RIAPRE IL BARACCONE ELETTORALE della qual cosa nulla riguarda la classe operaia

autore:
Partito Comunista Internazionale
Da "Il Partito Comunista" n° 327 - gennaio-febbraio 2008

RIAPRE IL BARACCONE ELETTORALE
della qual cosa nulla riguarda la classe operaia

Il prematuro decesso della XIV legislatura repubblicana ha rimesso in moto il ben oliato meccanismo delle elezioni a cui i pretesi nuovi partiti parteciperanno chiedendo all’elettorato il voto per potersi spartire maggioranze e poltrone governative. Il proletariato, in tempi in cui accusa maggiormente i colpi della crisi economica (caro-vita, mancato rinnovo dei contratti, lavoro precario e disoccupazione), adesso viene bombardato dallo sciocchezzaio elettorale.

Oggi nell’agenda politica tornano anche temi operai come il salario, ma l’interesse dei vari Veltroni e Montezemolo è mantenere il controllo di una classe che, sebbene in difficile difensiva da lunghi decenni, è naturalmente portata alla lotta. In questo senso, se l’aumento degli orari, i bassi salari, il lavoro precario, la disoccupazione e l’immiserimento costituiscono un evidente vantaggio economico per i capitalisti, sono anche un pericolo che va “gestito”, e non solo per la riduzione del mercato interno, ma sotto il profilo sociale, sindacale e politico.

Sebbene il sistema parlamentare italiano sia trapassato dalla cosiddetta Prima Repubblica (“catto-social-comunista”, cioè della Dc, del Pci e del Psi) ad una Seconda (quella di Forza Italia e dei Ds), i mali della sovrastruttura politica non sono stati sanati e, potenza imperialistica di seconda tacca, continua a risentire dei suoi ritardi e inadeguatezze, dando teatro alle bande di politicanti che gozzovigliano nelle sale del Palazzo.

Non stupisce che, in tanto sfacelo e fallimento “dall’interno” del metodo democratico, torni ben visibile il modulo corporativo, con un ruolo attivo nella definizione della crisi recitato dalla Confindustria, “scesa in campo” tanto da partecipare alle consultazioni al Quirinale e a spendersi attivamente per la soluzione delle “riforme” e di un governo “di salute pubblica”. Apertamente in nome della classe borghese.

Stavolta il “casus belli” della crisi starebbe nell’abbandono della maggioranza parlamentare da parte del micro-partito post-democristiano dell’Udeur. Ma in realtà si cerca ancora una volta di ridurre i costi della politica, esorbitanti e fuori controllo, con una “razionalizzazione” del “sistema dei partiti” e con il varo di due “organizzazioni” nuove di pacco: il Partito Democratico e il Popolo della Libertà.

Si intende compensare la imbarazzante identità dei loro programmi con la formazione “a sinistra” del calderone informe dell’Arcobaleno. Evidentemente, per chi cura la regìa di queste gestazioni, che anche in Italia i tempi sono maturi per il distacco dalle ultime ombre del comunismo, impersonate da Rifondazione e Comunisti Italiani. Non solo ci si affanna a rinnegare il comunismo nei simboli e nel nome ma si decampa anche dal terreno di classe e si nega che possa darsi una qualunque espressione politica della classe operaia. Ma della “parola” comunismo non si libereranno mai.

Il tradimento del partito del comunismo non è però fatto recente né che ha qualcosa a che vedere con i “comunisti” attuali. Lo smantellamento del partito comunista iniziò nel 1926, con svolte sempre più conciliatorie nella tattica verso i partiti della sinistra borghese, fino a quel “Partito Nuovo” imposto dallo stalinismo in Italia per desautorare la direzione del Partito Comunista d’Italia, fino ad allora in mano alla Sinistra Comunista, di cui il nostro Partito è continuatore.

Una vera controrivoluzione vinse allora il partito, nel nome del socialismo in un solo paese e del capitalismo di Stato in Russia e del tradimento della rivoluzione internazionale. Da allora, l’operato del Pci è stato non più comunista ma asservito allo Stato capitalista italiano e agli imperialismi dell’Est e dell’Ovest. Con la “svolta di Salerno” nel 1943 il Pci si fece parte attiva nella ricostruzione istituzionale post-fascista e democratica dello Stato. Il ruolo di fedele oppositore democratico è stato allora e poi politicamente fruttuoso: si indicavano alle masse operaie falsi bersagli, per distrarle dal vero loro programma comunista, che alle Botteghe Oscure aborrivano.

Man mano che la rivoluzione russa del 1917 trapassava in ordinario capitalismo e diventava un ricordo lontano alle nuove generazioni, l’opportunismo, per far dimenticare alla classe anche il concetto stesso di un suo partito e del suo esclusivo programma antiborghese, per “aggiornarsi ai tempi” passava a continue nuove svolte, fino alla Bolognina nel 1991 e alla nascita del Pds, poi Ds e infine alla fusione “a freddo” con i “cattolici di sinistra” della Margherita nel 2007.

Questo l’infame precipizio storico dello stalinismo in Italia: al carrozzone Pci-Pds-Ds-Pd, e al sindacalismo di regime, la borghesia ha affidato il controllo ideologico ed organizzativo dei proletari e delle fasce inferiori della piccola borghesia, per raffrenarne le rivendicazioni e per prevenire ogni ricostruzione del vero partito del comunismo.

Il marxismo scoprì che anche in regime della più perfetta democrazia vige la dittatura di classe, della borghesia sul proletariato. Di più oggi, nella fase imperialistica, la forma politica democratica è solo una maschera posta davanti allo incondizionato potere del capitale. Dei partiti lo Stato ne fa a meno, dato che le decisioni di governo vengono prese nelle istituzioni finanziarie e industriali, quando non provengono da determinazioni internazionali. I partiti della repubblica, compresi quelli “di sinistra”, progressisti, democratici, socialdemocratici o ex-stalinisti, sono ormai solo agenzie statali e bande affaristiche e parassitarie la cui unica residua positiva funzione è far chiasso. Il fascismo fu l’approdo naturale della politica alle evoluzioni del capitalismo e, sebbene sconfitto militarmente dagli Stati che si dicevano democratici, è stato adottato anche dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale e si impone a scala planetaria. Vittoria così totale che, nei paesi più ricchi, ha potuto anche dotarsi di un innocuo simulacro di “democrazia” per camuffare la sua dittatura. Dove ha potuto coinvolgere alcuni strati sociali nella corruzione con un certo allargamento dei consumi, poteva meglio confondere la classe operaia, facendole perdere la coscienza di classe per sé e allontanarla dalla rivoluzione. In questo senso lo stesso Lenin parlava della democrazia come il miglior “involucro” del capitalismo.

Quindi, la risposta comunista da dare all’ennesima chiamata alle urne non può essere che l’astensionismo!

Proletari, non fatevi ingannare! Di fronte alla triviale vacuità del parlamentarismo, la vera riorganizzazione politica delle classe operaia può avvenire solo nel suo partito, rivoluzionario ed internazionale, nel solco della tradizione e del programma comunista!
 
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