1° Maggio 2008
O PREPARAZIONE RIVOLUZIONARIA
O PREPARAZIONE ELETTORALE
Lavoratori, compagni,
Più di un secolo è trascorso da quando il movimento operaio dichiarò il 1° Maggio giornata internazionale di lotta dei lavoratori: dalle officine, dai luoghi di lavoro le energie proletarie tendevano all’unione del proletariato mondiale. Nel frattempo, la storia ha fatto il suo corso smentendo tutte le ideologie dei movimenti falsamente operai e riproponendo in tutta la sua attualità il significato originario del 1° Maggio: Proletari di tutti i paesi unitevi!
L’illusione di un lento e graduale sviluppo verso il socialismo attraverso le schede elettorali e le riforme è affogata nel sangue di due guerre mondiali e, oggi, nella bancarotta internazionale del capitalismo, che sotto i colpi della crisi di sovrapproduzione, che forse sarà la peggiore dal 1929, si dimostra incapace di impiegare e alimentare una parte crescente della forza lavoro, determinando il flagello del precariato, della sotto-occupazione e della disoccupazione di massa.
Se la crisi economica passerà velocemente dai vecchi capitalismi ai nuovi di Cina ed India, dai paesi poveri la miseria sta sempre più debordando sui proletari dell’Occidente cosiddetto ricco, in realtà ricco solo di corruzione, inganni ed illusioni per i lavoratori. Il progressivo e difforme collasso delle economie e dei mercati, di merci e di capitali, determina la distruzione della vecchia sistemazione imperialista in un processo che porterà inevitabilmente il capitalismo al terzo macello mondiale, se non sarà la Rivoluzione ad impedirlo.
Novant’anni fa la rivoluzione d’Ottobre aveva spazzato via, sperammo per sempre, tutte le menzogne e tutti gli istituti della democrazia rappresentativa, dando luminosa conferma storica che lo Stato non si conquista dall’interno, ma lo si distrugge per erigere sulle sue rovine la dittatura proletaria, negatrice di ogni libertà politica alla vinta classe sfruttatrice.
Oggi che la democrazia è ancora presentata come un sistema di governo al di sopra delle classi, il parlamento come un organismo eterno e lo Stato borghese come una struttura capace di accogliere un’autentica rappresentanza delle forze della classe proletaria, occorre ricordare le parole di Lenin del 1919: «Il Parlamento borghese, sia pure il più democratico della repubblica più democratica nella quale permanga la proprietà dei capitalisti e il loro potere, è la macchina di cui un pugno di sfruttatori si serve per schiacciare milioni di lavoratori».
Nel 1920 l’Internazionale Comunista dettò il motto scolpito col sangue di troppi militanti operai caduti ingannati sul fronte della guerra di classe contro la borghesia: «Il comunismo nega il parlamentarismo come forma del futuro ordine sociale. Lo nega come forma della dittatura di classe del proletariato. Nega la possibilità di una duratura conquista del parlamento; si pone il compito di distruggere il parlamentarismo». Ma per i partiti del tradimento proletario, il parlamento non solo non è da distruggere, è da tenere in piedi, caso mai crollasse, con le forze dei lavoratori e, se occorre, con il loro sangue. Per essi la democrazia non solo non è più una menzogna da denunciare e disperdere, ma un "bene" da proteggere. La via che essi additano ai proletari non è più quella della conquista rivoluzionaria del potere, ma quella del gradualismo riformista, nazionale e patriottico, genuflessi di fronte a quel museo degli orrori che è Montecitorio.
Nel moderno periodo dell’imperialismo finanziario, successivo alla alla Prima Guerra mondiale, le circostanze storiche hanno portato lo Stato ad evolvere nel senso totalitario e fascista, e tutte le forze politiche del capitalismo, comprese quelle "democratiche", hanno favorito e attivamente concorso a questo sbocco. I comunisti - che non sono democratici - fin dal 1919 avversano apertamente la partecipazione alle elezioni per parlamenti, consigli e costituenti borghesi. Non lo fanno alla maniera anarchica o qualunquista piccolo-borghese, ma perché ritengono che in questi organismi non sia più possibile fare opera rivoluzionaria e credono che l’azione e la preparazione elettorale sono un ostacolo alla formazione nelle classi lavoratrici della coscienza protesa verso l’instaurazione della dittatura del proletariato e il comunismo.
I risultati elettorali non misurano la forza delle classi, che non è determinata dalle schede ma dalla reale capacità di organizzazione e di mobilitazione operaia, in opposizione al padronato e a tutta la classe borghese.
In Italia, in queste ultime elezioni del 14 aprile il dimagrimento elettorale del Partito Democratico e l'annientamento dalla Sinistra Arcobaleno non è stata una sconfitta per il movimento operaio. I lavoratori avevano già perso, qualunque fosse il risultato delle urne: hanno perso quando non hanno potuto opporsi con un fronte generale di lotta all’attacco del Capitale alle loro condizioni di vita e di lavoro, all’aumento dello sfruttamento, alla diminuzione di salari e pensioni, ai licenziamenti. I sedicenti partiti di sinistra, anche se da diverse posizioni, si sono rifiutati e si rifiutano di organizzare la lotta operaia, per puntare, come loro tradizione collaborazionista, sul gioco elettorale. Ma è proprio con l’assoggettamento del proletariato a questo gioco, alle regole democratiche, che la borghesia raggiunge il culmine del suo potere, che è sempre dittatoriale dietro la sceneggiata della colluttazione fra partiti di destra e di sinistra.
La vittoria del fronte di destra non significa quindi una svolta particolare della politica del regime, ma è la continuazione di quella azione anti-operaia in atto da decenni, e intensificata da ultimo dal governo Prodi, con il concorso diretto di Rifondazione e della cosiddetta ‘Sinistra radicale’, e che, in politica estera, porta i nomi noti di riarmo e guerre sempre più estese e senza fine e, in politica interna, riforma dello Stato sociale, delle pensioni, del lavoro, dei salari. Ossia, in termini non ambigui: riduzione dei salari (diretto e differito), aumento dell’orario, maggiore libertà di licenziamento. Ogni governo che segua queste strade, si dichiari di ‘destra’ o di ‘sinistra’, riceverà l’appoggio della Confindustria e la benedizione della Chiesa.
La stessa enfasi posta sul successo elettorale leghista serve a confondere i proletari. Il tentativo di sottomettere i lavoratori alla piccola borghesia artigiana e bottegaia del Nord, se non addirittura alla grande borghesia industriale e finanziaria che regge le file dello Stato di Roma e che in esso ha il suo comitato d’affari generale, è volto ad indebolire ulteriormente la identità della classe lavoratrice, proprio quando sarebbe più urgente un suo rafforzamento per fronteggiare il pesante attacco padronale. Dalla Lega a Rifondazione tutti sono allineati in un unico fronte antiproletario.
Con buona pace di Montezemolo, i sindacati di marca tricolore, continuatori dello spirito concertativo del sindacalismo fascista, sono oggi giunti alla tappa conclusiva del loro processo di inserimento all'interno del regime capitalista, divenendo a tutti gli effetti suoi organi di controllo e di repressione della lotta di classe.
Nell'immediato dopoguerra si adoperarono perché il proletariato si sottomettesse alle condizioni di miseria e di fame imposte dalla ricostruzione dell’apparato produttivo nazionale sotto il pretesto di un riconquistato regime ‘democratico e antifascista’, che non sarebbe stato più roccaforte degli interessi delle classi padronali e possidenti.
Nella successiva fase di ripresa economica si impegnarono a tenere sotto controllo le lotte rivendicative e a deviarle nell'illusione di riforme del sistema capitalistico e del "potere in fabbrica", acconsentendo alla politica dei partiti staliniano e socialdemocratici che indicavano l’alleanza con i ceti medi e il successo elettorale "via nazionale" per la scalata al potere delle classi lavoratrici, in realtà smantellando l’idea stessa della necessità del partito, della lotta e del sindacato classista.
In seguito alla ricaduta del capitalismo nella crisi economica e nella recessione, alla metà degli anni ’70 veniva varata la "politica dei sacrifici" e della "solidarietà nazionale". In nome dell’economia, della produttività e della competitività sui mercati del capitale nazionale bisognava rinunciare alla difesa del salario falcidiato dall’inflazione, accettare ritmi e orari più pesanti in fabbrica, cassa integrazione e licenziamenti. Tappe successive sono state l’abolizione della scala mobile (1985), l’eliminazione dell’aggancio delle pensioni alla massa salariale e dei salari all’inflazione programmata anziché a quella reale (1992), il taglio delle pensioni con il passaggio al sistema contributivo (1995), l’introduzione a tappeto di nuove forme di rapporti di lavoro precario (1997)... Fino al protocollo di luglio 2007 su "Previdenza Lavoro e Competitività".
Nelle parole di Franco Marini, ex-sindacalista nonché ex-presidente del Senato: «Nessuno può disconoscere il ruolo di equilibrio e il comportamento responsabile tenuto in questi anni nell’interesse del paese».
Parallelamente, sul piano politico, anche i falsi partiti operai rinati nel dopoguerra, il PCI e il PSI, dopo aver condotto la classe a chinare la testa, rinunciare a se stessa e sottomettersi allo Stato, hanno finito per gettare la maschera, in una serie di scissioni e contorcimenti si sono liberati anche formalmente di una scomoda tradizione e dei simboli e omologati pienamente a tutti gli altri partiti borghesi concorrenti alle poltrone di governo e ad infinite ruberie. Compito dei comunisti, oggi, non può essere che quello di denunciare apertamente tutti questi camaleonti, siano essi bianchi, verdi, neri o, peggio ancora, travestiti di rosso.
È tempo che la classe lavoratrice si opponga a tutti questi! Principale vittima del capitalismo, tanto in pace quanto in guerra, essa deve separare le sue speranze e le sue azioni dalle istituzioni della morente società del capitale. Il futuro dei lavoratori va ricercato nel passato del loro movimento: nella contrapposizione frontale al padronato per la difesa dei salari e del lavoro secondo la tradizione del sindacalismo rosso di classe. Questo inquadra nella lotta tutti i salariati indipendentemente dalle simpatie politiche, dalla razza, dalla lingua, dalla religione, superando le divisioni fomentate dal regime borghese (pubblici e privati, giovani e vecchi, precari e garantiti, occupati e disoccupati, indigeni e immigrati...). Rifiuta per principio ogni tentativo di sottomettere la lotta operaia alle compatibilità del capitale, come i codici di autoregolamentazione, la registrazione dei sindacati, il riconoscimento della rappresentatività, il voto segreto, la riscossione per delega dei contributi sindacali ed anche i cosiddetti "diritti sindacali" come i distacchi e le riunioni in orario di lavoro, quasi sempre forme di corruzione, intimidazione e ricatto. Per il sindacato di classe è indispensabile una organizzazione territoriale esterna ai luoghi di lavoro, nella tradizione delle Camere del lavoro, dove possano regolarmente incontrarsi le rappresentanze di fabbrica e i singoli lavoratori dispersi in piccole unità produttive per rafforzare e coordinare le iniziative. Il sindacato di classe non si fa carico di nessuna difesa dell’economia nazionale dello Stato borghese, ma si attesta sulla difesa intransigente della classe operaia.
Stracciare la scheda elettorale costa poco. Invece costa molto, ma è il prezzo che si deve pagare per vincere, lavorare per il ritorno ai princìpi secolari del marxismo rivoluzionario, perché senza princìpi non c’è vita per la classe ma solo sbandamento e sottomissione ai princìpi del nemico. Né c’è possibilità di emancipazione senza l’incontro della classe con il suo partito, espressione militante del programma storico del comunismo.
PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE