E’ una storia molto italiana, quella dei contributi previdenziali versati ai consiglieri ed agli assessori degli enti locali che, per svolgere la propria funzione, devono mettersi in aspettativa. In sintesi, l’ente locale si fa carico dei versamenti contributivi per tutto il periodo del mandato, ovviamente nella misura prevista dal lavoro svolto dal consigliere o dall’assessore nella vita civile. Per esempio, se un operaio viene eletto consigliere o nominato assessore della Provincia di Roma, lo stesso ente gli verserà i contributi previdenziali e pensionistici che avrebbe maturato continuando a lavorare come operaio. Se, invece, a diventare consigliere o assessore è un dirigente d’azienda, l’ente locale gli verserà i contributi di cui godeva come dirigente. Chiaro?
Ora, in un Paese che non fosse l’Italia, ai neoconsiglieri e neoassessori, probabilmente, verrebbe chiesta una qualsiasi documentazione attestante l’entità dei contributi da versare, magari anche solo un CUD o un modello 730, così, tanto per regolarità. In Italia, non funziona così: qui da noi, è sufficiente un’autocertificazione dell’azienda presso cui il novello rappresentante del popolo è impiegato. Così si sveltisce la pratica, e poi a chi verrebbe in mente di truffare la Pubblica Amministrazione, cioè lo Stato, facendosi passare per un supermanager quando, per dire, si è solo un docente precario? E poi, ci sarebbe bisogno di qualcuno che dichiari il falso, un’azienda disposta a fornire dichiarazioni di comodo.
Queste cose in Italia non succedono, eppure quello che accade alla Provincia di Roma potrebbe ingenerare – beninteso, solo in menti particolarmente maliziose – il dubbio che qualcuno ci marci, come si dice proprio a Roma. Alla Provincia di Roma succede che un bel giorno del 2008 l’allora segretario romano del Partito della Rifondazione Comunista venga nominato Assessore alla Formazione ed al Lavoro, avendo tutte le carte in regola per svolgere quella funzione: è stato a lungo Presidente di un Municipio e, anche se solo per due anni (causa fine precipitosa del governo Prodi), ha fatto pure il Deputato, senza contare il fatto che ha scritto più di un libro.
Succede, poi, che il neoassessore – come tutti i suoi colleghi – faccia pervenire una dichiarazione del suo datore di lavoro attestante la sua retribuzione e che la Provincia stanzi i denari necessari a versare i suoi contributi previdenziali e pensionistici. E qui, sorpresa!
A parte le sue precedenti cariche elettive, come Presidente di Municipio e Deputato, la sola professione che l’Assessore Smeriglio risulta abbia svolto è quella di “docente a contratto presso la Terza Università di Roma”, come, peraltro, risulta dallo stesso sito istituzionale della Provincia di Roma (link). Del resto, essendo stato impegnato ininterrottamente dal 2001 al 2008 a svolgere le sue importanti (e giustamente retribuite) funzioni istituzionali, con l’aggiunta del gravoso impegno come segretario romano del PRC, non avrebbe certo potuto svolgere un qualsiasi altro lavoro, eventualità comunque esclusa proprio dalla lettura dei suoi curricula. Dunque, quali contributi gli verserà l’ente locale di cui è divenuto felicemente Assessore (oltre, naturalmente, allo stipendio ed ai gettoni di presenza)? Questa domanda non tiene conto della tempra d’acciaio dei dirigenti comunisti, che non sono mica degli oziosi fannulloni, e riempiono di lavoro ogni minuto della loro fiera esistenza.
Nonostante i gravosi incarichi istituzionali e di partito, il compagno Smeriglio lavorava indefessamente come dirigente d’azienda, percependo il relativo giusto compenso, quantificato in 7.210 euro (lordi) al mese, alla data del 1 febbraio 2009, quando già faceva l’assessore provinciale. Sulla base di questa cifra, dichiarata dall’azienda presso la quale lavorava il nostro Stakanov… pardon, il nostro Smeriglio, la Provincia di Roma ha determinato di versargli i dovuti oneri previdenziali, assistenziali ed assicurativi nella misura di euro 43.244,38 per l’anno 2009 ed euro 47.900,54 per l’anno 2010, il che significa che, a fine mandato, il compagno Smeriglio si troverà versato un gruzzoletto di circa 230.000 euro e spiccioli, oltre agli interessi maturati nel frattempo.
Ora, il fatto che questa sua attività di dirigente di azienda non risulti nemmeno nei suoi curricula non deve indurre a conclusioni frettolose e qualunquistiche, tipo: questo è un truffatore bello e buono che si mette al pizzo (sempre come si dice a Roma) in cinque anni tanti soldi quanti un precario dell’Atesia ne vede in più trenta anni di lavoro. Sarebbe ingeneroso anche sospettare che l’azienda presso la quale lavorava il compagno Smeriglio sia una scatola vuota, che nessuno conosce, che non risulta abbia svolto alcuna attività e che non abbia nemmeno una sede (a parte un recapito presso uno studio legale dove sono domiciliate almeno una dozzina di altre aziende simili). Peggio di tutto, sarebbe il lasciarsi travolgere da facile e demagogica indignazione di fronte alla pura coincidenza del fatto che i dirigenti dell’azienda suddetta sono gli stessi di alcune aziende che hanno disinteressatamente sovvenzionato il PRC romano quando il compagno Smeriglio ne era segretario.
Tuttavia, poiché la mala pianta del giustizialismo ha messo radici profonde in una pubblica opinione sempre più esasperata e forcaiola, non sarebbe male se il compagno Smeriglio fornisse qualche spiegazione, magari solo una banale dichiarazione dei redditi, come quella che i comuni mortali devono presentare in banca anche per prendere un piccolo prestito per pagare il carrozziere o l’idraulico. Se così non fosse, la questione potrebbe passare di mano, dal Zingaretti Presidente della Provincia di Roma al di lui fratello: il commissario Montalbano.
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