Insulti, razzismo, cori di morte Balotelli negli stadi dell’ odio

Domenica sera Mario Balotelli se ne stava bello pacioso in albergo a Barcellona e intanto a Torino gli ultrà della Juventus, saltellando, gli auguravano la morte. Al Dall’ Ara, sabato sera, invece era in campo, e al suo ingresso la curva del Bologna gli aveva fatto “solo” buu, che volete che sia. Ormai è una persecuzione. In quasi tutti gli stadi. I begli spiriti di cui abbonda il nostro paese, in questi casi, hanno sempre pronte giustificazioni e assoluzioni oppure, peggio ancora, spiegazioni logiche. La teoria più assurda, quindi la più diffusa, è che la colpa sia proprio di Balotelli: comportandosi in modo provocatorio, dicono, lui si tira addosso insulti e cori razzisti, che poi razzisti non sono ma soltanto, e al massimo, esempi di maleducazione. O anche: meglio non dare pubblicità a simili cori, sennò si crea l’ effetto emulazione. Ma intanto, a forza di assolvere e spiegare e non dare pubblicità, gli stadi italiani sono precipitati in un vortice di volgarità, maleducazione e orribile becerume, che li rende i peggiori d’ Europa, oltre che invivibili per famiglie e persone perbene d’ ogni genere. Ieri José Mourinho non è voluto entrare nel merito della questione («È una storia davvero vecchia, non posso fare niente per cambiarla, se non aiutare Mario a giocare in un’ atmosfera non positiva»): forse non gli interessa moltissimo, forse lui è soltanto un uomo di campo e bada al fatto tecnico, non ad altre storie. Scelte. Le stesse di Marcello Lippi, in fondo: «Sul caso-Balotelli non ho nulla da dire», ha mormorato ieri sera il ct. Quindi vedrete che la faccenda sarà derubricata al solito scontro InterJuventus, ormai becerissimo perché strascontato e strasentito, dato che ieri Mourinho ha sferrato il solito fendente: «Mi piacerebbe tanto, fra due settimane, giocare Juve-Inter a Torino. Però ci sono le regole e chissà che la partita non sia a Torino», invocando dunque la squalifica del campo, che non ci sarà. E intanto gli stadi italiani precipitano. Si insultae si offende, si augurae si invoca la morte altrui, oppure si festeggia se muore qualcuno, o si prendono di mira i parenti defunti dei protagonisti. Sempre cantando, però, perché siamo il paese del bel canto e della bella musica. Così quando trent’ anni fa morì Vincenzo Paparelli prima di un Roma-Lazio, non passarono che pochi mesi ed era già pronta la canzoncina ad hoc. Così i 39 morti dell’ Heysel hanno avuto degnissima celebrazione in striscioni, scritte e cori vari da 24 anni in qua. Così i tifosi napoletani da anni si sentono dare dei «colerosi e terremotati», oppure gli augurano l’ eruzione del Vesuvio per un salutare «bagno di fuoco». Per non parlare delle offese alla mamma di Marco Materazzi, scomparsa quando il giocatore era un bambino, o quelle più recenti al suocero di De Rossi. Storie persino “normali”, in un paese in cui hanno impiccato un fantoccio di colore nero (a Verona) oppure hanno inneggiato (a Roma) ai forni crematori e alla “tigre” Arkan, criminale di guerra accusato di genocidio. Ma non parliamone troppo di queste cosacce: hai visto mai che a qualcuno venga voglia di imitarle.