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Roma, il business del campo rom fuori dal Raccordo

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Riccardo Iori (su "il manifesto" del 04.11.07)
Dodici ettari di bosco che il comune vuole acquistare all'interno di una riserva naturale, un cambio di destinazione d'uso dei terreni che favorirebbe i grandi costruttori. E 750 persone sgomberate dalla città e trasferite in estrema periferia

Dodici ettari di bosco che il Comune di Roma intende acquistare all'interno di un'area naturale protetta, un piano di Assetto della riserva naturale in questione in corso d'approvazione alla Regione Lazio, lo spettro di una modifica dell'assetto territoriale a beneficio dei costruttori romani. Potrebbe essere questo lo scenario sotteso agli sgomberi, alle autorizzazioni, alle richieste comunali che, da oltre due anni, avvengono intorno al campo di Castel Romano dove, nel frattempo, oltre mille rom sono abbandonati a loro stessi.
La storia inizia il 14 settembre 2005 quando, a seguito dell'ordinanza 209 del 12 settembre del sindaco Veltroni, il Comune di Roma sgombera 150 famiglie, rom di nazionalità bosniaca dal campo attrezzato di Vicolo Savini, nel quartiere Marconi, vicino alla Basilica di San Paolo fuori le Mura, e le trasferisce al campo di Castel Romano, in località Monte Melara. La nuova destinazione dei rom si trova lungo la Pontina, assai fuori dal raccordo anulare, più vicino a Pomezia che al centro di Roma. Al momento dello spostamento le persone trasferite sono 750, di cui 200 tra bambini e ragazzi.
L'operazione è gestita dal Gabinetto del sindaco, non sono avvisati né il XII Municipio, dove ricade il territorio del nuovo campo, né tanto meno Roma Natura, l'Ente regionale per la gestione del sistema delle aree naturali protette nel Comune di Roma, che invece dovrebbe essere contattata, perché il luogo del trasferimento fa parte della riserva naturale di Decima Malafede. L'ente in questione viene interpellato solo due mesi dopo il provvedimento urgente del sindaco, quando un'altra ordinanza di Veltroni, la 243 del 4 novembre, chiede l'immediato allestimento di container. Il 15 novembre 2005, il direttore del Dipartimento Territorio richiede a Roma Natura la deroga «per il posizionamento di monoblocchi prefabbricati mobili destinati ad ospitare famiglie di nomadi». Con una fulmineità sorprendente, attraverso la delibera 43, lo stesso giorno l'ente rilascia parere positivo alla proroga fino al 15 giugno 2006.
In quel momento il direttore di Roma Natura è il dottor Paolo Giuntarelli, così come al momento della seconda proroga, quella che prolunga il permesso al Comune di Roma di gestire l'emergenza all'interno della Riserva fino alla fine dell'anno. La seconda autorizzazione avviene il 6 luglio, «esclusivamente per il tempo utile a prevedere lo smantellamento del campo nomadi e la sua localizzazione in area più idonea»; questa permette al presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, di emettere un decreto che sancisce il prolungamento della sosta dei rom «per assicurare adeguate condizioni igienico sanitarie per gli occupanti del campo nomadi».
Il 21 dicembre al signor Vito Consoli, Commissario straordinario di Roma Natura, arriva la relazione del Servizio Guardaparco dell'Ufficio di polizia giudiziaria. Il rapporto inizia con la constatazione che «l'area in interesse versa in condizioni a dir poco inumane» (corsivo nel testo), è rilevata «l'esistenza di scarichi di acque nere a cielo aperto» e, infine, i guardiaparco segnalano l'assenza di acqua potabile. Inoltre sono riportate alcune dichiarazioni dei rom, i quali denunciano casi di scabbia, epatite ed infezioni contratte dai bambini per l'acqua dell'impianto idrico allestito nel campo. Il 22 dicembre, preso atto di questo rapporto, Roma Natura esprime parere positivo a prorogare la deroga di ulteriori sei mesi, fino al 31 giugno 2007, «raccomandando contestualmente al Comune di Roma di provvedere al più presto ad uno smantellamento dell'insediamento».
Il Comune deve recepire talmente bene la raccomandazione che il 21 febbraio del 2007 sgombera il campo abusivo di Tor Pagnotta, nel XII Municipio, lo stesso di Castel Romano, e trasferisce i 140 montenegrini lì presenti nella Riserva, dietro il campo ufficiale. Le condizioni degli ultimi arrivati sono pessime: l'acqua potabile, come per gli altri, deve essere presa lontano, a Trigoria, o a Pomezia, e portata nel campo. Ma i rom montenegrini, a differenza degli ex di Vicolo Savini, non hanno a disposizione nemmeno i container. Inoltre, i tanti minori presenti hanno dovuto interrompere il percorso di scolarizzazione al momento dello sgombero da Tor Pagnotta. Il nuovo insediamento è posto sotto l'egida della Protezione Civile, peraltro irreperibile in loco, e nessuna associazione, tra quelle che gravitano intorno al mondo rom, si occupa di accompagnare i bambini nelle scuole che frequentavano fino a febbraio.
Ma l'amministrazione capitolina non si ferma qui. Il 4 aprile del 2007 viene presentata al consiglio comunale la proposta di acquistare, dalla Ediltrigoria srl e da tre privati, il terreno sito in Roma, località Monte Melara. Il motivo per il quale si riterrebbe necessario l'acquisto è dei più vaghi: «Per accogliere strutture di protezione civile per ricovero, in caso di emergenza sociale e di sicurezza». Le particelle non corrispondono completamente al campo, molte di esse sono poste più a nord, ma è interessante notare come dei 234.239 metri quadri che il comune si accaparrerebbe alla cifra di 1.515.766,00 euro, 119.382 siano terreno boschivo: dodici ettari di alberi. L'ipotesi di collocare strutture di qualsiasi tipo va contro la normativa delle Aree di riserva, ma quando, in una recente seduta di maggioranza al Comune, questo particolare è fatto notare al vicecapo di gabinetto del sindaco Veltroni, Luca Odevaine, è spuntata l'ipotesi di far stralciare dalla Regione quelle particelle catastali da parco naturale. L'idea non è peregrina, visto che un Piano di assetto della riserva naturale di Decima Malafede è in corso d'approvazione in consiglio regionale. Adriana Spera, capogruppo di Rifondazione Comunista al Comune di Roma, avverte: «Se questo avvenisse, anche non dovesse sorgere in quel luogo uno dei Villaggi della solidarietà, sarebbe alto il rischio per i terreni in questione di un cambio di destinazione d'uso, a quel punto pronti a diventare edificabili».
Due giorni prima che nelle sale del Campidoglio venga presentata la proposta di acquisto, la questione di Decima-Malafede sbarca in Parlamento, con un'interrogazione parlamentare dell'on. Fabio Rampelli (An) al ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio e al ministro delle Politiche Agricole Paolo De Castro. Lo stesso Rampelli, quando era ancora consigliere regionale, aveva rivolto un'interrogazione anche a Marrazzo, il 19 ottobre 2005. Entrambe le interrogazioni sono rimaste senza risposta.
Intanto Roma Natura continua a rilasciare proroghe. Il presidente, nel frattempo, è diventato il dottor Francesco Petretti; è la sua firma a sancire l'ennesima estensione del permesso all'amministrazione comunale «di garantire alle famiglie di nomadi la permanenza nell'area sita in località Monte Melara». Prossima scadenza è il 31 dicembre 2007.
In mezzo a tutto questo ci sono i rom, bosniaci e montenegrini. Persone. Nel Lazio la legge regionale che riguarda i rom è la numero 82 del 24 maggio 1985, rimasta immutata da allora. All'art. 4 viene detto che «il campo di sosta deve essere dotato di recinzione, servizi igienici, illuminazione pubblica, impianti di allaccio di energia elettrica ad uso privato ed area di giochi per bambini. L'unità sanitaria locale competente per territorio garantisce al campo di sosta la vigilanza igienica e l'assistenza sanitaria». Al campo di Castel Romano un presidio medico rimane sei mesi soltanto. Nel novembre del 2005 trenta bambini contraggono l'epatite A e sono registrati casi di scabbia. A settembre ultimo scorso scoppia una tubatura ed ora tutta la parte del campo posta a nord-est è invasa dai miasmi provenienti dalla stessa. Recentemente è andato in tilt l'impianto elettrico di un container che ha preso fuoco. Fortunatamente era giorno e non c'era nessuno dentro. Gli esuli di Tor Pagnotta si trovano in una situazione ancora peggiore, senza container, con quattro bagni chimici all'ingresso del loro spazio, rifugiati dentro tende da campeggio e roulotte.
La legge regionale 82/85 dice inoltre: «L'ubicazione del campo di sosta, che deve avere una superficie non inferiore a 2.000 metri quadrati e non superiore a 4.000 metri quadrati, deve evitare ogni forma di emarginazione urbanistica e comunque deve essere individuata in modo da facilitare l'accesso ai servizi pubblici». Il campo di Castel Romano è in mezzo al nulla: da una parte i boschi, che il Comune vorrebbe comprare, con cinghiali e serpenti, dall'altra la Pontina, che presto sarà ampliata. I bambini vengono presi alle otto del mattino dai pullman dell'Arci e portati a scuola. Per molti sono ancora quelle dell'XI Municipio di quando stavano al Vicolo Savini, e arrivano alle nove e mezza, a volte alle dieci. Non c'è una linea di bus Co.tra.l. che fermi davanti al campo e permetta di andare verso Roma. Molti dei bambini provenienti da Tor Pagnotta, invece, a scuola ancora non tornano. Nella delibera 31/99 del Comune di Roma sull'integrazione di rom, sinti e camminanti veniva deliberato che «le aree attrezzate per la sosta temporanea dovranno essere realizzate in conformità ai criteri dettati dalla L.R. n. 82/85».

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