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Come qualcuno di voi sa

autore:
Doriana Goracci
una madre denuncia ai carabinieri i maltrattamenti subiti dal giovane figlio nel Centro di Salute Mentale 24 ore a San Polo nel comune di Torrile in provincia di Parma

” Come qualcuno di voi sa…” Così inizia una una lettera inviata a due oltre me, a stretto giro di collettivi e coordinamenti, non conosco chi sia il mittente, di cosa parla ma conosco gli altri che l’hanno ricevuta, mi conforta, vado avanti nella lettura e non mi sento bene affatto. Ora so un po’ di più di una madre che denuncia ai carabinieri i maltrattamenti subiti dal giovane figlio nel Centro di Salute Mentale 24 ore a San Polo nel comune di Torrile in provincia di Parma: non sanno migliaia di persone quello che avviene tra 4 mura pubbliche di una struttura cosiddetta sanitaria. E allora? Allora scrivo, batto i tasti e spero che vogliate fare altrettanto, inviando, diffondendo, aiutando nel far sapere. C’è sempre un ricordo che ci muove e lo racconto brevemente il mio, prima della lettera.

Avevo diciotto anni quando mia nonna, una persona umile e un po’ bislacca, mi chiese di andare a trovare una sua amica in manicomio, ci stava chiusa da anni, da quando aveva sentito le voci: erano i due piccoli figli morti per la pandemia dell’epoca, una spagnola che tradiva qualunque amore. E il marito padre , pensò bene che l’unica cura era fargliele sentire le voci tra altre mura, che non quelle di casa. Uscì da lì solo quando era morta e forse è stato meglio così, le porte le avevano ormai aperte ma lei aveva paura, non più di quello che aveva dentro ma di quello che c’era fuori. Fu così che entrai a Santa Maria della Pietà a Roma e vidi un bambino che sembrava un pinocchietto, fare su e giù, in moto perpetuo sopra una sedia e certi aggirarsi e altre dietro a una rete. Lei era dentro, arrivò nella stanza, nuda e squallida ma con un bel crocefisso attaccato, era grossa al punto che non sapevo da dove cominciare a guardarla…e mi disse ti manda Pia? Mi chiese che facevo, gli anni e poi come era il cielo fuori, non volle niente perchè aveva paura che glielo avrebbero preso le altre, ma lo specchietto si, lo nascose tra le mani, in una sacchetta tra stoffa e carne e mi disse quello che faceva, le pulizie, i pasti…arrivò poi un’ inserviente, era una lontana cugina di mia nonna, assunta perchè il padre l’avevano ammazzato di notte con una spranga del letto, era solo in corsia…Allora …allora la apro, questa lettera, per conoscenza diffusione denuncia proposizione, proprio come fà una certa Maria della televisione, ma lì si incontrano i destini, i fatti, le persone, c’è anche chi non apre la posta e intanto hanno visto e sentito a milioni.

Il 4 novembre del 2009, ormai passato, ci ha scritto Vincenzo Serra, il cognato di Francesco Mastrogiovanni: “Oggi sono trascorsi tre mesi dalla morte di Francesco presso l’ospedale pubblico di Vallo della Lucania. Voglio ringraziare anche a nome dei familiari tutte le persone che ci sono state vicine!”

La madre del ragazzo afferma nell’articolo della Gazzetta di Parma e nella lettera che invio, che andrà fino in fondo, non solo per suo figlio ma per i tanti giovani che non possono rimanere soli e nel silenzio.

Fateci sperare che possa essere anche questa Informazione.

Doriana Goracci

http://www.reset-italia.net/2009/11/05/come-qualcuno-d...

Carissimi Compagni,

come qualcuno di voi sa lavoro presso una struttura psichiatrica denominata “CSM 24 ore” a S.Polo di Torrile (PR).

Sono un educatore che si riferisce alla Pedagogia Libertaria, ai principi della “Escuela Moderna” di Ferrer, alla deistituzionalizzazione di Basaglia ma soprattutto sono un aderente alle idee dell’Antipsichiatria di Giorgio Antonucci e di tanti altri che si oppongono alla psichiatria.Voglio segnalare che dopo una serie di episodi di maltrattamento subiti da un ragazzo ricoverato in struttura, la madre ha deciso di denunciare il tutto ai CC.

Sappiamo benissimo che certe denuncie non fanno molta strada, sicuramente chi sapeva ha avuto un improvviso e strano buco di memoria: ricorda benissimo quello che è accaduto prima del ricovero del ragazzo, e dopo la sua dimissione da questa specie di manicomio non dichiarato, ma se chiedete se ha sentito o avuto notizia di qualcosa, vi risponde con i soliti non c’ero, non ricordo, non mi risulta VERGOGNA!!!

Stranamente anche chi mi confermava le cose che ho denunciato è stata affetta da “dimenticanza opportuna da inchiesta giudiziaria”, per cui difficilmente mi troverò a testimoniare fatti e personaggi in numerosa compagnia.

Ma la cosa non mi spaventa. Quello che mi spaventa è il silenzio che si cerca di costruire attorno a questa faccenda.

Per quanto mi riguarda ho già avuto modo di assicurare al ragazzo ed ai suoi parenti la mia disponibilità ed il mio aiuto.

Penso però che il mio solo aiuto non sia sufficiente. C’è il rischio che passata la bufera ci si ritrovi ancora con persone

maltrattate in strutture sanitarie pubbliche, senza che l’opinione pubblica ne sappia niente, con tutto il fardello di queste atrocità unicamente sulle spalle di chi le subisce,senza avere il coraggio e la possibilità della denuncia, anzi con la vergogna di avere in casa un parente “malato di mente”. La madre di questo ragazzo, da quello che dicono i giornali (Informazione di Parma del 27-10-09 e Gazzetta di Parma del 29-10-09) ha denunciato 6 persone tra infermieri e operatori sanitari.

Ha potuto fare questo anche perchè non è stata lasciata sola: nella sua lotta contro l’ingiustizia e la vigliacca violenza, di chi pensa di avere il potere di decidere della salute e della vita stessa degli altri, ha trovato delle persone che, in coerenza con il proprio quotidiano lavoro di solidarietà e vicinanza, hanno deciso da che parte stare, e lo hanno fatto concretamente.

Se la Solidarietà è un’arma io la uso per esprimere la mia più totale vicinanza e condivisione alle vittime (pazienti e parenti), esprimo la mia più totale distanza da pratiche manicomiali che non dovrebbero avere spazio in una società che voglia definirsi umana.Chiedo a tutti la disponibilità, nel possibile, ad esprimere la propria solidarietà alle vittime anche con atti concreti: pensiamo ad organizzare per esempio un sit-in in città per poter denunciare meglio alla pubblica opinione quello che succede al chiuso delle stanze…

Vi rigrazio per la vostra disponibilità.

Se volete prendere contatti direttamente con la madre del ragazzo:

Fortuna Renata 329-9867106
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http://www.reset-italia.net/2009/11/05/come-qualcuno-d...
video link riferimenti

Il resto...

2009-11-05 11:05:29
In questo momento ho concluso la lunga telefonata con Renata Fortuna, la madre di cui parlo e ho scritto stanotte. Non è una storia solo di maltrattamenti al figlio con disagi, è una storia di violenza senza fine, iniziata a Roma, venti anni fa, quanti sono gli anni di Mirko. Renata fece 102 denunce per sequestro di persona abusi e violenze perpetrate dal marito, fu seguita dal centro antiviolenza di Torre Spaccata e dal Centro di Marino dove risiedeva. Alla fine il giudice tutelare e le associazioni le proposero di riparare in Spagna o a Parma, in struttura protetta. Scelse quest’ultima per sè e i suoi tre figli, ci sono oltre Mirko, altre due figlie più piccole. Dopo due anni trascorsi presso una casa di accoglienza di suore, le venne data una casa dal comune, definita pietosa da Renata, chiedeva almeno una stanza per Mirko il più colpito dei suoi tre figli. Sono dieci anni che Renata vive lì, guadagna con una cooperativa di pulizie circa 300 euro al mese, una figlia studia ancora come parrucchiera, l’altra lavora con un patrocinio. Mirko non è mai più stato seguito dopo le scuole medie, se non per gli ultimi tempi, con i risultati di cui sopra.
Renata mi ha detto, ora dorme, sta nella sua camera.
Non chiedo per Renata e i suoi figli attenzione, pretendo che i Media usino i loro mezzi per far luce su questo totale abbandono e a chi mi legge, la più ampia diffusione. Nessun silenzio.
Questo articolo, su questo sito, si offre per essere un riferimento chiaro e senza riserva alcuna.

http://www.reset-italia.net/2009/11/05/come-qualcuno-d...

io ti capisco Doriana

ma mi dici come si fa a seguire ogni singolo caso? no veramente, visto che ci sono 65 mila detenuti e 58 mila psichiatrizzati più o meno.
Per dire che è un problema veramente COLLETTIVO.

Bene l'operatore ha lanciato l'appello, tu anche hai reso di dominio pubblico la cosa..io sinceramente da SOLA mi sento impotente di fronte a tutto questo sfacelo.

Che si farà? interpellanze? media che parlano?
postature sui blog? e poi tutto resta immutabile
nella sotanza.

e ora forse qualcuno ha capito perchè non mi consola affatto il povero cristo tolto dal muro
vittoria

Karletto diceva "non si possono semplificare cose difficili"

(Scusate).
la legge 180, (Ohibo! ero uno psicoterapeuta ragazzino) con l’abolizione dei primi tre articoli della vecchia legge manicomiale ed il previsto divieto di ammettere nuovi pazienti, sanciva il superamento degli Ospedali Psichiatrici, anche se “graduale”. Come recitava la legge.
In essa grande rilievo assumevano le norme che assicuravano una garanzia molto ben definita dei diritti dei pazienti. Anzitutto il “Trattamento sanitario obbligatorio” (TSO) doveva sottostare a tre condizioni, l’ultima delle quali fu suggerita da Franco Basaglia.
La prima: “se esistano alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici”;
la seconda: “se gli stessi non vengano accettati dall’infermo”;
la terza: “se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extraospedaliere” ( art.2, comma 2, legge 180/78; art.34, comma 4)
Con questa norma si voleva basare la necessità dell’internamento a carico di una insufficiente organizzazione territoriale e cioè, tanto più è efficace, presente, tempestivo un intervento territoriale, tanto meno si porrà l’esigenza di ricorrere al posto letto.
Questo metodo, ebbe splendide realizzazioni ad Arezzo e a Trieste.
Il tasso di TSO a numeri molto bassi (5 per 100.000 abitanti) rendendo da una parte meno importante in risorse il servizio ospedaliero a favore di quello territoriale e risparmiando al paziente l’esperienza negativa del ricovero.
C’è qualcosa che muta nel passaggio dalla 180 alla 833 ( il SSN)
L'approvazione della legge 180 del 13 maggio 1978 ha rappresentato l’anticipazione della più generale legge istitutiva del servizio sanitario nazionale (23 dicembre 1978, n° 833). L’anticipazione fu motivata con la scadenza del referendum abrogativo della legge manicomiale la cui approvazione avrebbe lasciato un vuoto legislativo assai grave.
Ma è interessante notare come nei mesi che sono trascorsi dall’approvazione della legge 180 a quella della 833, e cioè dal maggio al dicembre, (siamo nel 1978, io avevo 23 anni) alcuni poteri (forti?) si sono subito mossi per qualche ottenere qualche modifica non del tutto innocente.
Appare evidente che il legislatore, nel momento in cui riconsegna al “malato mentale” o “infermo” un pieno diritto di cittadinanza, voglia rendere esplicito che tutte le norme costituzionali sui diritti valgano anche per questo soggetto che esce dai vincoli della legge manicomiale.
Ed infatti ecco il richiamo, nella 180 (art. 1, comma 2), ai “diritti civili e politici garantiti dalla costituzione”,
mentre la legge 833 trova opportuno limitare il riferimento alla costituzione al solo art. 32, che viene espressamente citato assieme al “rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici, compreso per quanto possibile il diritto alla libera scelta del medico e del luogo di cura”.
Resta il fatto però che, al di là del dettato legislativo della 833 - che resta comunque decisamente garantista - nella pratica invalsa tutti i diritti costituzionali sono stati ignorati o soppressi in modo disinvolto e brutale.
Il diritto a non subire violenze (art. 13 cost.: “E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”)
il “diritto dell’infermo di comunicare con chi ritenga opportuno” (legge 833, art. 33, comma 6) (19).
Si è dunque riorganizzato un potere che era andato in crisi sotto il duplice attacco della riforma e della nuove pratiche di una psichiatria democratica e partecipata.
Una nuova generazione di magistrati ha ripreso vecchi stereotipi sulla malattia mentale, confortata da giovani psichiatri baldanzosi e cinici.
I pazienti hanno letteralmente paura di parlare, di criticare, di muovere osservazioni, perché il loro destino può essere deciso in base al comportamento più o meno “rispettoso”.
La contenzione fisica (legare al letto per lungo tempo) viene interpretata come “misura sanitaria”
o comunque “terapeutica”.
Il potere psichiatrico ha ripreso la scena e non intende lasciarla, anzi si avvia verso sempre più vaste imprese diagnostiche e terapeutiche, dai “borderline”, ai “disturbi di personalità”, ai bambini disattenti e iperattivi, ai “perduti al mondo” come li chiama Castel, ai “nuovi pericolosi”.

Di nuovo alla psichiatria i poteri politici ed amministrativi delegano, con scarsa sensibilità della larga opinione pubblica, l’esercizio di potere sui soggetti che risultano non utili al mercato, sia perché fragili, incapaci, sia perché variamente inadatti e non collocabili, e variamente etichettati. Oggi vanno molto di moda i “disturbi di personalità”, che, guarda caso, colpiscono le larghe fasce di poveri e di marginali, di violentati e di oppressi in vari modi ed da varie circostanze.
Ma questo collegamento con i modi e le circostanze, con la violenza sociale non viene rilevata come importante dalla nuova psichiatria che si appoggia alle neuroscienze ed alla farmacologia simulando una scientificità forzata, inefficace e spesso nociva.
Simmetricamente il potere psichiatrico torna ad occuparsi dei criminali, anche e forse soprattutto di quelli danarosi, per sottrarli ad una giusta pena e per diagnosticarli sotto le vetrine televisive.
Ma, sostanzialmente, si tratta di un processo che unisce i poteri in gioco sul destino di molti che risultano totalmente inascoltati, fuori da ogni opportunità, soggetti a cui è sottratto ogni potere sulla propria vita.
Si tratti di migranti, di gente in rivolta, di persone chiuse nel proprio mondo, di altri che, al contrario, appaiono reattivi e - come dicono le nosografie psichiatriche - “irrispettosi” la psichiatria, questa psichiatria, tiene il campo con ostinazione degna di miglior causa.
Però noi vogliamo continuare a scandalizzarci: le nostre persone sono diverse non tanto perché "strani", ma perché deboli.
Non interessano a nessuno: scorie, scarti, variabili ininfluenti di una società "affluente".
Ma noi vogliamo essere con loro: è la nostra maniera si scandalizzarci e fare scandalo: negli incontri quotidiani, negli scontri difficili, nel rapporto d’ascolto reciproco, nel farci mettere continuamente in discussione da loro, come tecnici, come uomini, come donne; nel creare spazi in cui sia possibile che gli sguardi si incontrino, i corpi si tocchino, le paure si diluiscano, nel lasciarci contaminare e progettare insieme pezzi di vita.
Con loro è possibile cambiare.

scuse?

Di cosa io tu e l'altra dovremmo scusarti? Perchè riporti Karletto che non sanno in molti chi sia stato?Ti ringrazio una volta ancora per il contributo...nel merito.
Io non mi scuso affatto, mi spiace se disturba la notizia, se ce ne sono migliaia simili, non si sa, come dice il compagno che ha scritto la lettera...se la donna non è straniera ma italiana, anzi laziale, mi spiace se accade a Parma, lontana da Roma...la telefonata ulteriore, seguita a quanto avevo scritto mi ha dato modo di toccare, come fossi stata vicina a questa donna, la sua casa, quanto non sa più a chi dire...e denunciare.
Ha una forza grande ma è profondamente stanca. Lo siamo anche noi di leggere e vivere storie infami, sta a noi farle diventare vita e non morte, stare vicino, in senso non solo figurato e non consegnare e poi abbondonare quanto ci è pervenuto, non a caso. E non a caso, ci ritroviamo quà, a discutere cosa è meglio fare. Tutto, non il silenzio, Renata e non so nemmeno quante e quanti, non lo vuole e non lo merita.
Il crocefisso non mi ha mai confortato Vittoria, tantomeno consolata o protetta ma avere vicino anche per poco qualcuno con cui condividere un pezzo di strada, non l'ho mai disprezzato. Al muro ci metto un quadro e se è casa mia deve piacere a me, se di altri o addirittura di tutti, beh sia simbolo di vita e non di morte e sofferenza.Gli "spazi" sono talmente ancora vuoti che non bastano i progetti, vale la pena iniziare a riempirli io credo e la strada è lunga. Non è facile essere singolari e plurali, ricollegare quello che talvolta accade nella vita con quello che accade all'altro e non è detto che faccia solo male.
Grazie ad entrambi, Vittoria e hardenberg