Manifestazione di decadenza

Siamo davvero un paese bizzarro e non mancano le occasioni per rendersene conto. Un paese di individualisti narcisi, ciascuno impegnato a morte nella propria singolare missione, dove non esiste pianificazione e nemmeno una visione dell’interesse generale, nel quale si vive alla giornata, cercando fino a sera di portare a casa qualcosa a qualsiasi prezzo.

La giornata dedicata alla difesa della libertà d’informazione ci restituisce un quadro desolante e terrificante che conferma i peggiori timori e le analisi più pessimiste. Sollecitata gran voce dopo le intemperanze del premier, colto dalla stampa con le mutande in mano ad inseguire minorenni nel lupanare di Palazzo Grazioli, la manifestazione è stata presto domata e dominata dal sindacato dei giornalisti, la FNSI. Che il sindacato della stampa abbia assunto questo ruolo invece di nascondersi è il primo paradosso. Nessuno come la FNSI è responsabile del degrado della professione giornalistica e dell’informazione nel nostro paese e non si capisce quali benemerenze potesse vantare per mettere il suo infausto cappello alla manifestazione. Comunque, se il sindacato dei giornalisti cercava un’occasione di riscatto agli occhi dei cittadini e dei suoi iscritti, l’ha sciupata malamente.

Altri sindacati servili come Cisl e Uil hanno avuto la decenza di dichiararsi contro e di non aderire, ma la FNSI è andata oltre. Assunta la titolarità dell’organizzazione ha pensato bene di spostare la manifestazione di un paio di settimane, hanno detto a causa del lutto per i nove soldati morti in Afghanistan. Così i geni della FNSI hanno spostato la manifestazione più avanti, perdendo la tensione del momento e l’hanno indetta nella stessa giornata della manifestazione dei precari dell’istruzione, cancellando di fatto quest’ultima dal panorama informativo. I media filo-governativi non ne avrebbero parlato comunque, quelli antigovernativi erano troppo occupati a parlare di libertà di stampa. Lo spostamento è stato un pretesto o semplice incapacità di gestire la situazione?

Purtroppo a favore dell’ipotesi del pretesto, fosse anche solo quello di dimostrarsi “patriottici”, pesa la circostanza per la quale gli astuti organizzatori non hanno rimandato per una seconda volta la manifestazione pur essendoci un motivo altrettanto valido. Le decine di morti per incuria amministrativa di Messina, tra i quali parecchi bambini, valgono certamente il lutto per i nove martiri dell’Afghanistan, morti pure quelli per colpa di decisioni dissennate. Invece niente lutto per i morti di Messina, che magari si sarebbero potuti salvare se l’informazione avesse seguito la loro sorte dopo la frana che li aveva graziati appena due anni fa, così come si sarebbero potuti salvare quei militari se l’informazione non si fosse allineata a storie come quella delle armi di distruzione di massa e dei piani di conquista islamica dell’Occidente.

Non che si possa trovare motivo di conforto in altre adesioni. Di gente che ha macellato l’informazione italiana per anni e che era in piazza esclusivamente per interessi di fazione ce n’era tantissima e la sconclusionata diretta di Emilio Fede con Piero Sansonetti non è stata che una gag in mezzo alle tante, in particolare a quelle dei politici che con la loro insipienza hanno permesso che Berlusconi mettesse le mani sulle televisioni del paese. Nemmeno in questa occasione l’opposizione al governo è riuscita a darsi una veste unitaria e come al solito è sembrato di vedere i capponi che Renzo portava ad Azzecca-garbugli.

Male per quelle decine di migliaia di persone che ci hanno creduto, ma male anche per chi ha altri pensieri e comunque è destinato a pagare il prezzo di questa decadenza civile e culturale, della frustrazione sistematica delle migliori intenzioni e delle mobilitazioni attorno a questioni fondamentali per la qualità della nostra povera democrazia da parte di primedonne e vedette spettacolari variamente assortite. Pesa l’assenza d’intelligenza organizzata, ma pesa soprattutto l’individualismo egoista di chi non riesce a guardare oltre la scrivania del proprio ufficio, il degrado morale della classe dirigente e di quella parlante.

È un problema grosso, anni di tranquilla convivenza consociativa hanno confuso i ruoli, indebolito l’etica e premiato ignoranza ed arroganza, una competizione al ribasso che oggi ci consegna relazioni corrotte e dirigenti inutili quanto poco capaci nel presidiare ogni settore della società, nell’assolvere le funzioni più elementari e nel ricoprire incarichi ai quali troppo spesso aspirano senza avere la capacità per onorarli.