L’ergastolano non ha sesso, come gli angeli

L’amore in carcere è misterioso per necessità. Gli affetti e le relazioni erotiche, il rapporto stesso di un individuo con le persone amate, con la propria vitalità e con i desideri viene sepolto. Di fronte alla impossibilità di coltivare i sentimenti se non in forme frammentare ed episodiche, spesso i detenuti e le detenute cancellano l’idea stessa di potersi sentire ancora vivi e vive nel cuore. Mentre il corpo viene abbandonato come un cadavere nel fiume, oppure, al contrario, imbalsamato nella cura ripetitiva degli esercizi di palestra, fino a raggiungere una forma perfetta quanto inservibile.

Mi hanno raccontato molti giovani ergastolani che la prima cosa che hanno pensato quando hanno sentito di essere condannati all’ergastolo è stata che non avrebbero più fatto l’amore. Spesso questa constatazione è più dolorosa della perdita della stessa libertà. Il divieto di non poter dare un bacio passionale per dieci, venti, trent’anni, forse per sempre, alla compagna che si ama è devastante. Nel vedere alla televisione lo scambio di carezze e di baci e nel sentirsi esclusi, ci si rende conto di non far più parte di questo mondo. Molti ergastolani sono consapevoli di avere buone probabilità di non avere più contatti ravvicinati con il sesso femminile, almeno in età funzionale. I più giovani ne fanno una tragedia, i più anziani sperano invece nel viagra. Quando passa un ergastolano, i detenuti con pena temporanea gli dicono dietro: “quello non la vedrà mai più.”

Molti detenuti usano il palliativo della masturbazione. Questa diventa uno sfogo fisico, un’abitudine senza nessun desiderio, senza arte né parte. Ci si masturba per aiutare il sonno, per noia. Molti non facevano l’amore in libertà tutti i giorni con le proprie compagne ed invece in carcere si masturbano tutte le sere. La cosa buffa che gli stessi detenuti non sanno è che masturbarsi in carcere è reato perché questo è un luogo pubblico e puoi essere denunciato per atti osceni o punito con la perdita di un semestre della liberazione anticipata e sono 45 giorni di galera in più. Senza contare che spesso avere un attimo di intimità in carcere è più difficile che fare una rapina. Devi pianificare tutto. L’orario è importante, devi calcolare il tempo che la guardia passa a controllare se ci sei o se ti sei impiccato, e se è passata l’infermiera con la terapia, ecc. Se tutto va bene, non devi tirare l’acqua perché in una cella accanto all’altra si sente tutto ed il tuo compagno a lato, dal tempo passato che ha sentito chiudersi la porta del bagno e da quando hai tirato lo sciacquone, si può immaginare che ti sei masturbato. E dà fastidio il pensiero che un compagno possa immaginare quando ti “fai una sega”. Insomma l’amore in carcere è difficile in tutti i sensi. È esperienza comune che gli attimi migliori d’amore sono quando sei in punizione in isolamento.

Nel gergo carcerario i giornali pornografici vengono chiamate “famiglie cristiane”. Un mio conoscente teneva con sé da ben cinque anni una rivista pornografica che raffigurava le performance erotiche di una donna alla quale si era particolarmente affezionato; ne era sessualmente stimolato come nessun altra protagonista riusciva a fare, e con lei nel tempo aveva stabilito “un rapporto” tale per cui se ne considerava e se ne diceva innamorato e perfino “geloso”. Infatti non prestava mai a nessuno quel suo porno del cuore.

Ho sentito da fonte diretta che molti ex detenuti, una volta fuori, non riescono a fare l’amore se non hanno l’aiuto di un pornografico perché ormai sono abituati ad eccitarsi con gli occhi e non riescono più a farlo con il resto del corp. Anzi rimangono delusi dalla fisicità del rapporto.

Alcune testimonianze

Giulia: “E forse alla fine si sublima tutto. Lo fanno gli uomini, con gli innamoramenti di fantasia, ma anche le donne: perché si scrivono con il mondo intero ‘ti amo, ti voglio, sono solo tua, ti faccio questo, ti farei quello, ti prendo ti smonto e poi ti rimonto’? Naturalmente è solo un rapporto virtuale, però ti riempie la vita. Ho conosciuto una donna in carcere che aveva un rapporto epistolare con un uomo conosciuto tramite lettera. Bene, questa persona è uscita e non riescono ancora ad incontrarsi davvero. Scopano per telefono. Cioè questa persona non è riuscita ad avere un rapporto normale dopo che ha fatto tanti e tanti anni di carcere. Questa persona è ancora legata al carcere, è stata istituzionalizzata fino in fondo”.

Catello: “ho due figlie, una avuta quando ero fuori, ed è il dono più bello che il Signore mi ha dato da libero, e una nata quando già ero detenuto da cinque anni. È stata concepita nell’area verde di Rebibbia. Sono riuscito a beffare tutti, anche la morte, dando la vita ad un angelo. È stata la gioia più grande…”.

Nicola: “Quando sono entrato in carcere ero ancora un ragazzo. Avevo diciannove anni, e la prima volta che sono uscito ne avevo trentuno. Premetto che avevo fatto l’amore per un breve periodo prima del mio arresto. Poi mi sono astenuto forzatamente per dodici anni. Dunque, la prima volta che sono uscito un amico mi ha chiesto cosa volessi da mangiare. La mia risposta è stata di portarmi a donne. Così è stato. E però in un certo modo sono rimasto con l’amaro in bocca… Quella prima esperienza aveva in pratica ‘smitizzato’ la mia attesa, deluso ogni aspettativa, annullato tante illusioni che mi ero fatto prima”.

Cosa accade negli altri Paesi: uno sguardo in giro per il mondo

In Croazia sono consentiti colloqui non sorvegliati di quattro ore con il coniuge o il partner.

In Germania alcuni Lander hanno predisposto piccoli appartamenti in cui i detenuti con lunghe pene possono incontrare i propri cari.

In Olanda, Norvegia e Danimarca vi sono miniappartamenti, immersi nel verde, forniti di camera matrimoniale, servizi e cucina, dove si ha diritto di ricevere visite senza esclusioni relative alla posizione giuridica dei reclusi.

In Finlandia quanto sopra vale per coloro che non possono usufruire di permessi.

In Albania, una volta alla settimana, sono previste visite non sorvegliate per i detenuti coniugati.

In Québec, come nel resto del Canada, i detenuti incontrano le loro famiglie nella più completa intimità per tre giorni consecutivi all’interno di prefabbricati siti nel perimetro degli istituti di pena.

In Francia, come in Belgio, sono in corso sperimentazioni analoghe: la famiglia può far visita al detenuto in un appartamento di tre stanze con servizi, anche per 48 ore consecutive; il costo dell’iniziativa è a carico dei parenti.

In Canton Ticino (Svizzera), chi non fruisce di congedi esterni può contare su una serie articolata di colloqui anche intimi in un’apposita casetta, “La Silva”, per gli incontri affettivi.

In Catalogna (Spagna) si distinguono i “Vis a vis”, incontri in apposite strutture attrezzate per accogliere familiari e amici, mentre nell’ospedale penitenziario di Madrid, un progetto prevede l’istituzione di tre camere “per le relazioni affettive” fornite di servizi.

Pur rigidamente regolata da norme, la possibilità di coltivare i propri affetti è prevista anche in alcuni Paesi degli Stati Uniti d’America, precisamente in Mississippi, New York, California, Washington e New Mexico. Tra gli anni ’70 e ’80, negli istituti di pena sono stati introdotti i cosiddetti “Coniugal Familiy Visitation Programs”: i detenuti possono incontrare ogni due settimane il coniuge e ogni mese tutta la famiglia in una casa mobile sita all’interno del carcere, per tre giorni consecutivi.

Persino in realtà molto lontane e disastrate l’affettività è considerata una componente ineliminabile della vita del detenuto: in Brasile, ove le condizioni detentive sono spaventose, ogni recluso ha diritto, ogni settimana, ad un incontro affettivo di un’ora con chi desidera, indipendentemente da precedenti rapporti di convivenza riconosciuti dallo Stato.

Nel carcere femminile di Caracas in Venezuela, dove manca praticamente tutto, vi sono cinque piccole camere con servizi dove le detenute possono ricevere, ogni 15/30 giorni, il marito o il fidanzato.