Contratto nazionale, golpe Fiat. Nasce la newco per Pomigliano

Roberto Farneti

La Fiat usa la minaccia della delocalizzazione per distruggere il contratto nazionale di lavoro e riaffermare così il primato dell’impresa sui diritti di chi lavora. Era questa la vera posta in gioco nella vertenza per Pomigliano d’Arco. La Fiom lo aveva capito, Fim e Uilm no. Si erano illuse di avere firmato sotto ricatto un accordo aziendale certamente oneroso ma che avrebbe salvaguardato gli investimenti e l’occupazione. Accordo, comunque, non estendibile agli altri stabilimenti del gruppo. Dopo il trasferimento in Serbia della produzione della monovolume destinata a Mirafiori e la decisione di procedere unilateralmente con la creazione di una newco – Fabbrica Italia Pomigliano – che dovrebbe riassumere, con nuovo contratto, i 5mila lavoratori del Giambattista Vico, il disegno di Sergio Marchionne è apparso ancora più chiaro. La prossima mossa (o «colpo di mano», per dirla con le parole del segretario nazionale del Prc, Paolo Ferrero) sarà la fuoriuscita di Fiat Auto da Federmeccanica il primo gennaio 2013, vale a dire il giorno dopo che l’attuale contratto dei metalmeccanici sarà ufficialmente scaduto. A ben guardare, Marchionne è solo l’ariete che prova a imporre con la forza lo stesso progetto perseguito da Confindustria con il nuovo modello contrattuale, non ancora decollato perché ostacolato nella sua applicazione dalla mancata firma della Cgil.
Comprensibile pertanto l’imbarazzo di Cisl e Uil, che, dopo essersi fidate delle buone intenzioni dell’amministratore delegato della Fiat, ora gridano al tradimento: «Mi rifiuto di credere che ci sarà la disdetta del contratto nazionale», se ciò avvenisse «manifesteremmo grande dissenso e decideremmo di conseguenza, con le iniziative più opportune», grida il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, mentre l’Ugl fa sapere che «non firmerà alcun accordo con Fiat che preveda un contratto diverso da quello dei metalmeccanici e al di fuori di Confindustria». Per il segretario nazionale della Fim Cisl, Bruno Vitali, la mossa della Fiat è solamente «eccessiva»: «Il problema – afferma Vitali – non è la newco» ma «andare fuori dal contratto nazionale».
Enzo Masini, coordinatore Auto della Fiom, scuote la testa: «Cisl e Uil, invece di inseguire la Fiat in nuove avventure come quella della newco – avverte – farebbero bene a riflettere sulle conseguenze degli atti che compiono». L’intenzione della Fiat di disdire il contratto nazionale di lavoro, osserva infatti Masini, è «la logica conseguenza dell’avere accettato da parte di alcune organizzazioni sindacali l’accordo di Pomigliano perchè conteneva deroghe al contratto e a leggi dello Stato che, come tali, in una condizione normale non potrebbero trovare applicazione».
In questo contesto oggi a Torino si terrà il tavolo convocato dal governo dopo l’improvvisa decisione della Fiat di trasferire la produzione di 190mila vetture l’anno in Serbia, contrariamente a quanto previsto nel piano illustrato lo scorso 21 aprile. Colpa dei sindacati italiani che «sono poco seri», si è giustificato Marchionne. Al tavolo non sarà presente il ministro dello Sviluppo Economico “ad interim”, Silvio Berlusconi, bensì il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. E già questo chiarisce quale sia l’impegno del governo in questa vicenda industriale di fondamentale importanza per il nostro paese. «Sono ottimista. Quello che è importante – afferma Sacconi – è che il progetto Fabbrica Italia garantisca una buona saturazione dei nostri siti produttivi, sostenibile, ragionevolmente, per il medio-lungo termine».
Al tavolo di Torino la Cgil vuole parlare anche del futuro di Termini Imerese, dal momento che lo stabilimento siciliano chiuderà i battenti alla fine del 2011. Ieri il presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, ha fatto sapere che tra le proposte selezionati per rilevare l’attività c’è ne una in particolare che «soddisfa tutti dal governo all’ente locale ai lavoratori e alla Regione». Ma il governo starebbe perdendo tempo: «Vogliamo, una volta per tutte, sbloccare questa pratica e far sì che da prima che vada via la Fiat, questo imprenditore possa cominciare a lavorare, visto che garantisce gli stessi posti di lavoro, realizza vetture con margini di profitto e senza lamentare, come faceva Fiat, di perdere mille euro a vettura?», chiede Lombardo.