
A Portovesme alcuni lavoratori hanno bloccato i cancelli della centrale termoelettrica dell’Enel. Nell’azienda di Porto Torres il provvedimento emanato mercoledì riguarderà da oggi 101 persone in organico su un totale di 132. Domani nel Sulcis la Commissione Industria del Consiglio Regionale.
“Sta succedendo quello che temevamo, non riusciamo più a controllare gli operai. Il blocco dei camion delle biomasse è stata un’iniziativa estemporanea, è la fotografia della tensione che si vive in fabbrica”. Così il rappresentate della RdB dell’Alcoa, Roberto Ballocco, ha commentato quanto è accaduto la scorsa notte a Portovesme, dove alcuni lavoratori sardi dell’Alcoa hanno bloccato i cancelli della centrale termoelettrica dell’Enel. “L’Alcoa – spiega il sindacalista – continua a lavorare ma dai cancelli non esce il prodotto finito. Esce solo del materiale per un’azienda locale, del nostro territorio, che altrimenti sarebbe costretta a chiudere. Vediamo cosa succederà nell’incontro di giovedì a Roma, ma per ora non abbiamo avuto notizie. La chiusura temporanea dell’impianto, come annunciato dalla proprietà, è solo uno stratagemma. Non si può chiudere e riaprire uno stabilimento di questo tipo, sarebbe troppo costoso. E’ solo una scusa per poi far partire le lettere di cassa integrazione”, ha concluso il sindacalista.
COMMISSIONE INDUSTRIA. La Commissione Industria del Consiglio regionale, presieduta da Nicola Rassu (Pdl), si recherà domani, martedì 24 novembre, nel Sulcis Iglesiente per effettuare un sopralluogo in alcune aziende del territorio. Il primo appuntamento è nello stabilimento Alcoa di Portovesme, dove è in corso una dura vertenza. La Commissione arriverà alle 10:30, per poi proseguire le visite all’Eurallumina, alle 11 e 45, alla Portovesme srl (ore 13), alla Otefal (ore 15:30) per chiudere poi la serie di incontri nel pomeriggio, alle 17,30, alla Rockwool di Iglesias.
VINYLS. Da ieri la Vinyls Italia di Porto Torres è una fabbrica in mano agli operai. Le tute blu hanno occupato gli impianti e iniziato uno sciopero della fame collettivo: rifiuteranno il cibo fino a quando non verranno stabilizzati i quattordici dipendenti in via di licenziamento e non sarà rivisto il piano delle squadre di sicurezza in modo tale da ridurre il numero dei lavoratori in cassa integrazione. Il provvedimento emanato mercoledì riguarderà da oggi 101 persone in organico su un totale di 132.
L’occupazione del sesto piano della palazzina del Pvc è iniziata nel primo pomeriggio, ma il blitz era stato pianificato tre giorni fa: da venerdì gli operai non abbandonavano più gli impianti a fine turno, perché il loro tesserino magnetico d’ingresso sarebbe stato disattivato oggi con l’avvio della cassa integrazione. A quel punto il piano di invasione della fabbrica, studiato a tavolino, sarebbe saltato: perciò le “pattuglie” si sono formate a rate, un turno dopo l’altro, nel fine settimana. Ora l’esercito degli operai è quasi al completo. In sessanta occupano un terrazzo apparecchiato con tende e sacchi a pelo. Rimarranno lì notte e giorno, a un’altezza di venticinque metri, aspettando che qualcuno comunichi loro buone notizie. Senza mangiare, tirando avanti solo grazie a un po’ di the e del caffè. Per trasmettere all’esterno il loro stato d’animo hanno anche inchiodato una tuta da lavoro e un elmetto a una croce di legno. Il simbolo della condanna a morte di centinaia di famiglie attaccate alla gonna della chimica è stato fissato all’ingresso dello stabilimento.
Gli operai della Vinyls hanno annunciato che da stamani occuperanno anche la sala controllo del pvc e del vcm. La rabbia accumulata contro l’Eni trabocca. La multinazionale viene accusata di non voler più fare chimica e di bloccare chi vorrebbe farla. «L’Eni ostacola ogni trattativa e impedisce ogni accordo. Un’eventuale chiusura degli impianti Vinyls Italia avrà pesanti ripercussioni nell’assetto complessivo del petrolchimico di Porto Torres e della chimica sarda in generale», dicono i dipendenti in un comunicato diffuso in serata. L’ex azienda di Sartor, oggi in amministrazione controllata, deve dare garanzie per permettere agli istituti di credito di emettere le fidejussioni chieste dall’Ente nazionale idrocarburi, necessarie perché la società controllata dallo Stato faccia ripartire i rifornimenti di prodotto verso la fabbrica del pvc/vcm. Per avere la benedizione dalle banche i commissari hanno però dovuto spedire in cassa integrazione 101 operai, per ridurre le spese. Ma nel frattempo quattordici dipendenti saranno licenziati: a giorni scadrà il loro contratto di apprendistato e per legge non possono esserci riconferme con gli impianti fermi. Andranno a casa solo con le briciole della cassa integrazione in deroga, prevista fino al termine del contratto. Un elemosina da 168 euro al mese.
Scontato l’appello dei lavoratori ai vertici dei sindacati e della politica, presidente della Regione compreso. Il comunicato tira in ballo anche il capo del governo, il presidente della Provincia e i sindaci dei Comuni del Sassarese: «Le segreterie dei sindacati territoriali, regionali e nazionali, le istituzioni territoriali, ma soprattutto regionali, chiedano al governo un intervento immediato presso l’Eni per un reale e rapido avviamento degli impianti, con il rilancio delle produzioni dei cloroderivati, strategiche per il mantenimento dell’industria chimica nazionale». Gli operai di Vinyls non dimenticano nemmeno l’agonia dei colleghi del capo di sotto: «Siamo solidali con i lavoratori dell’Alcoa di Portovesme che stanno lottando per la salvaguardia del loro posto di lavoro. Auspichiamo che in sede istituzionale le due vertenze vengano considerate come un unico caso, a difesa dell’intero apparato industriale sardo».
SAMUELE SCHIRRA

