Coca, gusto o necessità?

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Diario Colombia
Scoprendo la Colombia, poco a poco, si scoprono anche molti sottesi, e si intuisce quanto questo Paese sia legato ad interessi “internazionali” tanto forti da stravolgerne completamente l’economia, la politica, la società.

Scoprendo la Colombia, poco a poco, si scoprono anche molti sottesi, e si intuisce quanto questo Paese sia legato ad interessi “internazionali” tanto forti da stravolgerne completamente l’economia, la politica, la società.

E’ un incipit facile questo, conosciuto, come si conoscono le ingerenze di multinazionali e compagnie statunitensi, europee, e di ogni dove su un terreno afflitto da sciacallaggi secolari.

Un incipit che mi serve per cominciare a sbrogliare un nodo di luoghi comuni, costruito in anni di storia recente, che soffoca questo Paese agli occhi internazionali. Non esiste persona, nel nostro Paese, che al nome Colombia non evochi subito la parola Cocaina. Colombia Cocaina, stesso binario.

La cocaina stravolge il settore agricolo e l’intera economia colombiana all’inizio degli anni ‘80 sostituendo i meno redditizi cultivos di marijuana a favore di questa giovane droga, sintetizzata da una pianta antica, ben nota in tutto il latinoamerica. I grandi narcotrafficanti cambiano subito l’oggetto dei loro guadagni, seguendo la domanda, e stravolgono coltivazioni e canali di mercato. La Colombia, in pochissimi anni, si trasforma nel primo produttore nel mondo di cocaina (70% della produzione mondiale). A metà degli anni ‘80 inoltre, “grandi” personaggi come Pablo Escobar e i fratelli Gacha, figure controverse e potenti, lasciano un segno profondo nella storia e nell’immaginario collettivo, inquietando e affascinando non solo nel continente. Escobar in particolare modo, esplosivo mix di violenza e populismo, riscuote oltreoceano un successo clamoroso.

Intorno alla cocaina non girano solo i soldi dei narcotrafficanti.

I narcotrafficanti si dotano di meccanismi di autodifesa militare e politica sempre più imponenti. Nascono veri e propri eserciti privati, che controllano cultivos e lavorazione; si inaspriscono i conflitti fra cartelli per la spartizione del territorio, e di conseguenza il rapporto con lo Stato e la giustizia. Nel processo di continua espansione, i cartelli iniziano a fronteggiarsi soprattutto con le zone “rosse”, ovvero le zone di base della guerriglia, dove la presenza massiccia delle formazioni armate di sinistra impediva il libero svolgimento dei guadagni…

La stessa guerriglia inizia ad inserire la cocaina tra le fonti di guadagno, al di là dei sequestri estorsivi o degli altri “fondi”. Il rapporto della guerriglia con la cocaina è sempre rimasto comunque piuttosto velato. Ufficialmente, la posizione della sinistra armata è di un certo distacco, da una parte di condanna dell’uso e dell’abuso di questa droga, dall’altra di apertura ad una politica di legalizzazione funzionale a distruggere l’impero economico dei grandi trafficanti. Resta il fatto che ormai da vent’anni è la stessa guerriglia a basare buona parte dei propri guadagni sul Gramaje, la cosiddetta tassa rivoluzionaria sulla coltivazione e la vendita di cocaina. Nei tempi più recenti questa “ relazione” ha iniziato però a fissarsi e decrescere, come vedremo in seguito.

Lo stato si trova a fronteggiare un “nemico” sempre più potente e politicamente composito, autonomo e fortissimo economicamente, su cui non riesce ad imporsi dal momento che non controlla né i terreni né il commercio di questo grande mercato.

La prima strategia per entrare in questo “gioco” è la famosa “war of drugs”, cavallo democratico dell’amministrazione Reagan alla fine degli anni ‘80.

Dagli Stati Uniti fioccano soldi, armi e agenti chimici, “aiuti” per la sicurezza ed il controllo del territorio. E’ cosi che, da vent’anni, la Colombia è laboratorio di sperimentazione per i più nuovi e potenti diserbanti chimici, in gran parte prodotti dalle stesse imprese nordamericane. Insieme al glifosato però, invadono la regione anche i militari, addestrati speciali dei campi che furono per il Vietnam e che, negli anni, sono stati mirabilmente adattati all’esigenze militari del Paese.

In dieci anni, questa tattica non porta a niente. La coca è una pianta molto resistente, l’unica tanto forte da ricrescere in soli tre mesi dopo una fumigazione, al contrario delle piante coltivate per la sussistenza (platani, yuca, alberi da frutto…) che, colpite dagli stessi agenti, impiegano diversi anni prima di tornare a crescere.

La guerriglia allarga, anzichè diminuire, la propria area d’influenza, e, aumentano gli interessi che girano intorno a questo commercio. Nel frattempo i narcotrafficanti perdono in parte il potere, e la loro accezione familiare e più propriamente mafiosa, lasciando il campo a quelli che, da eserciti privati, sono diventati diretti gestori e padroni del terreno e del commercio; le Auc (Autodefensas Unidas de Colombia), prima grossa formazione a riunire vari gruppi paramilitari, nascono proprio da questi e dagli “eserciti privati” di grandi allevamenti e multinazionali. L’idea è costituire una forza antagonista alla guerriglia, per idee, ispirazione politica e protettori, che possa scontrarsi con essa allo scopo di aumentare il controllo su vari territori “d’interesse”.

Lo stravolgimento totale degli equilibri si ha alla fine degli anni ‘90.

Durante la primavera del 1999 vari “blocchi” delle Auc annunciano ufficialmente il loro ingresso in diverse regioni del Paese. Iniziano i massacri.

Il Bloque Norte entra nel Catatumbo il 23 maggio 1999, dopo tre mesi di attesa a causa della resistenza dei fronti guerriglieri. E’ l’esercito ad aprire ai 700 uomini di Mancuso le porte de La Cabarra, la prima città sul fiume a subirne l’impatto. Sono morte più di cento persone quel giorno, anche se i registri ufficiali ne riportano solo 38. Nel 2003 si raggiunge il picco di violenza: il Catatumbo conta 30.000 sfollati e più di 1500 omicidi in un anno. Dal 1999 al 2005 le vittime registrate per morte violenta a causa del paramilitarismo, solo nella regione, raggiungono le 11.000, mentre sono più di 80.000 gli sfollati.

I blocchi si insediano nelle case, prendono possesso dei cultivos, degli animali e delle abitazioni. Il loro controllo si espande, e chi riesce a rimanere può farlo esclusivamente sotto le loro ferree condizioni. Assumono il controllo di tutto il traffico della zona. Stranamente, la campagna di fumigazioni in corso si interrompe.

Nel 2005 diventa attiva la Ley Justicia Y Paz, legge che permette l’impunità ed il reinserimento governativo a tutti gli appartenenti a gruppi armati che decidono di smobilitarsi ufficialmente. Il Bloque Norte annuncia la smobilitazione.

Agli occhi del governo, la zona del Catatumbo era definitivamente bruciata. Inaspettatamente, seguendo un flusso molto amplio di re-insediamento rurale, la gente inizia a tornare anche qui. Molti abitanti sono “nuovi”, altri nativi della regione.

Il territorio è compromesso. Platano e Yuca valgono molto poco, di sicuro non abbastanza per permettere ad una famiglia di vivere. La maggior parte dei campesinos inizia a coltivare coca, per garantirsi un guadagno sicuro e a breve termine, che gli permetta di vivere dignitosamente. Le cifre sono estremamente chiare a proposito. Nella regione del Catatumbo, da prima a dopo l’occupazione paramilitare, gli ettari di terreno coltivati a coca passano da 4.000 a 40.000. Si decuplicano.

Per la maggior parte dei contadini inizia così la dipendenza da questa coltivazione (mai dal prodotto, praticamente nessuno ne consuma) per la necessità, e la fretta, di iniziare a far soldi, per la volontà di vivere meglio. I cultivos diventano un’arma a doppio taglio. Gli adulti perdono progressivamente le più antiche pratiche di coltivazione, espressione di una tradizione autoctona rlevante dal punto di vista alimentare e culturale; il desplazamiento e l’abbandono di questo sapere portano in breve tempo alla dimenticanza. I più giovani imparano invece questo fin da piccoli, crescono, dai 9 anni, coltivando coca. Questo imparano a fare. Semina, raccolta, lavorazione. Con quattro raccolti in media all’anno, seguiti da due, tre giorni di raffinazione, vivono.

Non solo; la sudditanza dei contadini ad una coltura illegale come la coca permette al Governo di tenerli in scacco permanente. Nelle zone di controllo paramilitare non avviene tutt’ora nulla, ma nelle zone dove i contadini sviluppano processi sociali e associativi, la coca è il miglior strumento per incolpare e criminalizzare nel momento opportuno, i campesinos, e per motivare la massiccia presenza dell’esercito.

Un sacco di platano o di yuca vale, più o meno, 40.000 pesos (circa 15 euro). Un carico di coca vale dieci volte tanto. La pasta di coca pura appena lavorata viene venduta dai campesinos a 2.500.000 pesos al chilo. Un euro al grammo. Quanto vale da noi un grammo, per di più tagliato con ammoniaca o lassativi?

A chi vendono i coltivatori illeciti?

I meccanismi di intercettazione sono molti, e difficilmente è possibile averne un’idea chiara dalle risposte dei campesinos. Principalmente gli acquirenti dipendono dalle zone di influenza, paramilitari o guerrigliere; a comprare sono sempre intermediari dalla provenienza sconosciuta, che si occupano di acquistare il prodotto lavorato e di trasportarlo, gestendo i controlli. A volte il livello di controllo/pressione è più alto, i campesinos sono controllati per tutto il corso della lavorazione e sono costretti a vendere la pasta a rappresentanti armati. Altre volte ancora, molto più raramente, sono direttamente i campesinos a far uscire il lavorato dalla regione, pagando ad una delle forze armate presenti una tassa per “l’esportazione”; per poi rivendere il prodotto finito a cifre notevolmente più alte che non se lo vendessero direttamente in laboratorio.

I cultivos non sono certo nascosti. Enormi cultivos, ed i rispettivi laboratori, si possono incontrare ovunque, affacciati sulle strade principali o al fianco delle finche più grandi del comune. In Catatumbo la presenza dell’esercito è massiccia, dal 2005 dieci mila uomini delle forze regolari (brigata mobile 15 e 30) hanno occupato e controllano la regione. Ed ogni giorno, senza muovere un dito, passano al fianco di ettari ed ettari di cultivos illegali…tutto questo accade mentre aerei scortati da elicotteri militari sparano a caso glifosato ed agenti chimici sulla selva circostante.

Le realtà sociali rurali colombiane hanno iniziato da qualche anno un percorso di emancipazione da questo tipo di guadagno, in diversi modi. Affrancarsi dal commercio di cocaina non è facile, come non è facile convincere i campesinos ad abbandonare una sicura e costante (nonostante la repressione) fonte di guadagno a favore di coltivazioni legali, e migliori, ma dal valore economico incerto e fortemente svalutato. Fumigazioni o eradicazioni manuali (la più recente strategia per aumentare la presenza militare sul territorio) sono rifiutate in blocco dal campesinato, cosciente della necessità e della complessità di costruire nel quotidiano progetti di sostituzione dei coltivus e di inversione sociale. In alcune regioni la guerriglia stessa ha iniziato a limitare l’espansione dei cultivos per favorire altre coltivazioni e processi di autodeterminazione.

Al governo si richiedono interventi statali nella direzione di una rivalutazione dei prodotti autoctoni, favorendo l’acquisto e la diffusione di sementi non chimiche ed originarie della zona; al di là di questa, si stanno sperimentando forme autorganizzate per sostituire i cultivos con altre fonti di guadagno; a Puerto Matilde, nel Magdalena Medio, ad esempio, grazie ai finanziamenti di un progetto europeo, sono riusciti a realizzare una bufalera (allevamento di una quindicina di bufali), che oggi permette, grazie alla vendita del formaggio, di vivere dignitosamente a buona parte delle famiglie. Logicamente progetti di questo tipo non possono rimanere isolati e necessitano di crescere in una politica di sostituzione organica per evitare d’essere soffocati; per questo motivo il principale impegno delle associazioni nell’ultimo anno è, e sarà, costruire reti di resistenza che, attraverso assemblee, spazi di confronto, discussioni, possano muoversi in maniera congiunta verso la sostituzione dei cultivos.

Questo processo di emancipazione, com’era prevedibile, non è assolutamente favorito dal governo, anzi, molti dei rappresentanti o dei partecipanti attivi a questi percorsi stanno subendo arresti, minacce, sparizioni, da parte dell’esercito.

Detenzioni incapaci di arrestare una spinta sociale sempre piú forte ed unita.