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Cossiga e Moro

autore:
Claudio Maffei

In una intervista al corriere, Cossiga ha detto:
«Quando, con il Pci di Berlinguer, ho optato per la linea della fermezza, ero certo e consapevole che, salvo un miracolo, avevamo condannato Moro a morte. Altri si sono scoperti trattativisti in seguito; la famiglia Moro, poi, se l'è presa solo con me, mai con i comunisti. Il punto è che, a differenza di molti cattolici sociali, convinti che lo Stato sia una sovrastruttura della società civile, io ero e resto convinto che lo Stato sia un valore. Per Moro non era così: la dignità dello Stato, come ha scritto, non valeva l'interesse del suo nipotino Luca»
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Posso dirle Signor Cossiga, ammesso he le cose siano andate secondo la versione nitida della linea della fermezza e che questa invece non abbia coperto l'eliminazione sommaria di un democristiano scomodo, che la sua decisione condivisa da Andreotti, non era condivisa da Craxi e da Papa Paolo VI.
In realtà la concezione che ella prof. Cossiga ha dello stato è di una coglionaggine che nemmeno un sardegnolo (asinello sardo) si sarebbe sognato di esternare. Il povero Aldo dicendo che la dignità dello Stato, non valeva l'interesse del suo nipotino Luca, sottintendeva che le persone sono il primo oggetto di interesse della dignità e del rispetto della persona, perchè esse sono lo Stato. Sì Signor cossiga, Aldo Moro voleva far capire agli inossidabili zucconi democristiani che lo stavano condannando a morte, che lo stato è fatto di persone e che lasciando accoppare un cittadino, tra l'altro un servitore dello stato, voi caro il nostro sardegnolo, avete condannato a morte una parte dello stato.
Ora faccia pure il tic del coniglio, col naso.