Anche i berluscones vedono nero. Per Ferrara «siamo alla frutta». Per Feltri si deve «buttare tutto all’aria». E il leader Udc insiste sulla «soluzione politica» ai guai giudiziari del Cavaliere. Per logorarlo e preparare il «dopo»
Alle nove del mattino lascia palazzo Chigi, dove ha passato ben due notti (il precedente risale al 2003: tre notti, causa influenza) e fa rotta per Milano. Del resto Silvio Berlusconi non sembra avere particolare motivo di temere per la sua incolumità fisica. A smentire le ipotesi di una clausura nella poco amata sede ufficiale del governo per un fantomatico allarme dei servizi segreti è il Copasir. Anzi, è Gianni Letta in persona, che ha la delega ai servizi, contattato al telefono da Francesco Rutelli, presidente del comitato parlamentare per la sicurezza della repubblica.
Stranezze o misteri di un Silvio Berlusconi che non è più lo stesso e si è chiuso nel mutismo. Mai prima d’ora il Cavaliere è stato in difficoltà come in questi giorni, segnalano anche i suoi cantori. Il Giornale, ad esempio. Che da tempo si fa portavoce della minaccia di elezioni anticipate brandita dal premier, e che ieri, in prima pagina, sparava l’incoraggiamento di Francesco Cossiga: «Dài Silvio, butta all’aria tutto». Perché anche il presidente emerito ritiene che il Cavaliere sia assediato più che mai, parlando di «ultimi giorni di Pompei o di Arcore o di Macherio». Sarebbe assediato infatti non solo da «Fini che vuol fargli le scarpe» (in combutta con il Quirinale, è convinto il premier) ma anche dal «divorzio a orologeria». E sulla prima pagina del quotidiano diretto da Vittorio Feltri campeggia una foto di Miriam Bartolini in Berlusconi (ora che si va processo, vestita di tutto punto, non come ai tempi della «velina ingrata» su Libero gestione Feltri), sotto al titolo: «E adesso ci mancava soltanto Veronica».
Per questo Berlusconi è tormentato come non mai. Non gli va meglio sul versante «pubblico», dalla questione giustizia (in realtà privatizzata dall’uomo «più perseguitato dai giudici di tutto il mondo in tutte le epoche»), per via dell’impresentabile ddl sul «processo breve» che il presidente del consiglio, con l’acqua alla gola, pensa di imporre a colpi di fiducia, alla politica economica e finanziaria. E’ poi ancora Cossiga a dire al Giornale: «Berlusconi credeva che il Pdl fosse un partito, non una sommatoria di storie diverse… Il co-fondatore vuole diventare fondatore massimo e unico». Che il Pdl non sia un partito lo si vede quotidianamente, solo negli ultimi due giorni si è visto sulla finanziaria, e di nuovo sull’immigrazione come sul testamento biologico. Con la nascita del partitone si è addirittura esasperata la conflittualità tra le anime che si erano congiunte a marzo alla fiera di Roma. Anche gli amici più fedeli del Cavaliere ormai scommettono poco sulla sua tenuta. Sul Foglio Giuliano Ferrara si domanda se Berlusconi non sia arrivato «alla frutta», ma l’Elefantino rosso suggerisce al Cavaliere di non cercare un capro espiatorio (Casini ai tempi della Cdl, Fini in epoca Pdl).
Il co-fondatore e presidente della camera nel frattempo in vista del big-bang cerca di strutturare il suo, di partito. Con particolare attenzione al territorio, come dimostra la «scissione» in Sicilia. Il finiano doc Andrea Ronchi ieri segnalava che il problema del Pdl è proprio a livello locale. La partita delle regionali è dunque un test decisivo per entrambi i duellanti della destra (sempre che Berlusconi non provi davvero a anticipare a marzo anche le politiche, ma lui per primo non ne sarebbe persuaso). Il Cavaliere per massimizzare il risultato nelle regioni ha richiamato all’ovile perfino Francesco Storace e Daniela Santanché (si può immaginare la contentezza di Fini).
L’annunciato e più volte rinviato (causa scontro permanente) vertice Berlusconi-Bossi-Fini sulle regionali ha un’ipotetica data (il 19 novembre) ma non è stato fissato formalmente. Resta appeso a molte incognite. La giustizia, ma anche il nuovo scontro annunciato sulla proposta di legge per concedere il voto amministrativo agli stranieri residenti da almeno cinque anni (è in arrivo alla camera, firmata tra gli altri dalla finiana Flavia Perina, da Veltroni e da Roberto Rao per l’Udc). Scontro che fa il paio con quello in atto sull’inserimento del reato di immigrazione clandestina tra le eccezioni per cui il processo, per arrivare a conclusione, non dovrà restare nel tetto di sei anni. Ieri il finiano Fabio Granata diceva all’Unità non solo che dalla lista l’immigrazione dovrà sparire (il Carroccio non vuole saperne) o salterà l’accordo Fini-Berlusconi. Ma dava anche voce a un sospetto: «Non sono sicuro che sia un’idea della Lega. Credo che venga da un’area del Pdl interessata a che l’accordo non regga… una sorta di provocazione nei nostri confronti». Insomma, la maggioranza è alla frutta, e pure ai materassi.
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