InformationGuerrilla – 15 Gennaio 2012


InformationGuerrilla – 15 Gennaio 2012

 


Governo – Le mani sull’articolo 18, nascosto nella bozza sulle liberalizzazioni (Stefano Feltri)


Il reintegro solo per le aziende con oltre 50 dipendenti.


A sorpresa il governo si prepara a intervenire per decreto sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. La novità è nella bozza del pacchetto liberalizzazioni, il decreto legge che il governo ha promesso di varare entro il 20 gennaio affidato al sottosegretario Antonio Catricalà. L’articolo 3 della bozza di decreto, che il Fatto Quotidiano ha potuto consultare si intitola: “Sviluppo delle imprese e flessibilità del lavoro” e interviente esplicitamente sul “art. 18 della legge 20 maggio del 1970 n. 300”.


Il decreto del governo Monti aggiunge un comma: “1 bis. In caso di incorporazione o di fusione di due o più imprese che occupano alle proprie dipendenze alla data del 31 gennaio 2012 un numero di prestatori d’opera pari o inferiore a quindici, il numero di prestatori di cui al comma precedente è elevato a cinquanta”. E il primo comma dell’articolo 18 versione 1970 è quello che impone al datore di lavoro che ha licenziato senza giusta causa (stabilita da un tribunale) di reintegrare il dipendente se la sua azienda ha fino a 15 dipendenti. Da decenni l’articolo 18 è indicato da molti economisti e politici come una delle cause del nanismo delle imprese italiane: visto che fino a 15 dipendenti ci sono meno ostacoli a licenziare i dipendenti e soprattutto non si rischia di vederseli reintegrare in azienda da un giudice, meglio rimanere piccoli.

 

Il governo Monti agisce quindi con questa premessa: se imprese piccole si aggregano e il numero di dipendenti sale, per la fusione, non scatta comunque l’obbligo di reintegro fino a 50 dipendenti. Un approccio pragmatico che non tiene però conto della delicatezza politica del tema. Proprio in questi giorni il ministro del WelfareElsa Fornero sta conducendo incontri con tutte le parti sociali per discutere come riformare il mercato del lavoro. Ma di articolo 18 non si è mai parlato esplicitamente, anzi, tutti i protagonisti, inclusa la Confindustria , si sono premurati di ribadire come non fosse il tabù dell’articolo 18 al centro dei negoziati. Secondo quanto risulta al Fatto, le parti sociali non sono state informate del contenuto del decreto, con la parziale eccezione di Confindustria. Il testo è stato preparato a palazzo Chigi, affidato al sottosegretario alla presidenza Catricalà, e non sarebbe ancora neppure arrivato sulla scrivania del ministro Fornero. Che non sarà felicissima di vedersi scavalcata.

 

Le 31 pagine della bozza del decreto saranno una lettura interessante anche per molti altri, a cominciare dal segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani. Che avrà un doppio problema: l’articolo 18, che costringerà il Pd all’ennesima conta proprio sul tema più delicato, e i servizi pubblici locali. L’articolo 19 del decreto causerà qualche sincope nella parte sinistra della maggioranza di governo: “Privatizzazione dei servizi pubblici locali”. L’articolo attribuisce ai Comuni la “facoltà” di cedere le proprie quote nelle società ex-municipalizzate che gestiscono i servizi pubblici locali, previa gara e procedura trasparente.

 

Potevano farlo già adesso, per la verità, e infatti la novità è nelle condizioni in cui possono (sottinteso: devono) privatizzare. “Quando sussistono esigenze di promozione e ampliamento dei mercati e di ripianamento delle proprie posizioni debitorie”. Una traduzione brutale è questa: cari Comuni, prima di venire a chiedere soldi per tappare i buchi nei vostri bilanci, vendete le vostre azioni, rinunciando ai dividendi e alle poltrone nei consigli di amministrazione che comportano. Una norma che, se applicata, risulterebbe molto più efficace della legge Ronchi, quella che aumentava il ruolo dei privati nella gestione o nella proprietà dei gestori di servizi pubblici locali. Inclusa l’acqua, cosa che ha innescato il referendum di maggio sostenuto con una giravolta anche dal Pd, che prima aveva un’altra linea. Poi proprio i democratici hanno proposto di legare il ruolo dei privati all’equilibrio finanziario. E ora Bersani avrà qualche problema a spiegarlo agli elettori. E qualcuno potrebbe malignare che uno dei Comuni più indebitati d’Italia è Roma, e che Francesco Gaetano Caltagirone è pronto a comprare ogni fetta di Acea che il sindaco Gianni Alemanno metterà in vendita.

 

Da  Il Fatto Quotidiano del 12/01/2012.

 

 

I cinque dogmi sulle privatizzazioni

Un rapporto interno di Deutsche Bank chiarisce la filosofia di fondo e gli obiettivi strategici di “trasformazione” alla base delle politiche attuate in Grecia, Italia, ecc.

Si tratta della privatizzazione di tutto ciò che può tornare profittevole, in quanto tutto viene definito “bene privato”. Allo Stato, esplicitamente, vengono lasciati tre soli compiti: ordine pubblico, difesa esterna, politica estera (con qualche limitazione).

Utile la sintesi estrema fatta da Pierluigi Sullo su “il manifesto” del 13 gennaio.

Ancora più utile è la lettura integrale delle 16 pagine del rapporto, purtroppo in inglese :


RevenuecompetitiongrowthPotentialforprivatisationintheeuroarea.pdf711.73 KB

 

cinque dogmi della privatizzazione:

Uno: l’esperienza ci dice che le aziende private operano in maniera più efficiente e più innovativa.

Due: (…) In un’attività di mercato il settore dell’economia privata dovrebbe avere la precedenza. Lo Stato non è adatto per assumere il ruolo di imprenditore.

Tre: (…)A parte la promulgazione e l’attuazione di un ordine legale e competitivo da mettere a base del mercato, (il ruolo dello Stato) comprende anche altri compiti sovrani come la sicurezza interna ed esterna, nonché le relazioni estere. Questi sono indicati come “beni pubblici”.

Quattro: dato che l’attività del governo in un’economia di mercato ha fondamentalmente effetti distorsivi, ci deve essere una prova convincente per giustificare il suo coinvolgimento. (…)L’attività del settore privato è necessaria non solo per l’area vasta di beni privati??, ma in linea di principio anche in settori come le infrastrutture e altri, indicati come servizi di interesse generale, ampiamente considerati come parte del dominio pubblico.

Cinque: (…) in linea di principio, ci sono anche i benefici che derivano dalla privatizzazione dei servizi pubblici di interesse generale, ad esempio i servizi idrici, le strutture sanitarie e compiti amministrativi che non attengono alla sovranità: fondamentalmente, si tratta di beni privati”.

 

 

 

A Roma nord c’è un’industria di stoccaggio a rischio d’incidente rilevante

 

Da qualche anno opera nel territorio del  19° Municipio, a via Chivasso 258, tra via Boccea e via della Storta, un’industria di stoccaggio degli Idrocarburi liquidi che la Prefettura di Roma definisce “a rischio d’incidente rilevante”. Nello stabilimento sono presenti fitofarmaci e prodotti chimici che sono definite sostanze tossiche, molto tossiche, nocive infiammabili e pericolose per l’ambiente. Esso si estende su una superficie di circa 5000 m .q, dei quali 1800 sono occupati da edifici.
Per venerdì 20 gennaio 2012 alle ore 10.30 è stata indetta dal Municipio XIX un’assemblea pubblica per informare e consultare la popolazione residente, le organizzazioni sociali sindacali e i comitati di quartiere sui rischi potenziali del sito industriale. Diffondiamo la lettera della prefettura che è pervenuta al Comitato Lucchina e Ottavia tramite la Presidenza del Municipio XIX. Per una maggiore informazione diamo anche il riferimento web sul sito industriale


Comitato Lucchina e Ottavia

Aderente al Coordinamento dei Comitati Roma Nord

 

Federconsumatori su mutui, polizze obbligatorie e “credit crunch”


Comunicato Stampa
9/1/2012

BANCHE: GOVERNO INTERVENGA ,SIA PER ELIMINARE OBBLIGO COSTOSE POLIZZE, VERO E PROPRIO PIZZO SUI MUTUI, CHE MONITORANDO TRUFFA CREDIT CRUNCH. BCE EROGHI MASSE MONETARIE ALL’ 1% ALLE IMPRESE, INVECE CHE ALLE BANCHE.

Il Governo che ha varato una manovra lacrime e sangue a carico dei cittadini per cercare di combattere la crisi e far ripartire l’economia, ha il dovere di intervenire, sia per eliminare l’obbligo di costose polizze di decine di migliaia di euro, che si configura come una estorsione a carico dei mutuatari che non hanno alcuna possibilità di scelta se vogliono contrarre un mutuo, che per monitorare la gravissima restrizione creditizia, in gergo denominata credit crunch per aiutare le imprese in crisi di liquidità ad uscire dall’impasse.

Non è più tollerabile, che il sistema bancario italiano, beneficato di ben 209 miliardi di prestiti da parte della Bce al tasso di favore dell’1% con la “causale” di metterlo in circolazione ed erogarlo ai richiedenti per far ripartire l’economia dopo rigorose istruttorie di meritorietà di credito, trattenga questa ingente massa monetaria, parcheggiandola alla stessa Bce, per evitare di assumere rischi connessi all’attività bancaria.

Se i manager bancari non vogliono rischiare, cambino mestiere, ma non è più tollerabile che un Governo di banchieri,che conosce le regole e le migliori prassi dell’attività creditizia, possa sorvolare su uno scandalo che rischia di vanificare qualsiasi barlume di ripresa dell’economia,che si fonda sulle richieste di affidamenti, che in molti casi il sistema bancario non concede più,nonostante una forbice tra le più ampie in assoluto nell’ultimo decennio, che supera 10 punti, tra i costi di raccolta e i tassi richiesti sugli impieghi.

La Bce non può continuare ad elargire ingenti masse monetarie a banche che non prestano denaro ai richiedenti in regola con i principi di solvibilità, e se non vuole rendersi ancora più responsabile della crisi da eccesso di liquidità, cominci a prestare direttamente i soldi alle imprese,al tasso dell’1%, riavviando in tal modo i meccanismi virtuosi ed i cicli economici entrati in recessione.

http://www.federconsumatori.it/ShowDoc.asp?nid=20120109125109&t=news