpatia quando si esprime a favore delle «minoranze agenti» anziché del Partito, a favore della Moltitudine che «ostruisce e dissesta i meccanismi della rappresentanza politica» anziché del Popolo «riverbero» dello Stato, ma poi scopre i suoi altarini nell’indicare che queste Moltitudini «interferiscono conflittualmente con gli apparati amministrativi dello Stato, al fine di corroderne le prerogative e di assorbirne le competenze». Anche qui, come si vede, non si manifesta alcuna alterità nei confronti dello Stato, nessuna reale intenzione di abbandonare il suo terreno di gioco: si interferisce per appropriarsi delle sue funzioni, si entra cioè in competizione con la sua mera amministrazione. Queste «minoranze agenti» contrappongono «uno stile operativo di gran lunga più complesso, centrato sull’Esempio e sulla riproducibilità politica». Ma non siamo di fronte alla grottesca variante post-autonoma di una propaganda del fatto intellettuale, giacché «Esemplare è l’iniziativa pratica che, esibendo in un caso particolare la possibile alleanza tra general intellect e Repubblica, ha l’autorevolezza del prototipo, non la normatività del comando». Se si considera che prototipo è il modello-base cui ispirarsi in futuro, il punto di partenza di una produzione seriale, si comprenderà in quale conto Virno tenga davvero la differenza della molteplicità. Del resto, è lui a chiarire che la sua apologia del Contr’Uno è solo una difesa d’ufficio formale, poiché la sua Moltitudine «non è un vortice di atomi cui ancora difetti l’unità, ma la forma di esistenza politica che si afferma a partire da un Uno radicalmente eterogeneo allo Stato: l’Intelletto pubblico». Capito cosa bolle in pentola? Il solito, stantio, marcio matrimonio fra intellighenzia e potere, ritornello leninista riveduto e corretto alle luci al neon del terzo millennio. Bisogna disobbedire all’Uno dello Stato costituito, ma solo per adeguarsi al «prototipo mentale» dettato dall’Uno dell’Intelletto pubblico, intenzionato a fondare la Repubblica costituente.
Ai semplici di spirito verrebbe da porsi alcune domande impertinenti: come è possibile evitare ogni scontro con le truppe del faraone se si rimane comunque sul suo territorio? Inoltre, se si tratta di abbandonare anche solo metaforicamente il mondo dello Stato, se bisogna determinare «la solitudine del re» che riduce «la compagine statale a una privatissima banda di periferia, prepotente e però marginale», non si deve come minimo evitare ogni forma di collaborazionismo? Per rispondere in maniera dissuasiva a queste domande, Virno sostiene che bisogna riconoscere innanzitutto «un mutamento nella geometria dell’ostilità. Il “nemico” non figura più come la retta parallela, o l’interfaccia speculare, che si contrappone punto per punto alle trincee e alle casematte occupate dagli “amici”, ma come il segmento che interseca più volte una sinuisodale linea di fuga» (ancora una volta Virno dà per scontato l’identità fra i due nemici, la loro «interfaccia speculare»). In effetti, se il nemico non sta più di fronte agli “amici” di Virno, ma li interseca, è meglio rivedere «la gradazione dell’ostilità» e far decadere «l’inimicizia assoluta» che porta solo alla guerra civile. Dovendo muoversi in «uno stato intermedio fra pace e guerra», meglio adottare una inimicizia «illimitatamente reattiva» che «alterna la rottura alla trattativa, l’intransigenza che non esclude alcun mezzo ai compromessi necessari per ritagliare zone franche e ambiti neutrali».
E la violenza? È lecita contro il faraone? Avendola ammessa nel passato solo in vista della (fallita) conquista del potere, Virno può accettarla nel presente solo come mezzo per proteggere la fuga, per la «salvaguardia», il «rispetto», la «persistenza» di quanto «si è abbozzato». A suo stesso dire, «si tratta, dunque, di una violenza conservatrice». Una violenza che difende, ma che non attacca. Una legittima difesa, insomma, come ci insegna la giurisprudenza medioevale attraverso lo jus resistentiae. Un Diritto alla Resistenza che non va confuso con «una sollevazione generale contro il potere costituito: netto è il discrimine nei confronti della seditio e della rebellio». Sia chiaro a tutti i novelli Calogero.
Eccoci qua: lotta e dissociazione, rottura e trattativa, intransigenza e compromesso, diritto di resistenza e rifiuto della guerra civile, fusi nello stesso crogiuolo intellettuale. E non si pensi che l’accusa di opportunismo risulti offensiva alle orecchie di Virno, tutt’altro: «Opportunista è colui che fronteggia un flusso di possibilità sempre intercambiabili, tenendosi disponibile per il maggior numero di esse, piegandosi alla più prossima e poi deviando con prontezza dall’una all’altra. È questa, una definizione strutturale, sobria, non moralista dell’opportunismo. In questione è una sensibilità acuminata per le mutevoli chances, una dimestichezza con il caleidoscopio delle opportunità, una intima relazione con il possibile in quanto tale. Nel modo di produzione postfordista, l’opportunismo acquisisce un indubbio rilievo tecnico. È la reazione cognitiva e comportamentale della moltitudine al fatto che la prassi non è più ordinata secondo direttrici uniformi, ma presenta un alto grado di indeterminismo.... L’opportunismo si fa valere come indispensabile risorsa ogni qual volta il concreto processo di lavoro è pervaso da un diffuso “agire comunicativo”, senza più identificarsi, dunque, con il solo” agire strumentale” muto... In fondo, che altro è l’opportunismo se non una dote dell’uomo politico?»(La Moltitudine come soggettività in Grammatica della Moltitudine, Rubbettino, 2001). E se lo dice lui…
Eppure c’è un aspetto presente nella teoria dell’esodo, un sottofondo si potrebbe dire, che rischia di essere perso davanti al frastuono delle sue aberrazioni più evidenti. È la somiglianza, seppur stravolta, con l’intuizione fourieriana sulla necessità di uno scarto assoluto rispetto a quanto già si conosce. L’esempio questa volta è dato da Cristoforo Colombo, il quale ha scoperto un nuovo mondo andando dove nessuno era andato, uscendo da confini considerati inviolabili, prendendo una direzione che portava apparentemente al nulla. Però il suo è stato un viaggio solitario, accompagnato dal sarcasmo di chi restava chiuso dentro i confini del già dato. L’esodo ha una natura politica, è un mito costituente di una sovranità che ha la sua guida e il suo popolo. Lo scarto assoluto appartiene invece all’individuo, ma può avere conseguenze enormi e imprevedibili su chiunque.
Ma la radice è la medesima. Etimologicamente, esodo significa fuori strada. Scrive Virno: «L’esodo non è cosa diversa dal cambiare discorso mentre la conversazione è già avviata su binari ben definiti». In effetti, in un mondo a senso unico andare fuori strada, cambiare discorso, è una premessa indispensabile per arrivare ad una rottura radicale con l’ordine dominante. Solo che un conto è costeggiare il sentiero battuto, prendere un viottolo laterale più o meno parallelo alla via maestra. Altra cosa invece è andare in tutt’altra direzione, magari alla deriva, ma alla ricerca di mete straordinarie. Uno scarto assoluto concettuale e immaginativo generalizzato — ammesso che quello che è sempre stato un viaggio individuale possa riuscire a trasformarsi in avventura collettiva — produrrebbe effetti diametralmente opposti a quelli auspicati da Virno. Per lui cambiare discorso è un «motto di spirito» che può solo fare «balenare un diverso modo di applicare le regole del gioco», riducendosi così ad essere «un’azione innovativa». Non considera che cambiare discorso potrebbe essere premessa a ben altro: mettere fine al gioco e alle sue regole. Uno scarto assoluto dallo Stato segnerebbe l’abbandono del suo linguaggio, dei suoi valori, delle sue istituzioni, di tutto il suo mondo (da cui Virno pesca a piene mani). Da qui una estraniazione assoluta nei confronti dell’esistente, estraniazione irriducibile a ogni ricatto e lusinga. Un altrove immaginario e immaginifico, intangibile al tatto ma non alla sensibilità. E a chi non si accontenta di un esilio interiore non rimane che andare alla ricerca della materialità che gli manca nel solo modo possibile: straripando nella realtà sociale. Invece di spalancare le porte alla Repubblica, all’inimicizia reattiva, al Diritto alla Resistenza, ci si avventurerebbe nell’anarchia, nell’ostilità assoluta, nella guerra civile.
Prospettiva che per ovvie ragioni non viene presa in considerazione dalla buona, nutriente filosofia universitaria che, gravata da cento mire e da mille riguardi, se ne viene cautamente barcamenandosi per la sua strada, avendo costantemente davanti agli occhi la paura del padrone, la volontà del Ministero, i canoni della Chiesa, i desideri dell’editore, l’appoggio degli studenti, la buona amicizia dei colleghi, l’andamento della politica del giorno, la tendenza momentanea del pubblico e quant’altro mai.
Meglio vagliare le opportunità concesse dal riformismo, nello sforzo di trovare un ponte artificiale — come l’esodo appunto — escogitato a furia di scolastica, tra il mezzo e il fine, fra realtà supposta immutabile e trasformazione radicale auspicata, dopo aver abbandonato le forze reali ma oscure dei momenti insurrezionali. Quante volte si è parlato di trovare un passaggio dall’Impossibile al Possibile? Ma di Possibile ce n’è di tanti tipi. Ed il peggiore è certamente quello che si appalesa nel contrasto fra la grandiosità del fine e la strisciante umiltà del mezzo, quel Possibile da bottegai che vorrebbe sovvertire il mondo restando in pace con tutto il prossimo cristiano e non si rende conto dell’incongruenza del proprio mezzo col fine che si prefigge.