Obama, commesso viaggiatore del capitale in Cina

La globalizzazione è fallita, e non poteva essere altrimenti. La sua ideologia era la più consona alle pretese degli USA di unificare il mercato mondiale e gli stati del mondo sotto la propria egemonia incontrastata.
Questo era forse possibile nel 1946, quando gli Stati Uniti avevano quasi il 50% della produzione industriale mondiale, ma non oggi, essendosi decisamente ridimensionata questa base economica. Con questo fallimento, sono finiti in rottamazione anche gli accessori, compresa la dottrina negriana dell’Impero, versione riesumata della teoria del superimperialismo di Kautsky.
Con buona pace di coloro che considerano Germania, Giappone e Italia colonie degli USA, l’imperialismo è necessariamente conflittuale, l’egemonia di una sola potenza viene inevitabilmente logorata, e le stesse vittorie militari ritardano ma non interrompono questo processo: l’Inghilterra, vincitrice di due guerre mondiali, non ha evitato il ridimensionamento.

Il liberismo si è rivelato pienamente: libertà di sfruttamento per le multinazionali, schiavitù per i paesi subordinati, che devono fornire lavoratori a salari di fame, sacrificare la loro agricoltura agli interessi della Monsanto e soci, penare continuamente per i ricatti del Fondo Monetario Internazionale.

Gli interessi economici continuano a scavare i solchi entro i quali si incanalano le politiche degli stati, anche se non c’è un rapporto meccanico tra economia e politica. Le chiacchiere della FAO, più vuote e impotenti del solito, e gli evidenti disaccordi sulla questione del clima, che contrastano singolarmente con le roboanti campagne di Al Gore di qualche tempo fa, dimostrano che non siamo in periodo di concerto delle nazioni, di prese di posizioni comuni.
Siamo entrati in un’epoca di diplomazia bilaterale e di protezionismo. Rimangono ancora le grandi organizzazioni mondiali, a cominciare dall’ONU, e le varie conferenze internazionali, ma contano sempre meno e sono sempre meno credibili. Cambiano i rapporti tra le nazioni, e appartenere alla Nato non vuol dire più seguire la stessa linea politica degli alleati.

Obama va in Cina, e tutte le questioni, fino a non molto tempo fa dichiarate “di principio”, sono accantonate, perché danneggiano i negoziati economici. Il Dalai Lama non viene neppure ricevuto. Obama fa il solito fervorino sui diritti umani a un gruppo di studenti, ad uso e consumo esclusivamente dei media occidentali, e accetta che non venga trasmesso alla popolazione cinese. Dichiara che gli USA non vogliono più esportare il loro modello politico.

Gli Stati Uniti sono pesantemente indebitati con la Cina, e i rapporti devono cambiare per forza, anche perché i consumatori americani sono troppo impoveriti per continuare a comprare l’enorme congerie di merci che giunge dalla Cina. Il dollaro perde valore, e la Cina ha un mare di dollari. Comprare la grande quantità di beni strumentali e di tecnologia avanzata di cui ha bisogno in Germania o Giappone vuol dire trovare prezzi meno favorevoli, dato l’apprezzamento di euro e yen sul dollaro. Potrà procurarseli in America. Questo danneggia i precedenti esportatori di tali prodotti.
Non è un caso se il Giappone ha già cominciato una marcia di allontanamento dagli USA e la Germania ha preso il pretesto dall’evidente disimpegno di Cina e Usa sulla riduzione delle produzioni inquinanti per minacciare ritorsioni economiche. Un comunicato finale del vertice di Pechino ha promesso un forte interessamento dei due paesi per la questione climatica, ma questo non stupisce, fa parte del cerimoniale.
Certo, l’America dovrà fare concessioni alla Cina, riconoscerle partecipazioni nel FMI e nella Banca mondiale, ma ciò non sarà senza contropartite politiche. Molti progressi dell’autonomia dei paesi latino – americani sono stati possibili per la penetrazione del capitale cinese. L’avvicinamento tra Cina e USA riduce questi margini di manovra.
Si è insistito molto sulle nuove potenze emergenti, Brasile, Russia, Cina, India, come se si trattasse di un blocco unico, senza considerare che non c’è una rete d’interessi abbastanza forte per accomunarli. Difficilmente potranno risorgere i regimi delle giunte militari di infame memoria, ma gli stati latino americani dovranno raddoppiare gli sforzi per mantenere l’autonomia. Chi avesse dei dubbi, pensi all’Honduras, alle nuove basi in Colombia, alla riattivazione della IV flotta per controllare le coste del continente.

Un altro paese danneggiato dai recenti cambiamenti internazionali è l’Iran. La Russia gli ha venduto le sue armi, la sua tecnologia nucleare, ma non ha nessuna intenzione di rispettare i tempi previsti, e peggiorare così i propri rapporti con gli USA.

“ Dopo dozzine di ritardi con le scuse più diverse, il ministro per l’Energia russo Sergei Shmatko ha affermato che il reattore nucleare iraniano di Bushehr, il primo del Paese, la cui installazione e avvio sono affidati alla Russia, non verrà completato per la fine dell’anno, come ripetutamente promesso da Mosca. Le ragioni sarebbero “tecniche”.” (1)

Per il Cremlino, l’Iran è stato un grande acquirente, quando il petrolio si vendeva in grandi quantità. Con la crisi e il restringersi del mercato, è diventato soprattutto un concorrente. Per il quale non vuol sacrificare i rapporti con l’occidente. Gli affari innanzitutto.

Per quanto il regime di Ahmadinejad piaccia a pochi, con l’eccezione di Formigoni e di militanti di sinistra che prendono sul serio le sue sparate contro l’imperialismo, non sarebbe certo un progresso se l’Iran tornasse ad essere un satellite USA, o se i siti nucleari fossero bombardati, con tragedie peggiori di quella di Chernobyl. L’imperialismo sa meglio di noi che l’Iran è uno dei paesi in cui è più probabile una rivoluzione (non certo la buffonata reazionaria di Musavi!) e una guerra purtroppo potrebbe farla abortire.

La situazione è in movimento anche su altri fronti. La Turchia, un tempo bastione della Nato contro l’URSS, si sta avvicinando alla Russia, come si è visto a proposito dell’avventura georgiana. Significative anche le prese di distanza da Israele.
Esclusa dall’Unione Europea, sempre preoccupata della politica americana nel Kurdistan iracheno, che ha un effetto destabilizzante al suo interno, data la presenza di una forte minoranza curda, cerca di compensare tutto ciò rifiutandosi di contribuire all’accerchiamento della Russia, alla quale ha offerto persino di compartecipare all’oleodotto Nabucco, il che vanificherebbe la politica americana nell’area. “Al ministero degli esteri turco, si parla ora della Russia come di un alleato, si sostengono le sue posizioni come quelle sull’indipendenza del Kosovo o sul rifiuto dell’integrazione dell’Ucraina nella NATO, e la si invita a partecipare al progetto Nabucco, questa via energetica che parte dall’Iran, dal quale gli europei volevano escluderla… Nello stesso tempo, la Turchia ha seriamente rallentato il ritmo delle riforme che le erano imposte come preliminari alla sua integrazione all’Europa, dimostrando concretamente il suo minor interesse.”
Nelle ultime settimane, questa evoluzione della politica estera della Turchia è stata tale che il neocon yankee, Daniel Pipes, ha pubblicato, nel Jerusalem Post del 28 ottobre 2009, un trafiletto con un titolo senza ambiguità: La Turchia, non è più un alleato.” (2)

L’Italia appoggia l’oleodotto South Stream, la Germania il North Stream. Si potrebbe pensare che la Germania è forte, e può resistere alle pressioni Usa, l’Italia no. L’intervento dell’ambasciatore americano, preoccupato per la “dipendenza energetica” dell’Italia, e quello meno diplomatico e chiarissimo di Luttwak il 18 ottobre a “Ballarò”, non lasciano dubbi sulla minacciosa posizione del governo americano. Ma la Russia ha interesse a entrambi gli oleodotti, e non mollerà facilmente.

Le alleanze, che si erano cristallizzate con la guerra fredda, e che si sono mantenute per inerzia nel periodo successivo, sono entrate in crisi. Ma non è stata l’iniziativa degli alleati minori a creare questa situazione, perché il maggior revisionista è proprio la Casa Bianca, che persegue i propri interessi per conto proprio, incurante degli alleati, e la differenza rispetto a Bush sta nella maggiore abilità e nel profluvio delle dichiarazioni edificanti. Gli stati europei affrontano una crescente spesa militare, anche perché l’avventura georgiana ha dimostrato che gli USA non sono troppo interessati ad intervenire per togliere le castagne dal fuoco agli alleati.

E’ finito da decenni il periodo in cui Germania e Italia potevano dedicarsi alla ricostruzione e trascurare il bilancio militare, certe che il Grande Fratello di oltre oceano avrebbe provveduto alla loro difesa. O in cui il Giappone s’arricchiva per le commesse degli Stati Uniti, impegnati in Corea e poi in Vietnam. Oggi la Nato è diventata una catena, che comporta un impegno in territori lontani migliaia di chilometri dall’Europa, e le basi americane, in Europa e in Giappone, sono diventate un peso difficilmente tollerabile.

L’intesa con Pechino non creerà un duopolio, ma rallenterà la caduta della prevalenza americana, procurandole un potente complice.

Quanto al problema del dollaro, sogna chi pensa che gli Stati Uniti accetteranno di buon grado una sorta di diritti di prelievo, basati su un paniere di più monete. Difenderanno fino all’ultimo i loro privilegi, mentre altri paesi, se ne avranno la forza, cercheranno di creare altre aree monetarie, come una volta l’area della sterlina, quelle del franco, ecc. Questo, ovviamente significa protezionismo, che cresce, anche se tende ancora a mascherarsi. ( Controlli igienico –sanitari, contingentamenti, accuse di dumping, ritorsioni per violazione di diritti umani, ecc).
Il protezionismo, che potrebbe costituire una salvaguardia per le nuove industrie o per l’agricoltura dei paesi sottosviluppati, è invece una soluzione reazionaria per i paesi imperialistici, dove rafforza il potere dei monopoli e accentua il carattere imperialista dello stato. Vuol dire anche militarizzazione dell’economia. Contro tutto questo non servono le riformette o i belati pacifisti.
La lotta contro il capitale non è un’opzione, o una fissazione di inguaribili nostalgici dei vecchi tempi del movimento operaio, ma una questione di vita e di morte, per chi non vuole rassegnarsi ad una società sempre più caratterizzata dallo sfruttamento bestiale, dalla disoccupazione, dalla guerra, dal banditismo economico e politico.

Note

1) www.arabmonitor.info

2) E se “il pericolo ottomano” si allontanasse? “ Christian Bouchet fonte Voxnr – Trad. di G.P. (Aurora)