Per il rilancio della sinistra libertaria
Fine: 28/05/2008 - 21:00
sociAlismo libertArio
PER IL RILANCIO DELLA SINISTRA LIBERTARIA
I risultati delle elezioni politiche dello scorso aprile hanno determinato una
profonda modificazione degli scenari politici, sociali ed economici in Italia:
non solo per ciò che concerne gli equilibri di "palazzo" e le alchimie
governative, ma anche per gli effetti che può avere sui cosiddetti ambiti
alternativi ed antagonisti.
Se la vittoria della destra era facilmente pronosticabile, le dimensioni
della stessa ci danno il diritto di parlare di una vera e propria catastrofe
sociale, culturale, esistenziale i cui effetti, purtroppo, conosceremo presto
sulla nostra pelle.
Se la sconfitta della "sinistra" era prevedibile, si può definire un vero e
proprio tsunami quello che ha investito, cancellandola completamente, la
cosiddetta sinistra radicale dal Parlamento.
Una sinistra punita sia nella versione "democratica" - blairiana, perché ha
accettato, nei due anni di governo, tutto quello che Confindustria e Banca
Europea le hanno imposto, non riuscendo a realizzare neppure un punto di
quelli promessi nel famoso programma di oltre 280 pagine elaborato nel 2006,
sia nella versione radicale perché inevitabilmente diventata "casta", e perché
incapace a rappresentare i movimenti reali se non in maniera demagogica,
dogmatica e strumentale.
Con le elezioni 2008, quindi, una storia si è definitivamente chiusa, quella
del marxismo politico italiano (e non si può fare a meno di coglierne
l'aspetto liberatorio!), non solo per quanto attiene alla disfatta delle
"scuole" di lungo corso, quali socialisti e comunisti togliattiani (ex PCI),
ma anche di quelle componenti riapparse alla ribalta dagli anni'70 in poi:
leninisti, trotzkisti, gramsciani e luxemburghiani variamente assortiti.
Tale situazione è il frutto dell'esaurimento totale della ragion d'essere del
marxismo politico, perché schemi di riferimento, obiettivi e miti, sono sempre
più desueti ed impresentabili: il fine che giustifica i mezzi, la dittatura di
partito e del (sul) proletariato (in funzione di capitalismo di stato), la
riproposizione acritica di categorie pienamente superate dalla storia, come
l'operaiolatria.
Tale situazione dà ragione a quanti, fautori del socialismo libertario, non
hanno mai ceduto alle sirene dell'utopia totalitaria. In tutto il mondo si
conferma l'esattezza delle critiche storicamente mosse al socialismo
autoritario e cosiddetto "scientifico" fin dai tempi della 1° Internazionale.
Parallelamente è evidente anche il fallimento del sistema neo-liberista,
responsabile oggi di una diseguaglianza crescente (attacco ai diritti dei
lavoratori, precarietà elevata a sistema ad Occidente, governo delle nuove
mafie nei paesi ove fu il socialismo "surreale" e morte per fame,
fondamentalismi e rapina delle risorse da parte delle multinazionali (non solo
americane, giapponesi ed europee... ma anche cinesi) nel Terzo Mondo.
Le ragioni della lotta per il cambiamento restano tutte. La ricetta
dell'adeguarsi, dell'accettazione della ineluttabilità del mercato e del
capitalismo, propagandata dalla sinistra del compromesso (Partito Democratico)
ed accettata dai partitini comunisti "di lotta e di governo" (che hanno sempre
proposto se stessi come elemento istituzionale di mera - e deleteria -
mediazione del conflitto), hanno portato alla sconfitta le genuine istanze di
libertà, eguaglianza e solidarietà espresse dai giovani, dai lavoratori, da
quanti si rendono conto di pagare la crisi sulla propria pelle. Occorre
ricominciare dalla base, con metodi non compromessi col politicantismo e con
il compromesso.
Ma per analizzare ed affrontare la nuova situazione venutasi a creare, non
basta semplicemente richiamarsi ad una seppur valida tradizione: si richiede
necessariamente un nuovo protagonismo della sinistra libertaria che passi, in
primo luogo, attraverso una chiara e coerente proposta politica.
Occorre proporre sistemi di riorganizzazione ed aggregazione, di autogestione
e prima liberazione (anche culturale), immediatamente praticabili dalla (e
nella) società civile.
Occorre ripensare e rimettere in campo in grande stile la proposta comunalista
(diretta e con il minimo della delega), se si vuole togliere spazio
all'adattabilità ed al lobbysmo politico.
Occorre ripensare l'organizzazione (ed il suo ruolo), quale strumento duttile
ma coordinato seriamente a livello nazionale, un'organizzazione che, anche se
la si vuole "leggera", richiede comunque un sacrificio della "criticità
assoluta" così come dell'autoreferenzialità dei piccoli gruppi e dei singoli
individui.
Occorre ragionare di anarcosindacalismo, soprattutto in una situazione nella
quale i sindacati genericamente "alternativi" restano privi di padrini
politici o vedono almeno incrinarsi il legame con partiti e partitini che
sinora li hanno utilizzati come cinghia di trasmissione politica.
L'anarcosindacalismo (se dichiarato come tale) con la sua propria autonomia
(da ogni stereotipo ed ideologismo di "partito"), assume quindi un ruolo
strategico nell'organizzazione del conflitto.
Occorre unire protesta e proposta, promuovere un agire condiviso e plurale,
capace di conquistare spazi, dosare e calibrare l'azione per preparare
elementi più forti e decisivi di cambiamento. Riteniamo, infatti, che la
radicalità non risieda nella rottura estemporanea, nella marginalità,
nell'autocompiacimento dell'appartenenza ad una specie "altra", ma nella
determinazione (e quindi nella preparazione) di un cambiamento
qualitativamente alto (etico): radicale, appunto.
I componenti del gruppo romano di SociAlismo LibertArio propongono a tutti
coloro che siano realmente interessati a riavviare una seria discussione /
riflessione senza pregiudizi di sorta:
UN INCONTRO LIBERO PER MERCOLEDI' 28 MAGGIO
ore 17.30
presso la nostra sede di Roma in V. Tuscolana 9
(a seguire, cena di gruppo)
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