La discussione fra me e Fausto si fermava sempre allo stesso
punto.
E sì che io, che ero il suo professore di Lettere e storia al Liceo artistico di via Hajech, in fatto di musica credevo di saperla lunga.
Io, che avevo scritto su Re Nudo dei Soft Machine e di Frank Zappa in tempi molto sospetti, non potevo rassegnarmi a dare ragione a Fausto, un mio studente, che viveva di arte in senso largo: oltre che di Raffaello, Fausto la sapeva lunga sui Rolling Stones.
Così eravamo entrati in contatto, io e Fausto Tinelli.
Lascia perdere Leopardi, lascia stare pure il Foscolo o Hegel, lascia
che Dante si studi soprattutto al classico, ma vuoi mettere
discettare sulle Pietre Rotolanti?
Non era banale, infatti, contrapporre alla cultura quello che era il simbolo della controcultura.
Era il modo in cui entravi in relazione con il movimento degli
studenti in quegli anni.
Non che avessi bisogno di trovare artificiosamente il terreno
comune per parlare con Fausto e gli studenti della sua classe.
Nel 1977, quando iniziai ad insegnare avevo 27 anni, i miei studenti 18 – 19, differenza minima, colmabile con dissertazioni
appassionate sui Rolling Stones e i Led Zeppelin.
E Fausto era irremovibile.
“Prof., Simpathy for the devil e Satisfaction e insomma tutto degli Stones…non ce n’è per nessuno”.
“Tinelli, ma tu hai sentito bene quando Jimmi Page attacca “Whola lotta of love?”
Così un giorno sì, e uno pure.
Perché fra me e Fausto la musica rock, il blues e i concerti “ live” erano più che un’insana passione del cuore e della mente: erano la colonna sonora del nostro stare in mezzo agli altri.
Per cui quando la nostra contrapposizione dialettico – musicale fu stroncata in modo così ignobile da quei sicari di fascisti che gli spararono a bruciapelo io non avevo ancora finito né il programma di storia, né la storia del rock, che poi sono la stessa cosa.
Fu Cinzia a telefonarmi a casa il 18 marzo verso le dieci di sera.
Ricordo che avevo un telefono rosso sulla cassapanca vicino alla
televisione in sala da pranzo.
Mia figlia, che allora aveva tre anni, era ancora intenta a giocare.
“ Hanno ammazzato Fausto”, disse Cinzia, con la voce rotta e
commossa.
“ Fausto chi?” Risposi.
Non mi si prenda per un professore che non conosce i suoi studenti dopo sei mesi.
Cinzia era di Lotta Continua, io allora militavo in Lotta Continua, Fausto poteva essere un compagno di Lotta continua.
Cinzia ripetè: “Fausto, Fausto Tinelli e un suo amico, Iaio.”
Per me fu una vera sorpresa.
Fausto, infatti, era un ragazzo mite, e non faceva del male a
nessuno.
Portava i capelli un po’ lunghi a caschetto, ma si direbbe oggi, non era un militante estremista – violento.
Se in quegli anni si potevano pure commettere degli errori, per
eccessiva durezza verso i nemici politici, ad esempio, Fausto non era fra quelli che annoveravi come un guerrigliero degli Anni Settanta.
Così, riattaccando e chiamando poi Max di Elleci, per andare al
Leoncavallo, cominciai a pensare delle cose che penso anche oggi
su quegli anni.
In quegli anni, se la memoria non mi inganna, Fausto, Iaio, tanti compagni e me medesimo, eravamo della stessa tribù senza
bisogno di tante parole.
La vana chiacchiera, parafrasando un filosofo tedesco, che oggi
accomuna nel talk-show l’incomunicabilità e la tragedia immanente di un vuoto difficile da colmare, una volta non c’era.
Invece quella volta, mentre con Massimo si andava al Leoncavallo
con la R4, sentivamo proprio che ci avevano privato di una parte
del nostro modo di esercitare la nostra esistenza in questo mondo.
Per un professore di filosofia alle prime armi non era un gran
ragionamento, lo riconosco.
Ma non mi interessa.
Aver perso oggi la semplicità di parlare con gli altri, senza
pretendere di vender loro qualcosa, ( compresa l’anima), è per me una bestemmia etica e civile.
Invece Fausto per me era Tinelli: cittadino italiano di serie A, con diritto ad una vita dignitosa.
Oggi Fausto sarebbe uno della generazione x,un consumatore,
difficilmente un cittadino.
Allora era il nome di un ragazzo di sinistra, che oggi si direbbe democratica.
I mandanti morali di quell’omicidio, pensavo allora, non sono
lontani.
E questo lo penso anche oggi.
I mandanti della macelleria messicana, ( parola di funzionario dello stato sul G8 di Genova), c’erano anche allora.
Erano quelli che si esercitavano a fare la guerra civile discettando di democrazia.
Avevano però paura.
Dopo il 16 marzo, infatti, quelli che da sempre tengono le fila dello stragismo e della corruzione avevano preso una fifa maledetta.
Perché il 16 marzo, due giorni prima della morte di Fausto e Iaio, le Br avevano rapito l’on. Aldo Moro, massacrando i cinque agenti della scorta.
Il nostro 11 settembre è stato quello.
Se avevano rapito Moro erano in grado di rapire e uccidere
chiunque, si sussurrava.
Così bisognava sparare nel mucchio per rispondere alla follia
rivoluzionaria.
E il Mucchio selvaggio erano quelli coi capelli un po’ lunghi, quelli delle manifestazioni, dei concerti, quelli che a dieci anni del 68’ non avevano capito che bisognava diventare grandi: pensare ai fatti
propri e non rompere le palle.
Così quando arrivai al Leoncavallo vidi tutti quei ragazzi piangere disperati la morte dei due compagni.
Io non piansi.
Pensai come far vivere Fausto e Iaio in eterno.
L’onnipotenza dei miei 27 anni non poteva che sfiorare questo
pensiero.
Non un sogno effimero, dunque.
Ma l’utopia consacrata e “inverata” nella memoria dei compagni
caduti.
Si formò il corteo, subito.
Niente striscioni, niente bandiere, solo dolore e rabbia.
C’erano quelli che gridavano uno slogan, che poi mi rimase nella
testa “ per i compagni uccisi nessun lamento, linea di condotta
combattimento….”
Non mi piaceva.
Perché era un grido solo di vendetta.
La guerra, altri morti, altri funerali.
Il corteo attraversò la città.
La voglia di bruciare tutto, però, era tanta.
Soprattutto i simboli del potere e della ricchezza di una Milano che non si meritava Fausto.
Ma, mi sbagliavo ancora.
Andammo ai funerali.
Il feretro partiva da piazza Gorini.
Fausto non sapeva che in piazza Gorini avevo passato la mia
infanzia.
Prima giocando a pallone, poi ascoltando con il mangiadischi i
Rokes, l’Equipe 84 e poi i Beatles,i Rolling Stones, i Kinks,Bob
Dylan, i Cream, Hendrix….
E se Fausto lo avesse saputo sono sicuro che avrebbe detto: “ma
vuole mettere Satisfaction con Help?”
Più di dieci anni prima in piazza Gorini quando la mia banda
giovanile ascoltò Satisfaction non sapeva nemmeno dell’esistenza
del blues, non sapevamo che il titolo del brano era stato preso da Muddy Waters, padre del blues.
Poi il 68’, tra le altre cose, ci fece vedere i Rolling Stones come i cantori per eccellenza della nostra ribellione.
E Fausto, dopo un decennio, si era trovato d’accordo.
A piazza Gorini c’era la camera mortuaria dove giaceva Fausto..
L’obitorio si trova davanti all’ospedale dei tumori dove c’era stata anche mia madre.
Quella zona, dove avevo giocato, ora era una zona di dolore e di
tormento, visto che mia madre era morta nel gennaio del ’78.
C’era un sacco di gente, e molti erano del popolo, non solo
studenti.
Per la morte di Fausto e Iaio la città di Milano si stava fermando.
La terribile e allora dura contrapposizione con la vita di Moro venne fuori in tutta la sua profondità.
Come si faceva a non mettere in relazione i due episodi?.
Anche la carità cristiana non avrebbe esitato a piegare il suo
sguardo misericordioso sul corpo dei due ragazzi uccisi…….e forse l’ha fatto anche Aldo Moro, chiuso nella prigione del popolo.
Portai la bara sulle spalle con altri colleghi e compagni del liceo artistico, professori e studenti che mi sono rimasti nel cuore.
Poi Fausto partì via, lontano e non lo vidi più.
Apparentemente, però.
Perché la vicenda del 18 marzo del 1978, i miei studenti lo sanno, è rimasta in tutti i miei ricordi in questi trenta anni di scuola.
Da trenta anni insegno filosofia e storia, e di generazioni sui banchi di scuola ne ho viste passare.
Ho sempre ricordato Fausto e Iaio, ci mancherebbe.
L’educazione alla democrazia passa anche dal loro ricordo.
Alcuni anni fa mi è capitato di ritrovare Antonella una compagna di classe di Fausto che era rimasta in contatto con i compagni della terza artistica.
Antonella mi chiamava Garibaldi, come gli studenti mi chiamavano
allora perché avevo capelli lunghi biondi e barba bionda.
Il mio cavallo era un motorino “Ciao” con il quale facevo la spola fra tre scuole perchè da precario avevo 18 ore di cattedra sparse per Milano.
Nel 2005 ci siamo trovati tutti in via Corridoni a commemorare i
ragazzi uccisi.
Lì ho trovato la madre di Fausto.
MI ha detto che lui voleva fare il professore di filosofia come me e che parlava sempre di me.
La trovai contenta perché si parlava del figlio, ma stanca di non aver mai avuto giustizia.
Cosa potevo dirle?
Potevo narcisisticamente dire che il mio lavoro di professore che parla di senso della vita e della morte veniva fatta in nome di Fausto Tinelli?
Sarebbe stato troppo, per me, naturalmente.
Ma comunque ora devo proprio dire che la forza che mi hanno dato
quelle vicende, il senso di quelle vite perdute, così a me vicine, sono state determinanti per la mia, di vita.
E il merito è di Fausto, dei suoi capelli a caschetto, del suo modo sognante e timido di vedere se stesso e l’universo intero.
Nell’ arroganza generalizzata di oggi il ricordo di quei compagni uccisi è leggero come una piuma che vola alta.
Non perché è effimera, ma perchè vola oltre la banalità e il senso comune del realismo qualunquista e ipocrita.
Così quando spiego agli studenti di oggi cosa vuol dire “avere una memoria come forma di autocoscienza e di sapere di sé”, non
posso non citare il nome di Fausto e Iaio.
Nel senso che tutto quello che accadde nel marzo del ’78 deve
diventare memoria collettiva.
Belle parole si dirà, ma oggi a chi frega niente di Fausto e Iaio?
Non è così, e io lo so benissimo.
Lo so perché dentro ai miei pensieri la filosofia prende sostanza solo rispettando il senso profondo di chi è morto per una causa giusta.
E questo lo fanno tutti quelli che hanno a cuore una donazione di senso alle cose.
La ricerca, che parte dai Rolling Stones arriva lontano, dove il
sorriso mite e malinconico di Fausto non si può mai spegnere.
D’altronde la Sacre Scritture non dicono che è meglio cercare “i vivi
fra i morti che i morti fra i vivi?”
In questo contesto, ogni volta che sento l’entrata di chitarra in Simpathy for the devil, devo confessare due cose.
Che la Simpatia per il diavolo era uno scherzo di un angelo volato in cielo.
E che poi Fausto aveva ragione.
Quell’entrata solista piena di rabbia era piena anche di vita.
Quella rabbia in me non si è mai sopita.
“ Hanno ammazzato Fausto, Fausto è vivo”.
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