Elezioni

Siamo tutti extraparlamentari

Sommario:
ripropongo un analisi pubblicata su sociAlismo libertArio da Stefano d'Errico

I risultati del terremoto politico del 13 aprile disegnano uno scenario ben diverso dal consueto. Ma la novità (purtroppo) non è la vittoria delle destre (ampiamente scontata al di là della meramente propagandistica “rincorsa” di Veltroni), né il successo della Lega (che già due volte, in passato, aveva superato gli indici attuali). Il successo berlusconiano era previsto perché preparato da un governo vergognosamente appiattito sulle compatibilità con il grande capitale europeo e nazionale, e reso possibile dalla incompetenza (ma anche dalla connivenza) assoluta del ceto politico della sinistra cosiddetta “estrema” (sic! – vd. la presidenza della Camera barattata per il programma). Pressoché nulla di quanto promesso è stato realizzato: non una legge sul conflitto d’interessi; non l’abrogazione delle leggi ad personam o di quelle a favore degli inquisiti; non l’applicazione delle sentenze europee contro lo strapotere televisivo di Mediaset; non l’eliminazione drastica della controriforma della scuola; nulla per l’ambiente (neppure il rispetto dei parametri di Kioto); scalfite appena la Bossi-Fini sull’immigrazione e la sudditanza assoluta agli USA; pressoché intonsa la legge Biagi; nessuna revisione della linea seguita dal primo governo Prodi-D’Alema in termini di limitazione del diritto di sciopero e di monopolio dei diritti sindacali in favore delle OOSS concertative; tutto il “tesoretto” a Montezemolo ed ai suoi amici... La sinistra non solo si omologa (e poi perde), ma lo stesso Partito Democratico (in verità sempre più di centro) si rende ben disponibile ad invasioni ed occupazioni dall’esterno: il fenomeno del dipietrismo ed il giustizialismo (in genere) non possono diventare “di sinistra” soltanto perché (paradossalmente) vengono preferiti a quel che resta del Partito Socialista.

E’ invece evidente che la Casta della “Sinistra l’Arcobaleno” non immaginava neppure lo tsunami che l’avrebbe investita, tanto che Bertinotti, appena quattro mesi prima delle elezioni, aveva dato disponibilità ad una modifica costituzionale di tipo tedesco (sbarramento al 5%), mentre ha raggiunto a malapena il tre. Il dato rilevante è quindi la sparizione dal parlamento di ogni residuo del partito togliattiano, cosa inusitata in Italia (che dell’esistenza dei Verdi non s’era mai accorto nessuno... solo i magistrati che indagano su viaggi e capricci di Pecoraro Scanio).

La prima cosa che emerge è il crollo delle dighe endogene: il mito operaio non tiene più. Ma anche questa è cosa già vista. Coloro che s’interrogano stupiti sulla trasmigrazione di un quinto dell’elettorato “comunista” verso la Lega, dimenticano quanto già successo da tempo, ad esempio in Francia, con interi quartieri proletari passati dal PCF a Le Pen sotto l’impatto della guerra fra poveri e delle contraddizioni (sicurezza) innescate dallo sfruttamento selvaggio dei fenomeni migratori.

Per la sinistra nostrana è un evento che scuote dalle fondamenta certezze date per scontate da più d’ottant’anni: chi dimentica la sicumera del vecchio PCI, il cui ultimo militante era “per statuto” sempre pronto a distribuire sprezzanti lezioni di sagacia politica? Come possono capacitarsi, ora, che non sono neanche più capaci di guadagnare un seggio alla Camera? Anche perché è ormai chiaro a tutti che la debácle non ha origine solo nel “tradimento” della “svolta a destra” del PD, nello schiacciamento, nella chiamata al “voto utile” contro il faccendiere di Arcore, bensì in qualcosa di ancor meno accettabile e metabolizzabile per quel che resta dell’apparato comunista. Fuor di contingenza, si tratta ormai dell’esaurimento totale della ragion d’essere della scuola politica marxista nella sua interezza (fatte salve le residue ragioni dell’analisi economica). Un problema non più risolvibile con edulcorazioni, ingegnerie o con il semplice richiamo all’identità o alla pura proposta (ri)organizzativa. Se è vero che l’assenza dei simboli tradizionali dal logo dell’Arcobaleno non ha “aiutato” in visibilità, è però preminente un malessere di fondo, non recuperabile con l’ennesima (“nuova”) costituente comunista, ridotta ormai a mero richiamo della foresta per gli ultimi branchi (molto sparsi) di quel che era una volta la specie dominante a sinistra. Gli schemi e l’immagine sono sempre più desueti ed impresentabili: il fine che giustifica i mezzi, la dittatura di partito e del (sul) proletariato (in funzione di capitalismo di stato), mera riproposizione acritica di categorie ultradigerite dalla storia, come l’operaiolatria. I nuovi gruppi dirigenti sono invecchiati in fretta e la senilità impedisce loro di vedere oltre le usuali dietrologie, oltre la logica dell’accerchiamento e del complotto. Non ci sono solo la “americanizzazione” dell’elettorato, gli effetti perversi di una certa “globalizzazione” (delocalizzazione e mutamento della figura stessa del produttore) o la perfidia della CIA: è il senso comune a non accettare più le vecchie ricette.

Certo, non si tratta di una crisi ragionata e assorbita razionalmente dall’elettorato della falce e martello, ma gli elementi di una profonda rottura interna – tipica di quei casi in cui si decide con lo stomaco – ci sono tutti!

Stiamo dunque parlando della “svolta elettorale” più significativa, quanto, per ovvi motivi, la meno analizzata dai politologi dopo queste elezioni: “travasi” a parte, dei due milioni ed ottocentomila voti rossi che mancano all’appello e fatta la tara di quel poco che hanno raccolto le due mini-scissioni del PRC (comunque determinanti nella sparizione dei seggi), buona parte sono finiti nell’astensionismo. Un astensionismo che continua a crescere, concentrandosi però questa volta (com’era inevitabile dopo la disillusione totale del governo Prodi), soprattutto a sinistra.

Il rischio di tutto ciò – oltre ai danni irreparabili che il “popolo delle libertà” produrrà inevitabilmente (ma che sono in linea con quanto già visto con il “centro-sinistra” ed il pensiero unico) – è l’assenza di analisi, e quindi l’assenza di un nuovo necessario protagonismo (quello della sinistra libertaria). E’ evidente: l’astensionismo in sé non serve se non ci si lavora. Mai come oggi s’è data (dunque) la necessità di “ragionare di politica”.

Stiamo per entrare in un periodo particolare ma delicato, nel quale la rappresentanza (in assenza di mediazioni istituzionali) diverrà più diretta: il ruolo della “piazza” sarà centrale. Ma siccome la presenza di piazza non è cosa fine a se stessa, diviene determinante la capacità di proposta politica: quel che resta del tardo-bolscevismo giocherà le sue carte nel tentativo di “ricondizionare” le masse per stabilire un’egemonia capace di riportare la falce e martello nel Palazzo, per ridiventare mediazione istituzionale. Ma sbaglierebbe i suoi conti chi pensasse che è solo la radicalità degli slogan e dei comportamenti esteriori (nella quale sconfitti ed orfani cercheranno l’ultima spiaggia dell’identità) il veicolo della ripresa di protagonismo: all’alba del Terzo Millennio contano finalmente molto di più la genuina radicalità delle idee e del progetto. Essere rivoluzionari è elemento d’identità, ma soprattutto nella proposta. Per due motivi. In primis perché per affermare la necessità del cambiamento bisogna saper dimostrare di poter e saper ottenere dei risultati hic et nunc (per vincere bisogna convincere). Secondariamente perché c’è bisogno di un’inversione della prassi. L’antipolitica non è una novità: negare l’autonomia della politica lo è, ovvero dimostrare di saper davvero subordinare la politica all’etica. La qual cosa prevede anche delle capacità di studio ed osservazione che non stanno certo nella semplice negazione del ragionamento politico. Occorre la capacità di mettere in atto il gradualismo rivoluzionario, proporre sistemi di riorganizzazione ed aggregazione, di autogestione e prima liberazione (anche culturale), immediatamente praticabili dalla (e nella) società civile. L’egemonia delle idee non è egemonia politica nel senso negativo del termine – ovvero l’imposizione di eterodirezioni che sono solo una variabile del potere – ed occorre saperla praticare. Allo stesso modo, non è l’egemonia dei fatti da criticare, ma quei fatti che tendono solo a stabilire l’egemonia (di un gruppo dirigente autoreferenziale). Speriamo di non rivedere invece (e di nuovo) predicazioni (ed imposizioni) ancora indirizzate a riproporre lo scontro per lo scontro, deviazioni del tutto simboliche dell’immagine e della realtà (molto più complessa) dello scontro sociale, che danno il senso dell’involuzione.

Occorre ripensare e rimettere in campo in grande stile la proposta comunalista, se si vuole togliere spazio all’adattabilità ed al lobbysmo politico anche e soprattutto locale, vero dominio del voto di scambio e dell’accettazione della delega di potere in cambio di favori e sudditanza. Ma su questo terreno si giocano – più in piccolo e con minori responsabilità, eppur sempre con un ruolo incistato nel panorama clientelare – anche alcune delle ultime chances per quel che resta dell’apparato istituzionale dell’Arcobaleno, rimasto con poco contante e pochi favori da distribuire a livello nazionale. Da tale punto di vista, occorre aggiungere che anzi la vera crisi comincia adesso (con le relative diaspore).

Occorre ripensare l’organizzazione (ed il suo ruolo), quale strumento duttile ma coordinato seriamente a livello nazionale, un’organizzazione che, anche se la si vuole “leggera”, richiede comunque un sacrificio della “criticità assoluta” così come dell’autoreferenzialità dei piccoli gruppi e dei singoli individui. Ma l’elemento fondamentale di ogni entità collettiva è un vero (creativo e produttivo) senso d’appartenenza: senza impegno, sforzo strategico e progetto, non c’è capacità di convinzione, non c’è protagonismo né utile politico.

Occorre ragionare di anarcosindacalismo, soprattutto in una situazione nella quale i sindacati genericamente “alternativi” restano privi di padrini politici o vedono almeno incrinarsi il legame con partiti e partitini che hanno preteso sinora di utilizzarli come cinghia di trasmissione e/o gruppo di pressione su “mamma” CGIL a trazione PD (sempre preferita perché prodiga di distacchi dal lavoro e favori personali), secondo la vecchia logica comunista che ha sempre preteso la subordinazione del sindacato al “partito-guida” di turno. Costruire una vera autonomia del mondo del lavoro è l’ultima chance che hanno i ceti subalterni (del lavoro, del precariato e del non-lavoro) per ritornare ad esprimere forme di protagonismo. L’anarcosindacalismo (se dichiarato come tale) con la sua propria autonomia (da ogni stereotipo ed ideologismo di “partito”), assume quindi un ruolo strategico nell’organizzazione del conflitto.

La radicalità non è dunque elemento meramente formale, bensì questione di sostanza e non può prescindere dalla volontà (chiaramente espressa e comprensibile) di farsi intendere e capire, nell’auspicato (e finalmente salutare) sacrificio dell’autocompiacimento (autoreferenziale ed elitario) del ghetto ideologico e/o impolitico. E’ il coraggio di proporre elementi nuovi e sperimentali, elementi non graditi dagli schemi di qualunque ortodossia. E’ necessario unire protesta e proposta, promuovere un agire condiviso e plurale, capace di conquistare spazi, dosare e calibrare l’azione perché sia condivisa e condivisibile: non per “adattamento”, ma per preparare elementi più forti e decisivi di cambiamento. La radicalità non è nella rottura estemporanea, nella marginalità, nell’autocompiacimento dell’appartenenza ad una specie “altra” serrata in un recinto, ma nella determinazione (e quindi nella preparazione) di un cambiamento qualitativamente alto (etico): radicale, appunto.

In quanto ai reduci del comunismo, devono ripartire... dal basso.

Si ricomincia da qui: siamo tutti extraparlamentari. Per noi non è una novità.

Stefano d’Errico

Nasce la Consulta Romana dei Comunisti

autore:
consulta dei comunisti
Sommario:
Ordine del Giorno approvato a Roma dall'assemblea unitaria

I circa 200 compagne e compagni appartenenti a tutte le componenti comuniste di Roma riunitisi nell'assemblea unitaria “veniamo da lontano, andiamo lontano” per discutere della gravissima situazione determinata dall’esito elettorale approvano la seguente mozione:

L'estromissione dal Parlamento della sinistra intera non ha precedenti nella storia italiana dal tardo 800 a oggi.
Tutti i partiti che hanno combattuto il fascismo e dato vita alla Costituzione italiana non sono più rappresentati nelle Camere.
Le responsabilità di questo crollo elettorale sono da attribuire al progetto, sapientemente condotto da Veltroni, di riconsegnare alla destra un potere senza precedenti in Parlamento e negli Enti locali nonché di liquidare i comunisti e le sinistre.
In poco tempo, infatti, il segretario del PD è riuscito non solo a riportare in auge e far vincere Berlusconi - il quale ancora nell’autunno scorso versava in una grave crisi politica – ma anche a concedere alla destra la possibilità di conquistare la Provincia e il Comune di Roma, senza dimenticare la schiacciante vittoria del Pdl in Sicilia che farà arretrare drammaticamente la lotta alla mafia.
Le responsabilità per questo crollo elettorale della Sinistra senza precedenti non possono essere attribuite in nessun modo ai comunisti.
Le colpe, al contrario, sono da attribuire a coloro i quali hanno sconfessato e rinnegato l'identità comunista e con essa una difesa coerente ed efficace degli interessi dei lavoratori, dei giovani, delle donne. Finché c’è stato il PCI un tale risultato non è stato mai raggiunto, neanche ai tempi della sua fondazione e in momenti difficili della storia del nostro Paese. Anche nel 1924, nel dilagare della violenza fascista e sotto il Governo di Mussolini, il PCI guidato da Gramsci ottenne una percentuale di voti ben superiore a quella della Sinistra Arcobaleno e riuscì ad eleggere un significativo gruppo parlamentare.
Una seria analisi del voto smentisce chiaramente la tesi per cui a far crollare la sinistra sarebbe stato uno “smottamento” di voti dei lavoratori verso il Pdl. Al contrario emerge chiaramente che ampie fasce di proletariato non approvano le scelte di questa sinistra e hanno deciso in larga parte di astenersi o disperdere il voto.
L'esito del voto, ancorché grave (e forse non ancora pienamente compreso in tutte le sue gravi conseguenze) ci deve far reagire fermamente attraverso il rilancio e la ripresa dell'identità e degli ideali comunisti, della lotta di classe, per una politica nuova che sia espressione reale della classe operaia ed estranea alle logiche dei politicanti. Per questa via i comunisti - che in molti frangenti drammatici della nostra storia hanno mostrato senso di responsabilità e capacità di condurre battaglie vittoriose - garantiranno unità, rinnovamento e speranza di rilancio della Sinistra intera.
L’Assemblea lancia:
1. una festa della bandiera rossa con la falce e martello da svolgersi il prossimo mese di luglio.
2. L’istituzione di una Consulta romana dei comunisti come sede che prosegua lo spirito e il significato di questa stessa assemblea.
3. Fa appello a tutte le compagne e compagni d’Italia e dell’emigrazione a non abbandonarsi alla sfiducia, a reagire, unirsi e organizzarsi per rilanciare l’identità e gli ideali comunisti quale unica speranza per la salvezza della Sinistra italiana, a dar vita a consulte comuniste locali unitarie e a discutere la possibile realizzazione di una Consulta Nazionale.

NON C’E’ VITTORIA NON C’E’ CONQUISTA
SENZA UN GRANDE PARTITO COMUNISTA!

L’Assemblea unitaria delle comuniste e comunisti romani
Roma, 18 aprile 2008

1° Maggio 2008 O PREPARAZIONE RIVOLUZIONARIA O PREPARAZIONE ELETTORALE

autore:
Partito Comunista Internazionale
Sommario:
Da "Il Partito Comunista" n° 328

1° Maggio 2008
O PREPARAZIONE RIVOLUZIONARIA
O PREPARAZIONE ELETTORALE

Lavoratori, compagni,

Più di un secolo è trascorso da quando il movimento operaio dichiarò il 1° Maggio giornata internazionale di lotta dei lavoratori: dalle officine, dai luoghi di lavoro le energie proletarie tendevano all’unione del proletariato mondiale. Nel frattempo, la storia ha fatto il suo corso smentendo tutte le ideologie dei movimenti falsamente operai e riproponendo in tutta la sua attualità il significato originario del 1° Maggio: Proletari di tutti i paesi unitevi!

L’illusione di un lento e graduale sviluppo verso il socialismo attraverso le schede elettorali e le riforme è affogata nel sangue di due guerre mondiali e, oggi, nella bancarotta internazionale del capitalismo, che sotto i colpi della crisi di sovrapproduzione, che forse sarà la peggiore dal 1929, si dimostra incapace di impiegare e alimentare una parte crescente della forza lavoro, determinando il flagello del precariato, della sotto-occupazione e della disoccupazione di massa.

Se la crisi economica passerà velocemente dai vecchi capitalismi ai nuovi di Cina ed India, dai paesi poveri la miseria sta sempre più debordando sui proletari dell’Occidente cosiddetto ricco, in realtà ricco solo di corruzione, inganni ed illusioni per i lavoratori. Il progressivo e difforme collasso delle economie e dei mercati, di merci e di capitali, determina la distruzione della vecchia sistemazione imperialista in un processo che porterà inevitabilmente il capitalismo al terzo macello mondiale, se non sarà la Rivoluzione ad impedirlo.

Novant’anni fa la rivoluzione d’Ottobre aveva spazzato via, sperammo per sempre, tutte le menzogne e tutti gli istituti della democrazia rappresentativa, dando luminosa conferma storica che lo Stato non si conquista dall’interno, ma lo si distrugge per erigere sulle sue rovine la dittatura proletaria, negatrice di ogni libertà politica alla vinta classe sfruttatrice.

Oggi che la democrazia è ancora presentata come un sistema di governo al di sopra delle classi, il parlamento come un organismo eterno e lo Stato borghese come una struttura capace di accogliere un’autentica rappresentanza delle forze della classe proletaria, occorre ricordare le parole di Lenin del 1919: «Il Parlamento borghese, sia pure il più democratico della repubblica più democratica nella quale permanga la proprietà dei capitalisti e il loro potere, è la macchina di cui un pugno di sfruttatori si serve per schiacciare milioni di lavoratori».

Nel 1920 l’Internazionale Comunista dettò il motto scolpito col sangue di troppi militanti operai caduti ingannati sul fronte della guerra di classe contro la borghesia: «Il comunismo nega il parlamentarismo come forma del futuro ordine sociale. Lo nega come forma della dittatura di classe del proletariato. Nega la possibilità di una duratura conquista del parlamento; si pone il compito di distruggere il parlamentarismo». Ma per i partiti del tradimento proletario, il parlamento non solo non è da distruggere, è da tenere in piedi, caso mai crollasse, con le forze dei lavoratori e, se occorre, con il loro sangue. Per essi la democrazia non solo non è più una menzogna da denunciare e disperdere, ma un "bene" da proteggere. La via che essi additano ai proletari non è più quella della conquista rivoluzionaria del potere, ma quella del gradualismo riformista, nazionale e patriottico, genuflessi di fronte a quel museo degli orrori che è Montecitorio.

Nel moderno periodo dell’imperialismo finanziario, successivo alla alla Prima Guerra mondiale, le circostanze storiche hanno portato lo Stato ad evolvere nel senso totalitario e fascista, e tutte le forze politiche del capitalismo, comprese quelle "democratiche", hanno favorito e attivamente concorso a questo sbocco. I comunisti - che non sono democratici - fin dal 1919 avversano apertamente la partecipazione alle elezioni per parlamenti, consigli e costituenti borghesi. Non lo fanno alla maniera anarchica o qualunquista piccolo-borghese, ma perché ritengono che in questi organismi non sia più possibile fare opera rivoluzionaria e credono che l’azione e la preparazione elettorale sono un ostacolo alla formazione nelle classi lavoratrici della coscienza protesa verso l’instaurazione della dittatura del proletariato e il comunismo.

I risultati elettorali non misurano la forza delle classi, che non è determinata dalle schede ma dalla reale capacità di organizzazione e di mobilitazione operaia, in opposizione al padronato e a tutta la classe borghese.

In Italia, in queste ultime elezioni del 14 aprile il dimagrimento elettorale del Partito Democratico e l'annientamento dalla Sinistra Arcobaleno non è stata una sconfitta per il movimento operaio. I lavoratori avevano già perso, qualunque fosse il risultato delle urne: hanno perso quando non hanno potuto opporsi con un fronte generale di lotta all’attacco del Capitale alle loro condizioni di vita e di lavoro, all’aumento dello sfruttamento, alla diminuzione di salari e pensioni, ai licenziamenti. I sedicenti partiti di sinistra, anche se da diverse posizioni, si sono rifiutati e si rifiutano di organizzare la lotta operaia, per puntare, come loro tradizione collaborazionista, sul gioco elettorale. Ma è proprio con l’assoggettamento del proletariato a questo gioco, alle regole democratiche, che la borghesia raggiunge il culmine del suo potere, che è sempre dittatoriale dietro la sceneggiata della colluttazione fra partiti di destra e di sinistra.

La vittoria del fronte di destra non significa quindi una svolta particolare della politica del regime, ma è la continuazione di quella azione anti-operaia in atto da decenni, e intensificata da ultimo dal governo Prodi, con il concorso diretto di Rifondazione e della cosiddetta ‘Sinistra radicale’, e che, in politica estera, porta i nomi noti di riarmo e guerre sempre più estese e senza fine e, in politica interna, riforma dello Stato sociale, delle pensioni, del lavoro, dei salari. Ossia, in termini non ambigui: riduzione dei salari (diretto e differito), aumento dell’orario, maggiore libertà di licenziamento. Ogni governo che segua queste strade, si dichiari di ‘destra’ o di ‘sinistra’, riceverà l’appoggio della Confindustria e la benedizione della Chiesa.

La stessa enfasi posta sul successo elettorale leghista serve a confondere i proletari. Il tentativo di sottomettere i lavoratori alla piccola borghesia artigiana e bottegaia del Nord, se non addirittura alla grande borghesia industriale e finanziaria che regge le file dello Stato di Roma e che in esso ha il suo comitato d’affari generale, è volto ad indebolire ulteriormente la identità della classe lavoratrice, proprio quando sarebbe più urgente un suo rafforzamento per fronteggiare il pesante attacco padronale. Dalla Lega a Rifondazione tutti sono allineati in un unico fronte antiproletario.

Con buona pace di Montezemolo, i sindacati di marca tricolore, continuatori dello spirito concertativo del sindacalismo fascista, sono oggi giunti alla tappa conclusiva del loro processo di inserimento all'interno del regime capitalista, divenendo a tutti gli effetti suoi organi di controllo e di repressione della lotta di classe.

Nell'immediato dopoguerra si adoperarono perché il proletariato si sottomettesse alle condizioni di miseria e di fame imposte dalla ricostruzione dell’apparato produttivo nazionale sotto il pretesto di un riconquistato regime ‘democratico e antifascista’, che non sarebbe stato più roccaforte degli interessi delle classi padronali e possidenti.

Nella successiva fase di ripresa economica si impegnarono a tenere sotto controllo le lotte rivendicative e a deviarle nell'illusione di riforme del sistema capitalistico e del "potere in fabbrica", acconsentendo alla politica dei partiti staliniano e socialdemocratici che indicavano l’alleanza con i ceti medi e il successo elettorale "via nazionale" per la scalata al potere delle classi lavoratrici, in realtà smantellando l’idea stessa della necessità del partito, della lotta e del sindacato classista.

In seguito alla ricaduta del capitalismo nella crisi economica e nella recessione, alla metà degli anni ’70 veniva varata la "politica dei sacrifici" e della "solidarietà nazionale". In nome dell’economia, della produttività e della competitività sui mercati del capitale nazionale bisognava rinunciare alla difesa del salario falcidiato dall’inflazione, accettare ritmi e orari più pesanti in fabbrica, cassa integrazione e licenziamenti. Tappe successive sono state l’abolizione della scala mobile (1985), l’eliminazione dell’aggancio delle pensioni alla massa salariale e dei salari all’inflazione programmata anziché a quella reale (1992), il taglio delle pensioni con il passaggio al sistema contributivo (1995), l’introduzione a tappeto di nuove forme di rapporti di lavoro precario (1997)... Fino al protocollo di luglio 2007 su "Previdenza Lavoro e Competitività".

Nelle parole di Franco Marini, ex-sindacalista nonché ex-presidente del Senato: «Nessuno può disconoscere il ruolo di equilibrio e il comportamento responsabile tenuto in questi anni nell’interesse del paese».

Parallelamente, sul piano politico, anche i falsi partiti operai rinati nel dopoguerra, il PCI e il PSI, dopo aver condotto la classe a chinare la testa, rinunciare a se stessa e sottomettersi allo Stato, hanno finito per gettare la maschera, in una serie di scissioni e contorcimenti si sono liberati anche formalmente di una scomoda tradizione e dei simboli e omologati pienamente a tutti gli altri partiti borghesi concorrenti alle poltrone di governo e ad infinite ruberie. Compito dei comunisti, oggi, non può essere che quello di denunciare apertamente tutti questi camaleonti, siano essi bianchi, verdi, neri o, peggio ancora, travestiti di rosso.

È tempo che la classe lavoratrice si opponga a tutti questi! Principale vittima del capitalismo, tanto in pace quanto in guerra, essa deve separare le sue speranze e le sue azioni dalle istituzioni della morente società del capitale. Il futuro dei lavoratori va ricercato nel passato del loro movimento: nella contrapposizione frontale al padronato per la difesa dei salari e del lavoro secondo la tradizione del sindacalismo rosso di classe. Questo inquadra nella lotta tutti i salariati indipendentemente dalle simpatie politiche, dalla razza, dalla lingua, dalla religione, superando le divisioni fomentate dal regime borghese (pubblici e privati, giovani e vecchi, precari e garantiti, occupati e disoccupati, indigeni e immigrati...). Rifiuta per principio ogni tentativo di sottomettere la lotta operaia alle compatibilità del capitale, come i codici di autoregolamentazione, la registrazione dei sindacati, il riconoscimento della rappresentatività, il voto segreto, la riscossione per delega dei contributi sindacali ed anche i cosiddetti "diritti sindacali" come i distacchi e le riunioni in orario di lavoro, quasi sempre forme di corruzione, intimidazione e ricatto. Per il sindacato di classe è indispensabile una organizzazione territoriale esterna ai luoghi di lavoro, nella tradizione delle Camere del lavoro, dove possano regolarmente incontrarsi le rappresentanze di fabbrica e i singoli lavoratori dispersi in piccole unità produttive per rafforzare e coordinare le iniziative. Il sindacato di classe non si fa carico di nessuna difesa dell’economia nazionale dello Stato borghese, ma si attesta sulla difesa intransigente della classe operaia.

Stracciare la scheda elettorale costa poco. Invece costa molto, ma è il prezzo che si deve pagare per vincere, lavorare per il ritorno ai princìpi secolari del marxismo rivoluzionario, perché senza princìpi non c’è vita per la classe ma solo sbandamento e sottomissione ai princìpi del nemico. Né c’è possibilità di emancipazione senza l’incontro della classe con il suo partito, espressione militante del programma storico del comunismo.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

icparty@international-communist-party.org

Non vogliamo i fascisti al governo della citta'!

autore:
www.acrobax.org

Ci troviamo di fronte ad un momento molto delicato della vita sociale,
politica e culturale del nostro paese e della nostra citta'. Riteniamo,
dunque, necessario ed opportuno prendere parola in merito allo scenario
politico che si paventa con il ballottaggio al Comune di Roma.

Il rischio di vedere sindaco Alemanno, rappresentante della destra
populista e fascista all’interno del PDL, ormai forza al governo di
questo paese, rappresenta per noi un allarme sociale e politico fortissimo.

Roma non merita di essere governata da una coalizione formata da
personaggi come Storace, Alemanno e Sabbatani-Schiuma, espressione della
peggiore storia della destra locale e nazionale .

Il candidato sindaco di Roma, Gianni Alemanno, noto esponente del MSI,
vicino a terza posizione, ritenta per la seconda volta di insediarsi a
capo del governo della nostra citta'.

Noi, come tutte le realta' sociali, siamo i primi ad essere attaccati
dalla campagna di diffamazione mediatica e da vere e proprie aggressioni
squadriste con cui, la destra fascista, punta a vincere anche le
elezioni comunali e che rappresenta il vero volto di questa destra
targata Gianni Alemanno.

Riteniamo che la vittoria di Alemanno sia un rischio democratico enorme
che chiuderebbe ogni spazio di agibilita' a tutti quei soggetti,
associazioni e spazi sociali che sono stati negli anni una potenzialita'
ed un valore aggiunto nei termini di trasformazione della realta',
attraverso le tante battaglie sociali ed iniziative politiche.

Esperienze e spazi di liberta' che, in confronto a tutte le capitali
europee, caratterizzano l'unicita' della metropoli Roma e che, dunque,
devono essere messi al centro di una difesa attiva e comune.

Parliamo di tutti coloro che, dalle comunita' migranti ai centri sociali,
dalle case occupate alle realta' di cultura GLBTQ, potrebbero trovarsi
investiti da un clima pesantissimo orchestrato e fomentato ad hoc. Un
clima, questo, che sta gia' portando ad un inasprimento delle misure
repressive e di controllo, nascoste dietro un'idea demagogica di sicurezza.

Facciamo appello a tutte le forze sinceramente democratiche ed
antifasciste di questa citta' al fine di attivarsi nei propri territori
per comunicare il reale pericolo che rappresentano questi signori,
attraverso la costruzione di iniziative pubbliche e campagne di
informazione.

Respingere i fascisti, anche sotto un profilo elettorale scegliendo di
schierarci in questo ballottaggio, non significa assolutamente aderire e
dare consenso al progetto di Rutelli.

Infatti contrasteremo da subito Rutelli sindaco, se vorra' continuare nel
solco tracciato da Veltroni, nel segno dell’equidistanza e nella
legittimazione politica a veri e propri covi neofascisti come quelli di
Casa Pound e del Foro 753. Così come alla rincorsa all'ordine ed alla
sicurezza a tutti i costi.

Diciamo chiaramente che non accetteremo piu' da nessuno questa infame e
pericolosa politica, fatta di equidistanza e di opposti estremismi, che
ha portato all'omicidio di Renato.

Così come rilanceremo le lotte sociali contro la precarieta', per la
casa, per un reddito garantito, per la liberta' di movimento di tutti,
dei migranti, nella difesa degli spazi sociali e delle case occupate che
riteniamo una delle ricchezze sociali di questa citta'.

Oggi, quindi, riteniamo giusto schierarci in quello che, nei fatti, e' un
vero e proprio referendum sulla nostra liberta' e sugli spazi di
iniziativa politica.

Al sindaco fascista, diciamo no.

WWW.ACROBAX.ORG

ELEZIONI: LA DESTRA HA VINTO E LA SINISTRA HA PERSO?

autore:
Il Comunista
Sommario:
No alla democrazia borghese, Sì alla lotta di classe!

HA COMUNQUE VINTO LA CLASSE BORGHESE CHE ATTUERA’ INESORABILMENTE
UNA POLITICA DI LACRIME E SANGUE,
IN PERFETTA CONTINUITA’
CON IL GOVERNO DI CENTROSINISTRA!

Proletari,

il primo tempo del teatrino della politica borghese, con tutti gli orpelli che ogni campagna elettorale espone a piene mani, è terminato.

Partiti vecchi e nuovi si sono apparentati o scornati, a seconda delle fazioni, rappresentando per l’ennesima volta lo sconcio spettacolo della più gigantesca presa per il culo che la classe borghese si sia inventata: dare una volta ogni tanto alle masse proletarie l’illusione di “decidere” che vadano al governo forze politiche che faranno qualche cosa per migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro!

Ma ogni tornata elettorale finisce per deludere, più o meno pesantemente, tutti coloro che si attendevano che davvero la loro vita cambiasse in meglio. I ricchi sono diventati sempre più ricchi, i proletari sono diventati sempre più poveri, immiseriti, precari nel lavoro e nella vita quotidiana. E sono sempre più numerosi i proletari, giovani, adulti o già pensionati che non arrivano alla fine del mese, che non hanno da mangiare a sufficienza, che non hanno di che vivere! E sono sempre più i proletari che, per un salario da fame, subiscono infortuni gravi sul lavoro e che muoiono assassinati da padroni con sempre meno scrupoli per le misure di prevenzione e di sicurezza.

Con queste elezioni il quadro politico è cambiato; è cambiato nel risultato finale perché il numero di partiti che vanno in parlamento è molto diminuito dalla volta precedente: oggi sono 7 i gruppi parlamentari contro 39 di ieri; davvero una bella «cura dimagrante». Ma il significato sostanziale della tornata elettorale non cambia, anche se i giochi delle alleanze, degli scambi di favori, del do ut des, si sono fatti più semplici. Diminuiscono i partiti che siedono al parlamento, ma non diminuisce la spesa degli apparati politici e burocratici che servono per continuare ad ingannare le masse proletarie sulla vera gestione del potere politico; gestione sempre più centralizzata in mano alle forze della conservazione borghese e capitalistica, che decidono – loro sì – al di fuori del parlamento!.

La tendenza generale del capitalismo, infatti, è quella di centralizzare il più possibile tutte le attività politiche rendendole più rispondenti alla tendenza centralizzatrice dell’economia e della finanza capitalistiche. I famosi “poteri forti” sono appunto la massima centralizzazione capitalistica e finanziaria, quindi la semplificazione politica – il cosiddetto bipolarismo, i due grandi partiti concorrenti – è in realtà una necessità del capitalismo per difendere più efficacemente la sua società, la sua economia, il suo dominio.

Proletari,

i partiti della cosiddetta sinistra radicale, “critica” o “estremista”, hanno subìto una cocente sconfitta elettorale; non avranno più il posto garantito in parlamento, i loro leader non saranno più ospitati nei “salotti della politica”, nelle trasmissioni televisive che fanno “audience”. I gazzettieri al servizio della “vera” democrazia lamentano che in questo modo le fasce “più deboli” della popolazione non saranno più rappresentate in parlamento, e che non avranno più chi li potrà difendere all’interno delle istituzioni!

Ma quando mai sono state difese nelle istituzioni? Le loro misere condizioni di vita, la sempre più vasta precarietà di vita e di lavoro che caratterizza la quotidianità delle masse proletarie, stanno a dimostrare che quei partiti, quelle forze politiche in realtà hanno lavorato per ben altri scopi: hanno difeso la conservazione sociale, il buon andamento delle aziende, il deficit pubblico, gli interessi dei capitalisti e dei capitali, le istituzioni della borghesia, e le briciole che talvolta sono state distribuite a qualche fascia sociale più derelitta non hanno fatto altro che confermare il generale peggioramento delle condizioni di esistenza del proletariato, il generale immiserimento della classe lavoratrice.

Grande stupore ha suscitato il fatto che molti operai del centro-nord questa volta hanno votato per la destra, e soprattutto per la Lega di Bossi, voltando le spalle ai partiti che hanno sempre parlato in nome della classe lavoratrice. Appunto, hanno sempre parlato in nome degli operai, ma hanno sempre praticato una politica opportunista, una politica antioperaia, a partire dalle indicazioni date ai sindacati nei quali agiscono con la propria influenza. Quei partiti avrebbero potuto fare una politica diversa, una politica effettivamente a favore degli interessi operai? NO, non avrebbero potuto perché la loro visione della società, il quadro entro il quale intendono mantenere la situazione sociale è una visione del tutto borghese; l’unica differenza tra loro e le altre forze politiche della borghesia sta nel fatto che queste ultime dichiarano apertamente il proprio schieramento a favore degli industriali, del capitale, dell’economia capitalistica.

Tutti parlano di democrazia, di “vera” democrazia, di democrazia “diretta”, e tutti si accusano vicendevolmente di non essere “veri” democratici. Ma la democrazia borghese non è altro che un metodo di governo che la classe capitalistica dominante usa per ottenere il consenso della maggioranza della popolazione (che è proletaria) alle proprie scelte di campo, economiche, politiche, istituzionali e militari, e per attenuare al massimo la possibilità da parte del proletariato di ribellarsi alla situazione di sempre maggiore sacrificio che gli è imposta. Questo metodo di governo prevede (e sovvenziona profumatamente) che vi siano consistenti forze politiche, e sociali, che esprimano l’interclassismo, ossia quella politica riformista che tende a confondere gli interessi delle differenti classi in un unico interesse generale, del “popolo”, del “paese”.

Proletari,

i governi che si sono succeduti in questi decenni avevano il compito di sviluppare e difendere gli interessi dell’economia nazionale, del prestigio internazionale del paese, a costo di qualsiasi vostro sacrificio in termini di condizioni di esistenza, di posti di lavoro, di precariato, di salari con sempre minore potere d’acquisto, di aumentata concorrenza tra proletari e non solo tra proletari italiani giovani o vecchi, uomini o donne, ma anche tra proletari italiani e stranieri giocando in modo bieco la carta dell’immigrazione sia come “pericolo” per la sicurezza dei cittadini italiani, sia come “risorsa” per il miglior andamento economico delle aziende, quindi per i profitto padronali!

Lo spostamento elettorale di una parte della classe operaia verso un partito come la Lega Nord (fondamentalmente razzista, intriso dei più triviali pregiudizi piccoloborghesi sulla difesa del piccolo orticello, della famiglia, della chiesa), partito che ha saputo interpretare anche se rozzamente l’anima cruda dello spontaneismo operaio, pauroso per il futuro e di perdere quel poco di riserva che “dopo tanti anni di lavoro” ci si è fatti (la casa, l’orto, il risparmio in banca o in posta), quello spostamento è l’espressione di un disagio reale che la classe operaia attraversa. Disagio provocato da decenni di assenza di lotta di classe, di quella lotta che dimostra la vitalità politica di una classe che è alla base della produzione di ricchezza di ogni paese, ma che sotto il dominio della classe borghese vive in condizioni di schiavitù salariale, dunque alla mercé degli alti e bassi del mercato, della concorrenza capitalistica, a livello nazionale e internazionale.

L’unica possibilità che la classe proletaria ha di difendere le sue condizioni di esistenza sta in una lotta del tutto indipendente dagli interessi dei padroni, perciò dagli interessi aziendali o nazionali; e questa indipendenza se la deve conquistare, organizzandosi sul terreno di un antagonismo sociale che non si può “scegliere”, perché deriva dalla struttura economica della stessa società capitalistica. Il disagio sociale che colpisce una parte consistente della classe lavoratrice deriva dalle conseguenze di un’economia destinata ad entrare ciclicamente in crisi, a causa della concorrenza internazionale e della saturazione dei mercati. Ma se questo disagio trova come risposta il solito ritornello di un paese che deve raddrizzare la propria economia, di un paese che chiede sacrifici a fronte dei quali si promettono sempre e solo palliativi, mentre è sempre più evidente che i ricchi diventano più ricchi e le classi lavoratrici cadono sempre più in miseria, è logico che nell’espressione elettorale si trasformi in una ripicca, una specie di rivalsa individuale contro chi o coloro che hanno avuto per anni fiducia da parte degli operai ma che non hanno fatto in realtà nulla sul piano della effettiva ed efficace difesa delle condizioni di esistenza proletarie.

Proletari,

il vero compito delle forze cosiddette di sinistra, ma in realtà democratiche borghesi e opportuniste, è sempre stato quello di confondere i vostri interessi di classe con quelli della piccola e media borghesia e dei grandi borghesi, facendovi credere che la vita politica democratica del paese – rappresentata in particolare dal parlamento - avrebbe permesso di ottenere stabilmente reali miglioramenti nelle condizioni di vita e di lavoro.
State constatando direttamente in questi anni che non è questa la strada.

La politica collaborazionista dei sindacati e dei partiti cosiddetti operai vi ha indotto a delegare, sempre e comunque, a istanze istituzionalizzate la difesa dei vostri interessi immediati e futuri. Ciò ha prodotto in voi una tremenda paralisi di classe. Vi fanno credere che non si può lottare per obiettivi di interesse proletario se non attraverso le organizzazioni esistenti che conciliano i vostri interessi con quelli delle aziende e dei padroni!
NON E’ VERO!

Anche se solo episodicamente, come nel caso dei grandi scioperi dei ferrovieri in Francia e in Germania, gli operai stanno dimostrando che la spinta di classe non è spenta e che è possibile, se si lotta decisamente e con metodi di classe, imporre un freno al continuo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Queste lotte devono incoraggiare i proletari di ogni categoria e settore a prendere nelle loro mani, direttamente, la lotta di difesa sul terreno immediato perché soltanto lottando con obiettivi, mezzi e metodi di classe sarà possibile riconquistare il terreno della lotta politica, più generale, della lotta per un rivoluzionamento completo di una società che non solo non è più in grado di dare un futuro dignitoso alla classe dei lavoratori, ma che conduce inesorabilmente verso crisi sempre più acute ed estese che si tramuteranno, inevitabilmente, in crisi di guerra generalizzata!

Per una prospettiva di vita futura è necessario tornare a lottare sul terreno dello scontro di classe!
Per difendersi sul terreno immediato è necessario riorganizzare le forze proletarie in associazioni classiste, indipendenti dagli apparati statali e dal collaborazionismo sindacale e politico!
Viva la ripresa della lotta di classe!
No alla democrazia borghese, Sì alla lotta di classe!
Viva la solidarietà fra tutti i proletari, di ogni età, sesso e nazionalità!

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE (il comunista)16 Aprile 2008
Corrispondenza:
Il Comunista, cp. 10835, 20110, Milano

Bertinotti e gli altri? Li abbiamo uccisi noi

autore:
xxx
Sommario:
Li abbiamo mandati a casa

Ve lo avevamo detto, ve lo avevamo scritto, ve lo avevamo gridato e non avete voluto ascoltarci.

Adesso che siete con il culo per terra e non sapete dove sbattere la testa ve lo diciamo ancora. Abbiamo cospirato coscientemente per mandarvi a casa perché non siete diversi dagli altri incapaci che infestano il parlamento

Lo stupore degli sconfitti
Anche in Altrenotizie

Il risultato elettorale sembra aver colto di sorpresa gli sconfitti in misura superiore al plausibile. Stupore strano, poiché la sconfitta era annunciata, si sapeva che sarebbe stata netta quanto inevitabile e non solo perché lo dicevano i sondaggi. Fanno buon viso a pessimo gioco al Partito Democratico, entrano nel fair play con il quale Veltroni pensa di tappezzare il suo Piano B, ovvero l'attesa che la fine del governo Berlusconi, prima o poi, lo consegni al paese come unica alternativa. Sono i vantaggi del sistema bipolare: non occorre vincere, basta attendere il fallimento dell'altro polo e festeggiare la vittoria sui cadaveri degli amministrati. L'errore originale è stato quello di dare per finito Berlusconi e credere che in caso di caduta di Prodi ci sarebbe stato da affrontare un centrodestra imploso, salvo poi ritrovarsi Berlusconi trionfante a capo di una destra coesa, più forte e più reazionaria che mai. Fanno buon viso a cattivo gioco anche nella Destra, che ora cercherà di elemosinare qualche strapuntino, festeggiano la sparizione dei comunisti e anche loro sperano nel loro personale sole nero dell'avvenire. Al popolo di destra piace il potere, un partito di destra che si offre come opposizione ha il destino segnato.

I più stupiti sono indubbiamente quelli dell'Arcobaleno, ma in questo caso lo stupore non è agito strumentalmente, perché non c'è nessun Piano B. Se Veltroni ha già annunciato l'originalissimo “governo ombra” con il quale ci intratterrà negli anni a venire, il resto della sinistra è all'anno zero, come è stato detto da molti con esatta sintesi. All'appuntamento elettorale si è giunti con quel che restava della sinistra parlamentare, che si era preparata per l'occasione federando tre partiti nell'Arcobaleno e figliando due partitini con falce e martello. Scelta tatticamente suicida, non meno suicida di quella di Veltroni, che ha esposto la sinistra parlamentare alla vendetta dei propri elettori. Elettori che troppe volte sono stati costretti a votare turandosi il naso e anche loro come i sostenitori di Veltroni messi all'angolo dall'assenza di alternative praticabili.

Coscientemente molti elettori di sinistra si sono astenuti, sperando di determinare proprio questo risultato, complice l'esistenza della clausola di sbarramento e complice la stessa drammatica inadeguatezza del personale politico ormai incrostato in Parlamento e dintorni. Un calcolo che si è rivelato esatto e che ha privato la coalizione di Bertinotti dell'airbag rappresentato da voti dati per scontati. La misura dell'errore in questa valutazione è sotto gli occhi di tutti, la sinistra parlamentare non esiste più. Qualcuno penserà ad una pugnalata alle spalle, ma le elezioni le perdono i candidati e in questo caso si è trattato di un clamoroso quanto annunciato voto di sfiducia. Che poi a questi annunci chi di dovere abbia fatto orecchie da mercante è un altro errore evidente; sono gli stessi che ancora non hanno capito e che danno la colpa delle loro disgrazie a Veltroni, ma ormai è troppo tardi per salvarsi dando la colpa ad altri.

La perdita è grave, perché con la presenza parlamentare la sinistra nel suo complesso perde strumenti utili alla vigilanza sui processi istituzionali e perché proprio le istituzioni diventeranno ancora più impermeabili alle istanze sociali. Oltre la sconfitta ci sarà la ridefinizione di molti equilibri con effetti ricorsivi su e giù per i vali livelli amministrativi, che investiranno i rapporti di forza nelle amministrazioni locali come in quelle nazionali. Già ora c'è qualche avvoltoio che ne approfitta per paventare disordini nelle strade; il classico mettere le mani avanti in vista dell'inevitabile fallimento dell'inadeguato Berlusconi e conseguenti proteste oceaniche.

Per il momento i principali leader sconfitti hanno provveduto a certificare la sconfitta rimarcando i rispettivi autismi e confermandosi fuori dal mondo e lontani dal cuore del loro elettorato potenziale. Non ci ha capito molto Di liberto, che subito ha proposto di brandire felce e mirtillo e correre alla riscossa comunista e non ci ha capito molto neanche Pecoraro Scanio, che non ha trovato di meglio che riproporre di un partito ecologista puro. Nemmeno a Rifondazione hanno capito molto, eppure erano quelli che avevano pià strumenti per capire. Elegante come sempre, Bertinotti si è dimesso; a lui l'onore delle armi, avrà tutto il tempo per metabolizzare l'incredibile e di mettere a fuoco quanto gli siano costato giocherellare la sera con i salotti e la mattina con i movimenti, che poi restano a raccogliere i cocci della feste consumate.

Lo sapeva Bertinotti e lo sapeva la sua direzione politica che questa volta non ci sarebbe stato nessun “soccorso rosso”, ma semmai che erano annunciata la diserzione “dal basso”. Anche Bertinotti ha preferito puntare tutto sulla somma aritmetica dei risultati ottenuti dai tre partitini alle ultime elezioni; grosso errore di valutazione.

La sinistra (ex) parlamentare paga la sua scarsa qualità, la mancanza di un accenno di progetto di società spendibile e l'eccessivo tatticismo politicista. Da troppo tempo la sinistra parlamentare ha accettato una dimensione che non le appartiene, non merita e che non corrisponde alla realtà della composizione del corpo elettorale nel nostro paese. Circoscritta la battaglia politica al proprio interno, la sinistra si è divorata da sola, moltiplicando i conflitti e dimenticando la propria storia. Nel paese più corrotto d'Europa non è stata capace di porre nemmeno la questione morale, abbondando invece in atteggiamenti accomodanti e piacionerie nei confronti di chi si nutre della cosa pubblica e delle sofferenze delle classi subalterne, col solo risultato di ingrassare Di Pietro.

Un deficit che l'ha resa troppo simile alla proposta del Partito Democratico, al quale si sono aggiunte l'incapacità di giungere a decisioni drastiche nelle tante situazioni ove era stata complice di disastri - il caso della Campania su tutti - e una campagna elettorale condotta in maniera assurda. Mentre i forefront delle altre formazioni bombardavano l'elettorato promettendo tutto e il contrario di tutto, Bertinotti si preoccupava di solidarizzare con Ferrara (che ora finalmente prende atto delle pernacchie) e di sposare la cordata italiana per l'Alitalia. Questa è stata la campagna elettorale della sinistra italiana, alla quale per amor di precisione possiamo aggiungere proposte lisergiche tipo “abolizione della proprietà privata” da parte di quelli con la falce e il martello; prima che lisergici, offensivi per l'intelligenza politica di quelli che fecero la storia di quel simbolo, che davvero non meritano di essere confusi con la pochezza di questi.

Adesso che quel che resta della mitica “base” della sinistra italiana ha sfiduciato al gran completo le proprie rappresentanze parlamentari, si apre lo spazio - ma prima ancora la necessità - per la costruzione di un'aggregazione in grado di riportare al più presto il peso di tanta parte del paese nella partecipazione i processi decisionali. Sarà inevitabile una fase veramente costituente alla quale sia garantito il più ampio accesso e la veloce costituzione di un soggetto leggero quanto aperto che si occupi della costruzione di un soggetto politico unitario radicalmente nuovo, fondato sul perseguimento di uno scopo e non sull'appropriazione dei voti di quel che resta della sinistra; è stato infatti dimostrato che bisogna meritarseli, diversamente da quelli di altri. Un soggetto politico nel quale tutti possano apportare le proprie esperienze, ma che resti fortemente dedicato alla protezione dei beni e degli interessi comuni come a quella dei diritti civili. Un altro mondo è sempre possibile e adesso tutto da costruire; bisogna darsi da fare e in fretta, il contributo di tutti è urgente.

Enjoy the Silence

autore:
LOA Acrobax Project

ENJOY THE SILENCE...

Abbiamo scritto questo documento per condividere il dibattito del collettivo Acrobax su quello che sta accadendo nella nostra città e non solo.
Sono passati cinque anni da quando abbiamo occupato gli spazi dell’ex cinodromo, cercando di animare insieme a tanti altri il conflitto sociale a Roma. Abbiamo lanciato ed accolto una serie di suggestioni, che ci hanno spinto a definire lo spazio che quotidianamente viviamo come “laboratorio”. Spesso dunque abbiamo usato la parola sperimentazione: è accaduto nel caso di vertenze sul lavoro, di campagne di comunicazione sociale o di iniziative politiche nazionali.
Vista la mancanza di luoghi realmente pubblici di dibattito comunichiamo con trasparenza le scelte politiche che abbiamo deciso di intraprendere.

Affermiamo prima di tutto che la maggior parte delle contraddizioni che viviamo in questo angolo di mondo traggono origine, da quei processi economici globali oggetto della critica dei movimenti sociali da Seattle in avanti. Lo sfruttamento e la privatizzazione delle risorse primarie e dei beni comuni, la divisione internazionale del lavoro, la guerra globale e permanente, la devastazione ambientale, la finanziarizzazione dell’economia sono solo alcune delle scelte e delle conseguenze del capitalismo globale. Lo “strapotere dell’economia sulla politica, dell’ economia capitalista sul ruolo della politica, tendono ormai inesorabilmente a fare della prima il modello anche di governo delle contraddizioni, dei processi di sviluppo, finanche dei valori, a scapito della seconda, cioè la politica, ormai sempre più attenta a garantire i profitti dei grandi e medi imprenditori, delle multinazionali, minacciando sempre più spesso gli interessi generali e ancor di più delle classi subalterne. Tanto che il ruolo stesso della politica entra in crisi a partire proprio dalle forme della rappresentanza e prima di tutte quella istituzionale. Come se lo strapotere dell’economia, o meglio dello sfruttamento capitalistico, sembra non avere alcuna frontiera da oltrepassare avendo ormai distrutto o meglio, soggiogato, il ruolo e le finalità stesse della politica sempre più forma di leggittimazione alle scelte del capitale”…
E’ sempre più evidente che le istituzioni internazionali, dal G8 al Fondo Monetario Internazionale, sono le forme del nuovo regolazionismo globale dove il principio di rappresentanza poitica definitivamente soccombe di fronte alla centralità dell'economia e del suo funzionamento, lo strumento che serve a legittimare lo sfruttamento di milioni di persone in tutto il mondo.

L'Italia, a partire proprio dalle trasformazioni produttive avvenute negli ultimi decenni, con la frammentazione del lavoro e l'impresa a rete, risponde a questa doppio livello, del capitale e della politica, riformulando una azione sistemica: passare da un paese che ha sempre visto la rapprensentanza tener conto delle diverse anime anche culturali che si sono rese protagoniste spesso dell'assetto istituzionale, in un paese a carattere bipolare e bipartitico che tende alla soluzione presidenzialista per garantire governabilità alle scelte sia politiche che economiche.
Ma c’è di più: l’accelerazione verso il bipartitismo non solo è sempre più costitutiva dello spazio politico istituzionale odierno, ma i suoi dispositivi, dalla nascita del PD - e del suo simmetrico contro-altare PDL - in avanti, stanno permeando progressivamente lo stesso tessuto sociale sul quale poi si esercitano le prove di democrazia blindata ed eterodiretta.
Un sistema sul quale scommettono quei poteri forti che hanno bisogno della parte sostanziale di ciò che va sotto la denominazione di "governo delle larghe intese", in particolare quando si tratta di governare le contraddizioni sociali. Poteri forti che non cercano tanto la formalizzazione di un esplicito accordo di governo tra le parti, quanto piuttosto, un accordo di sistema che va al di là di chi poi effettivamente governa e vince le elezioni per far fronte ai due scenari che sono indissolubilmente legati: da un lato perseguire l’univoca direzione del neoliberismo globale per le riforme istituzionali, i mercati, il lavoro, il welfare e via discorrendo, dall’altro far fronte alle tensioni e alle conseguenze sociali che tutto ciò comporta e comporterà nel futuro prossimo. Questo intervenendo con un profilo neo-autoritario della governance sulle contraddizioni materiali, sui conflitti sociali e sulle nuove frontiere tecnologiche
Un’accelerazione bipartitica che sta permeando il sociale con un duplice risultato: da un lato conquistare un riverente e mediocre consenso che si moltiplica negli atteggiamenti passivi, senza più consapevolezza e critica e cioè far credere che la semplificazione bipartitica risolva i mali del paese, dall'altro l’abbandono della partecipazione politica come possibile spazio di trasformazione.

Tutto ciò appare ancora più chiaro in questo periodo in cui ci troviamo nel vivo della campagna elettorale. La scelta non è neanche più quella del “menopeggio”, piuttosto è la scelta di non poter, e da parte nostra non voler scegliere, perchè le nostre scelte sono le nostre lotte e i nostri vissuti quotidiani, perchè le nostre scelte guardano altrove.

Si tratta piuttosto di una questione centrale che potremmo definire di onestà intellettuale, culturale e politica. Non si può non leggere la crisi della rappresentanza politica istituzionale di fronte ai movimenti del NO che, con mille difficoltà e contraddizioni dalla Val di Susa a Vicenza passando per la Campania coperta di rifiuti, stanno ponendo con forza una questione dal sapore antico ossia: chi decide delle nostre vite?!
In questa fase non si può, a nostro giudizio, essere contigui con quel mondo prepotente ed arrogante del potere politico che è un potere sempre più corrotto ed attento affinchè si garantiscano quelle forme di sfruttamento e profitto che sono sotto gli occhi di tutti.
Dagli scandali finanziari legati alle speculazioni immobiliari, ai cannoli avvelenati del presidente della regione Sicilia, dalla mondezza di don Antonio Bassolino, alle vergogne ed infamie del g8, dallo scandalo della Banca d'Italia al crak parmalat, dalla corruzione dei servizi segreti alle inchieste insabbiate e dimenticate sui politici collusi con i poteri forti.
Squallido contraltare di questo è la scelta di candidare personaggi simbolici, dall'operaio della Thyessen alla mamma di Valerio Verbano, strumentalizzando cosi' tragedie sociali o storie politiche come pura merce elettorale.

Di fronte a tanto rumore, siamo felici di scegliere il silenzio.

Crediamo che sia necessario un processo costituente dei movimenti che ponga la questione della rappresentanza sociale dei conflitti aperti.
Ma ora, prima di tutto, c'è da fare conflitto, cospirazione, agitazione, individuando le giuste alternative per costruire spazi partecipati, sempre più ampi. Non condividiamo dunque la scelta di chi si candida, anche se solo nelle elezioni locali, perché la nostra prospettiva generale di iniziativa contro la condizione diffusa di precarietà lavorativa e sociale, ci porta a scegliere la strada della riproducibilità, dell'autorganizzazione, del protagonismo sociale.
Lo diciamo alla luce di una quotidianità vissuta in una metropoli come Roma dove, sotto un tappeto di lustrini e abbracci ecumenici, è stata nascosta la vita incerta, in bilico e precaria di migliaia di persone. Le trasformazioni urbanistiche, le speculazioni e la precarietà disegnano giorno per giorno il volto di Roma. Sono frutto di contiguità e interessi milionari, sanciti ormai nel nuovo Piano Regolatore che rappresenta la grande opera conclusiva degli ultimi vent'anni di governo del centro-sinistra. Cemento e ridefinizione della vocazione di interi quartieri e quadranti di Roma, della loro composizione e soprattutto del loro valore di mercato. A fronte di ciò una precarietà abitativa dalle cifre vertiginose, che impone a chi la vive lo strozzo di un mutuo o di un affitto, soluzioni in sovraffollamento o convivenze forzate. Una metropoli che si adegua al modello europeo di gestione e controllo sociale, fatta di espulsione obbligata in territori sempre più periferici da cui ne deriva una vita di pendolarismo, per migliaia di precari e precarie, tra i quartieri di nuova edificazione e la città vetrina e blindata del centro. Come in tutte le metropoli moderne, il modello di governance delle contraddizioni impone la blindatura dei centri della città, destinati ad essere spazio commerciale all’aperto, e riconfigurando gli spazi semi-periferici e periferici come luoghi di produzione e consumo materiale e immateriale.
La nuova città metropolitana attraverso gli accordi tra i poteri forti, i grandi consorzi cooperativi, il terzo settore, il terziario avanzato, l'industria culturale, è espressione della capacità dell’amministrazione di Roma guidata da Walter Veltroni di gestire questa città come un'azienda regalando a piene mani precarietà e sfruttamento a tutti gli altri.
Roma infatti resta la città con la più alta concentrazione di lavoratori precari di tutta Italia, quasi il 15% del dato nazionale, a cui si aggiunge il lavoro sommerso e nero che pur non essendo rappresentabile statisticamente, incide come elemento trainante di diversi settori economici: dall’edilizia all’industria del divertimento fino ai servizi di cura alla persona. Il miracolo romano lo si può leggere anche così: una enorme produzione di ricchezza che si basa su un esercito di lavoro precario.

Il modello Roma, la locomotiva d’Italia, con l’aumento costante del Pil crea il proprio immaginario sulla partecipazione. Roma ogni giorno per le strade vende la finzione del suo marchio. La potremmo definire “la capitale della simulata partecipazione democratica”, in cui esiste una vera e propria verticalizzazione “in alto” del potere politico, chiuso in stanze sempre più appartate, ridefinendo il ruolo del Sindaco come il manager di un'impresa. Il basso serve solo a sostenere l’alto, a portare consenso: non deve avere autonomia e non può avere progetto. In alto, se continua a manifestarsi conflitto dentro la politica esso è di “lobby”, tra fazioni e cordate. In basso, il mondo enfatizzato dell’associazionismo e l’universo variegato e molteplice dei movimenti sociali hanno solo una funzione di “spia” di interessi, bisogni e desideri: se si esprimono e se superano una certa soglia li si intercetta, si trova una mediazione o si reprime nell’invisibilità, con vere e proprie operazioni di polizia.
Chi si candida oggi, nel tentativo di rappresentare le alterità, o a porsi come spazio di gestione e mediazione dei conflitti, rischia di condannare i migliori elementi di originalità ed innovazione propri delle lotte sociali e delle intelligenze di chi le anima ad un meccanismo di sussunzione ad un sistema della compatibilità. Sistema che invece andrebbe una volta per tutte smascherato e deriso, decostruito e abbandonato.

Grandi annunci e operazioni di marketing politico e territoriale ci propongono la ricetta che viene decantata da Veltroni anche come segretario del PD: ripresa e crescita economica da un lato e tagli alla spesa pubblica dall'altro. Poi, in un secondo tempo, si potrà redistribuire. “Dopo, più in là, nel futuro”: i termini del vocabolario dell’incertezza a cui ci hanno abituato. Nella realtà questo si traduce nell’impossibilità di immaginare, progettare e praticare un futuro.
E' per questo che da tempo usiamo definire la vita che ci costringono a fare una vita da pazzi, una vida loca; una vita che, però, potrebbe essere risignificata, una vita vissuta follemente e rivoltata di senso, affermando diritti negati e rivendicando la potenza del rifiuto.
Abbiamo voglia e necessità di consolidare esperienze, sedimentare relazioni, avviare forme di lotta costituenti di società altra.

Il silenzio nei confronti di un mondo, non vuol dire silenzio nei confronti del mondo intero.

Il nostro silenzio, oggi, nella fase politica del supermarket elettorale, non vorrà dire immobilità, non è una scelta passiva. Abbiamo bisogno, al contrario, di agirlo. Lo immaginiamo come una sorta di virus sotterraneo: un movimento lento ed inesorabile che possa trovare dei varchi dove, finalmente, esplodere e dilagare, per noi il senso della politica e' puro piacere e non puo' essere rinchiuso nella tattica e nell'opportunismo.

Abbiamo trovato infatti, in questi anni, delle risposte ai nostri quesiti, ma le trasformazioni e la condizione di precarietà diffusa ci hanno posto delle nuove ed incalzanti questioni. La certezza che abbiamo è che queste condizioni vadano affrontate in una dinamica comune.
Questo significa leggere le pulsioni spontanee espressione del sociale e capire come si conquistano nuovi territori di cospirazione e conflitto, mentre rifiutiamo la politica spettacolo, dei media mainstream e delle decisioni ristrette della politica di palazzo.
Vogliamo valorizzare le specificità dei percorsi che viviamo e poter trovare il difficile equilibrio tra l’attivazione e la precarietà che segna i ritmi delle nostre giornate.
Vorremmo poter scegliere di camminare in autonomia perché continuiamo a pensare ad una società altra e consapevole in cui gli uomini e le donne siano libere di compiere le proprie scelte all’interno di garanzie sociali collettive che in questo paese sono negate. Vorremmo paragonare questa fase in cui entriamo al silenzio degli zapatisti: ritirarsi dagli spazi, a tratti privatizzati, del cielo della politica per poterci dedicare agli spazi, sicuramente più interessanti, della politica nella società, dal basso.

Non a caso pubblichiamo questo documento nel giorno in cui viene imposto il silenzio elettorale
vorremmo remixare un vecchio slogan:

“SOTTRARSI, MOLTIPLICARSI E RILANCIARE”.

LOA Acrobax
www.acrobax.org

manifesto astensionista

Autore:
autonomi
Immagine5:
no vo(mi)tare
Sommario:
manifesto astensionista

QUESTA SOCIETA' E' IN PUTREFAZIONE...

la guerra, rinominata magari missione umanitaria, come condizione permanente
il progressivo peggioramento delle condizioni lavorative e salariali
lo smantellamento dello stato sociale
la mercificazione del vivente (ogm, crisi energetica, eugenetica)
lo scempio ambientale provocato da un sistema industriale votato al profitto
l'ingerenza della chiesa e di tutte le religioni che rivendicano il dirittro alla menzogna, il sessismo e l'omofobia
l'incitamento alla guerra fra poveri in nome di dio nazione razza

non sarà un voto a cambiare o invertire la tendenza del capitalismo alla distruzione e alla barbarie

non votare, non collaborare
autorganizzarsi, lottare

NON VOmiTARE!

AUTONOMI

E' tempo di votare!!

Autore:
Giandecaro
Immagine5:

Contro l'eterna, rituale presa per il culo...
NON VOTARE!!!

O al massimo vota:
Antonio La Trippa! (http://www.dekaro.it/latrippa.html)

Per un futuro migliore: Antonio La Trippa!

http://www.dekaro.it

-- -- -- -- -- -- --

GIOVANI E CANDIDATI. IL "COLPO D'OCCHIO" DEL PD

autore:
comiromanord
Sommario:
CINEMA ED ELEZIONI. PARALLELI IMPOSSIBILI?

GIOVANI E CANDIDATI, IL "COLPO D'OCCHIO" DEL PD"
analisi contadina delle strategie elettorali delle elezioni nei municipi.
E' possibile un parallelo immaginario con il film "Colpo D'occhio" di Sergio Rubini?
Paradossale, assurdo? Perchè? In fondo cosa costa far decollare la fantasia e ragionare anche in astratto sulle elezioni del 13 aprile prossimo.
Lo trovate nella sezione OTTAVIA del sito www.ciardullidomenico.it.

http://www.ciardullidomenico.it/OTTAVIA/OTTAVIA_INDEX....