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Sbancor su indy01

Cos'è più l'etica?

Franco Lattanzi, in arte Sbancor.
Nacque alla politica come anarchico, e fondò la rivista "Collegamenti". In seguito, dopo una vacanza di all'incirca dieci anni, sgomitando con chissà quanti altri "venerabili" concorrenti, divenne quadro dirigente di un centro studi della Confindustria, se non erro, e controparte ufficiale delle organizzazioni sindacali.
Il pentitismo di lusso ha colpito buona parte della leadership delle organizzazioni rivoluzionarie nate col '68... e non è una novità. A suon di incarichi milionari.
Colpo di scena!
Infine, nuovo, triplo salto mortale all'indietro,... et voilà... il nostro si ricicla, con lo pseudonimo di Sbancor, a tribunus plebis ma, stavolta, facendo proprie le tesi del chiarissimo professor Toni Negri, contro il quale aveva scritto pagine di fuoco.
Franco Lattanzi è scomparso prematuramente. E gli va data tutta l'umana pietà. Non altro.

www.sergiofalcone.blogspot.com

Poi ancora peggio ...

Dopo essere diventato un quadro della Confindustria è diventato un esimio dirigente bancario, lui si definiva addirittura "banchiere", prima al Mediocredito Centrale del Lazio, cassaforte per gli affari craxiani, poi alla Banca di Roma, poi divenuta Capitalia di Geronzi ed in ultima analisi di Andreotti, ed infine in Unicredit.
Ed era membro del C.d.A. dell' Igi ( Istituto Grandi Infrastrutture) che si occupa tra l'altro dei finanziamenti al progetto del Ponte sullo Stretto di Messina.
Tutta l'umana pietà. Non altro, concordo con Sergio.

Generazione. La mia.

“E nel periodo del cosiddetto ‘riflusso’ – come si disse con metafora mestruale azzeccata per una generazione già definita come ‘proletariato biologico’ – ho potuto osservare che i più furbi, gettato il colletto alla Mao alle ortiche, occuparono poi i migliori posti nelle Università, nelle televisioni e nelle amministrazioni pubbliche e private, e si comprarono la Bmw e la cocaina tipica dei ‘tossici integrati’ degli anni Ottanta, in attesa di collegarsi via Internet e gettarsi a capofitto nella superstrada dell’informazione, nel sogno di una supposta o suggerita comunicazione globale o liberazione tramite costose protesi elettroniche.
Questo mentre i più stupidi fra quelli che volevano dare l’assalto al cielo finivano in cura dai guru per una buona terapia a prezzi popolari; e i più poveri finivano in cessi insanguinati, con l’ago nella pancia, in qualche angolo della metropoli rischiarato d’irrealtà.
Non so se quella sessantottina sia la peggiore generazione di egoisti, di pentiti e di opportunisti e psicopompi che l’Italia abbia mai conosciuto. So però che volevano mandare al potere l’immaginazione, la loro immaginazione. E che molti han dovuto vedere le proprie buone intenzioni rovesciarsi in cattivi effetti. Che li consoli un po’ di buona letteratura. Kafka, per esempio: ‘Non ci fa tanto male ricordare le nostre malefatte passate, quanto rivedere i cattivi effetti delle azioni che credevamo buone’. […] E’ qui, a Milano trent’anni dopo, che inciampo ancora nel corpo del mio essere sociale, lo rivolto con la punta del piede e lo trovo splendidamente decomposto. Al punto giusto per ritornare verso le portinerie delle case dalle finestre munite di solide inferriate e lampeggianti segnali pronti a dare ancora l’allarme; e i videocitofoni e gli orologi e le telecamere agli angoli di certe strade del centro con le banche vigilate notte e giorno; e poi le scale e gli uffici delle amministrazioni e delle Ussl disinfettate all’alba, tutti i santi giorni, con impiegate in preda a sogni agitati ‘un attimino’ e burocrati, leghisti di mezza età o ex-compagni di un tempo sopravvissuti a tutti i cambiamenti, anche a Tangentopoli, seduti su poltroncine in pelle, anche umana, girevoli, che ti offrono un sigaro con un sorriso brillante come un getto di napalm…”, GIANNI DE MARTINO, I CAPELLONI, CASTELVECCHI, ROMA 1997.

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Era già tutto scritto.

Odio il poema ciclico e non amo
la via che molti porta qua e là:
detesto anche l’amante non fedele
e non bevo alla pubblica fontana:
tutti i gusti del popolo ho in orrore.
Tu, Lisania, sei bello, più d’ogni altro!
Ma ho detto appena l’ultima parola
che un’eco dice: “Un altro lo possiede”.

Callimaco,
Epigrammi

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gli sciacalli

Come è facile constatare dai commenti a questa raccolta,
gli sciacalli sono più duri a morire...
Fortunatamente abbiamo pazienza.

Alè Sbancor!

Evidentemente...

Evidentemente tu, caro anonimo "fantasma", al pari di altri ingenui supporters, Sbancor dimostri di non averlo conosciuto. E di ignorare la sua storia.
Aggiungo anche il fatto che in Italia, patria di tutte le mafie, se si riesce a diventare "qualcuno", si rimane intoccabili a vita. Qualsiasi cosa uno possa fare. Di positivo e di negativo.
Non bisogna mai affidarsi alle apparenze. Né alle capacità sbandierate in pubblico.
Bisogna prima conoscere bene chi si ha davanti.
Le sue qualità umane.
Si può essere bravi artigiani del pensiero ma, senza etica, senza senso di umanità, non si va da nessuna parte.
La politica discende dalla morale ed il fine non giustifica mai i mezzi. Questo io so, perché l'ho imparato da quarant'anni di attività politica.
Sono finiti i tempi delle grandi idealità.
E, come diceva Adorno, il vero non è che una parte del falso. Totale.
Sciacallo è chi approfitta della buona fede altrui, per il proprio tornaconto.
Non chi ha espresso la sua opinione, con onestà.
"Ale' Sbancor?"... Frasario da stadio. Franco Lattanzi era soltanto un essere umano. Vittima delle sue pesanti contraddizioni.
Umana pietà. Non altro.
"Cambiare la vita", Arthur Rimbaud. "Cambiare il mondo", Karl Marx... e siamo ancora lontanissimi da questi obiettivi.

Sbancor

Si può certo rimproverare a una persona di non essere stata coerente nelle sue scelte. Ma farlo in occasione di un necrologio è particolarmente abietto, direi disgustoso.
Quando si viene meno a certe "regole minime" si diviene sospetti. Perché fin qui la colpa del caro estinto pare essere soltanto quella di essere stato un banchiere.
E ciò dovrebbe bastare per sparare (insulti) su un cadavere.

Fate ribrezzo, veramente.

Cos'è più la coerenza?

L'anonimato, innanzitutto, non mi pare una buona cosa. E questo in linea di principio.
Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie azioni e delle proprie opinioni. Questo, tanto per cominciare.

Mi sono limitato a raccontare la pura verità dei fatti. Chi, nella propria vita, non è leale, coerente e conseguente, è lui ad insultarsi da solo. Non è onesto tacciare di irrispettoso chi non ha la benché minima intenzione di esserlo. Anche perché non siamo in sede di necrologi, ma di celebrazioni. Qualcuno ha voluto ricordare gli interventi di Sbancor su Indymedia, nel corso degli anni. Quasi ad esaltarne la levatura della figura, e del pensiero. Ma anche se lo fossimo, in sede di necrologi, non mi sembra giusto santificare l'insantificabile.

Meglio sarebbe stato tacere e basta.

Non mi associo al coro di chi ha voluto minimizzare, anche dalle colonne di Umanità Nova e di A - Rivista anarchica, la gravità delle scelte di Franco Lattanzi.
Né all'ipocrisia, che è una delle basi fondanti le dinamiche interpersonali, in questo tipo di società.

Franco è scomparso e ne sono addolorato.
E dolore mi crea il pensiero della compagna e della giovane figlia che sono rimaste da sole.
Ma non ne approvo lo stile di vita, la contraddittorietà, l'estrema disinvoltura e le capriole su se stesso.
Cos'è più la coerenza?

Un compagno, che ritiene di avere un debito di riconoscenza nei confronti di Franco, è arrivato al punto di dirmi, una sera: "Ecco, lo vedi come si fa? Si entra nei centri del potere per carpire informazioni, da mettere al servizio del movimento. E, se ci scappa anche uno stipendio favoloso, beh!... non guasta". Da che mondo e mondo, un compagno, conosciuto e riconosciuto, difficilmente arriva nelle stanze dei bottoni. Se ci arriva, deve essersi per forza assoggettato alle forche caudine del capitale. Alle sue regole ripugnanti.

Mi permetto di restare della mia opinione. Per me, la polemica può anche terminare qui.

Purtroppo, devo constatare che le logiche mafiose del leader, dell'appartenenza e della merce, e tutto l'armamentario fetido del machiavellismo, sono penetrati nel profondo di settori della compagneria residuale. Tempi peggiori verranno, se continuiamo a perseverare su terreni che non possono appartenere ad una morale rivoluzionaria. Né alla morale in senso assoluto.

Lieto, comunque, di aver partecipato alla discussione.

A me fa ribrezzo questo

A me fa ribrezzo questo ortodosso silenzio che si dovrebbe avere nei confronti di qualcuno che non c'è più.
se Sergio pensava delle cose su sbancor, che possono piacere o meno, credo che le stia dicendo indipendentemente dal fatto che sia morto.
tant'è che ci sta mettendo la faccia.
Oppure non si può dir nulla perchè è morto e si sa che tutt* i morti diventano bravi buoni e belli.
Io non ho conosciuto Sbancor, sento alcuni compagni parlarne benissimo, altri male. penso che sia "umano" così.

(A)

a lui le sue scelte ad altri le loro critiche.
e chi mette il becco in questo meccanismo, per assopire gli animi, per smorzare la critica e la testa... non fa un buon servizio!

l'ipocrisia non la sopporto, e purtroppo da morti si diventa tutti meravigliosi.
dimenticandosi anche dell'umanità delle persone, perchè qualcuno ha bisogno di leader ad ogni costo.