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Gheddafi a Roma

Il 10 giugno il colonnello dittatore Gheddafi, stretto amico di Berlusconi, sarà in visita a Roma. Il governo italiano sfruttando la presidenza dell'UE è riuscita ad abrogare l'embargo nei confronti della Libia da parte dell'UE nel 2004, forte di motivazioni contro l'immigrazione clandestina, l'Italia bipartisan ha poi firmato un trattato d'amicizia con la Libia non del tutto trasparente. La Libia è infatti uno dei pochi paesi al mondo a non aver ratificato la Convenzione di Ginevra sulla protezione dei rifugiati del 1951 e il suo relativo Protocollo del 1967.
Una mossa che nasconde in realtà ambizioni economiche, investimenti nelle infrastrutture libiche e lotta all'immigrazione fuori dai confini nazionali.

L'italia ha investito nella costruzione di lager per immigrati in Libia: Al Gatrun ne è un esempio e ha stretto accordi per rimpatriare gli immigrati che da anni attraversano il deserto dal Niger alla Libia per arrivare sulle coste mediterranee.
Un viaggio terribile che miete ogni giorno vittime e di cui l'Italia e gli italiani sono direttamente responsabili grazie agli accordi firmati tra le parti: la vita per gli immigrati in Libia è ancora peggio di quella che potrebbero fare in Italia: nessun diritto, nessun asilo politico, sfruttamento e deportazioni sono all'ordine del giorno.

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Lettera di protesta per

Lettera di protesta per l’incontro tra Gheddafi e 700 donne italiane

Il Presidente libico Muammar Gheddafi, il “campione della libertà” secondo Silvio Berlusconi, nel suo imminente viaggio di stato in Italia, nel quale riceverà anche una laurea a Sassari, ha chiesto e ottenuto che Mara Carfagna gli combinasse un incontro con 700 donne italiane. Mica è un Berlusconi qualsiasi che si porta sui voli di stato in Sardegna appena 30 o 40 veline. Ce ne scrive (e gli scrive) Enza Panebianco (gc).

Ecco cosa fa la ministra alle pari opportunità Mara Carfagna assieme alla presidentessa della Confindustria Emma Marcegaglia: fedelissime agli uomini che ispirano la politica più abietta che viene concepita nel nostro stato, reclutano 700 donne da offrire in pasto a Gheddafi come alibi per i rastrellamenti, le deportazioni, i "respingimenti", la cattiveria promossa a metodo di governo, le violenze subite da tanti uomini e da tante donne nelle prigioni libiche. Questo è quanto sanno fare la Carfagna e la Marcegaglia. Cumulare corpi di donne da usare per ogni occasione, persino per legittimare uno come Gheddafi. Mara Carfagna, Emma Marcegaglia: non ci rappresentano. Se l’una rivendica lo status di ex dipendente Mediaset, l’altra vanta il prestigio di non essere stata una soubrette. Importa poco. Pari sono. Veline di regime, entrambe. Ecco la lettera che altre donne stanno inviando per segnalare che le italiane non sono tutte intruppate nei casting del presidente del consiglio [leggi "Anatomia di Berluscolandia" - El Pais].

Al Leader della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista

(Per conoscenza, alle e ai rappresentati del governo italiano e dell’Unione europea)

Gentile Muammar Gheddafi,

noi non facciamo né vogliamo far parte delle 700 donne che lei ha chiesto di incontrare il 12 giugno durante la sua visita in Italia.
Siamo, infatti, donne italiane, di vari paesi europei e africani estremamente preoccupate e scandalizzate per le politiche che il suo Paese, con la complicità dell’Italia e dell’Unione europea, sta attuando nei confronti delle donne e degli uomini di origine africana e non, attualmente presenti in Libia, con l’intenzione di rimanervi per un lavoro o semplicemente di transitarvi per raggiungere l’Europa.

Siamo a conoscenza dei continui rastrellamenti, delle deportazioni delle e dei migranti attraverso container blindati verso le frontiere Sud del suo paese, delle violenze, della “vendita” di uomini e donne ai trafficanti, della complicità della sua polizia nel permettere o nell’impedire il transito delle e dei migranti.

Ma soprattutto siamo a conoscenza degli innumerevoli campi di concentramento, a volte di lavoro forzato, alcuni finanziati dall’Italia, in cui donne e uomini subiscono violenze di ogni tipo, per mesi, a volte addirittura per anni, prima di subire la deportazione o di essere rilasciati/e.

Alcune di noi quei campi li hanno conosciuti e, giunte in Italia, li hanno testimoniati.
Tra tutte le parole e i racconti che abbiamo fatto in varie occasioni, istituzionali e non, o tra tutte le parole e i racconti che abbiamo ascoltato, scegliamo quelli che anche Lei, insieme alle 700 donne che incontrerà, potrà leggere o ascoltare.

Fatawhit, Eritrea: “Il trasferimento da una prigione all’altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c’erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto donne bere l’urina dei propri mariti perché stavano morendo di disidratazione. A Misratah ho visto delle persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure (…) Ho visto molte donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole. Molte di loro sono rimaste incinte e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene. (…) L’unico metodo per uscire dalle prigione libiche è pagare.”

Saberen, Eritrea: “Una volta stavo cercando di difendere mio fratello dai colpi di manganello e hanno picchiato anche me, sfregiandomi il viso. Una delle pratiche utilizzate in questa prigione era quella delle manganellate sulla palma del piede, punto particolarmente sensibile al dolore. Per uscire ho dovuto pagare 500 dollari.”

Tifirke, Etiopia: “Siamo state picchiate e abusate, è così per tutte le donne”. (Dal film “Come un uomo sulla terra”).

Siamo consapevoli, anche, che Lei e il suo Paese non siete gli unici responsabili di tali politiche, dal momento che gli accordi da Lei sottoscritti con il governo italiano prevedono ingenti finanziamenti da parte dell’Italia affinché esse continuino ad attuarsi e si inaspriscano nei prossimi mesi e anni in modo da bloccare gli arrivi dei migranti sulle coste italiane; dal momento, inoltre, che l’Unione europea, attraverso le sue massime cariche, si è espressa in diverse occasioni a favore di una maggiore collaborazione con il suo Paese per fermare le migrazioni verso l’Europa.

Facciamo presente innanzitutto a Lei, però, e per conoscenza alle e ai rappresentati del governo italiano, alle ministre e alle altre rappresentanti del popolo italiano che Lei incontrerà in questa occasione, così come alle e ai rappresentanti dell’Unione europea, una nostra ulteriore consapevolezza: quella per cui fare parte della comunità umana, composta da donne e uomini di diverse parti del mondo, significa condividere le condizioni di possibilità della sua esistenza.

Tra queste, la prima e fondamentale, è che ogni donna, ogni uomo, ogni bambino, venga considerato un essere umano e rispettato/a in quanto tale.

Finché tale condizione non verrà considerata da Lei né dalle autorità italiane ed europee noi continueremo a contestare e a combattere le politiche dell’Italia, della Libia e dell’Unione europea che violano costantemente i principi che stanno alla base della sua esistenza e fino a quel momento, quindi, non avremo alcuna voglia di incontrarla ritenendo Lei uno dei principali e diretti responsabili delle pratiche disumane nei confronti di una parte dell’umanità.

- Firmatarie:

Federica Sossi, Alessandra Sciurba, Isabelle Saint-Saens, Glenda Garelli, Anna Simone

LAUREA GHEDDAFI: RADICALI, 563 DOCENTI CONTRO PROPOSTA

(AGI) - Cagliari, 4 giu. - I Radicali hanno inviato al preside di Giurisprudenza dell'universita' di Sassari, Giovanni Lobrano, l'appello, sottoscritto da 563 docenti universitari, contro la proposta di conferire una laurea honoris causa in diritto internazionale al capo di stato libico Muammar Gheddafi.
Nel documento i firmatari s'appellano al Senato accademico dell'ateneo sassarese "affinche' si soprassieda alla richiesta di conferire la laurea honoris causa in giurisprudenza" al colonnello Gheddafi, un "capo di stato al governo da 40 anni, seppure mai eletto democraticamente dal suo popolo".
"Inoltre", si legge nel documento, "il suo regime si caratterizza per la sistematica violazione di tutti i diritti umani fondamentali e la negazione della nozione di stato di diritto, come documentato da tutte le maggiori organizzazioni non governative dei diritti umani. Conferirgli un titolo onorifico da parte di un ateneo italiano sarebbe un'onta per la patria storica del diritto, nonche' per la reputazione dell'universita' italiana tutta".
"Invieremo", preannuncia Antonella Casu, segretaria di Radicali italiani e candidata per la lista Bonino-Pannella nella circoscrizione delle Isole alle prossime europee, "l'appello con la lista dei sottoscrittori per conoscenza anche al rettore di Sassari e ai ministri Gelmini e Frattini, ai quali tre settimane fa i senatori radicali hanno rivolto un'interrogazione parlamentare che ancora attende risposta".

per aderire alla lettera di protesta

La tenda piazzata a Villa Pamphili

La tenda piazzata a Villa Pamphili

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FOTO AL LINK :

http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/ghedd...