Analisi
Dom, 20/07/2008 - 11:48
Intervento di Marco Rizzo al V Congresso Nazionale del PdCI
Volevo ringraziare Diliberto per la compiutezza della sua relazione, ma sono anche invidioso del tempo che aveva a disposizione e che avrà nella replica conclusiva. Per questo motivo gli porrò anche alcuni quesiti. Il breve periodo che ci separa dall’Agosto vedrà compiersi i congressi dei partiti che ancora si definiscono Comunisti. Così come breve e rapida è stata la stagione che ha portato le classi dirigenti di questi due partiti dalla “sbornia” nuovista dell’Arcobaleno alla riscoperta per alcuni di nuove proposte di unità, per altri ad un comunismo “rifondato” o “costituente”.
L’impressione di chi ha seguito e partecipato ai congressi preparativi non può certo dirsi soddisfacente. Troppe volte è avvenuto quello che non doveva accadere sul tesseramento, sulle “truppe cammellate”, sulla faziosità, su regole dubbie comunque disapplicate, ma soprattutto sui veleni che distruggono la solidarietà tra compagni.
Forse questo è capitato più a Rifondazione che tra noi, ma certo non sono bei segnali.
Cosa è successo? Quattro mesi fa, solo 120 giorni fa, si vaticinava un risultato elettorale vicino dal 12 al 15 per cento, ora invece, non ci siamo praticamente più.
E certo quindi bisogna indagare, capire, riflettere. Il tempo è tiranno e quindi posso parlare di un solo caso, quello dell’operaio del Nord che ci ha abbandonato e che magari ha anche votato per la Lega.
E’ un caso che conosco da vicino perché, come sapete, mio padre era un operaio.
Cosa abbiamo dato ai lavoratori negli ultimi vent’anni in cui la sinistra comunista si è cimentata con la vicenda del governo? Abbiamo provato a resistere nei confronti di chi diceva che le idee erano finite, che non era più il tempo delle ideologie, poi gli abbiamo consegnato dei leader privi di qualunque passione, non faccio i nomi per non polemizzare, ma certo mio padre era sicuro che Secchia, Togliatti, Longo e Berlinguer quando tornavano la sera a casa pensavano ai suoi problemi. Oggi non è più così. Ed alla fine non vi è stata alcuna conquista in questo governismo, anzi ci sono state le leggi del centrosinistra a favore della precarietà, la truffa sul TFR, le pensioni ed il welfare. A questo punto, dopo tutto ciò, questo operaio si è rinchiuso nell’identità territoriale, nella fiscalità federalista e nella contrarietà al diverso, specie se aveva una pelle di un altro colore. Et voilà, il passaggio alla Lega era già cosa fatta!
Sarà per un misto di idealità e di testardaggine ma mi permetto ancora di insistere sul fatto che “non può finire così” e che è necessaria una base nuova di analisi e di proposte da mettere in campo.
Mai come oggi il mondo ed anche il nostro paese dimostrano l’ineguaglianza e la totale mancanza di tenuta e di prospettiva del sistema capitalistico, tra guerra, terrorismo e collasso ambientale. Una critica irriducibile a questo modello di società è non solo giusta ma è l’unica che può dare uno sbocco di sopravvivenza a questo pianeta.
Il comunismo come idea, pratica e forma sociale si può definire entro tale prospettiva.
In Italia la proletarizzazione avanzata della quasi totalità della popolazione si manifesta in contrapposizione ad una grande concentrazione di ricchezza nelle mani di pochissime persone. La precarizzazione ormai totale di ogni forma di lavoro (anche di quelli intellettuali) si alterna con l’ offensiva della politica degli scandali (l’ultimo quello del già socialista Ottaviano Del Turco), del privilegio per i potenti e di un arretramento complessivo dei diritti nel nostro paese.
Diciamo che i fattori oggettivi per una sacrosanta protesta ed una critica serrata al sistema ci sono tutti. Mancano i fattori soggettivi della politica. Serve un “filo rosso” che unisca e ridia forza e identità ad un mondo dei lavori, della disoccupazione e della precarietà che da solo non può farcela in quanto sempre più spezzato e articolato. Questo è il compito moderno e antico della politica di un vero partito di sinistra ed ancor più di un partito comunista.
Mettere in “comunicazione militante” le lotte, le ingiustizie, tutto “quello che non va”, in primo luogo contro le più vistose ed odiose situazioni di disparità.
Se quello che ho detto ha un fondamento, e sinceramente credo di sì, è necessario approfondire alcune questioni e avere, da Oliviero Diliberto appunto una sua risposta, un suo contributo nelle conclusioni.
Cominciamo dall’Europa, questa Europa che deve essere dei popoli, ma che sarà bene che cominciamo a dire è solo dei padroni, matrigna sui diritti e pessima sui temi sociali. Un Europa che arriva a consentire l’orario di lavoro sino a 65 ore settimanali, un vero massacro per i lavoratori! Possiamo cominciare a dire che siamo quindi contro l’Europa? Possiamo cominciare a dire che se gli Stati Uniti sono colonialisti, in quanto fanno le guerre e poi occupano gli Stati (vedi l’Afghanistan e l’Iraq), l’Europa è imperialista, nel senso che non fa le guerre ma che la penetrazione della sua borghesia è fatta di tecnologie, di capitali e di magari di una forza di intervento rapida?
E per tradurla in parole più semplici, se è giusto essere contro i governi degli USA, e quindi è giusto chiedere il ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan, possiamo anche dire che è altrettanto giusto chiedere il ritiro dei nostri soldati dal Libano, anche se questo può dispiacere a D’Alema?
E poi il quadro nazionale, che è quello che conta di più perché incide sulla viva carne della nostra gente.
La nascita del partito democratico ha cambiato questo quadro politico e Diliberto ha ragione quando dice che il partito di Berlusconi e quello di Veltroni sono simili ma non uguali. Certo Berlusconi è l’espressione massima della reazione, con dentro pure i fascisti, ma non pensiamo che i poteri forti non vedano nel Pd un ottimo alleato in quanto se Berlusconi si scontra col conflitto sociale, Veltroni lo vuole narcotizzare. E poi, vogliamo dirla tutta? Se il berlusconismo è una cultura, un modo per noi negativo di pensare e di agire, possiamo dire che il berlusconismo ha permeato fino al midollo il Pd, indifferentemente dal fatto che comandi Veltroni o D’Alema? E sapendo anche che questo non vale per gli elettori e per la base del partito, ma per la sua classe dirigente. Totalmente alternativi al Pd quindi, nella vicenda del governo del paese e pure nelle questioni locali. Con questo non voglio dire che a Pistoia, dove abbiamo il 10% e forse siamo davvero determinanti per costruire le politiche dentro la coalizione di centrosinistra dobbiamo mandare tutto a catafascio. Ma in larga parte del paese, a partire da luoghi simbolici come Bologna e Napoli, noi dobbiamo dire chiaramente che non ci alleeremo più con personaggi e con politiche come quelle di Cofferati o Bassolino, o chi per lui.
Sulla proposta politica: sono felice che sia stata archiviata la proposta pessima dell’Arcobaleno, frutto degli ultimi anni del disastroso governo Prodi. E’ bene perciò un processo unitario e costituente dei Comunisti. Questo è necessario, ma non sufficiente. Serve serenità e condivisione. C’è bisogno di tutti i Comunisti: quelli di Rifondazione, quelli del PdCI e i tanti che stanno fuori da tutti e due i partiti, organizzati o meno. Per questo non posso tacere sul grave errore che si è commesso a Bologna e a Napoli, dove coloro che più si erano distinti nella critica all’Arcobaleno, nella conservazione del simbolo, e poi ancora avevano criticato sia Cofferati che Bassolino, sono stati non solo messi in minoranza (questo può far parte della dialettica politica purchè si rispettino davvero le regole), ma sono stati completamente azzerati negli organismi dirigenti e nella composizione dei delegati a questo Congresso nazionale.
E’ pensabile che il nostro capo operaio alla Fiat di Pomigliano, Gerardo Giannone, non faccia parte nemmeno del Comitato federale di quella federazione e che dirigenti dalla decennale esperienza come Franco Specchio, Luigi Perna, Dolores Madaro ed altri abbiano subito la medesima sorte? E poi ancora, che il segretario uscente di Bologna e l’intero gruppo dirigente di quella federazione siano anch’essi scomparsi da qualunque direttivo? Mi pare un errore profondo che dovrà essere recuperato.
E poi sul lavoro, sul tema fondamentale del lavoro. Possiamo ricordare che dentro la Cgil si sta svolgendo una battaglia essenziale per i contenuti e la natura del sindacato stesso e che ora bisogna saper scegliere e che serve un orientamento chiaro a favore della sinistra di quel sindacato in totale opposizione ad Epifani, che oggi è espressione concreta della trasformazione completa della Cgil nel sindacato concertativo voluto dal Pd. Se questo è vero allora bisognerà, come si può dire, “orientare” e se serve anche criticare quei nostri compagni di partito che hanno votato assieme ad Epifani nel direttivo della Cgil sulla questione della contrattazione nazionale del lavoro.
E ancora sulla legge 30 e sulle leggi della precarietà dobbiamo costruire un movimento di massa e perché quindi non aderire alla proposta di referendum popolare per la loro abrogazione voluto dall’insieme del sindacalismo di base ed extraconfederale? Mi parrebbe giusto far votare un ordine del giorno di questo Congresso in tal proposito.
E per finire, sulla contingenza. Ha fatto bene Diliberto a dirci che per le elezioni europee ci sia un solo partito comunista con una sola falce e martello e, se posso comprendere Paolo Ferrero, che in vista del Congresso di Rifondazione deve essere cauto, non posso non dire che sbaglia quando dice di no a “fusioni a freddo” tra Comunisti. Anche perché arriviamo da un accordo come quello dell’Arcobaleno che non solo è stato deciso da un vertice di pochi ma, dal punto di vista politico, si potrebbe dire che è stato deciso in un freezer!
Diffido dell’idea di avere una linea che pensa alle elezioni come punto principale. Le elezioni e la presenza nelle istituzioni devono essere un punto rilevante ma non dirimente. Quello che conta è più un percorso di lungo periodo sociale, ideale e culturale per riconquistare la fiducia della nostra gente, del nostro popolo. Se noi parliamo a loro solo con l’obiettivo delle elezioni, non ci capiscono e alla fine, poi non ci votano. Dobbiamo evidentemente tornare ad essere forti, a poter contare nella società, e solo a quel punto potremo nuovamente cimentarci col problema del governo del paese anzi, da leninisti dovremmo pensare addirittura al problema del potere ma, dati i rapporti di forza presenti oggi, non vorrei che qualcuno fosse tentato di chiamare il 118, prendendomi troppo alla lettera.
Ma, ironia a parte, semmai tra qualche tempo dovessimo cimentarci di nuovo con maggioranze di governo, devo dire esplicitamente che i nostri ministri non dovrebbero essere più persone fisiche bensì solo obiettivi concreti.
Se dovessi parlare dell’oggi i miei ministri preferiti sarebbero l’abolizione della legge 30, l’abolizione della controriforma Moratti e via di seguito. Il mio assessore preferito, che ne so, alla regione Lombardia, si chiamerebbe “nuovo piano di sanità pubblica” per quella regione.
In sostanza, eventuali maggioranze di centro sinistra, di fronte a forti partiti comunisti potrebbero ricevere i voti per governare solo ed esclusivamente con progetti concreti, dalla parte del popolo e dei lavoratori, e non da quella di persone fisiche occupanti posti da ministro, sottosegretario, assessore o quant’altro.
Concludo dicendo che, se Oliviero Diliberto ha citato il compagno Amendola, grande dirigente comunista quando c’era un PCI con un ben diverso peso nella società ed oltre il 30% dei voti e quando c’era ancora l’Unione Sovietica, oggi la situazione è invece ben diversa e più complicata. In tal senso mi sembra più utile, e lo faccio con immodestia, citare Gramsci: siamo di fronte a 5, 10, 15 anni di dura opposizione politica e sociale, e non possiamo costruire un Partito comunista solo abituato al governo. Dobbiamo predisporre un Partito con una direzione collettiva, un Partito di dirigenti, di quadri, di militanti predisposti mentalmente e capaci praticamente a costruire lotte, vertenze e movimenti nella società. Dobbiamo dimostrare alla nostra gente, al nuovo proletariato, l’utilità sociale della presenza del Partito Comunista.
Ci hanno chiesto di essere una sinistra buona. Voglio rispondere a Veltroni, D’Alema, Rutelli, Vendola e quanti altri, che noi lavoreremo solo per una sinistra vera, e quindi anticapitalista, antiliberista ed antimperialista, ed in più vorrei ricordare che lavoreremo avendo come obiettivo una società di liberi ed eguali. Lavoreremo cioè per il comunismo!
http://www.ilbriganterosso.info/dblog/articolo.asp?art...
Dom, 20/07/2008 - 11:21
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c'era rimasto nessuno a protestare.
Bertolt Brecht,
Berlino, 1932
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Dom, 20/07/2008 - 02:06
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http://dailymotion.alice.it/video/x65x7q_marina-petrel...
domenica 20 luglio 2008
LIBERTA' PER MARINA PETRELLA!
Samedi 19 juillet 2008
Oreste Scalzone, 17 luglio 2008 per ANSA
ANSA, Gianotti
"Visti gli ultimi sviluppi della vicenda di Marina Petrella, voglio dare un consiglio ai capifila della società politica italiana.
Consiglio, beninteso, interessato, certo non nel senso dell'interesse privato, ma in quello di centinaia di antichi "insorti", compagni di destino. Ma che – può succedere in rari casi, quelli in cui si può evitare che .
Farebbero bene a riunirsi tutti, un giorno, attorno a una tavola: il Presidente della Repubblica, quelli delle due Camere, il capo del Governo, i capipartito – Berlusconi e Veltroni, Bossi e Fini e Casini e chi per o con loro (e magari anche –per il richiesto – degli ex- come Bertinotti, e altri). Potrebbero decidere di eliminare alla radice il cancro del contenzioso penale infinito come postumo permanente dei cosiddetti "anni di piombo", di cui vicend come quella di Persichetti, Algranati, Battisti e Putrella sono vere e proprie metastasi : questo sarebbe certo liberatorio per noialtri, ma al contempo eviterebbe a loro di collezionare imbarazzi e frustrazioni, attiratisi volendo incrudelire. Dovrebbero ripescar come minimo l'indulto del '97, che prevedeva il riassorbimento del sovra-sanzionamento legato alle aggravanti , lesivo in permanenza del diritto eguale.
Altrimenti, per troppo voler stringere, a voler raschiare il fondo del barile finiranno a dare 'come il morso di un cane su una pietra'.
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Samedi 19 juillet 2008
FRANCIA:MARINA PETRELLA SI STA SPEGNENDO,ALLARME MEDICI/ANSA
EX BR DA CARCERE A OSPEDALE, 'STA FUGGENDO VIA DALLA VITA' (ANSA) - PARIGI, 14 LUG -
"Crisi suicidaria acuta", "suicidio passivo per autoabbandono", "stato di disperazione esistenziale con caduta di spirito vitale": queste sono alcune delle diagnosi tratte dai referti dei periti medici del carcere, degli ospedali e delle autorità sanitarie francesi che si occupano in queste ore di Marina Petrella, in attesa di estradizione in Italia.
L'ex brigatista, 54 anni, è in "sciopero della vita", come ha titolato 'Le Monde', da quando si è prodotta nella sua psiche e nel suo fisico una "rottura". Il suo "pensiero ossessivo - riferiscono persone che l'hanno visitata ed hanno parlato con lei negli ultimi giorni - è liberare le sue figlie dalla prospettiva di andare a portar fiori ogni settimana sulla tomba di una persona sepolta viva", cioé di passare il resto dei suoi giorni in carcere. "Se muoio - queste le sue parole - potranno almeno elaborare il lutto, il dolore e alla fine liberarsene".
La Petrella, condannata all'ergastolo in Italia e rifugiatasi in Francia nel 1993, è stata arrestata nell'agosto 2007 e il 3 giugno scorso il governo francese ha dato il via libera alla sua estradizione in Italia". Il presidente francese Nicolas Sarkozy nei giorni scorsi ha scritto al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi - compiendo un gesto assolutamente inedito - per chiedergli di farsi latore di una richiesta al presidente
Napolitano di graziarla "il prima possibile". Marina Petrella, il cui stato di salute per il rifiuto di alimentarsi, di essere visitata o curata, continua ad aggravarsi, avrebbe già perso 20 chili. In particolare, la
Petrella non si oppone alle cure che le vengono impartite, o alle trasfusioni di cui ha bisogno, ma non offre alcuna collaborazione e ripete - dicono i suoi intimi -"che alla fine di questo incubo riuscirà ad evadere dalla vita". Da ieri sera é stata trasferita in ospedale perché il carcere non è più compatibile con il suo stato di salute.
Il comitato che si è creato in Francia a sostegno alla Petrella - fra cui spiccano personalità come il filosofo Edgar Morin, l'ambasciatore Stephan Hessel, il presidente dell'Unione chiese protestanti Jacques Maury - si riunisce con vari collettivi ogni giovedì in pubblico per chiedere la revoca del decreto di estradizione, in applicazione della "clausola umanitaria prevista dalla Convenzione europea sulle estradizioni del 1957.
Carla Bruni, consorte di Sarkozy, aveva detto in un'intervista a Liberation che Marina Petrella "deve essere curata come ogni persona umana e per questo la prigione non è il luogo ideale". Sua sorella, Valeria Bruni Tedeschi, ha chiesto l'autorizzazione di andare a visitare in carcere la Petrella e si è presentata all'ospedale dove è ricoverata la detenuta, ma è stata respinta perché non aveva autorizzazioni.
(ANSA).
Vendredi 18 juillet 2008
FORUM NOUVEL OBSERV. sur Marina
"Les années de plomb en Italie, l´extradition de Marina Petrella."
On vous signale que dans le site du NOUVEL OBSERVATEUR, vous pouvez trouver un FORUM sur l'Affaire Marina Petrella &t environs..., au cours duquel Docha Belgrave, Laurent Meynart et Oreste Scalzone, des Collectifs de soutien à Marina, respondent pendent deux heures à une serie nourrie de questions.
http://forums.nouvelobs.com/1426/Doucha__Belgrave__et_...
Sab, 19/07/2008 - 20:50
www.sergiofalcone.blogspot.com
Si è parlato a lungo della questione delle impronte, da prendere ai rom "che delinquono", ai rom in genere, anche ai bambini rom, con cerchi d’applicazione nella strategia di controllo variabili secondo i deliri degli imprenditori politici della società disciplinare.
La strategia di una parte della sinistra, anche in buona fede, è stata quella di rispondere: “prendetele a tutti”, “prendetele anche a noi”. Un errore grave. Le impronte non vanno prese a nessuno. Tanto meno a chi, come i rom, è già guardato a vista, ispezionato, spiato, diretto, legiferato, regolamentato, incasellato, indottrinato, catechizzato, controllato, stimato, valutato, censurato, comandato.
La controrisposta istituzionale (“le prenderemo a tutti, le prenderemo anche a voi…”) ha spiazzato molti sinceri militanti antirazzisti, ma era francamente prevedibile da chi guardasse le cose con la necessaria diffidenza critica. A maggior ragione, era ipotizzabile un allineamento veltroniano alla logica dell’allargamento dei controlli, a dispetto del restringimento dei diritti.
Dall’emergenza al controllo
A questo punto dovremo cominciare a interrogarci sulle dinamiche che corrono tra immigrati e minoranze da un lato e popolazione autoctona e maggioritaria dall’altro, dal punto di vista dell’estensione delle pratiche autoritarie.
La sensazione è che ciò che sta accadendo contro i migranti e i rom sia un laboratorio, un banco di prova di un progetto di potenziamento dell’apparato repressivo e di controllo statale, volto a imbrigliare le vite di tutti. Un apparato che mai come adesso, sotto un sedicente liberalismo, è stato tanto forte.
I codici amministrativi e quelli penali inventano o aggravano pene fino a qualche anno fa assolutamente impensabili (pensiamo a quanto rischiamo ogni volta che guidiamo un’automobile) e i migranti (descritti come pericolosi, clandestini, ubriachi..) sono stati l’oggetto di campagne mediatiche che hanno determinato, sull’onda emotiva dell’emergenza e dell’allarme sociale, il giro di vite nell’ambito penale e delle pratiche di controllo (vigilantes, telecamere, esercito utilizzato con funzioni di polizia… l’elenco sarebbe lungo).
Sostanzialmente la strategia è quella di criminalizzare prima una parte debole della società (i rom italiani, i giostrai, i senza fissa dimora, i giovani che bevono il sabato sera, i migranti…), in seguito introdurre apparati di sanzione e di controllo degni di una società disciplinare chiusa (una dittatura, insomma), giustificare poi il passo come una normativa estemporanea volta a combattere un’emergenza e infine, alla prima lamentela del governo ombra, estendere democraticamente a tutti il supplizio.
Per questo credo che difendere i migranti non sia semplice umanitarismo, ma risponda alla necessità di contrastare pratiche di repressione e disciplinamento che entrano in vigore col pretesto di applicarsi solo ai migranti.
Ovviamente questa strategia autoritaria funziona perché il razzismo istituzionale e le prassi mediatiche, attraverso la criminalizzazione dei migranti, hanno separato la società e la stanno ricompattando in maniera fittizia attraverso l’immagine dello straniero, del diverso, rappresentato come pericoloso e criminale.
Cittadinanze e censo
Anche sulla questione della cittadinanza, la sensazione è che sui migranti, sui rom e sui marginali si stiano facendo delle prove di laboratorio su quello che poi si potrà estendere anche agli altri. La cittadinanza infatti potrebbe, guardando al futuro col giusto cinismo, spostarsi su indici di censo, come già richiesto in certi comuni per la residenza agli stranieri, e quindi risultare non un attributo universale, di filiazione illuminista, ma un elemento fluttuante, diretta funzione del proprio conto in banca o dei privilegi accumulati.
Il risultato sarebbe una stratificazione civica: in alto i cittadini, sopra una certa fascia di reddito, poi quei meteci che hanno diritto di soggiornare dando conto ogni anno della loro provata lealtà al sistema produttivo italiano, alle istituzioni e al governo, infine gli esclusi da ogni diritto, definiti clandestini. Tra questi potrebbero rientrare anche individui finora protetti dalla nascita in un paese comunitario, ma identificati come gruppo sociale subalterno, facilmente criminalizzabile (ad esempio i romeni poveri, o i giovani devianti, o quelli senza fissa dimora, i tossicodipendenti, ad libitum…). Chi appartiene a questo gruppo sarà, alla minima resistenza, alla prima parola di lamento, represso, emendato, vilipeso, vessato, cacciato, deriso, accoppato, disarmato, ammanettato, imprigionato, fucilato, mitragliato, giudicato, condannato, deportato, sacrificato, venduto, tradito, e per giunta, schernito, dileggiato, ingiuriato, disonorato, tutto con il pretesto della pubblica utilità e in nome dell’interesse generale.
Censire, controllare
Tornando al progetto di Maroni, già in corso d’opera, di censire i rom, a ragione si ribatte che non sia un censimento ma una schedatura. Che il censimento lo fa l’Istat e non la polizia. Che funziona attraverso lettere e non con un tipo in divisa con una mascherina bianca che ti pigia le mani nell’inchiostro.
Fosse anche solo un censimento (ma non lo è), andrebbe comunque combattuto. Si deve dire di no alla criminalizzazione di rom e sinti, siano italiani o immigrati. E questi censimenti, ridicoli perché destinati alle persone più controllate d’Italia, orribili perché finalizzati solo alla loro esposizione mediatica come un gruppo pericoloso, esprimono una volontà di controllare i poveri e i marginali che va di pari passo con il desiderio di garantire l’impunità ai potenti.
Censimento ricorda parole che separano. La ricchezza. Il censo. Il censore, il magistrato romano che vigilava sulla pubblica sicurezza. Ma anche la prestazione dovuta nel medioevo per ottenere un beneficio.
Numerare, contare, è una delle prime strategie di creazione della disuguaglianza.
Il censimento, inutile dirlo, è poi una strategia di controllo: permette di verificare la composizione di una popolazione e se possibile di modificarla.
Ancora a ragione, si ricordano i risultati devastanti del censimento italico o alemanno (absit iniuria verbis) della popolazione ebraica. O quello imposto nel 1930 dai colonialisti belgi alle popolazioni dell’attuale Ruanda, laddove i funzionari censenti, incapaci di distinguere tra tutsi e hutu, ma convinti che i primi fossero alti e nobili e i secondi contadini (e pertanto bassi), decisero di distinguere tra le etnie, fino allora fluide, affidandosi un po’ all’altezza delle genti, e poi, con maggior sicurezza, al numero di capi di bestiame posseduto: se avevi almeno dieci buoi eri un tutsi, altrimenti rimanevi un hutu. Per sempre. Certificato da carte d’identità che dopo settant’anni esistono ancora e che hanno deciso della vita e della morte di migliaia di persone.
E’ evidente allora che un censimento è un atto amministrativo che risponde a una logica di disciplina e controllo della popolazione, e questa logica si fa più perversa quando cerca di imporre un sigillo etnico sulle spalle dei censiti.
In ogni caso, quando il potere chiede di dare conto di sé di fronte all’autorità, di farsi numerare, chiede solo di farsi disciplinare, controllare, soggiogare. Proudhon docet. Teniamolo in mente, e diffidiamo dalle pratiche di controllo. Anche quelle amministrative. La banalità, tutta amministrativa, della faccia di Maroni è quella di un ometto qualunque che prepara il confino, l’individuazione etnica e l’allargamento delle strategie di controllo e concentramento della minoranza più importante d’Europa. Banalità del male, verrebbe da dire.
Sab, 19/07/2008 - 09:39
autore: PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE Sommario: Da "COMUNISMO" n. 64 - giugno 2008 INDICE DEL NUMERO:
— PREFAZIONE: Carestia.
— IL MOVIMENTO OPERAIO NEGLI STATI UNITI D'AMERICA [RG99]: (V - continua del numero scorso) Riprende l’attività sindacale - Alternative illusorie - La ripresa economica degli anni ‘40 (continua).
— L’ANTIMILITARISMO NEL MOVIMENTO OPERAIO IN ITALIA [RG100] (X - continua dal numero scorso) Il PSI davanti al “fatto compiuto” - Parlamentarismo contro-rivoluzionario nel primo anno di guerra - Governo di unità nazionale e complicità socialista con l’imperialismo patrio - La condanna di Lenin del pacifismo borghese (Continua).
— LA QUESTIONE EBRAICA OGGI [RG98-99]: (V - continua dal numero scorso) 8. Trenta denari, tradimento o investimento? 9. Il Comunismo (fine del rapporto).
— IL MARXISMO E LA QUESTIONE MILITARE: [RG97] (II) 4. La violenza nello sviluppo e nel crollo della società schiavistica: Roma - Quadro storico-economico - 5. Lo sviluppo della legione romana - Dalla Città-Stato alla Repubblica: la legione organizzata per manipoli - Le guerre puniche - L’esercito professionale - La legione nell’età imperiale (continua).
– Dall’Archivio della Sinistra:
- Manifesto dell’Internazionale Comunista
al proletariato di tutto il mondo (6
marzo 1919).
- Dalle Tesi della Sinistra al III
Congresso del PCd’I (Lione, 1926).
PREFAZIONE: CARESTIA
Nell’Apocalisse di Giovanni, il solo libro profetico del Nuovo Testamento, si legge che, con la rottura dei Sette Sigilli del Libro irrompono sulla scena del mondo i quattro Cavalieri. Visioni e simboli costituiscono la sostanza di una forma letteraria dove non esiste alcun riferimento alla seriazione cronologica degli avvenimenti, descritti per immagini violente: passato presente e futuro si sviluppano su piani che si intersecano e si sovrappongono.
Le scienze storiche borghesi, al loro sorgere ed affermarsi e poi quella rivoluzionaria del proletariato hanno espunto dalla storia la metafora e l’irrazionale, ed in particolare la nostra scuola afferma la “razionalità” del procedere storico, cioè la sua prevedibilità nei diversi esiti possibili e la leggibilità oggettiva dei fatti. Nella sua fase decadente e finale, la borghesia ha abbandonato il fardello e il privilegio delle scienze storiche, ritorna all’ideologia reazionaria dell’inconoscibile, dell’irrazionale, o di una sterile logica dell’evento, stante l’inconoscibilità totale del processo nel suo insieme, ed ha preteso di chiudere la questione con la scienza della Rivoluzione etichettandola secondo la formula “miseria dello storicismo”.
Ma gli eventi attuali sono così minacciosi per la sua sopravvivenza che la borghesia è costretta a cercarne spiegazioni e tentare rimedi. A scadenze fisse, quindi, il mondo borghese, come rito di purificazione per le infamie che quotidianamente perpetra, convoca conferenze internazionali che di anno in anno si ripetono in stanche liturgie di inutili carrozzoni sovranazionali, i cui costi non hanno altra giustificazione che il mantenimento del teatrino delle buone intenzioni per “un mondo migliore”.
Se lo scorso anno l’attenzione era puntata sullo slombato tema dell’ecologia, dello “sviluppo sostenibile”, questa volta è un organismo dell’ONU che in gran pompa si è riunito a Roma per dibattere la questione della fame nel mondo.
Se possibile, i risultati sono stati ancora più vuoti e vergognosi del precedente summit. La discordia tra le delegazioni, tra produttori e importatori, tra paesi “poveri” e “ricchi”, è stata così alta che non sono riusciti nemmeno ad emettere un documento conclusivo di sintesi, per quel nessun valore pratico che naturalmente tutto questo avesse. Tanti e tali gli interessi contrastanti tra gli Stati nazionali, che neppure una generica concordanza sulla carta è stata possibile.
La cosa non desta in noi nessuna delusione. Rileviamo soltanto che nel migliore dei mondi possibili e praticabili, malgrado la spaventosa capacità produttiva, immensa e quasi inarrestabile alla scala del globo, il numero di quanti sono al limite o al di sotto della sussistenza, cioè muoiono d’inedia, cresce ad un tasso superiore della crescita della popolazione mondiale.
Il dato oggettivo, come è diffuso, rammenta da vicino una fondamentale previsione della nostra scuola, la crescita della massa della miseria, sempre in relazione alla ricchezza prodotta, talvolta anche in assoluto. E in questo declinante rapporto sta la condanna storica del modo di produzione capitalistico, incapace di mantenere i suoi schiavi. Si è costretti quindi a parlare impunemente di crisi alimentare, e quasi desta stupore che il termine salti fuori brutalmente e senza giri di parole dopo due secoli di borghese Scienza razionale, di borghese Democrazia politica e di borghese Progresso economico. Significa forse che i teorici del capitalismo e i paladini dello “sviluppo sostenibile”, cominciano a convenire che il processo di produzione della ricchezza tende a concentrarla in mani sempre più ristrette, in aree sempre più limitate, a dispetto della sua massa sempre crescente, sì che anche la produzione dei mezzi di sussistenza segue la stessa tendenza?
Per un mondo cinico e spietato la questione non si pone neppure. Le “spiegazioni” che sono fornite dai “teorici” dell’economia sono tutte tecniche e, ovviamente, soltanto nell’ambito delle tecniche del capitalismo, seppure “riformato” e “addomesticato”, si cercano povere o fantasiose ricette al massacro delle generazioni, alla fame che attanaglia una gran parte dell’umanità. Tutto, alla fine, si riduce al sogno di una sorta di super comitato di salute pubblica mondiale, che dovrebbe disciplinare il comportamento di Stati e mercati verso atteggiamenti più “virtuosi”; con il che si potrebbero magari anche eliminare, o almeno controllare crisi finanziarie, speculative, inflazione, e via dicendo. Programma talmente campato in aria che gli stessi che lo hanno proposto sono i primi ad affermare che è inattuabile.
Tra i tanti critici borghesi “democratici” che hanno manifestato il loro disappunto peloso sul fallimento, è venuta fuori la richiesta di sgombrare il campo dal manicheismo che continuerebbe a propalare la tesi che la crisi scaturisca dal mercato, cioè dallo scontro tra paesi ricchi ed avidi e Stati poveri: la considerazione, per altro, è affine alla nostra, che ha sempre combattuto queste tendenze “terzomondiste”, che trovano spazio nel “movimento”, che condannano l’imperialismo per salvare il capitalismo. Allo stato attuale dello sviluppo capitalistico, della sua assoluta pervasività in ogni piega dei processi produttivi mondiali, la terribile realtà della fame è una inevitabile conseguenza della produzione capitalistica di merci: grano, derrate agricole, mais, acciaio, ferro, petrolio, manufatti di ogni sorta. Nemmeno la “produzione intellettuale”, bene sui generis, sfugge a questo destino. Tutto ciò che è attività umana è sottoposto alla legge dell’accumulazione di capitale, tutto quanto è prodotto deve essere messo sul mercato per la realizzazione del profitto. Per produrre le merci occorre affamare il mondo, quanto più il mondo è ricco di merci tanto più è povero e affamato.
In particolare sulla produzione agricola grava, in regime capitalistico, il peso sempre crescente della rendita fondiaria, sia nella sua forma assoluta, sia in quella, ineliminabile, differenziale. La soggezione ai ritmi stagionali e ai tempi della crescita biologica anche spingono verso l’alto i prezzi delle derrate. Non esiste più una produzione di derrate alimentari che sul piano locale o di nazione sia bastante al consumo interno e la produzione alimentare è ormai pienamente assorbita nei vortici dell’accumulazione, della finanza, della rendita, del mercato a dimensione planetaria. Al centro di questo turbine non sono né i consumatori affamati né gli Stati – siano essi produttori o consumatori, protezionisti o liberisti – ma l’anonimo e algido Capitale Investito che, da un tabellone appeso in due solo Borse Merci, decide della vita o della morte delle moltitudini. È questa una verità ovvia, ma che gli spiriti nobili dei consessi mondiali fanno finta di ignorare.
E la crisi alimentare è solo un aspetto, l’ultimo e definitivo, delle crisi che sempre a più breve scadenza agitano il mondo capitalistico, di saturazione dei mercati, delle risorse energetiche, della finanza che fa aggio sulla produzione di beni. Non è allora paradossale che gli stessi paesi cosiddetti ricchi, che partecipano a vario titolo e percentuale al grande banchetto dell’abbondanza capitalistica, rischino una drastica riduzione del consumo, alla scala sociale, di quei beni che hanno avuto a disposizione per tutto il secondo dopoguerra e in misura crescente.
Senza considerare tutte le altre condizioni critiche che avviluppano il procedere del capitalismo, basta considerare il sistema di produzione agraria che caratterizza i grandi paesi sviluppati, a capitalismo maturo, e che da parte degli Stati viene difeso con ogni mezzo protezionistico possibile contro i concorrenti – in primis i paesi cosiddetti del terzo mondo.
Benché la concentrazione della produzione agraria abbia spazzato via ogni forma parcellizzata ed il fabbisogno alimentare possa godere di una estesa rete di trasporti e distribuzione intercontinentale, nel capitalismo questo si traduce, paradossalmente, da un lato in cronica sovrapproduzione, dall’altro in aumento dei prezzi al consumo, oltre a rendere tutto il sistema drammaticamente fragile e incapace di rispondere ad una qualunque crisi, ad esempio nell’ambito dei trasporti, o a dipendere strettamente dai costi dei carburanti. La forza della forma industriale della produzione agricola sotto il regime del profitto e della rendita nasconde una intrinseca debolezza tanto che affamare la popolazione di un paese capitalista è più facile oggi di quanto non lo fosse cinquanta-sessanta anni fa. Come del resto mettere in crisi e ridurre al silenzio la meraviglia della “comunicazione globale”, che dipende da una tecnologia esasperata e fragilissima.
Di fronte all’orrore assoluto dell’Inferno in cui il capitalismo precipita l’umanità tutta, finché non sarà fermato dalla Rivoluzione, vogliamo chiudere queste righe di apertura della Rivista, che è il segno tangibile del nostro lavoro poco visibile ma coerente, con una parafrasi di quel lontano modo letterario che dicevamo per descrivere il futuro che la società del profitto sta preparando: Carestia, Guerra, Pestilenza, Morte. Il Capitalismo cavalca oggi il primo Cavaliere. Al nauseante tanfo di cadavere che s’innalza dalla società borghese, e alle sue reiterate apocalittiche minacce, si oppone, nei fatti prima che nelle coscienze e nella battaglia sociale, l’incorrotta scienza storica marxista, “ragione dialettica” e scienza per l’ultima rivoluzione rigeneratrice della storia, quella della vitale generosa e robusta classe internazionale dei lavoratori.
PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE
icparty@international-communist-party.org
http://www.international-communist-party.org/Comunism/...
Ven, 18/07/2008 - 12:40
Sommario: una weblografia approfondita sulla relazione tra coca-cola e sindacalismo in america latina Un anno fa partivamo, via Caracas, alla volta di Bogotà: cinque amici, un’associazione (Ipo) a supportarci nel progetto e parecchia voglia di capirci qualcosa attraverso l’esperienza “in presa diretta”.
Il progetto si è rivelato tanto mutevole e polimorfo da assumere le sembianze di un blog d’informazione “vivo e vegeto” ben oltre il tempo previsto, da questa esperienza gli altri ragazzi hanno maturato progetti differenti sul tema della cooperazione dal basso di cui arriverà a breve un contributo su queste pagine; Ipo continua il suo meritevole lavoro in Colombia e non solo, nonostante le tante peripezie di questi tormentati mesi.
Cogliamo quest’occasione, un anno di vita, per fare un passo indietro alle origini di DiarioColombia: riproponiamo oggi una weblografia ragionata sull’impatto sociale del marchio Coca-Cola in AmericaLatina; nient’altro che una collezione ragionata e documentata d risorse ed indirizzi per una riflessione collettiva attorno alla relazione tra sindacalismo e spudoratezza del tanto conclamato Brand…
Segue la weblografia all'indirizzo:http://diariocolombia.wordpress.com/2008/07/18/diariocolombiaritorno-alle-origini/
Mer, 16/07/2008 - 22:31
Sommario: È stato annunciato l’inizio dei lavori per il Ponte sullo Stretto nel 2009, è stata confermata l’assegnazione dell’appalto Ponte, autostrada, inceneritori.
L’imbarazzante curriculum di Impregilo
14 luglio 2008
È stato annunciato l’inizio dei lavori per il Ponte sullo Stretto nel 2009, è stata confermata l’assegnazione dell’appalto
all’impresa vincitrice. Ma in pochi ricordano quanto fatto da Impregilo negli ultimi anni, dalla Salerno – Reggio Calabria
fino agli inceneritori campani. Un biglietto da visita imbarazzante che dovrebbe porre più di un interrogativo…
Stavolta ci siamo? Dopo 150 milioni di euro spesi dalla società “Stretto di Messina” dal 1971 in poi, dopo 126 chili di carte e progetti, dopo l’ultimo bilancio conosciuto di 10 milioni e 767 mila euro c’è oggi l’impegno chiaro del governo nazionale (Berlusconi: “la prima pietra nel 2009”) e di quello regionale, un appalto già vinto ed assegnato, una cordata guidata da due delle maggiori ditte di costruzioni del Paese: Impregilo e Condotte.
Pietro Ciucci, presidente di ANAS e della società Stretto di Messina, in un recente intervento ha detto che ''dallo Stato servono circa 2,2 miliardi di euro contro i 2,5 miliardi del precedente progetto, da reperire nel bilancio dello Stato e non in Fintecna''.
Il resto sarebbe da reperire nel mercato.
Sembra dunque che, tolto il non trascurabile aspetto finanziario, non manchi niente all’apertura dei cantieri.
Se però l’appalto fosse riassegnato con uno di quei colloqui di lavoro dove il candidato presenta il curriculum,
Impregilo avrebbe seri problemi. In pochi ricordano quanto avvenuto negli ultimi anni, dalla Salerno – Reggio Calabria
fino agli inceneritori campani. Un biglietto da visita imbarazzante che dovrebbe porre più di un interrogativo…
Protocolli d’intesa
Diciassette marzo 2004. Impregilo – in associazione con Condotte – vince l’appalto del secondo e del terzo maxi lotto
della Salerno - Reggio Calabria, dallo svincolo di Gioia Tauro in giù, per un importo complessivo di 1.200 milioni di euro.
La gara, iniziata nel mese di agosto del 2003, rappresenta una delle principali applicazioni della Legge Obiettivo,
con tempi di realizzazione di circa 3 anni e mezzo dalla consegna. Una proiezione della CGIL, oggetto di sdegnate smentite,
pronostica invece il 2035 come l’anno di definitiva chiusura dei lavori. I cantieri sono stati aperti nel 1997.
Il 30 gennaio del 2003 ANAS e prefetture di Reggio Calabria e Vibo Valentia siglano un primo protocollo d’intesa,
cui aderiscono le imprese ed i sindacati. Sono previsti cantieri blindati e posti di blocco della Guardia di Finanza;
sbarramenti e controlli elettronici per persone, materiali e mezzi; coordinamento con le DDA e le Procure della Repubblica
di Calabria, Campania e Lucania; nuova assunzione di personale ANAS “specializzato in sicurezza”; controlli a tappeto
su appaltatori e subappaltatori; “contrassegni di identificazione elettronica” sugli automezzi impegnati nei lavori.
Il primo aprile 2005 l’ANAS, la cordata guidata da Impregilo e la Prefettura di Reggio Calabria firmano
un ulteriore protocollo d’intesa per la “prevenzione dei tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata”.
L’impegno sottoscritto è finalizzato a “coadiuvare l’attività delle Istituzioni, ad adottare tutte le misure del caso atte ad evitare
affidamenti ad imprese sub-appaltatrici e sub-affidatarie nel caso in cui le informazioni antimafia abbiano dato esito positivo.
[…] Impregilo effettuerà anche controlli, verifiche e monitoraggi per scongiurare l’intromissione di imprese irregolari, forme
di caporalato o lavoro nero […] L’adesione al protocollo firmato oggi è particolarmente significativa perché testimonia ancora
una volta l’impegno di Impregilo a contrastare quei fenomeni illeciti quali la criminalità organizzata e la corruzione,
nonché a garantire la massima trasparenza ed affidabilità nei sub-appalti”.
Solamente due anni più tardi queste parole assumeranno il sapore amaro della beffa: il 7 luglio 2007, quindici persone
sono arrestate dalla procura di Reggio Calabria con l’accusa di associazione mafiosa ed estorsione.
Secondo i magistrati, le imprese aggiudicatarie versavano il 3% come “tassa sicurezza cantiere”, e spesso avrebbero affidato
a società di riferimento la fornitura di materiale e servizi, talvolta con la mediazione di imprenditori insospettabili capaci
di aggirare le informative antimafia.
Ogni intervento sui cantieri, secondo le indagini, era stato spezzettato secondo il criterio della competenza territoriale:
ai Mancuso, il tratto Pizzo Calabro-Serra San Bruno; ai Pesce, il tratto tra Serre e Rosarno; infine, ai Piromalli la zona
tra Rosarno e Gioia Tauro. Nell' elenco degli indagati c’è il patriarca Gioacchino Piromalli, 73 anni, vera cerniera
tra gli anni '70 e il 2000 per tutti i lavori pubblici dell’area: dal Centro siderurgico (mai realizzato) al porto di Gioia Tauro,
fino all’autostrada, dalla prima costruzione agli appalti odierni.
Vittime o colluse?
"La 'ndrangheta raggiunge tutte le attività", dichiara alla stampa il procuratore di Reggio Calabria, Franco Scuderi:
"Ci sono facce compiacenti che prestano la loro immagine formalmente pulita per aggirare la normativa antimafia.
Addirittura emerge un quadro secondo cui, dal Nord, le grandi ditte inviano i loro emissari per mediare con la 'ndrangheta,
per ricercare ditte così dette a modo e gradite alle cosche per ottenere forniture di beni, noli di automezzi".
“Intorno all' autostrada non si scatenano soltanto gli appetiti della 'ndrangheta. Ci sono anche gli interessi di imprese
nazionali e internazionali che, nel corso degli anni, si sono aggiudicati i lavori per le grandi opere in Calabria.
C' è la convenienza che ha fatto stringere patti, accordi difficili da rinnegare all'improvviso. Eppure il cambiamento
è un vero cambiamento solo se questi patti verranno sciolti” dichiara il neo procuratore capo di Reggio Giuseppe Pignatone.
Il presidente degli industriali calabresi Umberto De Rose sostiene che qui “le imprese del Nord non hanno dato un buon
esempio", e Confindustria in sostanza usa due pesi e due misure per giudicare i suoi iscritti, espulsione per i piccoli
che si arrendono al pizzo, silenzio per le grandi aziende.
Roberto Di Palma, magistrato della DDA di Reggio, ad un certo punto si è chiesto:
“Imprenditori sottoposti ad estorsione o collusi?”.
Imprese come Condotte ed Impregilo, si legge nel Decimo Rapporto di Sos Impresa “Le mani della criminalità sulle imprese”,
avevano insediato nelle loro società due uomini che, secondo gli inquirenti, “da sempre avrebbero avuto a che fare
con esponenti della criminalità organizzata e con imprese di riferimento alle cosche”.
Dalle indagini è emerso che il famoso 3% sarebbe recuperato con “l’alterazione degli importi delle fatture”.
“Né alla società né ai propri dirigenti è mai stato notificato alcun provvedimento da parte della magistratura da cui
si possano desumere rapporti con la criminalità organizzata per l'autostrada Salerno Reggio Calabria”,
afferma Impregilo in un comunicato stampa.
Francesco Falbo, colonnello della Guardia di finanza e responsabile della Dia di Reggio Calabria, racconta in un’intervista
la sua esperienza diretta: “Il sistema funziona così. Il General contractor, in questo caso Impregilo, quando riceve le offerte
deve chiedere alle prefetture l’informazione antimafia. Per forza. La legge lo prevede per certi importi, dai vecchi 300 milion
di lire in su, ma in realtà già per l’A3 Astaldi, la stessa Impregilo e le altre società hanno fatto dei protocolli d’intesa
per importi inferiori […]”.
La migliore sintesi della situazione è però del procuratore capo di Reggio Pignatone: “La Calabria?
Una terra estremamente povera che affoga in un mare di soldi”.
Interesse strategico nazionale
Tutto inizia nel 1997 quando Antonio Rastrelli, presidente della regione Campania per AN, diventa commissario straordinario
per l'emergenza rifiuti. Sulla base di un progetto dell'Enea e per conto del ministro dell'Ambiente del primo governo Prodi,
redige il nuovo "piano regionale per i rifiuti solidi urbani", che prevede la privatizzazione in blocco del ciclo di smaltimento degli Rsu.
Un piano che porterà, grazie ai suoi successori, al dominio monopolistico dell'Impregilo sul trasporto, il trattamento
e lo smaltimento dei rifiuti di tutta la Campania. L’idea è quella di spremere energia dall'incenerimento delle eco balle,
il cosiddetto CDR (combustibile derivato dai rifiuti).
Alle imprese che si aggiudicano gli appalti infatti il governo garantisce il pagamento a peso d'oro di ogni tonnellata
di immondizia bruciata e la possibilità di vendere l'energia ad un prezzo triplo di quello di mercato. Si tratta dei cosiddetti
“Cip 6”, introdotti fin dal 1992 dal comitato interministeriale prezzi, quali incentivi, pagati dalla collettività con la bolletta
dell'Enel (7%), alla produzione di energia proveniente da “fonti pulite e rinnovabili”.
Gli inceneritori regionali vengono gestiti in regime di monopolio dal gruppo Impregilo, che vive uno dei momenti più critici
della sua pur travagliata storia quando è disposto il mega-sequestro di 750 milioni di euro a carico della società.
Il successivo intervento della Cassazione (dopo una camera di consiglio durata sei ore e mezza) salva la società.
Dopo la tragedia della spazzatura napoletana raccontata dai mass media di tutto il globo, Impregilo si trova in una difficile
situazione: da un lato deve proteggere il suo investimento, cioè riscuotere dallo Stato, dall’altro rischia un crollo d’immagine
come imputato di primo piano del disastro campano.
A fine 2007, si arriva ad una intesa col Commissario straordinario, che passa sotto il nome burocratico di “atto ricognitivo”
e che stabilisce il diritto del gruppo a vedersi rimborsati con denaro pubblico i costi sostenuti per realizzare
il termovalorizzatore di Acerra (non ancora ultimato, ma protetto dalla fine di giugno del 2008 dai militari dell’esercito
italiano in quanto “area strategica nazionale”) e i tre impianti per la produzione di cdr di Caivano, Giuliano e Tufino.
In totale fanno 389 milioni di euro.
Chi è Impregilo
La società vanta numeri da primato: un capitale sociale di 716 milioni di euro, un portafoglio ordini superiore ai 13 miliardi
di euro, oltre 10.000 dipendenti, cantieri aperti in tutto il mondo, dalla Nigeria agli Stati Uniti fino alla Cina.
Negli anni tra il 1989 e 1990 Fiat Impresit e Cogefar si fusero in Cogefar-Impresit. Successivamente furono incorporate
anche le società Girola e Lodigiani, diventando Impregilo Spa (Impre-Gi-Lo).
Sono gli anni di Tangentopoli in cui la società è coinvolta a pieno titolo.
Successivamente ancora fu incorporata la società d'ingegneria Castelli e al termine di quel periodo fu nominato quale presidente del gruppo Franco Carraro, già ministro dello Spettacolo, sindaco di Roma, presidente del Milan, del CON
e della Federcalcio fino al 2006 quando si dimette in seguito a “calciopoli”.
Dalla fine del 2005 circa il 30% del capitale sociale è detenuto da Igli SpA dopo l'esercizio dell'opzione call sulle azioni
detenute da Gemina, controllata dai Romiti. Da febbraio 2007 l'assetto azionario di Igli è composto in modo paritetico
al 33%, dalle società Argofin (gruppo Gavio), Autostrade (Famiglia Benetton) e Immobiliare Lombarda (gruppo Ligresti).
Da evidenziare l’importante presenza delle Assicurazioni Generali e ABN AMRO, ottava banca europe
per capitalizzazione ed acquirente del gruppo Antonveneta.
Chi è Condotte Spa
La “Società italiana per Condotte d’acqua” è stata fondata il 7 aprile 1880. In seguito diventa una società per azioni
e viene acquisita dal gruppo IRI-Iritecna. Nel 1997 viene interamente privatizzata. Nel 2000 lo Stato ne celebra i 120 anni
con un francobollo commemorativo in 50 esemplari che rappresenta un ponte realizzato nel ’68 sul fiume Paranà,
in Argentina.
Negli ultimi anni Condotte si segnala come partner fedele di Impregilo dal Mose alla TAV, dalla Salerno - Reggio Calabria
fino al Ponte sullo Stretto.
Il 20 marzo del 2008 si registra il momento forse più imbarazzante della sua secolare storia, quando la prefettura di Roma
decide di ritirare il cosiddetto “certificato antimafia”, mettendo a rischio numerosi cantieri (250 milioni di euro di contratti
ANAS) e la credibilità internazionale dell’azienda.
Condotte incassa comunque grande solidarietà dai “colleghi”. L’Istituto Grandi Infrastrutture (Igi) – che raccoglie
i costruttori di opere pubbliche - dichiara: la vicenda Condotte “riporta l'attenzione sulla normativa antimafia che necessita
di essere aggiornata, centralizzata e supportata da strumenti di tutela sia per le imprese, sia per le stazioni appaltanti”.
Il 18 giugno il Tar del Lazio annulla il provvedimento prefettizio “per un'evidente mancanza di istruttoria e di motivazione”,
oltre che per carenza di “attualità ed adeguatezza alla realtà”.
Appena due giorni prima i carabinieri arrestavano 33 persone nell’ambito dell’operazione della DDA “Bellu lavuru”,
così chiamata da una intercettazione telefonica tra il boss di Africo Morabito (il celebre “tiradritto”) e la figlia Antonia,
che lo chiama in carcere e dice: - quello della statale 106 è proprio un bel lavoro, cioè un ottimo boccone…
Scenario dell’inchiesta, durata circa due anni, i lavori di ammodernamento della statale 106 jonica,
la via che da Reggio conduce in Puglia, chiamata anche la “strada della morte” per i numerosi incidenti stradali.
Le indagini partirono dalla galleria del comune di Palizzi, la cui volta era interamente collassata, per fortuna senza
conseguenze per gli operai. Condotte aveva subappaltato i lavori a due società, ambedue considerate dalla Procura distrettuale
antimafia “creature” della potente cosca di Africo Nuovo. “A febbraio - dicono gli inquirenti - sono state effettuate le prove
di schiacciamento sulle carote in calcestruzzo, alla presenza dei tecnici ANAS e della stessa Condotte, da cui sono emerse palesi
difformità in ordine alla qualità dei materiali posti in opera”, così che Condotte decideva di sciogliere i contratti di subappalto. Appena in tempo...
Mer, 16/07/2008 - 17:53
autore: Movimiento Libertario Cubano Sommario: * During mid-June 2008 the Iberian counter-information collective A Las Barricadas www.alasbarricadas.org posed several questions to the MLC www.mlc.acultura.org.ve, an affinity group of Cuban anarchism abroad. The complete text of this interview follows. We’re interviewing the Cuban Libertarian Movement (Movimiento Libertario Cubano – MLC), an organization made up of anarchists in exile in different parts of the world. In these days of apparent change, of transition, as the European and North-American media would have it, it’s of interest to know first hand about what’s happening inside the island. The demise of Fidel Castro has opened up all sorts of speculation about the future of the communist regime due to the first measures the new chief, Raul Castro, has taken. Here’s the interview:
ALB – Hello compas. Let’s begin the interview with some notes on history for our readers. Could you briefly explain the history of the anarchist movement in Cuba?
MLC – Hello! Whoever wants to learn the history of our movement must begin with the work of our comrade Frank Fernandez, _Cuban Anarchism_, published in various languages. In general, the epic described is very similar to that of the anarchist movement in the rest of Latin America with the peculiarity that the late independence of Cuba finds our people involved in that struggle. The first Cuban unions likewise find many anarchists in their midst to be their main animators and such influence continues in certain production sectors until the 50’s, in open confrontation with the Batista dictatorship. Our participation in the struggles of the day came precisely from these syndicates, from the Cuban Libertarian Association (Asociación Libertaria Cubana) and in a smaller measure by comrades affiliated with the 26 of July Movement (Movimiento 26 de Julio). It is noteworthy that during the 50’s the Cuban anarchist movement was one of the most active among its peers in Latin America and took active part in different encounters such as the Anarchist Conference that took place in Montevideo in April 1957, which explicitly supported the struggle by the Cuban people against the Batista dictatorship.
ALB – Something that people in Europe and elsewhere don’t know: What was the role of the Cuban anarchists in the Cuban revolution?
MLC – As we have mentioned, we anarchists rose to the task within our possibilities and from our own revolutionary point of view in the struggle against the dictatorship. Indeed, we joined the general jubilation after the defeat of the Batista forces and the dissolution of its army. However, we also from the beginning maintained an early attitude of mistrust with towards the cult of personality, leadership, nationalist and militarist proclivities incarnated in Fidel Castro and his inner circle. This mistrust was soon justified and reinforced: for example, the direct intervention by Fidel Castro manipulating the X Congress of the Confederation of Cuban Workers (X Congreso de la Confederación de Trabajadores de Cuba) for the benefit of his group and violating the principles of the worker movement’s autonomy. From then on, Cuban anarchists became more radical in their suspicions and adopted a clear stand against the incipient centralization of political power. All this is recorded in a manifest where we openly expressed our fears of the attempts to amass control by the Catholic Church as well as by the Communist Party whose most notorious cadres enjoyed political positions and sinecures during the Batista dictatorship. We’re aware that not everybody in the international anarchist movement shared our critical attitude and not a few kept to the expectative for many years regarding a process that continued monopolizing the meaning of a revolution by then devoid of any revolutionary spirit. Today, and for a long time now, we think it’s no longer debatable that the positions of those Cuban anarchists of 50 years ago proved completely on target. In short, it was nothing but the classic position from the 1st International that revolutions are not promoted, encouraged or radicalized by “revolutionary” governments but that within them you find the bureaucratic and authoritarian germ that ends up by suffocating and annihilating the revolution and imposing itself as the new dominant class in the new State.
ALB – Could you talk about the exile? Was there understanding, support, or on the contrary alienation?
MLC – We can’t talk in the past tense yet. We are still many Cuban anarchists in exile in many parts of the planet. Our exile is as hard as any other exile in terms of separation and alienation with the aggravation that the first comrades who got out of Cuba didn’t have any other choice but to establish themselves in such a hostile milieu as the United States; something not habitually understood but such has been the inexorable destiny to be followed, at least in principle, by Cuban refugees of all times. Most painful was to come face to face with the lack of understanding and alienation we got from certain anarchist groups of Europe and Latin America that would have liked to see us integrated in a transformation that was initially uncritically favored. Not all anarchist groups, of course, reacted the same way and we also received countless displays of solidarity that grew with the years as the Cuban political regime unveiled its true face. Today, those debates from the 60’s have been totally overcome and there isn’t one sane anarchist that still can think about a libertarian evolution coming from a political regime based on absolute control of its subjects and the super-exploitation of the workers; without autonomous organizations independent of the state acting as bulk wards in the struggle against such “super-exploitation” by the state and capital; remember that there are a multitude of capitalist enterprises based in the Spanish State, Canada, Mexico, Japan, France, Italy, etc.
ALB – Let’s talk about the present; Fidel has retired leaving in his place his brother. What has changed in Cuba?
MLC – In our last public declaration – “Something smells different in Cuba”, May 2008 – we tried to clarify that “the changes” happening in Cuba are merely cosmetic and only attempt to generate a “liberalizing” image that doesn’t change the basic functioning of the regime and the institutional power structure: State capitalism, privileges for the haute state bureaucracy and particularly for the armed forces, monopolization by the only party of all the mechanisms of self-expression and decision-making, absolute control over the population, etc. Nevertheless, what is changing is the general attitude of the people: today you can see that the people are losing their fear of repression and have begun to conquer space; the hardships of everyday life can no longer remain hidden and everybody knows it; there are the beginnings of protest more or less organized, etc. All this points the way to possible courses of action: our expectations lay on them and we harbor no illusions with respect to a summit of power that is only trying to win more time.
ALB – In Europe there are reports about the lines that Cubans have to make to buy cell phones or to get internet (among other things), are we going into a spiral of consumerism?
MLC – No, consumerism is not possible in Cuba given that the main worry is to solve the most elemental and immediate things: food, housing, transportation etc. Even more: worker’s salaries do not even cover these needs and they must recur to the rationing book with all its scarcities. What we have in Cuba is a surplus of foreign currency in possession of those who get remittances from their families abroad: this surplus allows for such “luxuries” as computers and cell phones whose purchase has only recently been permitted. The economic debacle the regime is in is of such proportions that at this moment it is quite possible that the remittances of foreign currency surpass the sum of all of the country’s salaries, without exaggeration. This also explains the fact that that approximately 20% of the population of Havana has no interest in getting jobs. Why would somebody who receives some economic help from abroad - always more than the US$20 monthly mean salary - want to work? The regime has no answers to this type of thing and continues in vain the appeals to sacrifice and labor discipline in exchange for nothing, while the ruling class have access to the best goods and services available. Paradoxically there is much unemployment among the social classes historically dispossessed that survive against the current, doing whatever it takes, street peddling, prostitution and expropriation. This – together with a strong racism – institutional and cultural – explains why Cuban jails are full of young Afro-Cubans.
ALB – Is there hope of bigger changes among the people? Are any opposition political groups mobilizing?
MLC – We think that people have lost all hopes and faced with the total prohibition of any alternative form of social and political action they continue to explore the ways to emigrate as the only recourse at hand to escape a situation of open anguish. The “visible” opposition, meanwhile, is nothing but a potpourri without a coherent project, without anything in common but a primitive and visceral opposition to Castro. On the other hand, it is necessary to distinguish the ideological-political profiles of that opposition. It is well known that within this opposition there are sectors ranging from those strongly linked to Yankee diplomacy to those who support a generally self-managed outcome. Obviously, between these two factions there can be no alliance possible. On this point, we anarchists have no choice but to put our hopes in the strengthening of the second option and its gaining larger spaces among the people itself.
ALB – How do you see Hugo Chavez’s influence in the island? He broke the blockade years ago by investing millions in Cuba. Have those investments translated into political influence?
MLC – First we must make clear that the so-called “blockade” is nothing like a commercial closing down of Cuba but a mix of positions adopted by the United States under the name of “embargo” reinforced during republican administrations –with legislation like Helms-Burton and Torricelli’s – that stupidly handicap commercial exchanges but do not stop them: lately the United States has had commerce with Cuba to the tune of US$500 million per year. Cuba’s great problem in this area is its almost non-existent ability to pay, which has made it a universal debtor, even with Latin American countries, exporting doctors, teachers, sports coaches and security advisors. This is the type of relationship Cuba has formed with Chavez’s Venezuela. It is precisely this export of doctors and teachers what explains the undeniable decay in health and education. And also the military advisors that, no doubt, are the source of proposals to start up a unique intelligence and counter-intelligence “agency” that would control and coordinate all repressive enterprises, with a network of paid informants and volunteers throughout the country to watch and control all civic activities, in the image of the feared Cuban G2, that is, Castro’s state security. The Venezuelan people have nicknamed this bad copy “Sapeo Law” - a reference to informants – and even Chavez was recently forced to abolish it. Returning to the question we also have to point out that Cuba has generated a strong dependency on Venezuela, particularly with all things related to obtaining oil. But that dependency has also extended to China’s financing, Cuba’s other large international backer. In terms of political influence we think the Cuban rulers manage it in terms of convenience and at this moment their possibilities of adaptation lean more towards a “Chinese model” than a “Venezuelan model”. However, it is obvious that Cuba will have to follow kicking and screaming Chavez’s initiatives in a Latin American context.
ALB – What about the influence of leftist populist ideas from Latin America?
MLC – The surge of populist ideas certainly gives the Cuban political regime some breathing room, but also alienates it from the most lucid and radical revolutionary and autonomous sectors since these harbor no illusions with respect to governments such as those of Chavez, Morales, Correa or Ortega and certainly Cuban diplomacy will be set against popular mobilizations in Venezuela, Bolivia, Ecuador or Nicaragua. On the other hand, one needs to place the current populist cycle in Latin America as only an attempt to develop a regional capitalism. It is a fragile cycle still subject to multiple oscillations that don’t afford the Cuban government any guarantees long term. This is one of the reasons why we understand that this government is running against the clock and playing for time. Meanwhile, the populist governments act as an ideological-political rearguard but the most pressing problem for the Cuban government isn’t that but the fact that it can’t even provide decent food for the people and it has to solve this problem before such a regional Latin American capitalist block is formed with a minimum of solvency.
ALB – For several years now news from the MLC appear in the international libertarian press. What is your relationship with other anarchists throughout the world?
MLC – The MLC aspires to better relations with the international anarchist movement. For a good period of time we have overcome diverse resistances and we have strengthened many of our alliances. Many groups have established firm priorities in terms of solidarity with Cuban anarchists such as Group of Support to Independent Libertarians and Syndicalists in Cuba (GALSIC) and Venezuela’s El Libertario, www.nodo50.org/ellibertario. Frank Fernandez’s historical work about our movement has been accepted in the Spanish State by the Anselmo Lorenzo Foundation (Fundación Anselmo Lorenzo), in Italy by Zero in Conduct (Zero in Condotta), in the United States by See Sharp Press and so on. Also, we have worked to make clear our solidarity with anarchist groups everywhere and from the most contemporary currents. This has been possible thanks to the MLC’s configuration which doesn’t exactly follow the pattern of a proper organization but rather has been developing as a coordinating network for Cuban anarchists wherever they may be, and this covers a wide gamut of positions, from anarcho-syndicalism, specifism, neo-platformism, primitivism, insurrectionalism, eco-anarchism and even anarcho-punk; no matter how contradictory or incompatible they might be since the axis or principal motif of this coordination is the solidarity with anarchist comrades, autonomous and independent syndicalists and counter-cultural collectives with the clear objective of fostering a widespread anti-authoritarian movement that will allow the continuity of anarchist ideals so brusquely pruned –but not severed – by the bourgeois dictatorship of the Castro brothers.
Probably there are comrades who still have certain reservations as there are some who still perceive the Cuban State and its governing elite as a revolutionary socialist force. But these cases today are the exception and tend to become merely anecdotic as time goes by. Sooner or later, the MLC is an integral part of the anarchist international movement at the level of any other and soon nobody will doubt it.
ALB – What do you expect will happen in the island in a few years?
MLC – We have spoken about it in previous interviews. Basically we trust in people’s capacity for autonomous organization and there we put our expectations. It’s not a matter of waiting for the ripe fruit to fall but rather to join, within our possibilities, those formative processes of revolutionary anti-authoritarian and self-managed currents inside Cuba. We believe the situation has already produced more than enough reasons for this to happen but we also know that the political regime and the elite in power have been able to act to contain such manifestations to their minimal expression. We are not ignorant of the difficulties faced by militant work in that direction and we also know too well the efficiency demonstrated by the State’s security organisms –the only efficient aspect of the regime – but we will not stop our efforts because that is our only reason for being.
ALB – Lastly, what is the MLC? What kind of people makes it up?
MLC - We have already commented on this. The MLC is a network of Cuban anarchists. As anarchists we are not different from other anarchists who face the domination relationships and the webs of power in which they exist except for the fact – certainly weird – that in our case we face a hierarchical society and a ruling class that still finds justification in the name of “revolution” and “socialism”. The MLC is made up of people who live of their work and who in our everyday lives conduct ourselves by the incorruptible desire to build relationships among free and equal men and women in solidarity. From a generational point of view, the nucleus that tries to maintain alive the anarchist ethos today is no longer composed in its majority –due to obvious biological reasons – by the first group of exiles from the 60’s that founded the MLC in the city of New York, but rather by those of us who had to leave the island in the 70’s, 80’s and 90’s.
ALB – Are there anarchists inside Cuba? How about libertarian groups in exile outside the MLC?
MLC – We know of no other anarchist groups in exile outside the MLC, but it wouldn’t bother us at all if there were, in this case we would try to find them quickly and explore the possibilities of joint actions. In the 80’s two editorial collectives co-existed, one of them around the journal Guangara Libertaria and the other with A Mayor and both co-existed as a coordinating network under the same acronym. As to the existence of anarchists inside Cuba, we can emphatically confirm that they do exist and have been doing so clandestinely and underground for the last half century. The big problem in this case is that those who remained in Cuba have been systematically suppressed each time they dared demonstrate publicly as happened with the agricultural syndicalists of the Zapata Group towards the end of the 70’s and beginning of the 80’s. This is one of the reasons why the anarchists inside have taken great care not to be identified as such and have managed to survive in the shadows. Besides, during the last few years there has been a movement by anti-establishment counter-culture youths that constitutes the ferment for the emergence of a spontaneous kind of anarchism that doesn’t yet have possibilities in the literal sense of the word or in the deeper sense of continued collective praxis. The truth is that surely there are in Cuba many more anarchists than we can even imagine: the spontaneous forms of rebellion that happen are the best breeding grounds for it. One of the immediate challenges we have is to achieve fluidity in these relationships with the “inside”, something that the “prohibitions” continue to present obstacles to.
ALB – What is your relationship with other opposition groups?
MLC – The MLC doesn’t keep formal or stable relations with any group of the so-called opposition; among other things because many of them would be our mortal enemies, if we were all active inside Cuba. It is imperative to be clear on this. The image presented by the most vociferous Cuban exiles is nothing but an attempt to re-instate capitalism – that is, to continue the task begun by the government but incorporating in it the private Cuban capital accumulation from abroad – and holding democratic elections under a parliamentary and party system. But we are anarchists and if such a project would take hold in Cuba we would also be against it. On the other hand, it is clear that there is a fraction of the Cuban exile that, without self-describing as strictly anarchist, agrees with us in vague terms defending a liberalizing and self-managed line, many times even among former socialists or members of the PCC (Cuban Communist Party), today self-described as Trotskyites, Luxemburgists etc. It is possible there wouldn’t be too many problems talking with them, but it is a diffuse and disorganized segment of the exile. Remember also that the exile, in its totality doesn’t correspond, in any way, to the image the Castro propaganda shows which only recognizes the so-called “Miami Mafia” which includes ex-batistians, anexionists, neo-liberals, narco-traffickers and ultranationalists. No! The Cuban exile is composed of a majority of working class people who survive out of the sweat of their brow. We’re talking about a noble people genuinely inspired by the establishment of a set of basic freedoms and respect for human rights inside the island: people who do not have a well defined political project but who want to simply be able to write, travel, organize freely, sing, paint, or do whatever they want without needing the state’s permission. Or simply people who want to go back, to work without exploiting anybody and live decently. With this type of people –the great majority of those in exile – we maintain fraternal relations in whatever part of the world it is our fate to live. It is not about a shared revolutionary program but about the elementary respect that honest, simple working people in Cuba or anywhere else deserve.
[Translation: Luis Jose Prat. Original in Spanish: http://www.alasbarricadas.org/noticias/?q=node/7980]
movimientolibertariocubano@gmail.com // www.mlc.acultura.org.ve
Mer, 16/07/2008 - 08:04
A Genova non andò la fantasia al potere. Chi andò a Seattle prima e poi a Napoli e poi in quel gran porto in stato d'assedio di guerra, non voleva andare al potere, lo voleva contestare. Chi rappresentò e oggi rappresenta l'Autorità del G8, complici tutti i governi e di qualunque coloritura dell'arcobaleno, non ha mai mangiato pane amore e fantasia ma si è messo alla tavola della ragione di Stato, pianificando pasti di sicurezza e repressione, a suon di cancellazione di qualunque Giustizia e Verità.
In quei giorni andarono in migliaia a Genova, masse di giovani come non se ne vedevano da anni e tanti senza età e volto, contro la globalizzazione, tanto che li chiamarono noglobal. Ognuno aveva un suo buon motivo per essere in quelle piazze, per ritrovare sè stesso e l'altro. C'ero anch'io con una figlia di sedici anni, accompagnavo lei, che aveva uno sguardo già molto più ampio del mio, per istinto animale, lo stesso che mi portò là, a difendere lei e i suoi amici: ma erano, mi resi subito conto, migliaia.
Quelli che oggi hanno sedici anni, ne ho sentiti parecchi, non sanno niente di Genova ma conoscono i fatti raccontati da tutti i media del mondo, di poco meno due mesi dopo: l'11 settembre 2001. Ci venne consigliato di praticare il cammino della non violenza, noi che di violenze ce ne intendevamo avendo porto non una guancia ma tutto il corpo, senza nessuna arma a difesa. Si parlò di pace e di guerra, ci dicemmo che eravamo milioni e la guerra la potevamo fermare: fermarono noi.
Ci siamo trascinati per anni, dapprima sempre di più, poi sempre di meno, per strade e piazze d' Italia e d'Europa , sapevamo che non era che l'inizio e la lotta doveva continuare, come potevamo scordare che "C'est n'est qu'un début, continouon le combat" di trent'anni prima? Oggi è cronaca giudiziaria, trascinamenti di carte e documenti seppelliti e poi emersi, testimonianze a faldoni, foto e registrazioni di quando i media eravamo noi.
Siamo in pieno regime fascista, con i soliti noti e quelli che mai avremmo pensato essere noti nella collusione, in dittatura di mafia globale, prima fra
tutte quella della comunicazione. Torna il senso di colpa, magari a quelli nati nella prima metà del secolo scorso, come a Levi, che scrisse Sommersi e
Salvati, dove la storia degli oppressi era quella a cui nessuno avrebbe creduto, le cui testimonianze delle violenze subite sarebbero andate distrutte.Non abbiamo ancora mai ragionato davvero sulla "banalità del male", sulla sua affermazione nei secoli cambiando giacche spille e regimi, sul perchè ci siamo "salvati": non sanno in troppi che fu un'inizio Genova e per questo dobbiamo cominciare davvero a lottare, fosse pure una resistenza infinita.
Doriana Goracci
Mar, 15/07/2008 - 08:29
Sommario: da http://www.carmillaonline.com/archives/2008/07/002710.html#002710 di Giuseppe Genna
[Le opinioni qui espresse sono da considerarsi di responsabilità oggettiva solo e unicamente dello scrivente e non includono alcun coinvolgimento editoriale di chiunque altro scriva su questo blog. gg]
Il primo commento alla indegna sentenza che riduce la tragedia della scuola Diaz a una rissa in cui qualcuno ha alzato un po' troppo il gomito (col gomito fracassando calotte craniche e lacerando tessuti) sarebbe che ha ragione Berlusconi. La Magistratura è da riformare. Ogni sentenza risulta disomogenea rispetto alle altre emanate per vicende consimili. Sui fatti nodali della storia italiana, i giudici non hanno giudicato niente. Sul passato devastato di questa nazione, i magistrati sono forcaioli in attesa di incrementare l'intensità con cui il passato non è devastato ma devastante. Avrebbe ragione Berlusconi e, di conseguenza, avrebbe ragione quello che non so più come definire (centro, pallida socialdemocrazia cristiana, incrocio genetico dell'a-politica...), insomma, quella roba rosa pallido lì: si dovrebbe riformare la Giustizia, ma finché c'è Berlusconi non lo si può fare.
E sarebbero giudizi sbagliati. Perché la sentenza sui fatti di Bolzaneto evidenzia che è lo Stato tutto, in qualunque sua funzione, a risultare compromesso, purulento, contaminante. Il giudizio va tracciato oltre ogni tentazione ideologica. Si ha da essere contro lo Stato.
Poiché, dopo giorni di scontro istituzionale sull'indipendenza del potere legislativo da quello esecutivo, garantito dalla Costituzione, tra i cui Padri non c'è quel figlio di puttana di Benjamin Franklin bensì quell'anima santa di Giulio Andreotti - dopo una battaglia all'ultimo finto sangue, poiché quello vero scorse alla Diaz, ecco come questa mascherata si risolve: con i poteri che si tutelano a vicenda e non smentiscono le lucide previsioni di chi, vivendo in stato statale, sapeva già da tempo che, al momento decisivo, lo Stato si sarebbe rinsaldato tutto di un colpo, escludendo il diritto alla verità di chi lo Stato rappresenta e di chi ne è a fondamento: cioè noi tutti.
Potrei dissertare filosoficamente all'infinito sulle teorie politiche che giustificano quanto sto affermando, e cioè che lo Stato è contro la natura della civiltà, dell'umanità, dei valori, della convivenza, dell'empatia e dell'amore. Altrettante teorie potrebbero essere scagliate contro questo personalissimo giudizio. Poiché, tuttavia, l'immediatezza del momento, con questa evidenza dell'indegnità del potere giudiziario a fronte di una patente violazione dei diritti personali e collettivi, solleva emozioni, risponderò con una citazione che mi sta a cuore, di cui non sto a enunciare né l'autore né l'opera - tanto, chi ha occhi per vedere vedrà e chi ha orecchi per ascoltare ascolterà:
Noi, rivoluzionari-anarchici, fautori dell’istruzione generale del popolo, dell’emancipazione e del piú vasto sviluppo della vita sociale e di conseguenza nemici dello Stato e di ogni statalizzazione, affermiamo, in opposizione a tutti i metafisici, ai positivisti e a tutti gli adoratori scienziati o non della scienza deificata, che la vita naturale precede sempre il pensiero, il quale è solo una delle sue funzioni, ma non sarà mai il risultato del pensiero; che essa si sviluppa a partire dalla sua propria insondabile profondità attraverso una successione di fatti diversi e mai con una serie di riflessi astratti e che a questi ultimi, prodotti sempre dalla vita, che a sua volta non ne è mai prodotta, indicano soltanto come pietre miliari la sua direzione e le varie fasi della sua evoluzione propria e indipendente.
In conformità con questa convinzioni noi non solo non abbiamo l’intenzione né la minima velleità d’imporre al nostro popolo, o a qualunque altro popolo, un qualsiasi ideale di organizzazione sociale tratto dai libri o inventato da noi stessi ma, persuasi che le masse popolari portano in se stesse, negli istinti piú o meno sviluppati dalla loro storia, nelle loro necessità quotidiane e nelle loro aspirazioni coscienti o inconsce, tutti gli elementi della loro futura organizzazione naturale, noi cerchiamo questo ideale nel popolo stesso; e siccome ogni potere di Stato, ogni governo deve, per la sua medesima essenza e per la sua posizione fuori del popolo o sopra di esso, deve necessariamente mirare a subordinarlo a un’organizzazione e a fini che gli sono estranei noi ci dichiariamo nemici di ogni governo, di ogni potere di Stato, nemici di un’organizzazione di Stato in generale e siamo convinti che il popolo potrà essere felice e libero solo quando, organizzandosi dal basso in alto per mezzo di associazioni indipendenti e assolutamente libere e al di fuori di ogni tutela ufficiale, ma non fuori delle influenze diverse e ugualmente libere di uomini e di partiti, creerà esso stesso la propria vita.
Queste sono le convinzioni dei socialisti rivoluzionari e per questo ci chiamano anarchici. Noi non protestiamo contro questa definizione perché siamo realmente nemici di ogni autorità, perché sappiamo che il potere corrompe sia coloro che ne sono investiti che coloro i quali devono soggiacervi. Sotto la sua nefasta influenza gli uni si trasformano in despoti ambiziosi e avidi, in sfruttatori della società in favore della propria persona o casta, gli altri in schiavi.
È chiaro allora perché i rivoluzionari dottrinari che si sono assunta la missione di distruggere i poteri e gli ordini esistenti per creare sulle loro rovine la propria dittatura, non sono mai stati e non saranno mai i nemici ma, al contrario sono stati e saranno sempre i difensori piú ardenti dello Stato. Sono nemici dei poteri attuali solo perché vogliono impadronirsene; nemici delle istituzioni politiche attuali solo perché escludono la possibilità della loro dittatura; ma sono tuttavia i piú ardenti amici del potere di Stato che dev’essere mantenuto, senza di che la rivoluzione, dopo aver liberato sul serio le masse popolari, toglierebbe a questa minoranza pseudorivoluzionaria ogni speranza di riuscire a riaggiogarle a un nuovo carro e di gratificarle dei suoi provvedimenti governativi.
Ciò è tanto vero che oggi, quando in tutta l’Europa trionfa la reazione, quando tutti gli Stati ossessionati dallo spirito piú frenetico di conservazione e di oppressione popolare, armati da capo a piedi di una triplice corazza, militare, politica e finanziaria e si apprestano sotto la direzione del principe Bismarck a una lotta implacabile contro la Rivoluzione Sociale; oggi, quando si sarebbe dovuto pensare che tutti i sinceri rivoluzionari s’unissero per respingere l’attacco disperato della reazione internazionale, noi vediamo al contrario che i rivoluzionari dottrinari sotto la guida del signor Marx prendono dappertutto il partito dello statalismo e degli statalisti contro la rivoluzione del popolo.
Ora, mi sia permesso aggiungere qualche breve nota personale. E cioè che io mi vergogno non soltanto di vivere in uno Stato la mia esistenza che forzosamente è resa miseranda dalla struttura statuale stessa, ma mi vergogno maggiormente a vivere in questo Stato; mi repelle qualunque istituzione, che si forma per necessità tutt'altro che naturali e popolari, ma per imposizione non contestabile da chiunque, che si ritrova immerso in questo habitat da quando è demilienizzato a un giorno dalla nascita e, anche se poi si mette a contestare questo condizionamento totalizzante (che è tale poiché lo Stato è un ente totalitario), comunque finirà a morire in un ospedale senza avere sortito nulla, e chi rimane dovrà pure essere grato perché lo Stato garantisce un posto di merda dove morire; sono orripilato quotidianamente dalla visione delle cosiddette Forze dell'Ordine, che con l'Arma dei Carabinieri sortiscono il massimo gradimento e fiducia dei miei concittadini, e si stanno visibilmente moltiplicando sotto i miei occhi, godendo di leggi fatte all'impromptu per permettere loro un controllo ancora più serrato sulle persone, non bastando il fatto che, trascorsa la stagione di Piombo, non sono state ancora abrogate le leggi restrittive emanate ai tempi da Francesco Cossiga, cosicché senza accorgersi i miei concittadini vivono in uno stato di guerra legislativo, senza che ci sia più quella guerra; mi viene da vomitare al pensiero che si sorveglino militarmente inesistenze e astrazioni dette "confini", purissimi atti di volontà di potenza che nessun geomorfismo giustifica; sono angosciato dal fatto che lo Stato permetta a difensori e pm e giudici di trattare donne violate come le tratta in quelle enclave che sono le aule giudiziarie; sono sconvolto dall'aberrazione dell'ideologia trionfante (quintessenziale all'idea di Stato stesso) della pena, questo protocollo per cui, anziché arrivare a una civiltà, si invera in forma legislativa l'occhio per occhio e il dente per dente, appalesando con somma serenità e assenza di opposizione qualunque la reale natura vendicativa dell'istituzione stessa, che condiziona chiunque; sono sconcertato dall'assoluta assenza di reazione coscienziale di chi abita con me in questo che, prima che uno Stato, è un luogo, puramente e semplicemente un luogo, dove si è sviluppata una lingua comune e peraltro la lingua più poetica del mondo moderno.
Il mio pensiero va agli ultimi tra i calpestati dallo Stato, che sono i massacrati della Diaz. Si aggiungono a una teoria infinita di persone, non di cittadini, per cui non c'è stata la tanto vantata tutela dello Stato, perché non può esserci, e dunque sarebbe anche inutile aspettarsela o berciare, come sto facendo, perché non c'è. E dico le vittime e i colpevoli tutti, tutti gli abitanti di questo luogo, che ha una storia cangiante e multiforme, che non si trova nei manuali di storia statale che vengono comminati nelle scuole, per l'attuale disinteresse delle giovani generazioni, le più condizionate che abbiano calcato questa penisola e vissuto in questa civiltà, erettasi su fondamenti etruschi e cioè asiatici, greci, mediorientali, ebrei, arabi, normanni, tedeschi, francesi, spagnoli, africani, cinesi e, purtroppo, sì, anche vaticani.
Concludo citando quello di prima, perché si comprenda che non a caso ho citato il connubio vomitevole di cui l'Italia è attuale avanguardia residuale (un paradosso che da solo qualifica questo posto in cui stiamo) - quello tra Stato e Chiesa, cioè tra Idea dello Stato e Dio. Buon futuro a tutti, concittadini, ovverosia voi che vi sentite cittadini...
Dio appare, l’uomo si annienta; e più la Divinità si fa grande, più l’umanità diventa miserabile. Ecco la storia di tutte le religioni: ecco l’effetto di tutte le ispirazioni e di tutte le legislazioni divine. Nella storia, il nome di Dio è la terribile vera clava con la quale tutti gli uomini divinamente ispirati, i "grandi geni virtuosi", hanno abbattuto la libertà, la dignità, la ragione e la prosperità degli uomini.
Abbiamo avuto prima la caduta di Dio. Abbiamo ora una caduta che c’interessa assai più: quella dell’uomo, causata dalla sola apparizione di Dio o manifestazione sulla terra. Vedete dunque in quale orrore profondo si trovano i nostri cari ed illustri idealisti. Parlandoci di Dio, essi credono e vogliono elevarci, emanciparci, nobilitarci, ed al contrario ci schiacciano e ci avviliscono. Col nome di Dio, essi immaginano di poter edificare la fratellanza fra gli uomini, ed invece creano l’orgoglio e il disprezzo, seminano la discordia, l’odio, la guerra, fondano la schiavitù.
Perché con Dio vengono necessariamente i diversi gradi d’ispirazione divina; l’umanità si divide in uomini ispiratissimi, meno ispirati, non ispirati.
Tutti sono egualmente nulla davanti a Dio, è vero, ma confrontati, gli uni agli altri, alcuni sono più grandi degli altri; non solamente di fatto, ciò che non avrebbe importanza perché una ineguaglianza di fatto si perde da se stessa nella collettività quando non può afferrarsi ad alcuna finzione o istituzione legale; ma alcuni sono più grandi degli altri per volere del diritto divino dell’ispirazione: il che costituisce subito una in eguaglianza fissa, costante, pietrificata.
I più ispirati devono essere ascoltati ed obbediti dai meno ispirati e questi dai non ispirati.
Ecco il principio di autorità ben stabilito e con esso le due istituzioni fondamentali della schiavitù: la Chiesa e lo Stato.
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