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FRANCO FORTINI,
IL LADRO DI CILIEGE
di sergio falcone
Il ladro di ciliege ed Altre versioni di poesie è un’antologia di traduzioni di Franco Fortini, annunciata da Einaudi. I poeti tradotti (“per fare il fiato”) sono i tedeschi, i francesi, un inglese, due ungheresi. Ne parliamo con Franco Fortini Lattes, 65 anni, professore di Storia della critica, saggista, critico militante, poeta in proprio, traduttore.
“Il ladro di ciliege” assurge a metafora di tutta la raccolta poetica. Il traduttore Fortini è forse un “ladro di ciliege” da Brecht?
“Non sono il giovane ladro, magari! Ho scelto questo titolo poiché, nella metafora poetica, il ‘ladro di ciliege’ può essere il traduttore di versi di autori differenti da sé. E’ un’antologia di avventure personali, come nel solco del Quaderno di poesie di Montale, come Il musicante di Saint-Merry di Vittorio Sereni. Il ladro di ciliege porta scritto: ‘Franco Fortini’; pertanto, diviene un libro personale. E’ una serie Einaudi che prevede raccolte di Mario Luzi, Giovanni Giudici, Andrea Zanzotto, Giorgio Caproni. Si può ripescare anche dagli italiani che hanno scritto direttamente in altre lingue. Per esempio, c’è una serie di poesie di Ungaretti scritte in lingua francese. Mi è accaduto talvolta di fornire delle traduzioni immaginarie, ma erano soltanto delle mie poesie”.
Anche in poesia ci sono delle pagine brillanti di storia. Vogliamo fare, sempre da Brecht (della cui poesia come traduttore sei latore), un altro esempio di allegoria o parabola nel discorso poetico?
“La struttura ideologica (marxista) in Brecht precede, non segue, il qui-e-ora della poesia. Prendiamo un’altra sua poesia-chiave, dalla mia raccolta: ‘Come schedarla, la piccola rosa. / Rosso viva improvvisa e giovane e vicina? / Non eravamo venuti a cercarla. / Siamo venuti e c’era. / Nessuno l’aspettava prima che fosse qui. / Quando ci fu la credettero appena. / Viene alla meta chi non è partito… / Quasi sempre è così”.
Nella prefazione alle “Poesie di Svendborg” (Einaudi), parlavi dell’appello brechtiano alla collaborazione del lettore. Che cosa pensava Brecht prima e dopo aver visto il “ladro di ciliege”? Che cosa pensiamo noi? Stiamo parlando del ciliegio, ma che è ben altro dal coltivare il proprio giardino.
“Pensiamo a una regola del fuggiasco: ‘Habe nichts’, ‘Non aver nulla’. ‘Il ladro di ciliegie’ è una poesia ricca di simboli. La spiegazione è contenuta nelle cinque pagine della mia breve introduzione alla antologia, ed altrove nelle mie brevi introduzioni a Brecht. La condizione temporale di quei nove versi è narrativo-diaristica, l’ora è quella del crepuscolo della mattina, di uno stato impreciso fra sonno e veglia… E’ la situazione della finestra, ossia della esclusione: un ‘luogo’ simbolico della poesia contemporanea… Chi parla è il rifugiato, lo scrittore politico in fuga; il giovane ladro si disegna allora sullo sfondo di una catastrofe universale con l’eleganza e l’allegria di un angelo”.
Ci sono altri esempi, nella tua antologia, di dialettica poetica inserita nella continuità storica e nella tensione utopica (pensiamo alle teorie di Lukàcs, alla Scuola di Francoforte), cioè di poesia politica, poesia della Storia, e della società umana?
“Gli esempi sono molti, e non casuali, nella antologia. Il contenuto politico di un Milton inedito, Brecht non si discute, Eluard, un poemetto di Frénaud, e ancora un addio a Nelly Sachs di Enzensberger, una spiegazione delle metafore in Queneau. Ma anche una poesia di Heine, che ho tradotto qui, pressoché sconosciuta in Italia. È un omaggio a Noventa, il quale l’aveva pubblicata su Solaria, nel ’34, e che aveva cambiato nel testo tedesco un aggettivo, poi sfuggito alle maglie della censura fascista. Nel testo originario è scritto: ‘Che hai tu uomo straniero, tu ferito?... Quello che mi manca, piccola cara, manca a molti in terra tedesca. Quando si nominano i peggiori dolori, tra quelli c’è anche il mio’. Noventa inseriva appunto un errore voluto: ‘E quello che mi manca, piccola cara, manca a molti in questo paese’. Cases poi mi aveva suggerito una poesia (inedita) breve e terribile di Kraus: ‘… che ora è, del tempo? E’ troppo tardi’. Si intitola: ‘Domenica dopo la guerra’”.
In qual modo, come traduttore di classici, ma soprattutto come poeta, vedi la contemporaneità, il problema dell’alterità, nell’orientare i tuoi mezzi stilistici fra segno e senso?
“Non vorrei che le poesie che scrivo si pongano in un rapporto col tempo che non sia il mio rapporto personale dell’oggi. Se anche i miei versi personali giocano col passato, o col fantasma del passato, è questa solo una forma di evocazione o ammonimento. Alcuni si portano verso il dialetto, per un effetto di straneamento. Questi effetti li possiamo ottenere anche nel muoverci nella sincronia della lingua italiana attraverso i secoli. Ma la distanza non ci viene comandata. Milton scriveva: ‘Chi non canterà per Licida?’. Ed io traduco qui, senza sapere perché, dopo aver abbandonato le molte mie varianti: ‘Chi negherà il suo canto a Licida?’. La eco (dei secoli) non ci tradiva. Era un calco di Milton da Virgilio. Senza saperlo, abbiamo ritrovato la formula latina. Vittorio Sereni crede alla contemporaneità. Anche Sergio Solmi, che è uno straordinario traduttore, è un poeta che tende solo ai contemporanei, poiché sostiene che lo spostamento nel tempo, verso un autore del passato, pone delle questioni che contrastano col proposito poetico personale”.
Sei stato il primo a tradurre Simone Weil da noi. Ottime le tue traduzioni dal francese: Flaubert, Proust, Eluard, Queneau, i surrealisti… Quali sono i poeti della sezione francese nella tua antologia?
“Baudelaire, con tre poesie: ‘A te do questi versi’, ‘La sera’, ‘L’alba’ (‘E i più non hanno conosciuto mai / una casa e non hanno mai vissuto”). Due Rimbaud, ‘Mémoires’ 5, forse il meglio che ho tradotto, e poi ho rifatto e riveduto ‘Buona ispirazione del mattino’. Tre paginette in prosa dalla ‘Fugitive’ di Proust. L’immagine di una finestra con le bifore, che ricorda a Proust la madre: si risveglia la mattina, a Venezia, e intravede un angelo di marmo alla finestra d’occidente. E ancora Jarry, Jacob, una scelta da Eluard, un piccolo Artaud, un poemetto di Frénaud e, per chiudere, una filastrocca e una poesia di Queneau”.
Nella sezione tedesca della tua antologia, non poteva mancare l’amato Goethe, del quale hai tradotto il “Faust” per i classici Mondatori.
“Nell’antologia, c’è anche un canto anonimo tedesco negli anni della guerra dei Trent’anni. Da Goethe ho fatto una scelta dei monologhi faustiani: la maledizione di Faust contro la pazienza, il monologo del risveglio di Faust, una scena dialogata con Mefistofele. E, in chiusura, quattro versi sulle rose, del vecchio Goethe: ‘E che cosa è una rosa, ora si sa / ora, passata l’età delle rose. / Sullo spino ne brilla ultima una / e tutta sola tutti i fiori ha in sé’.
Nella prefazione alla mia antologia, spiego che soffro di una contraddizione fortissima. Ho tradotto Goethe per molti anni. Tuttavia sono persuaso che, almeno per i classici, è errato affidare la traduzione alla personale capacità linguistica ed interpretativa di un singolo autore. Giovanni Raboni, per esempio - il quale sta finendo la traduzione di Proust, e che è autore di una notevole traduzione di Baudelaire - difende il combattimento solitario del traduttore col testo. In questa linea, dagli anni Trenta, abbiamo avuto dei traduttori che erano piuttosto dei poeti in proprio: Montale, Ungaretti, Quasimodo. Ma l’Amleto di Montale va bene come reinvenzione , più che come traduzione da Shakespeare. Ora anche le mie traduzioni sono legate a quel gusto e a quella sensibilità”.
La poesia è sempre difficile a tradursi. Di uno stesso poeta sono possibili diverse interpretazioni, a causa della evoluzione (o involuzione) della stessa lingua poetica…
“La soggettività del traduttore è un errore. Bisogna avere l’umiltà di rinunciare all’idea della genialità. Occorre riunire attorno a un classico un piccolo gruppo di specialisti, che studiano un metodo omogeneo, ivi compreso il sistema di note, interpretazioni, varianti. Per esempio, tutte le traduzioni da Shakespeare in lingua italiana sono una vera catastrofe. Avrei in programma un libro sulle principali varianti nelle traduzioni di Baudelaire, dal 1885 (la prima traduzione Sonzogno), ad oggi. Studiavo il mutamento del peso delle parole nel corso di mezzo secolo. Per esempio, traducendo Rimbaud, nel verso: ‘l’odore della sera festeggiata’, mi sono accorto che, nella lingua italiana, nel corso degli ultimi 40 anni, la parola odore inclina verso cattivo odore. Non potevo tradurre sentore, non alito, e neppure profumo. Odeur, in quel senso, è oramai intraducibile, e ne avverti l’assenza”.
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L'OSPITE INGRATO, RIVISTA ON LINE
DEL CENTRO STUDI FRANCO FORTINI
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a Falcone & Co
MEFISTOFELE
Poiché tu, o Signore, di nuovo ti avvicini/ e domandi come va giù da noi,/e solevi vedermi volentieri,/ ecco, vedi anche me con il tuo seguito./ Perdona, non so dire alte parole,/ e mi schernisca pure tutta la compagnia;/ certo il mio pathos ti farebbe ridere,/ se non ne avessi persa l'abitudine/ Di sole e mondi non so cosa dire;/vedo solo che l'uomo si tormenta/ Il piccolo dio del mondo è sempre uguale/ stupefacente come il primo giorno./ Vivrebbe un poco meglio, se non gli avessi dato/ il lume della tua luce celeste;/ lui la chiama ragione e se ne serve solo/ per essere più bestia di ogni bestia./ Con licenza di vostra grazia, sembra/ una delle cicale gambalunga/che vanno sempre saltellando, e cantano/ nell'erba la loro vecchia solfa/ E se ne stesse sempre in mezzo all'erba!/ Ma ficca il naso in ogni porcheria.
IL PADRE ETERNO
Tutto qui quel che hai da dirmi?/ Vieni sempre soltanto a criticare?/Mai nulla sulla terra ti sta bene?
MEFISTOFELE
No, Signore! Malissimo va laggiù, come sempre./ Mi fanno pietà gli uomini, nei loro giorni grami;/nemmeno tormentarli mi va più, quei meschini.
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MEFISTOFELE solo
Di tanto in tanto il vecchio lo vedo con piacere/ e mi guardo dal rompere con lui./ È assai carino, per un gran signore,/ parlare così umano col diavolo in persona.
PARTE PRIMA DELLA TRAGEDIA
Margherita non lo sa, ma va' veramente!!????
Un amore una bugia
Ali per scappare via
Delusioni senza età
Le ritrovi un po' più in là
Sotto questo cielo
Marinai con gli occhi chiari
Nostalgie di desideri
Poliziotti senza orari
Ballerine e giocolieri sotto questo cielo
Margherita non lo sa
Che la vita è tutta qua
E continua a non trovarsi nello specchio
Margherita veste male
Dice niente di speciale
E sorride accarezzandosi il ginocchio
Chissà quando finirà
Questo inverno col suo gelo
Quando il mare dormirà
E la luna ballerà sotto questo cielo
Margherita non lo sa
Ma capisce che non va
Di nasconde dietro un'altra sigaretta
Poi mordendosi la mano
Dice adesso dove andiamo
Inseguita come sempre dalla fretta
Quando il mare dormirà
E la luna ballerà sotto questo cielo
Margherita è una bugia
Margherita amica mia
E di chi ha paura di spiccare il volo
è soltanto un'illusione
Affacciata ad un balcone
Che diventa donna sotto questo cielo
Margherita.