Basta con le menzogne! La verità è rivoluzionaria!

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Sommovimento Femminista Perugia
Sul presidio femminista del 18 marzo contro la violenza sulle donne e il patriarcato, la stampa locale ha parlato poco e male.

Basta con le menzogne!
La verità è rivoluzionaria!

Il 18 marzo a Perugia, in occasione dell’udienza preliminare per il femminicidio di Barbara Cicioni, decine di donne (40 - 50) erano presenti al presidio fuori del tribunale. Presidio che dalle ore 9.00 (momento in cui Spaccino è entrato in aula) si è protratto fino alle 13.00. C’erano il Sommovimento Femminista di Perugia e la Rete delle donne umbre, con striscioni e cartelli contro la violenza sulle donne e la “sacra famiglia”, teatro di tragedie come quella di Barbara Cicioni e più in generale di violenza sulle donne. Nei volantini e negli interventi al megafono si denunciavano la classe politica istituzionale e i media, per aver instaurato un clima di paranoia securitaria e razzista sulla nostra pelle e in nostro nome, rafforzando parallelamente la politica della centralità della famiglia eterosessista e patriarcale in ossequio ai diktat vaticani e in oltraggio al movimento femminista e lesbico che il 24 novembre si è espresso in modo radicale e inequivocabile contro queste misure familiste e securitarie e contro ogni strumentalizzazione della nostra lotta. “SICURE? DA MORIRE! … LA SACRA FAMIGLIA UCCIDE” recitava il nostro striscione, “spezza le catene del patriarcato! La sacra famiglia ha ucciso Barbara, uccidi la sacra famiglia!”, diceva un cartello. “BARBARA VIVE nella nostra rabbia e nella nostra lotta”, “l’assassino non bussa, ha le chiavi di casa”. Questi alcuni degli slogans scritti e urlati sotto il tribunale.
Tante donne si sono avvicinate al presidio per ringraziare le compagne per questa lotta e questa solidarietà e il momento più emozionante è stato quando la mamma di Barbara Cicioni, Simonetta Pangallo, è scesa in strada ad abbracciarci commossa.
Al processo sono state accolte tutte le richieste di costituzione in parte civile, presentate, oltre che dai genitori e dai figli di Barbara Cicioni, da 5 associazioni femminili, quali “Giuriste democratiche”, “Associazione Differenza Donna”, “Comitato 8 marzo”, “Ossigeno” e “Telefono rosa”. Tutte si sono dichiarate soddisfatte di questa giornata, che è stata, lo ricordiamo, una giornata di lotta e solidarietà.
Tutte tranne “Telefono rosa”, che pure ha visto accolta la sua costituzione in parte civile!
Ma forse è bene ricordare brevemente che cos'è "Telefono Rosa", le sue posizioni rispetto alle politiche securitarie e familiste, i suoi appoggi presso le massime istituzioni e i suoi finanziamenti, il suo ruolo di ammortizzatore sociale in seno alle donne e alla "sacra famiglia" e le sue conseguenti prese di posizione rispetto alla manifestazione del 24 novembre. Si potrebbe fare un intero dossier su queste serve del potere, ma perché perderci tanto tempo? Qui ci limiteremo a fare un po’ di controinformazione su quanto si è detto e fatto a Perugia.
Sul presidio femminista del 18 marzo contro la violenza sulle donne e il patriarcato, la stampa locale ha parlato poco e male. In particolare il Corriere dell’Umbria si è distinto in questa operazione di censura, perché non solo ha dato spazio, su tutto l’articolo di Elio Clero Bertoldi, alla linea di difesa dell’ex marito di Barbara Cicioni, ma ha fatto di più, ha stravolto completamente il significato della presenza delle donne davanti al tribunale, che pure emergeva chiaramente dagli striscioni, dai cartelli, dai volantini e dagli slogans, dipingendole come una banda di forcaiole invasate, che dopo aver urlato qualche slogan contro Spaccino si sono dileguate. L’operazione di misticazione è infatti proseguita con l’articolo di Ecbert, in cui si afferma, senza fare riferimenti diretti ai soggetti che si sarebbero dissociati dal presidio femminista:
"Non tutti hanno condiviso -neppure tra le associazioni che si sono costituite parte civile- la manifestazione in piazza IV Novenbre, organizzata da Sommovimento e Rete Donna”
(signor giornalista, sii più preciso, il Sommovimento è Femminista e il presidio era in piazza Matteotti, sotto il tribunale) e immediatamente prosegue:
“Poichè in un processo indiziario, come è l'attuale, in cui cioè non è evidente la prova della colpevolezza dell'imputato, che non ha confessato e anzi continua a proclamarsi innocente, la presunzione di innocenza -sempre d'obbligo- lo è tanto più. Mentre Roberto Spaccino veniva portato in aula una delle manifestanti, entrata nel palazzo di Giustizia, ha anche affermato ad alta voce: E’ lui l’assassino?”
Signor@ Ecbert , dobbiamo insegnarle noi che “E’ lui l’assassino?” non è un’affermazione ma una domanda? Ed è una domanda più che legittima, soprattutto quando è rivolta a pennivendoli come lei, sempre pronti a raccogliere le notizie fresche fresche di Procura prima che vengano notificate agli stessi indagati, sempre pronti a sbattere i “mostri” in prima pagina terrorizzando la popolazione e ungendola con il vostro bisogno di securitarismo. Forse che la presunzione di innocenza di cui parla non vale per tutti? Forse che la “certezza della pena”, tanto invocata da Telefono Rosa (che lei omette di citare nel suo articolo come unica associazione femminile che si è dissociata dal presidio femminista del 18 marzo, pur costituendosi parte civile), valga solo per alcuni?
La nostra presenza in piazza era contro la violenza sulle donne e la famiglia patriarcale (BARBARA SIMBOLO DELLA LOTTA CONTRO LA VIOLENZA IN FAMIGLIA, titolava il Giornale dell’Umbria), ma era anche contro le politiche securitarie e familiste dei vostri padroni e di Telefono rosa, a cui il vostro giornale ha dedicato circa la metà dell’articolo pubblicato il 18 marzo. In quell’articolo, la presidente dell’associazione Maria Gabriella Moscatelli, ricordando che “oltre a una donna è stato ucciso un bambino vivo che la povera Cicioni avrebbe dovuto dare alla luce” (quasi a voler dire che il reato più grave è stato quello di aver ucciso il feto -anche se è di 8 mesi è sempre tale- e non la madre, rievocando tra le righe il presunto reato di feticidio), si augura che il processo sia breve e annuncia che il Telefono Rosa si costituirà d’ora in poi in tutti i processi analoghi.
Quello che il giornalista del Corriere dell’Umbria ha omesso di raccontare in tutto questo è la nostra voce, la voce delle donne che sono scese in piazza per Barbara Cicioni e che Telefono rosa, per bocca del suo avvocato Maria Cristina Ciace, avrebbe voluto zittire.
A una nostra compagna infatti, la suddetta avvocata ha detto che il nostro presidio era controproducente perché la difesa poteva impugnare la legittima suspicione, cioè chiedere il trasferimento del processo perché celebrato in ambiente ostile all’imputato. La compagna ha risposto che non eravamo lì a fare le forcaiole con Spaccino: nei nostri cartelli, nei nostri striscioni, nei nostri slogans non veniva mai nominato, eravamo lì a manifestare contro le violenze sessuali e le uccisioni delle donne, che sono quotidiane e il cui livello di intensità ha paragone solo con gli infortuni sul lavoro e gli omicidi bianchi e nella maggioranza dei casi si consumano in famiglia. Questa sacra famiglia tanto cara ai governi e alle istituzioni di destra e di sinistra per il suo ruolo di ammortizzatore sociale e di avamposto della reazione e dell’oscurantismo religioso. L’avvocata di Telefono rosa ha reagito inorridita e scandalizzata, riaffermando, quanto meno a titolo personale, la sacralità della famiglia tradizionale. Questi sono i fatti che si nascondono dietro l’ignobile articolo del Corriere dell’Umbria del 19 marzo.
Meno male che tutte le altre donne la pensavano diversamente!
A telefono rosa ricordiamo:

BARBARA CICIONI VIVE NELLA NOSTRA RABBIA E NELLE NOSTRE LOTTE!

Perché

PER OGNI DONNA UCCISA, STUPRATA E OFFESA SIAMO TUTTE PARTE LESA!

Sommovimento Femminista Perugia

Per chi volesse dare un’occhiata alla rassegna stampa locale, è su questo indirizzo:
https://indyabruzzo.indivia.net/article/4632?author_na...
e vi trova anche parte di questo resoconto e il nostro precedente comunicato