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Archivio Temporale

Data

Biciclettata di massa a Ciampino

04/05/2008 - 11:00
04/05/2008 - 13:00
Sommario:
Tutti giù per terra
Promotore evento:
Assemblea Permanente No-Fly
Indirizzo email:

Svicolare in mezzo alle auto è difficile...farlo in mezzo agli aerei è quasi uno sport estremo. Vieni anche tu a misurarti con l'impossibile. Partecipa alla biciclettata di massa che casualmente si riunirà in piazza della Pace a Ciampino alle ore 11.00 di domenica 4 maggio.
Prova anche tu il brivido di correre mentre fischia il vento prodotto dalle turbine degli aerei.
Respira a pieni polmoni il kerosene afrodisiaco che risveglia quella voglia di lottare assopita dalle lunghe notti del sabato sera capitolino.
Alza il culo dal letto e pedala fino alla vittoria!
E magari ti verrà voglia di tornare a Ciampino anche la settimana dopo, quando il corteo autorganizzato partirà nuovamente da piazza della Pace, alle ore 16.00 di sabato 10 maggio.
Monta in sella alla bersagliera, che male nun te fa...
Ehi tu, abitante della Roma di Alemanno che sei un pò più abbioccato/a dal risultato elettorale e che sei curioso/a di vedere che aria tira nella tua provincia, prendi il treno alle 10.20 a Termini che in un quarto d'ora sarai dei nostri.

www.no-fly.info
nofly@inventati.org

francesco pileggi.JPG

francesco pileggi.JPG

Lazio.....a pochi anni dalla Campania

autore:
lele82
Sommario:
arriva al multa della Commissione Europea

Oggi è stata ufficializzata la multa della Commissione Europea,dopo che la stessa ha multato per l'ennesima volta la Regione Campania di Bassolino,alla nostra regione per la situazione dei rifiuti che con il governo licenziato Prodi è dovuto intervenire per un prolungamento del commissariamento per i rifiuti.Il commissario e cioè lo stesso presidente Marrazzo non è ancora riuscito a fare l'unica cosa che deve fare da due anni che consiste nel trovare dei siti per degli inceneritori che dovranno subentrare a quello oramai saturo di Malagrotta.Chi segue quel che succede in questa nazione di merda conosce la situazione da due anni che sono passati con un nulla di fatto dalla persona pubblica con più potere sul territorio.La multa non è una semplice"ammonizione"ma è un fatto estremamente grave che deve suonare non come un semplice allarme ma bensì come il segnale di una situazione tragica...come quella presente a poche ore di macchina da Roma.Sappiano i signori della politica che questa non è la regione e la città in cui nascono gli amici napoletani ma questa è una terra in cui la gente non deve temere la camorra e la sua gente non starebbe certo a guardare le loro vite sprofondare nella merda.Riflessione:ma in quale altro paese"industrializzato moderno e democratico"al mondo si lascia andare la capitale(la più bella del mondo cazzo!!!!)in un emergenza rifiuti ma poi,ricazzo!!!,penso che è quella dell'attuale presidente del consiglio,della camera,del senato ed il sindaco della stessa città e allora vorrei essere ibernato con un biglietto per l'estero e svegliarmi tra 5 anni in un aeroporto....se ancora ci saranno

BELLO CIAO!

“Riusciranno i nostri eroi a ritrovare la sponda politica
misteriosamente scomparsa in Roma?”
Bello ciao….
democrazia (poco) partecipata!

c.v.d. Contro i fascisti, non e’ bastata la sfilata, nemmeno quella del 25aprilelettorale.
In molti, di turarsi il naso, non se la sono proprio sentita!
In molti hanno capito che la fiamma che scaldava la brace di Alemanno e la padella di Rutelli era la stessa, e che per non alimentarla, bisogna spegnerla.
In molti hanno preferito la propria dignita’ umana e politica, la propria autonomia di pensiero e di azione.
In molti hanno rifiutato di farsi intrappolare dal diritto-dovere del voto o dalla mitologia della partecipazione, o dai megafonaggi di vecchi e nuovi tromboni dell’antifascismo intermittente e di stato.
In molti si sono astenuti.

La rincorsa securitaria al centro proprietario consegna Roma ai fascisti di Alemanno, democraticamente eletto sindaco, in onore all’alternanza bipartita.
Che poi questo risultato sia stato prodotto anche da fenomeni di trasmigrazione elettorale interna ed esterna al centro-sinistra, o sia il risultato di regolamenti di conti e notti dei lunghi coltelli dentro il P.D. o tra gli “arcobaleni” ed il P.D., francamente poco ci importa.
L’onda lunga di destra di provenienza europea si mischia con un ritardato “effetto ‘89” italiano che, insieme agli ultimi cascami stalinisti spazza via anche il “partito dei municipi” e la sua partecipativa capitale romana.
Di certo, comunque colorati, governi centrali ed amministrazioni locali giocheranno al tavolo della contrattazione nella elargizione della spesa pubblica corrente, sotto l’occhio vigile del vincolo continentale di Bruxelles.
E’ di fronte a questa realta’ inaggirabile di determinazione economica delle politiche statuali che la scelta dell’astensionismo autonomo e di classe e’ una scelta obbligata per chi vuole schierarsi nelle prossime lotte di classe.
La nostra campagna astensionista non ha nulla a che vedere con qualunquistici ribellismi o con fantomatici partiti del non voto; noi non abbiamo da sfogare nessun “vaffanculo”, ne’ da organizzare scioperi del voto.
Il nostro astensionismo e’ una scelta strategica di collegamento alla scissione profonda di classe in corso, contro la politica, per l’organizzazione autonoma.
Il nostro astensionismo rifiuta la “via parlamentare” alla trasformazione sociale, cosi’ come combatte le “teorie” delle sponde istituzionali di movimento.
Anche a Roma abbiamo dato vita ad una campagna astensionista dovunque ci e’ stato possibile, in forma mirata e selettiva verso i luoghi della produzione e della contraddizione reale, li dove latita la spettacolarizzazione politica piccolo borghese.
Nonostante attacchi e tentativi di aggressione e criminalizzazione dell’opportunismo, abbiamo portato la nostra campagna astensionista contro la “notte bianca” nell’universita’, contro il 25 aprilelettorale, dentro quartieri di tradizione antifascista che qualcuno vorrebbe di sua mafiosa proprieta’.
Ora, anche di fronte all’accelerazione oggettivamente provocata dal risultato comunale, che chiude lo sportello alla madia delle briciole “partecipative”, e’ giunta l’ora delle scelte, e dei primi passi pratici.
Crediamo siano da evitare tentazioni e vecchi vizi che, purtroppo vediamo gia’ in opera, tipo quelli legati agli ululati sull’”emergenza democratica” e sul conseguente scampanellio del carrozzone dell’antifascismo di stato, o quelli espressione di confuse ed affrettate “agglomerazioni plurali” per la rivincita elettorale prossima futura.

No!
I fatti hanno la testa dura, e stanno producendo riflessioni piu’ profonde per problemi piu’ seri da affrontare in tempi piu’ lunghi…..ma un primo passo va fatto. ADESSO!
La fine di tre illusioni tragiche, quella parlamentaristica, quella “spondista” e quella “partecipata” possono produrre un primo cartello politico che rimetta al centro del proprio percorso la lotta di classe, per riaprire la partita del dibattito e dell’azione unitaria del movimento rivoluzionario, che prima di fare proclami antifascisti, torni all’umile lavorio quotidiano in quei territori da troppo tempo abbandonati alla maledizione metropolitana.
Il nostro impegno di fase andra’ in questa direzione, disertando la democrazia borghese, partecipando alle prove tecniche del movimento di classe del nuovo secolo.

coordinamento per l’autonomia di classe

25 APRILE -IL VIDEO!-

autore:
INsensINverso

IL VIDEO DELLA MANIFESTAZIONE DEL 25 APRILE 2008 A ROMA:

http://www.insensinverso.org/video.25aprile.html

QUELLO CHE IN TELEVISIONE/TV/GIORNALI NON CI FANNO VEDERE...
LA RESISTENZA CONTINUA, TUTTI I GIORNI...

Ass. INsenINverso

5 maggio in piazza

02/05/2008 - 16:00
Sommario:
Lunedì 5 maggio corteo con i lavoratori immigrati
Promotore evento:
Coordinamento per l'Unità dei Comunisti

LUNEDI’ 5 MAGGIO TUTTI IN PIAZZA INSIEME AI LAVORATORI IMMIGRATI
La grande partecipazione all’assemblea del 1° maggio al Parco Centocelle, che ha visto la presenza di centinaia di compagni italiani ed immigrati, ha dimostrato quanto sia diffusa la voglia di reagire al disastro della sinistra governista e di rispondere subito alle minacce del nuovo sindaco di Roma.
I compagni italiani, bengalesi, pakistani, indiani, albanesi, sudamericani, marocchini e di tutte le altre nazionalità hanno sottolineato l’importanza della manifestazione di lunedì 5 maggio, ribadendo la necessità che la solidarietà verso gli immigrati non si limiti ai bei discorsi ma si concretizzi nella presenza in piazza. Per questo, rilanciamo l’appello a tutte le compagne ed i compagni a partecipare alla prima manifestazione dopo l’elezione del sindaco di destra, per rivendicare diritti, casa e lavoro per tutte e tutti.
LUNEDI’ 5 MAGGIO, ALLE ORE 17.00, CORTEO DA PIAZZA DELLA REPUBBLICA.
Coordinamento romano per l’Unità dei Comunisti

IL RIFORMISMO DALLA DEMOCRAZIA AL FASCISMO

autore:
Partito Comunista Internazionale
Sommario:
Da "COMUNISMO" n. 30 – “GLI INSEGNAMENTI DI LIVORNO 1921”

IL RIFORMISMO DALLA DEMOCRAZIA AL FASCISMO

L'articolo che segue, pubblicato dal giornale del Partito "Il Partito Comunista" oltre trentanni fa, ma dal quale non abbiamo nulla da togliere o da aggiungere, salvo alcune notazioni legate all'attualità di allora e semmai superate solo per l'incarognimento opportunista, e per la sparizione di gran parte della fungaia pseudorivoluzionaria confusionista e mistificatoria, vogliamo ripresentarlo a chiusura di questo numero "monografico" della Rivista ("COMUNISMO" n. 30 – “GLI INSEGNAMENTI DI LIVORNO 1921” - http://www.international-communist-party.org/Comunism/...) dedicato a documenti fondamentali nella storia del "nostro" Partito, quello di Livorno, sezione italiana della Terza Internazionale, aperta con un "excursus" storico dello stalinismo che distrusse dalle fondamenta il Partito nato a Livorno.

Trentanni, pochi in una visuale storica per avvertire il passo del processo rivoluzionario in una fase totalmente monopolio dell'avversario borghese e della sua ideologia, ma tanti se misuriamo gli avvenimenti accaduti alla scale geopolitica, permettono bene di valutare la traiettoria politica e sociale del primo avversario della rivoluzione sociale, il più pericoloso e corrompente perché agisce nella fila stesse della classe operaia. La tradizione di Livorno è stata cancellata, ma infine anche le insegne, abusate e menzognere del socialismo sono state eliminate dalla bandiera di quel partito che oggi si è spogliato anche dell'usurpato nome di comunista: e allora quel tragitto, dalla democrazia al fascismo, che l'articolo illustra sul piano storico e dottrinale come necessario e determinato per il riformismo nato dalla degenerazione staliniana, è reso ancora più manifesto alla luce dei fatti odierni previsti ed analizzati dalla nostra scuola.

Sotto gli occhi del nostro lettore, di chi segue il nostro lungo, continuo e coerente lavoro, abbiamo voluto mettere un "come siamo nati e cosa sono diventati" per far ancora meglio risultare le ragioni della battaglia per la Rivoluzione, costanti ed immutabili oltre tempo ed accadimenti, e le "ragioni", altrettanto costanti e fisse, anche se travestite a varie riprese da "novità dell'ultim'ora" del tradimento opportunista.

* * *

Oltre 40 anni separano i giorni nostri dalla degenerazione, e poi dalla distruzione di un organismo di battaglia, di un patrimonio teorico e di lotta che sembrava conquista definitiva nella storia del proletariato rivoluzionario; la sconfitta della rivoluzione internazionale; il passaggio del primo Stato della dittatura proletaria nel campo borghese, la bestemmia del socialismo in un solo paese, un secondo carnaio imperialista, l'infamia dei blocchi partigiani. 40 anni di controrivoluzione che pesano sulle spalle di un proletariato ingabbiato nei partiti dell'opportunismo; ed una ripresa che appare ancora lontana malgrado i primi deboli conati di azione autonoma degli operai, le prime spinte antiriformiste.

Con questo bagaglio d'esperienza storica, che il Partito della Rivoluzione ha sintetizzato nelle alterne vicende di vittorie, sconfitte e tradimenti al proletariato, trattare alla luce di questi 40 anni tragici anni trascorsi la forma attuale dell'opportunismo, significa trattare lo stalinismo – con questo nome i comunisti definiscono la modalità con cui si è determinata la controrivoluzione, astraendo dalle vicende individuali di capi traditori – anche se il mosaico di "aggiornamenti", "correzioni teoriche", di "nuove scoperte organizzative" si arricchisce giorno dopo giorno, nella teorizzazione di mille gruppi e ducetti del momento, di nuove intricate tessere tutte però facilmente riconducibili ad errate teorie di tempi lontani. L'avversario opportunista si presenta essenzialmente sotto l'aspetto dello stalinismo, e da un punto di vista storico occorrerebbe analizzare il sorgere, lo svilupparsi ed il primeggiare di questa forma, peculiare della sconfitta e degenerazione del primo Stato a dittatura proletaria della storia. Ma anche se questa è la sua caratterizzazione attuale, è importante per averne una conoscenza, anche parziale, analizzarne i metodi e la natura, sorvolando sulle vicende storiche delle varie forme con le quali si è manifestato nel tempo, considerandone invece solo l'ideologia, come si è determinata cristallizzata, sino alle posizioni "odierne".

Con questo criterio, descrivere i metodi dell'opportunismo, che non è un partito, ma un movimento che comprende più partiti, più correnti, un complesso di dottrine e teorie e le cui radici affondano nella storia anteriore al 1914, richiede una analisi che si spinga agli inizi del secolo. Da un punto di vista generale, quando noi marxisti parliamo d'opportunismo, consideriamo il periodo storico che dal 1914 arriva sino oggi, quasi 60 anni di storia non del movimento rivoluzionario del proletariato, ma di tendenze, forze, che pur richiamandosi all'azione di classe, l'hanno stornato dalla via maestra della rivoluzione l'hanno legato al carro della conservazione borghese. Già da questo cenno una caratterizzazione dell'opportunismo come quinta colonna del capitalismo nella fila del movimento operaio, è – la definizione di Lenin – "socialismo a parole e tradimento nei fatti".

Ma una serie di definizioni non può bastare a spiegare un fenomeno così complesso, che una descrizione delle sue caratteristiche esteriori non renderebbe conto di quanto esso sia differente nella sostanza, pur se riconducibile nel quadro composito dei suoi metodi di azione ed ideologie, ad altri "metodi" di direzione del proletariato, con i quali il marxismo rivoluzionario in tempi diversi, ebbe a scontrarsi sul piano della teoria e poi su quello dell'azione pratica; ed abbiamo detto "metodi di direzione" della classe operaia, che in differenti epoche convissero, perché è necessario chiarire che l'opportunismo, nel riassumerli tutti, sindacalismo, operaismo, riformismo, costituzionalismo pacifismo tipico dell'epoca imperialista, non è un metodo nel senso storico sopra accennato.

Fino alla grande guerra

È quindi necessario ripercorrere alcune tappe della storia della "nostra" classe, anche per sgombrare il campo della visione tipica dell'idealismo radicale piccolo borghese, per cui la teoria, e di conseguenza anche l'azione rivoluzionaria, sorgerebbe dal seno delle "masse", che troverebbero per virtù intrinseca propria la strada della rivoluzione, cosicché il partito si ridurrebbe ad una pura organizzazione il cui solo compito è di stimolare acconciamente questa speciale "ghiandola rivoluzionaria" magari con gesti esemplari, e poi accodarsi al movimento in atto; visione ideologica, che non comprende come la teoria sia un dato esterno della classe, e che la storia "sceglie" tra le varie teorie, la giusta, corretta.

Il proletariato infatti fin dal suo sorgere, conobbe lo svolgersi di due metodi nella conduzione delle sue lotte, quello rivoluzionario e quello pacifista costituzionale; il primo è il nostro marxista, all'altro appartengono i movimenti anarchici e prudhoniani piccolo borghesi. Ancora, il metodo pacifista costituzionale è caratterizzato da due filoni, quello gradualista riformistico, e l'operaismo sindacalista. Da un punto di vista politico, c'è stata al sorgere della prima Internazionale, una precisa opposizione fra i metodi rivoluzionari anarchici e quelli marxisti, nella quale la frazione anarchica si batteva per un federalismo piccolo borghese contro il centralismo dei marxisti; tra i due c'è stata tuttavia convivenza, sino ad un certo momento, nel crogiolo della lotta contingente della classe operaia e ne sono prova le lotte sindacali e di difesa in Inghilterra ed in Francia nelle quali l'elemento anarchico non era in contraddizione con l'elemento scientifico costituito dal pensiero marxista che si stava elaborando nella I Internazionale. La rottura di questa convivenza, la scelta che la storia stessa opera in favore della prassi e del pensiero marxista, a seguito d'avvenimenti che in questa sede non è il caso di percorrere, espelle definitivamente il metodo anarchico dal seno della classe operaia. Un'altra convivenza storica si ha tra il metodo riformista e quello marxista rivoluzionario all'interno della III Internazionale; essi, impiantatisi nel proletariato, e discendenti dalle stesse comuni radici (dirà Turati, al Congresso di Livorno nel 1921 "siamo tutti figli del Manifesto" non si scontrano in un urto così violento da spezzare l'organizzazione, anche se la frazione rivoluzionaria non cessa mai la critica martellante contro quella riformista; tutto ciò sino allo scontro diretto cioè degli Stati capitalistici che "smentisce" storicamente la "ipotesi" gradualistica e addita all'azione proletaria la sola via della rivoluzione violenta; i partiti riformismi nazionali aderiscono, in vario modo, e con sfumature differenti alla guerra, la frazione rivoluzionarie vi si oppongono in nome della guerra tra le classi. L'adesione alla guerra avviene non nello stesso modo per tutti i partiti riformisti; dall'appoggio diretto della socialdemocrazia tedesca, all'equivoco "né aderire né sabotare" del P.S.I., mentre l'altro polo di questa tendenza, che testimonia come essa ancora fosse legata al proletariato, ben può essere caratterizzata del rifiuto di Jan Jaurais, che si dichiara contro le guerre in nome di un pacifismo umanitario non nostro, gesto mobilissimo, ma da iscriversi nella tradizione rivoluzionaria del proletariato; è però sintomatico che un simile atto non si ritrovi più da parte dell'opportunismo alla vigilia della II Guerra mondiale. Il riformismo fu quindi un metodo di conduzione dell'azione proletaria, a sua lode vanno iscritte la formazione di poderose organizzazioni sindacali, l'utilizzo legale dei mezzi che la lotta del proletariato metteva a disposizione per conquistare "nuovi fortilizi" – Engels stesso si esaltava per la elezione di operai nei parlamenti, perché un drappello della classe in essi significava incepparli, intaccarne le fila, sabotarne il funzionamento. Il 1914 segna quindi la fine non d'un metodo ma di tutti i metodi di direzione della classe operaia che non si schierino su un unico fronte che le vicende storiche e le lotte di quasi un secolo hanno indicato, quello del marxismo rivoluzionario. Crollano nel 1914 i miti anarchici (col tragico epilogo della guerra di Spagna del 1936), già scartati all'inizio del '900, crolla la tendenza anarco-sindacalista soreliana, ancora presente come frazione in alcuni partiti socialisti, e che pure aveva avuto un benefico effetto – anche se in senso non corretto – quando si era opposta alla collaborazione aperta con lo Stato che da parte del sindacalismo "ufficiale" veniva attuata, anche se in modo mille volte meno fetido di oggi. In Italia il Congresso di Bologna del 1919 e di Livorno del 1921 segnano bene la cristallizzazione e lo scontro definitivo tra riformismo e ala rivoluzionaria. Cadono tutti i metodi solo rimane il marxismo rivoluzionario; è da questo punto in avanti che si caratterizza il fenomeno dell'opportunismo.

Lasciamo parlare Lenin (lo scritto è del 1913) che martella le caratteristiche di classe di questo "fenomeno storico":

«Che cosa rende inevitabile il revisionismo nella società capitalistica? Perché il revisionismo è più profondo delle particolarità nazionali e dei gradi sì sviluppo del capitalismo? Perché in ogni paese capitalista esistono sempre, accanto al proletariato, larghi strati di piccola borghesia, di piccoli proprietari. Il capitalismo è nato e nasce continuamente dalla piccola produzione. Nuovi numerosi "strati medi" vengono inevitabilmente creati dal capitalismo (appendici della fabbrica, lavoro a domicilio, piccoli laboratori che sorgono in tutto il paese per sovvenire alle necessità della grande industria). Questi nuovi piccoli produttori sono pure essi in modo inevitabile respinti nelle file del proletariato. È del tutto naturale quindi che le concezioni piccolo borghesi penetrino nuovamente nelle file dei grandi partiti operai. È del tutto naturale che debba essere così e sarà sempre così, sino allo sviluppo della rivoluzione proletaria, perché sarebbe un grave errore pensare che per compiere questa rivoluzione sia necessaria la proletarizzazione "completa" della "maggioranza della popolazione"».

Mentre poche righe sopra: «Il complemento naturale delle tendenze economiche e politiche del revisionismo è stato il suo atteggiamento verso l'obiettivo finale del movimento socialista. Il fine è nulla, il movimento è tutto – queste parole alate di Bernstein esprimono meglio di lunghe dissertazioni l'essenza del revisionismo. Determinare la propria condotta caso per caso, adattarsi agli avvenimenti del giorno, alle svolte provocate da piccoli fatti politici; dimenticare gli interessi vitali del proletariato e i tratti fondamentali di tutto il regime capitalista, di tutta l'evoluzione del capitalismo; sacrificare questi interessi vitali ad un vantaggio reale o supposto del momento, tale è la politica revisionista. Dall'essenza stessa di questa politica risulta chiaramente che essa può assumere forme infinitamente varie e che ogni problema più o meno "nuovo", ogni svolta più o meno imprevista o inattesa – anche se mutano il corso essenziale degli avvenimenti in una misura infima per un brevissimo periodo di tempo – devono portare inevitabilmente all'una o all'altra varietà di riformismo».

Nello stesso modo niente di nuovo, né da un punto di vista di classe, né da un punto di vista dei contenuti, porta l'opportunismo odierno, nato sulle rovine della III Internazionale, rispetto a quello che Lenin definiva "tradimento nei fatti". L'invarianza storica del programma della rivoluzione, ammette la stessa invarianza nel tradimento opportunista; esso si ripresenta, dopo ogni sconfitta storica del proletariato, con lo stesso bagaglio piccolo-borghese, la stessa visione evoluzionista, la stessa ideologia progressista che vede uno sviluppo ininterrotto dei rapporti sociali, e non il trapasso rivoluzionario da una forma all'altra.

Le "riforme", l'utilizzo di metodi che il marxismo non ha mai per principio respinti, ma che ha visto soltanto come strumenti tattici, vengono usati adesso, insieme a strumenti e modi caratteristici della classe avversaria con la sola funzione di tener legato il proletariato allo Stato borghese; il vecchio riformismo cambia natura, o meglio percorre fino in fondo il cammino che gli avvenimenti lo costringono a percorrere, ed uscito completamente dall'ambito del socialismo, si schiera a difesa delle borghesie nazionali, ponendosi come strumento di armonizzazione nella compagnie statale capitalistica: ed allorquando il proletariato insorto, ad "armonizzarsi" con l'avversario non sarà per niente disposto, come nel 1919 in Germania, non esita ad assumersi in prima persona l'azione repressiva statale.

La guerra imperialistica porta alle estreme conseguenze lo sviluppo e la contrapposizione degli ingranaggi di direzione politica delle due classi storicamente antagonistiche; la classe operaia produce come punto più alto della sua coscienza ed azione rivoluzionaria la Terza Internazionale Comunista, la classe borghese esperisce sino in fondo il suo meccanismo di lotta controrivoluzionaria, il fascismo: tra queste due formidabili guide politiche, nel periodo dal '19 al '25, lo scontro è aperto per la soluzione del problema dello Stato.

Ma anche l'opportunismo ha giocato il suo ruolo controrivoluzionario nel gettare disarmata la classe operaia nella morsa della repressione borghese; ed una volta che si è specificato come esso riunisca in sé tutte le tendenze e le ideologie che hanno caratterizzato il movimento operaio fino al 1914, risulta fertile ed importante spiegarlo attraverso la caratterizzazione del fascismo.

Sull'altro fronte

Distrutta dallo stesso procedere storico l'illusione che il riformismo potesse raggiungere le finalità del socialismo ed avesse un senso prima della conquista del potere politico e la distruzione dell'apparato di dominio della classe avversaria, diventato nelle mani dell'opportunismo un metodo di azione che sfocia in una attività a solo favore dell'irrobustimento dello Stato borghese, come si comporta il fascismo dal punto di vista delle riforme? Esso agisce come il vero riformismo di Stato, gradualismo di Stato, sindacalismo di Stato.

I marci opportunisti odierni, ubriachi della parola "riforme" sotto l'ala statale, fingono di ignorare che il vero movimento "riformatore" è stato il fascismo, nel campo sindacale e in quello politico. La tanto decantata "unificazione sindacale", ovvero il formale definitivo inserimento delle organizzazioni economiche operaie nella compagine statale, proprio il fascismo la realizzò, distruggendo fisicamente, all'esterno la gloriosa CGdL pur minata dall'interno dai bonzi d'allora; oggi, con 40 anni di ritardo è ripercorsa la stessa strada. Ancora, la "riforma dello Stato", ovvero il suo irrobustimento fu opera del fascismo, condotta con la violenza contro il proletariato schiantato dall'azione disgregatrice della socialdemocrazia.

La stessa volontà di rendere più saldo lo strumento di dominio della classe avversaria anima oggi l'opportunismo, sotto i belati ad uno Stato più "giusto, morale, democratico". Gridano ad un'economia malata, da risanare, al sovvenzionamento delle piccole industrie, ai capitali che non "vanno in investimenti produttivi", elevano preci alla statalizzazione dell'industria, panacea per vincere ogni malanno che colpisca la loro amata economia, ma proseguono in modo di gran lunga più deteriore, la stessa politica di puntellamento dello Stato borghese. Tolte le effigi nere, sostituite con quelle tricolori, hanno proseguiti fedeli alla degenerazione che ha distrutto l'Internazionale Comunista sul cammino che l'abbattuto regime aveva percorso e che a sua volta aveva ereditato dalla socialdemocrazia.

L'ormai definitivamente raggiunto ambito borghese non offre loro alcuna "soluzione" originale: sotto le mentite spoglie delle vie nazionali al socialismo, rimane l'armamentario del metodo fascista, perché la storia stessa ha sgombrato il campo alle soluzioni intermedie.

È quello fascista in definitiva il metodo più adatto e "moderno" per la direzione dello Stato, cioè il fascismo costituisce la giusta sovrastruttura politica del capitalismo in epoca imperialistica; si potrebbe definire il fascismo come un tipo di opportunismo diretto dallo stesso partito della borghesia contro il proletariato, anziché diretto dai partiti pseudo-operai. Riformismo, gradualismo, sindacalismo, esercitati, anziché da partiti diversi, dallo Stato in prima persona; e questo porta a dire che il fascismo è la manifestazione politica del totalitarismo statale.

Lo sviluppo delle forze del capitale segue la direttrice irreversibile della massima concentrazione e della massima centralizzazione della sovrastruttura politica, in tal senso lo Stato, come vertice della piramide del sistema capitalistico non può essere che il totale monopolizzatore delle forze dell'insieme della società capitalistica.

Lo Stato diviene quindi l'elemento polarizzatore di ogni forza e raggruppamento che si ponga l'obiettivo del potere; al di fuori del campo della rivoluzione proletaria e del comunismo, soltanto l'apparato di dominio della classe avversaria esiste e domina ed un segno potente è dato da tutti quei cosiddetti partiti politici, vere escrescenze degenerative che con il loro tentato assalto alla corriera, avrebbero preteso di arrovesciare i rapporti di forze gridando in parlamento "Viva la rivoluzione" ad altissimi stipendi. È perciò naturale che l'opportunismo, in tutte le sue correnti e manifestazioni politiche e sindacali, difenda ad ogni modo la forma democratica del governo statale; non perché in essa l'attività per l'emancipazione del proletariato risulti più facile, ma perché è la sola che gli permetta di esistere all'interno della struttura statale con una precisa funzione, la sola che gli renda possibile accederne al governo; è in questa fase che può svolgere meglio una attività a favore dello Stato, senza intaccarne le fondamenta, senza minarne i principi; è in questa fase che si rende garante con la sua influenza nelle file del proletariato che esso non si ponga come forza antagonistica organizzandosi per l'attacco diretto. Una conferma di questa costante storica la possiamo vedere nei fatti passati se consideriamo che il partito fascista, fin dalle sue origini, aderiscono esponenti del sindacalismo rivoluzionario; anzi lo stesso partito socialista tentò debolmente l'imbarco nel governo per salvare la faccia ad una democrazia ormai inesistente.

Abbiamo detto che il fascismo porta tutte le stigmate tipiche della socialdemocrazia; questo significa, tra l'altro, che assomma le caratteristiche delle organizzazioni politiche di massa: quello che in più possiede è un'organizzazione militare autonoma. La socialdemocrazia, anche la più truce e sanguinaria, nella sua battaglia contro il proletariato insorto, non l'ha mai posseduta, ma ha dovuto usare quella dello Stato.

Basandosi anche su questo elemento, la messa in campo di un apparato autonomo, l'opportunismo spaccia lo Stato sotto il governo fascista come diverso dal vecchio Stato liberale; lo Stato "fascista" come dicono loro sarebbe uno Stato dittatoriale; una forma diversa di Stato, ancora, sarebbe sorto dopo la seconda guerra mondiale. Uno Stato conquistabile,democratico: il modello di lor signori in questo senso è il celeberrimo e truce "Stato popolare nato dalla resistenza".

È viceversa antica tesi del marxismo rivoluzionario che la natura dello Stato organo di dominio di una classe, e di una sola, non cambia, non si muta; solo è da distruggere per la sostituzione con una altra forma di Stato, che corrisponda agli interessi di un'altra classe. Lo Stato della dittatura proletaria è Stato totalitario; totalitario è malgrado le laide menzogne dell'opportunismo, lo Stato della borghesia, quale che sia la mano, o le mani che ne reggono il timone, ovvero sia la forma di governo democratica o fascista.

Senza volerci addentrare nella teoria marxista dello Stato, basta osservare che mentre è la stessa concentrazione delle forze produttive a richiedere una sovrastruttura politica "totalitaria", è un'ironia – confermante però la potenza del nostro metodo – che proprio gli assertori sfegatati dello Stato bilaterale, conquistabile, sotto la vernice demagogica siano anch'essi dei feroci statolatri, tutto vedano risolto nello Stato, sintetizzatore, nelle loro dementi intenzioni, del contrasto storico capitalismo proletariato. È paradossale, ma soltanto formalmente, che l'opportunismo abbia in definitiva come obiettivo storico una forma mascherata di corporativismo.

Tutte le teorizzazioni odierne dei partiti stalinisti nell'area occidentale, e l'azione che quotidianamente svolgono, mirano appunto a questo. Cos'altro sono in definitiva i "compromessi storici", le "vie nazionali al socialismo" se non il sanzionamento, nei fatti, anche se a parole se ne fanno i più strenui paladini, della liquidazione d'ogni dinamica parlamentare? Nell'abbraccio della Grosse Koalition sparisce ogni dialettica democratica opposizione-maggioranza, anche se tutto questo viene chiamato da costoro "sviluppo ad un gradino più alto della democrazia", e dovrebbe costituire un passo ulteriore verso il socialismo.

Sul termine "sviluppo" si può anche concordare, solo si precisi che è l'ultimo sviluppo della democrazia: quello della sua morte, come metodo di governo; i vari compromessi storici, nelle forme particolari che le condizioni nazionali dettano, sono l'epigrafe sulla tomba di questo cadavere. Di pari passo, sul piano ideologico, si assiste – ed a volte anche con un certo divertimento, data la miseria intellettuale, l'imbarazzato dilettantismo di queste ponzate – a teorizzazioni sempre più accentuate della dissoluzione del corpo sociale della classe operaia, passata da "forza egemone nel blocco nazionale", sostituzione gramsciana della formula della "dittatura del proletariato" sulla falsariga dei fronti unici, governi operai, governi operai e contadini, all'odierno "blocco storico" secondo il quale la classe operaia perde anche la funzione "egemone" che pure Gramsci le destinava, per trovarsi gruppo statistico di individui in una specifica posizione nel processo produttivo, accanto ad altri strati, ad essi equivalente come "peso" sociale, ai cui interessi ha da spiegarsi ove l'economia nazionale o regioni elettorali lo impongono.

La democrazia "si sviluppa", il proletariato affonda; come avanzata verso il socialismo non c'è male.

Del resto non rimane loro gran ché da inventare; la vecchia formula democratica, ripetiamo è morta col tramonto del liberalismo dopo la prima guerra mondiale, le attuali democrazie nulla più avendo a che vedere, se non per aspetti fallaci esteriori, con la democrazia liberale. In questo senso noi comunisti diciamo che il fascismo, sconfitto alla scala militare non da movimento di classe – come vogliono farci intendere costoro, – ma delle "democrazie" che allora essi chiamarono progressiste, ironia dei nomi!, ha vinto in tutto il mondo alla scala sociale come sistema per la conduzione statale. Scomparso nelle sue forme esteriori, scomparsa la sua milizia armata, passate nelle mani del braccio armato statale i "santi manganelli" scomparso nella caratteristica di partito unico, ha continuato a vivere e prosperare in una forma che non aveva più nulla in comune se non il nome, con la democrazia dei parlamenti borghesi, ma a cui hanno dato tutto l'appoggio i traditori di una fulgida storia di battaglia proletarie mistificandola nel seno della classe operaia come la prima tappa, la premessa indispensabile della strada verso il socialismo.

Il primo provvedimento che in Italia il governo di coalizione prese, fu la restaurazione del dissolto esercito nazionale, per lanciarlo non in una lotta contro l'internazionale nemico borghese ma per la continuazione di una guerra tra capitalismi che da 4 anni martirizzava l'umanità intera. L'irrobustimento poliziesco dello Stato fu immediato, non appena le funzioni statali passarono dalle mani delle truppe di occupazione anglo-americana (eccellente strumento di repressione antiproletaria, che suppliva assai bene uno Stato italiano "momentaneamente assente)" a quelle del governo di coalizione nazionale, quando i comandi alleati compresero che potevano fidarsi di tale organismo, il cui primo esordio fu un atto di subordinazione nei confronti del capitalismo internazionale. E la ricostruzione dei sindacati cosiddetti di classe avvenne su provvedimenti che negavano alla classe operaia ogni lotta che non fosse compatibile col piano di ricostruzione nazionale – prima ricostruire, poi rivendicare – quasi si trattasse di costruire il socialismo dopo la rivoluzione proletaria.

E ancora la più terribile vergognosa lotta indicata agli operai, per la repubblica contro la monarchia "che aveva portato allo sfacelo l'Italia", per dare una vernice di nuovo e di sopportabile al sistema parlamentare rinverdendo un metodo che già nel '19 aveva minato l'azione rivoluzionaria proletaria: negazione assoluta della distruzione dello Stato capitalistico, conquista legale del potere col solo metodo parlamentare, negazione della difesa economica del proletariato legata alla lotta politica per la conquista del potere. È proprio questo il programma della piccola borghesia, delle aristocrazie operaie che è stato imposto dai partiti traditori al proletariato, reduce da quella sconfitta terribile che fu la distruzione dall'interno del suo partito unico internazionale prima, e dalla spietata azione repressiva della borghesia poi, fiaccato nel secondo massacro imperialista.

Vittoria teorica del marxismo

Fisicamente priva della sua organizzazione di indirizzo teorico e di lotta, del suo partito, la classe operaia si è espressa per bocca dell'opportunismo con ideologie, metodi d'azione che non sono i suoi; ridotta a classe statistica non ha retto alla pressione fisica della piccola borghesia che ha contrabbandato nel suo seno gli interessi del capitalismo. L'opportunismo è proprio il rappresentante dell'ideologia di questi strati intermedi, l'alleanza che esso spaccia con la piccola borghesia, è una alleanza a senso unico, è il dominio di mezze classi e forze che tendono soltanto al mantenimento dello "stato di cose attuale". Oggi che si vanno nuovamente costituendo i motivi deterministici, materiali, perché il proletariato ritrovi le condizioni anche fisiche per rimettersi sulla strada della preparazione rivoluzionaria, e il mostruoso apparato produttivo capitalistico comincia ad avvisare i primi intoppi che preludono alla sua crisi generale, l'eliminazione di questa terribile infezione che affossa la nostra classe è il primo obiettivo che si pone per ogni ripresa; e se all'appuntamento storico che noi marxisti vediamo certezza immancabile, l'opportunismo non sarà stato battuto e liquidato, il proletariato perderà ancora. Su questa strada solo la nostra organizzazione sta salda, fedele la metodo rivoluzionario del comunismo, gelosa custode delle conquiste storiche, teoriche e pratiche della III Internazionale, tesa alla ricostruzione di quella organizzazione internazionale unica che i maestri del comunismo additarono al proletariato come strumento indispensabile della sua emancipazione, il Partito Comunista Internazionale.

icparty@international-communist-party.org

Da che parte stare? Noi lo sappiamo! [Manifestazione Nazionale per la Palestina_TORINO, 10 MAGGIO 2008]

autore:
assemblea free palestine

“Gaza collasserà – ha dichiarato il presidente del Comitato popolare contro l'assedio, Jamal al-Khoudari – e questo è colpa del mondo intero. Si devono intraprendere azioni immediate per esercitare pressioni sull'occupazione, affinché si ponga fine alla crisi”.

La situazione in cui versa la popolazione palestinese si aggrava di giorno in giorno: dall’assedio/embargo contro la striscia di Gaza alle incursioni aeree e di terra dell’esercito israeliano in tutti i territori occupati, dalla costruzione del Muro dell’Apartheid alle condizioni di vita dei profughi e dei palestinesi residenti in Israele, le autorità israeliane commettono continui crimini di guerra e contro i diritti civili, ignorando decine di risoluzioni dell’ONU e costringendo milioni di persone in condizioni di vita disastrose.
Ogni giorno i soldati ai Check-Point impongono umiliazioni ad anziani, donne e bambini, riducendo il tempo quotidiano a disposizione dei palestinesi per lavorare, studiare, fare politica, progettare il futuro. La penuria e in molti casi l’assenza di viveri e combustibile produce una situazione di povertà intollerabile, mentre le condizioni igieniche nei campi profughi continuano ad essere raccapriccianti.
Israele attua un vero e proprio politicidio – il tentativo di distruggere la soggettività sociale e politica stessa palestinese, anche con episodi di pulizia etnica – nei confronti di una popolazione smembrata, umiliata, oppressa, occupata. Ai palestinesi viene impedita ogni forma di organizzazione e di resistenza, di dissenso e di manifestazione. E’ sufficiente la protesta più pacifica perché l’esercito usi i lacrimogeni o spari sulla folla, mentre ogni azione militante viene punita con rappresaglie di massa. E’ la contabilità macabra e razzista delle guerre del XXI secolo: per un morto o un prigioniero israeliano dovranno morire o essere arrestati centinaia di palestinesi o libanesi.

In questo contesto di brutale prevaricazione, le istituzioni internazionali tacciono, la stampa dei paesi occidentali censura e minimizza, i governi europei e nordamericani stipulano e rinserrano alleanze economiche, diplomatiche e militari con i governi israeliani. Neanche le armi non convenzionali e le scandalose distruzioni causate dalla guerra contro il Libano del 2006 impedirono a tutti i governi del G8 di proclamare la loro fedeltà all’alleato di ferro in medioriente.
Secondo la stessa logica, le istituzioni italiane si schierano apertamente ad ogni livello: dal Presidente della Repubblica ai governi di questi anni, dalle istituzioni locali a quelle militari o commerciali, l’alleanza strategica con Israele non viene mai messa in discussione, nonostante il tributo di sangue della popolazione palestinese. Da Silvio Berlusconi a Walter Veltroni, da Sergio Chiamparino a Giuliano Ferrara, da Gianfranco Fini ai principali giornalisti televisivi e della carta stampata, nessuno si sottrae al rito della solidarietà incondizionata alle politiche del grande alleato, rinnovato anche dalla parte più conformista del ceto intellettuale; e un Berlusconi raggiante per la vittoria elettorale annuncia che il primo viaggio diplomatico del nuovo governo avrà come meta Israele.

Come se non bastasse, in quest’anno in cui i palestinesi vivono il lutto nel presente e nella memoria – il sessantesimo anniversario della guerra del 1948 – una delle più grandi iniziative culturali d’Europa, la Fiera internazionale del libro di Torino, sceglie di invitare Israele come “ospite d’onore”, come ha già fatto quella di Parigi. Nonostante gli appelli internazionali di scrittori e intellettuali di tutto il mondo, molti dei quali palestinesi ed anche israeliani, a revocare questo invito e a chiedere di sostituirlo con la dedica a una pace giusta, il Comune di Torino ha voluto confermarlo.
Una scelta precisa, una scelta politica, una scelta di parte: non solo per quello che succede oggi in Palestina, ma perché il ricordo degli eventi del 1948 si risolve in una “celebrazione” della Nakbah, la “catastrofe” per il popolo palestinese. 850.000 profughi in fuga, 531 villaggi distrutti, decine di migliaia di morti, e un immane lascito di sangue e violenza. In molti hanno chiesto, esterefatti, dalle società arabe e di tutto il mondo: che cosa c’è da celebrare, da “mettere in vetrina”, da festeggiare?

In questo mondo di guerra globale permanente anche la cultura è militarizzata, anche gli scrittori devono indossare l’elmetto: è il prezzo che chiedono le istituzioni politiche dei paesi in guerra in cambio di carriera, fama e denaro. Ma per i senza fama e i senza denaro, per i senza terra e i senza pace, quale ospitalità, quale onore? Per la memoria dei vinti, dei perseguitati e degli oppressi, in Palestina come in tutto il mondo, quale scranno è stato allestito?
Ancora una volta spetta ai movimenti sociali e internazionalisti, ai semplici cittadini, ai lavoratori e agli studenti, anche su sollecitazione degli appelli che giungono dalla Palestina, prendere parte per chi subisce la barbarie della guerra e le infamie del dominio globale capitalista. Per questo è ora di scendere in piazza a Torino e raggiungere con la nostra protesta il Lingotto, sede della Fiera del libro, per pretendere:

– La fine dell’embargo israeliano e delle sanzioni USA e UE contro la striscia di Gaza
– La fine dell’occupazione militare dei territori
– La distruzione del Muro dell’Apartheid
– Il rispetto della dignità e dei diritti dei palestinesi che vivono all’interno dei confini israeliani
– Il diritto al ritorno di tutti i profughi
– La liberazione di tutti i prigionieri politici palestinesi

Nel denunciare inoltre le politiche autoritarie e militariste di Israele, e le difficoltà che in quel paese incontrano coloro che fanno propria una cultura politica o una memoria storica differente da quella ufficiale, manifestiamo per:

– La fine dell’alleanza diplomatica, economica e militare tra Italia e Israele
– Politiche culturali che accolgano la memoria e le ragioni degli oppressi e la critica degli oppressori
– La piena agibilità politica, in Israele, per i movimenti contro la guerra e l’occupazione
– La piena ed effettiva libertà di ricerca storica nelle università israeliane
– La liberazione di tutti i renitenti israeliani alla leva militare

ISRAELE NON È UN OSPITE D’ONORE!
PALESTINA LIBERA!

CONCENTRAMENTO CORSO MARCONI
TORINO – H 14
10 MAGGIO 2008

ASSEMBLEA FREE PALESTINE – TORINO
Per adesioni: adesioni10maggio@infoaut.org

Da che parte stare? Noi lo sappiamo! [Manifestazione Nazionale per la Palestina_TORINO, 10 MAGGIO 2008]

10/05/2008 - 14:00
10/05/2008 - 20:00

“Gaza collasserà – ha dichiarato il presidente del Comitato popolare contro l'assedio, Jamal al-Khoudari – e questo è colpa del mondo intero. Si devono intraprendere azioni immediate per esercitare pressioni sull'occupazione, affinché si ponga fine alla crisi”.

La situazione in cui versa la popolazione palestinese si aggrava di giorno in giorno: dall’assedio/embargo contro la striscia di Gaza alle incursioni aeree e di terra dell’esercito israeliano in tutti i territori occupati, dalla costruzione del Muro dell’Apartheid alle condizioni di vita dei profughi e dei palestinesi residenti in Israele, le autorità israeliane commettono continui crimini di guerra e contro i diritti civili, ignorando decine di risoluzioni dell’ONU e costringendo milioni di persone in condizioni di vita disastrose.
Ogni giorno i soldati ai Check-Point impongono umiliazioni ad anziani, donne e bambini, riducendo il tempo quotidiano a disposizione dei palestinesi per lavorare, studiare, fare politica, progettare il futuro. La penuria e in molti casi l’assenza di viveri e combustibile produce una situazione di povertà intollerabile, mentre le condizioni igieniche nei campi profughi continuano ad essere raccapriccianti.
Israele attua un vero e proprio politicidio – il tentativo di distruggere la soggettività sociale e politica stessa palestinese, anche con episodi di pulizia etnica – nei confronti di una popolazione smembrata, umiliata, oppressa, occupata. Ai palestinesi viene impedita ogni forma di organizzazione e di resistenza, di dissenso e di manifestazione. E’ sufficiente la protesta più pacifica perché l’esercito usi i lacrimogeni o spari sulla folla, mentre ogni azione militante viene punita con rappresaglie di massa. E’ la contabilità macabra e razzista delle guerre del XXI secolo: per un morto o un prigioniero israeliano dovranno morire o essere arrestati centinaia di palestinesi o libanesi.

In questo contesto di brutale prevaricazione, le istituzioni internazionali tacciono, la stampa dei paesi occidentali censura e minimizza, i governi europei e nordamericani stipulano e rinserrano alleanze economiche, diplomatiche e militari con i governi israeliani. Neanche le armi non convenzionali e le scandalose distruzioni causate dalla guerra contro il Libano del 2006 impedirono a tutti i governi del G8 di proclamare la loro fedeltà all’alleato di ferro in medioriente.
Secondo la stessa logica, le istituzioni italiane si schierano apertamente ad ogni livello: dal Presidente della Repubblica ai governi di questi anni, dalle istituzioni locali a quelle militari o commerciali, l’alleanza strategica con Israele non viene mai messa in discussione, nonostante il tributo di sangue della popolazione palestinese. Da Silvio Berlusconi a Walter Veltroni, da Sergio Chiamparino a Giuliano Ferrara, da Gianfranco Fini ai principali giornalisti televisivi e della carta stampata, nessuno si sottrae al rito della solidarietà incondizionata alle politiche del grande alleato, rinnovato anche dalla parte più conformista del ceto intellettuale; e un Berlusconi raggiante per la vittoria elettorale annuncia che il primo viaggio diplomatico del nuovo governo avrà come meta Israele.

Come se non bastasse, in quest’anno in cui i palestinesi vivono il lutto nel presente e nella memoria – il sessantesimo anniversario della guerra del 1948 – una delle più grandi iniziative culturali d’Europa, la Fiera internazionale del libro di Torino, sceglie di invitare Israele come “ospite d’onore”, come ha già fatto quella di Parigi. Nonostante gli appelli internazionali di scrittori e intellettuali di tutto il mondo, molti dei quali palestinesi ed anche israeliani, a revocare questo invito e a chiedere di sostituirlo con la dedica a una pace giusta, il Comune di Torino ha voluto confermarlo.
Una scelta precisa, una scelta politica, una scelta di parte: non solo per quello che succede oggi in Palestina, ma perché il ricordo degli eventi del 1948 si risolve in una “celebrazione” della Nakbah, la “catastrofe” per il popolo palestinese. 850.000 profughi in fuga, 531 villaggi distrutti, decine di migliaia di morti, e un immane lascito di sangue e violenza. In molti hanno chiesto, esterefatti, dalle società arabe e di tutto il mondo: che cosa c’è da celebrare, da “mettere in vetrina”, da festeggiare?

In questo mondo di guerra globale permanente anche la cultura è militarizzata, anche gli scrittori devono indossare l’elmetto: è il prezzo che chiedono le istituzioni politiche dei paesi in guerra in cambio di carriera, fama e denaro. Ma per i senza fama e i senza denaro, per i senza terra e i senza pace, quale ospitalità, quale onore? Per la memoria dei vinti, dei perseguitati e degli oppressi, in Palestina come in tutto il mondo, quale scranno è stato allestito?
Ancora una volta spetta ai movimenti sociali e internazionalisti, ai semplici cittadini, ai lavoratori e agli studenti, anche su sollecitazione degli appelli che giungono dalla Palestina, prendere parte per chi subisce la barbarie della guerra e le infamie del dominio globale capitalista. Per questo è ora di scendere in piazza a Torino e raggiungere con la nostra protesta il Lingotto, sede della Fiera del libro, per pretendere:

– La fine dell’embargo israeliano e delle sanzioni USA e UE contro la striscia di Gaza
– La fine dell’occupazione militare dei territori
– La distruzione del Muro dell’Apartheid
– Il rispetto della dignità e dei diritti dei palestinesi che vivono all’interno dei confini israeliani
– Il diritto al ritorno di tutti i profughi
– La liberazione di tutti i prigionieri politici palestinesi

Nel denunciare inoltre le politiche autoritarie e militariste di Israele, e le difficoltà che in quel paese incontrano coloro che fanno propria una cultura politica o una memoria storica differente da quella ufficiale, manifestiamo per:

– La fine dell’alleanza diplomatica, economica e militare tra Italia e Israele
– Politiche culturali che accolgano la memoria e le ragioni degli oppressi e la critica degli oppressori
– La piena agibilità politica, in Israele, per i movimenti contro la guerra e l’occupazione
– La piena ed effettiva libertà di ricerca storica nelle università israeliane
– La liberazione di tutti i renitenti israeliani alla leva militare

ISRAELE NON È UN OSPITE D’ONORE!
PALESTINA LIBERA!

CONCENTRAMENTO CORSO MARCONI
TORINO – H 14
10 MAGGIO 2008

ASSEMBLEA FREE PALESTINE – TORINO
Per adesioni: adesioni10maggio@infoaut.org

Il Gruppo Stefanel dice basta alle pellicce!

autore:
animale

a dirigenza del Gruppo Stefanel ha deciso di adottare una politica “fur-free” per tutti marchi del gruppo in seguito ad un incontro avuto martedì 29 aprile con rappresentanti di Campagna AIP.
Tale politica implica la fine dell’uso di inserti di vero pelo, anche quelli considerati sottoprodotto della carne, per tutti i marchi del Gruppo: Stefanel, Hallhuber e Interfashion. Tale politica si attuerà tra due stagioni invernali, visti i tempi della moda per cui le stagioni si preparano con largo anticipo e già adesso stanno disegnando e prendendo accordi con i fornitori per la stagione Autunno/Inverno 2009/10.
Per cui dall’Autunno/Inverno 2011 in poi mai più inserti di vero pelo dentro i 650 negozi Stefanel in tutto il mondo!

Rendiamo visibile sul nostro sito la dichiarazione con la quale la dirigenza di Stefanel ha reso noti gli accordi presi durante il nostro incontro.
A fronte di quanto scritto nella loro dichiarazione rendiamo atto al gruppo Stefanel che da parte loro era stato già preso in seria considerazione il problema pellicce e c’era l’impegno per una riduzione degli accessori di vero pelo. Ma la loro volontà, ribadita a voce durante l’incontro e scritta in una prima lettera inviata in data 24 aprile, era di “arrivare a livelli vicini allo zero nel giro di qualche stagione”. (lettera che potete visionare sul sito) Le minime percentuali di produzione per un gruppo importante come Stefanel sono da considerarsi comunque grossi numeri, visto che di molti accessori arrivano a fabbricarne molte migliaia per venderli in tutti i loro negozi sparsi per il globo, e soprattutto i tempi con i quali si sarebbe arrivati a queste minime percentuali “vicine allo zero” non sarebbero stati così rapidi se non messi di fronte ad una campagna internazionale di sensibilizzazione e di protesta.

Dopo tutti i grandi magazzini finalmente anche i marchi di moda italiani cominciano a spostarsi verso una produzione priva di inserti di pelliccia.
Annoverare tra le aziende “fur-free” un nome importante come Stefanel ha però sicuramente un peso che va al di là del grandissimo numero di animali le cui pelli non saranno utilizzate per le prossime collezioni del marchio, ma che può fungere da esempio per un numero speriamo crescente di aziende.

Ancora una volta ringraziamo per questo ennesimo risultato chi vi ha contribuito, partecipando alla diffusione e all’organizzazione della campagna appena lanciata, partecipando alle proteste via e-mail oppure rispondendo all’appello per la giornata del 3 maggio.

Ci scusiamo con chi in questi giorni non ha ricevuto prontamente risposta da parte nostra a fronte di richiesta di informazioni e materiale, ma stavamo lavorando per risolvere questa campagna nel modo più rapido possibile prima della giornata del 3 maggio.

Per la Liberazione Animale,
Campagna AIP

CAMPAGNA AIP - Attacca l'Industria della Pelliccia
Via Cenisio 78/107
20154 Milano
Web: fonte www.campagnaaip.net

Mail: info@campagnaaip.net
Infoline: 340-6368139

A seguito della repentina decisione del gruppo Stefanel di sottoscrivere una politica completamente fur-free, i presidi in programma per sabato 3 maggio presso i negozi di via Cola di Rienzo e via del Corso vengono ovviamente annullati.

Fino alla liberazione animale!
Romantispecismo - gruppo AIP Roma