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Pacchetto sicurezza de 'noantri: l'ordinanza antibivacco di Alemanno

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trasteverino
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Anticipazioni sul mini-pacchetto sicurezza per Roma che il sindaco Alemanno presenterà lunedì: al bando ambulanti, bottiglie di vetro e sarà vietato stare in piazza su scalinata o simili

Dai bivacchi alle bottiglie ecco le nuove ordinanze
E contro gli abusivi anche il provvedimento anti-sacchi
di Maria Elena Vincenzi e Giovanna Vitale

Vietato vendere e acquistare, dopo il tramonto, bevande in bottiglia. Vietato sedersi in gruppo sulle scalinate e i marciapiedi delle piazze storiche, magari per bere una birra, fumare una sigaretta o suonare la chitarra. Niente più vetro e niente più bivacco. È il contenuto delle due ordinanze che il sindaco Alemanno, insieme a quella che bandisce i borsoni dei vu cumprà, presenterà lunedì prossimo al consiglio straordinario sulla sicurezza.

Un mini-pacchetto "sicurezza & decoro" che in qualche modo anticipa le misure contenute nel Patto per Roma, ancora in fase di stesura, che Comune, Provincia e Regione sottoscriveranno con il ministero dell´Interno. Patto che verrà discusso oggi in prefettura, in sede di Comitato provinciale per l´ordine pubblico, al quale parteciperanno - oltre ad Alemanno - il presidente della Provincia Nicola Zingaretti e l´assessore regionale Daniele Fichera in rappresentanza del governatore Marrazzo.

Nel frattempo, però, il primo cittadino ha deciso di intervenire subito per affrontare alcune delle emergenze che, d´estate, si acuiscono. Verrà perciò riproposta l´ordinanza anti-vetro, già sperimentata in zone e periodi determinati dalla giunta Veltroni. Una misura che la nuova amministrazione ha intenzione di migliorare e rendere più efficace: non verrà applicata solo in alcune determinate piazze, come in passato, ma accomunerà quasi tutto il centro storico e le principali aree della movida. Da Campo de´ Fiori a piazza Trilussa, passando per Ponte Milvio e piazza dell´Immacolata a San Lorenzo, solo per citare le più papabili. Un provvedimento più ampio per cercare di scoraggiare chi si sposta da una piazza all´altra pur di bere in bottiglia, creando veri e propri fenomeni di migrazione del divertimento.

Tuttavia il Comune non si limita a questo. Per tentare di riportare la tranquillità nelle notti romane, soprattutto pensando ai residenti delle "zone calde", un´altra ordinanza potrebbe vietare il bivacco. Ripristinando, e rafforzando, il vecchio testo firmato da Rutelli, che non permetteva di mangiare, bere e sporcare la scalinata di piazza di Spagna appena restaurata. Un´operazione fattibile, che, però, pone un vincolo: per farlo serve un appiglio giuridico che, secondo i tecnici del Campidoglio, potrebbe essere la tutela dei siti monumentali di Roma.

Formula altisonante per dire due cose. Niente più giovani che si fermano per ore sulle gradinate o i marciapiedi delle piazze storiche della Capitale. E niente più giacigli di fortuna, con tanto di scorte alimentari e armadi a cielo aperto, nei luoghi simbolo della città. Un provvedimento che potrebbe essere esteso anche alle ville storiche. Intanto, un piccolo elenco è già stato abbozzato: piazza Trilussa, piazza dell´Immacolata, piazza di Spagna, piazza del Pantheon, Campo de´ Fiori.

La terza ordinanza, infine, mira a colpire gli ambulanti abusivi, che con la bella stagione si moltiplicano. La misura "anti-sacchi" vieterà di vendere merce su suolo pubblico mediante l´utilizzo di borsoni, sacchi di plastica e altri contenitori. E, per chi infrange la legge, è previsto il sequestro sia della merce che dei borsoni. Una decisione già anticipata dall´assessore capitolino al Commercio Davide Bordoni, che nei prossimi giorni prenderà ufficialmente vita.

Onore a Paolo Villaggio il mangiapreti

autore:
Bobo

Villaggio il mangiapreti
Ratzinger nazista, Papa Wojtyla solo un buon attore, Madre Teresa di Calcutta un topo albanese. L'attore genovese e la sua instancabile battaglia contro la Chiesa.

In un momento in cui riscoprire la fede e annunciarlo sulla pubblica piazza è diventato lo sport preferito dei vip, Paolo Villaggio si distingue, ancora una volta, ingaggiando l'ennesima battaglia verbale contro la Chiesa. In fondo mostrarsi buoni e casti fa vendere. E così Anna Tatangelo si è dichiarata devota, poco importa se vive con un uomo sposato di 20 anni più vecchio di lei, Claudia Koll praticamente ogni settimana rilascia una dichiarazione sulla sua immensa fede, Luciano Moggi ha detto che pregava Padre Pio perché facesse vincere la Juve, Gianni Morandi sostiene di ascoltare soltanto Radio Maria, Venditti ha raccontato di essere stato posseduto dal demonio e salvato da Gesù, Mino Reitano è cresciuto protetto da un angelo custode... Un Paese di santi.

Il papà di Fantozzi, invece, esce fuori dal coro. Già tempo fa, in un'intervista con Daria Bignardi su La7 aveva definito Madre Teresa di Calcutta «quel topo albanese» per poi raccontare di averla conosciuta e che le sue collaboratrici facevano di lei il ritratto di una specie di sadica. Ora su l'Espresso se la prende con il Vaticano: Benedetto XVI un nazista e Giovanni Paolo II un attore. «Ratzinger - dice Villaggio - si è imbufalito per non essere stato messo tra le prime cento personalità del mondo. Lui, così vanitoso, sempre con la mitria. L'altro, il "Santo Subito" Wojtyla, aveva un vantaggio: era un buon attore, fingeva di essere gobbo e buono, e viaggiava, e viaggiava, anche se non ha mai mosso la Chiesa di un millimetro. Questo è molto elegante, ha un accento che se si veste da SS con quella faccia fa svenire tutti gli ebrei che incontra. È inutile che s'incazzi. La retorica della povertà è quella che ha vinto sempre: San Francesco a piedi nudi, Ghandi vestito da paria, Teresa di Calcutta in sandali. Se vuol salire in classifica, si metta un saio da francescano, impari l'arabo e vada a Gaza a fare un discorso».

Non solo. Secondo l'attore genovese Gesù era praticamente uno squilibrato: «"Io sono il Messia", dice... E dice pure che non solo sua madre è vergine, ma che un arcangelo è andato a trovarla. Poi "io sono figlio di Dio", e infine "io sono Dio". Quindi era da manicomio. I preti di allora, il Sinedrio, l'hanno messo in croce». Che ne pensi?

http://magazine.libero.it/lifestyle/generali/ne8317.ph...

Date asilo politico a Ibrahim

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diritto di asilo
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Era sull'Achille Lauro, oggi dopo aver scontato 20 anni è in un Cpt. Rischia l'espulsione in paesi a rischio

Campo profughi, campo di prigionia, campo di detenzione temporanea. Ci sono vite sempre avvolte dal filo spinato. Ci sono vite che non hanno asilo, non hanno luogo, non hanno scampo, come quella di Ibrahim Abdellatif Fatayer. 43 anni, nato in uno dei campi storici della diaspora palestinese, in Libano, e oggi rinchiuso nel Cpt di Ponte Galeria, alle porte di Roma, dopo aver trascorso oltre venti anni nelle prigioni speciali italiane, dove è entrato nel 1985. Ibrahim ha scontato la sua intera condanna per il coinvolgimento nel sequestro dell'Achille Lauro, l'ammiraglia della flotta da crociera italiana dirottata nell'ottobre di quell'anno in pieno Mediterraneo. Ma la sua storia non comincia su quella nave. Il suo lungo viaggio di dolore, rabbia e lotta, inizia in un posto situato a ridosso del porto di Beirut, nel vecchio quartiere della "Quarantine", chiamato la "collina del Timo", Tal Al-Zatar. Il campo dove ha avuto luogo una delle maggiori tragedie del popolo palestinese.
La vita in un campo profughi è concentrata in un chilometro quadrato, non un millimetro di più. Mura intorno. Un solo accesso perennemente sorvegliato. Questo, nient'altro che questo, è un campo profughi gestito dall'agenzia Onu che si occupa dei rifugiati palestinesi. Polvere, fogne a cielo aperto, baracche e case fatte alla meglio, sorrette e sormontate una sull'altra. I materiali laterizi hanno divieto d'ingresso eppure tutto cresce verso l'alto, impedendo alle viuzze sottostanti di ricevere luce. Il sole non arriva mai e l'umidità è perenne. Frotte di bambini che corrono, anziani e donne, vite orfane della propria terra, condannate a non vedere più l'orizzonte, ammassate, accalcate, addensate tra miseria, fame, voglia di libertà e soprattutto desiderio del "ritorno" in quella Palestina ormai occupata dove un tempo era la propria casa, gli ulivi, gli aranci.
Ibrahim è nato in un posto così, il 7 ottobre 1965. Non ha conosciuto altro, come quei suoi compagni saliti con lui sull'Achille Lauro, come tutti gli altri fedayn palestinesi che, come lui, sono stati arrestati e hanno trascorso decenni della loro vita nelle prigioni italiane per ritrovarsi, una volta finita la condanna, a vivere come "fantasmi" in un limbo, senza documenti, clandestini per forza, indesiderati ma tollerati, apolidi senza più un luogo. Paria assoluti.
A soli 10 anni Ibrahim aveva scoperto che nascere profugo non voleva dire soltanto una esistenza di stenti accompagnata dai racconti di una dolce terra lasciata in poche ore, su un mulo, con qualche sacco pieno di soprusi e terrore. Essere venuti al mondo senza luogo significava dover rivivere continuamente le tragedie, quasi che l'orrore di quelle passate non fosse mai sufficiente. Alla vita del profugo doveva appartenere il timore quotidiano che il massacro sarebbe tornato, prima o poi, anche dalla porta del campo che offriva rifugio ma non riparo. Nel 1975 un bombardamento israeliano uccise 7 membri della sua famiglia. L'anno dopo "la collina del Timo" si trasformò in pochi momenti nella collina del genocidio, dello stupro di massa, del terrore assoluto. I siriani lasciarono carta bianca alle milizie falangiste (sotto il controllo di ufficiali israeliani) che si abbandonarono a sistematiche violenze e esecuzioni sommarie di massa, passate alla storia come il massacro di Tal Al-Zatar.
Il padre di Ibrahim venne ucciso davanti agli occhi del figlio. Sopravvissuto al massacro, poco più che bambino, due anni dopo entra in al-Fatah e inizia l'addestramento militare. È il 1978. Ibrahim aveva perso la sua innocenza davanti alla scuola dell'odio: ora voleva solo combattere.
Nel 1982, con l'operazione "Pace in Galilea", le truppe israeliane arrivano alle porte di Beirut e utilizzando le milizie falangiste tentano di mettere fine alla resistenza palestinese. L'intervento di una forza multinazionale (Usa, Gb, Francia, Italia) riesce a imporre una tregua, dopo le migliaia di morti provocate dagli scontri. Ma il prezzo è salato: 13 mila fedayn devono abbandonare i loro campi, le loro famiglie. Si imbarcano seguendo Arafat che trasferisce il suo nuovo quartier generale a Tunisi. Ibrahim, che ha appena 17 anni, è tra questi. L'accordo, di cui anche l'Italia si porta garante, prevedeva il «non rientro dei profughi». Dopo l'identificazione, una lista dei fuoriusciti fu stabilita dalle autorità libanesi. Ma due settimane dopo la partenza le fazioni falangiste, con l'ausilio logistico dell'esercito israeliano, entrano nei campi di Sabra e Chatila, alla periferia di Beirut, per realizzare un nuovo terribile massacro.
Quando, il 7 ottobre 1985, Ibrahim sale sull'Achille Lauro non ha con se soltanto un mitra ma anche questo pesante fardello. Insieme con altri giovani profughi palestinesi, tutti membri del Flp, una formazione palestinese affiliata all'Olp di Yasser Arafat, si era imbarcato con l'obiettivo di raggiungere il porto israeliano di Ashdud, dove il commando avrebbe dovuto catturare alcuni soldati israeliani per scambiarli con dei prigionieri palestinesi. Le cose non andarono come previsto. Scoperti in modo del tutto casuale da un membro dell'equipaggio, che si accorse delle loro armi, i giovani combattenti improvvisarono un maldestro sequestro nello specchio di mare egiziano. Preparati militarmente, i fedayn si rivelarono incapaci d'affrontare un dirottamento non programmato che innescava complesse ripercussioni internazionali.
La situazione sfuggì di mano e un passeggero, con doppio passaporto israeliano e statunitense, Leon Klinghoffer, venne ucciso da uno dei membri del commando. Inizialmente all'oscuro del grave episodio, il governo italiano si prodigò per una soluzione "politica" della vicenda. Dopo un negoziato, i dirottatori vennero consegnati all'Egitto e la nave liberata in modo incruento. Ma quando riemerse dal mare il corpo di Klinghoffer, i caccia americani della sesta flotta intercettarono l'aereo che portava in salvo i fedayn, insieme al loro dirigente Abu Abbas, costringendolo ad atterrare nella base siciliana di Sigonella. Nel giro di una notte si rasentò la più importante crisi diplomatica e militare mai avvenuta tra Italia e Stati uniti. Un commando della Delta force circondò l'aereo egiziano, ma venne a sua volta accerchiato da un plotone di ausiliari della Vam, comandati da un tenente dei carabinieri che non esitò a dare l'ordine di mettere "il colpo in canna". Intercorsero momenti di fortissima tensione, mentre le linee telefoniche tra Roma e Washington divennero roventi. Il capo del governo Craxi riuscì a imporre all'alleato il rispetto della sovranità nazionale. I dirottatori vennero messi a disposizione dell'autorità giudiziaria italiana, incarcerati e processati, mentre Abu Abbas fu trasferito a Belgrado.
Rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Spoleto, insieme ai suoi compagni, Ibrahim è rimasto oltre 2 anni in totale isolamento. Quindi ha conosciuto le sezioni di "elevato indice di vigilanza" di Voghera, Livorno e ancora Spoleto. Durante gli anni di carcere ha potuto incontrare sua madre soltanto due volte, prima che morisse. Scarcerato nel 2005, ha vissuto e lavorato a Perugia dove era sottoposto a libertà vigilata con l'obbligo di firma. Dormiva in un'abitazione della Caritas.
Il 20 aprile 2008 il magistrato di sorveglianza ha revocato la misura di sicurezza, che pesava nei suoi confronti, ritenendolo ormai privo di "pericolosità sociale". Il giorno successivo, convocato in questura per la notifica del provvedimento, che lo rendeva finalmente libero, è stato fermato e trasferito nel Cpt di Roma in attesa di espulsione. La singolare richiesta è stata motivata dalla questura e dalla prefettura del capoluogo umbro richiamando quella stessa pericolosità sociale annullata dalla magistratura il giorno prima.
Ora Ibrahim rischia di essere espulso, nonostante sia apolide e non abbia più famiglia. C'è chi pensa di inviarlo di nuovo in Libano oppure in Tunisia, magari facilitando uno di quegli scambi occulti che alla fine lo facciano arrivare nelle mani dei servizi israeliani o americani. Nonostante abbia scontato la sua condanna, continua a essere considerato un nemico da questi paesi. Ovunque venga spedito rischia per la sua vita. Abu Abbas, il dirigente del Flp arrestato dagli americani in Irak, è morto nel 2002 in "circostanze misteriose" nel famigerato carcere di Abu Ghraib.
In realtà la vita sociale, lavorativa e affettiva di Ibrahim è ormai interamente radicata in Italia. Per questo attraverso il suo avvocato, Francesco Romeo, ha chiesto asilo politico. Rifiutando la domanda l'Italia verrebbe meno ai suoi impegni presi al momento della evacuazione dei miliziani palestinesi a Beirut e quando decise di salvaguardare la propria sovranità nazionale durante la crisi di Sigonella.
Ma c'è anche un'altra ragione che depone a favore dell'asilo politico: ovvero il percorso di vita realizzato negli anni della sua dura esperienza carceraria. Ibrahim è oggi un ponte aperto tra le due rive del Mediterraneo, un simbolo d'integrazione tra culture diverse. La sua esistenza contiene un sapere sociale, una densità di vissuto, un esempio di scoperta dell'altro e di confronto, senza mai perdere se stesso, che sarebbe stupido pregiudicare per inerzia burocratica e cecità repressiva. Come tutti gli esseri umani Ibrahim ha diritto a una terra. È uno tra noi.

Lampi di Critica Radicale

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Surfer
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Parliamo di una rivista online

Vorrei sapere cosa ne pensate di questo giornaletto che si trova online e, a volte, in giro per Roma.
L'ho trovato con una ricerca su google, dopo averlo visto per terra al Tiburtino III...
Parliamone.

Il primo prigioniero "non riconosciuto" a Guantanamo

autore:
reporter
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La corte statunitense non ha riconosciuto un prigionero di guantanamo come un combattente nemico

A US court has for the first time rejected the classification of a prisoner held in Guantanamo Bay as an "enemy combatant".

Huzaifa Parhat, a Chinese Muslim, has been held since he was captured in Afghanistan in 2001.

He is now free to seek immediate release in a US district court.

This follows a US Supreme Court ruling this month that gave foreign Guantanamo Bay detainees the right to challenge their detention in civilian courts.

Mr Parhat is an ethnic Uighur from Xinjiang province in China, where it meets Central Asia.

The US government argued he was a member of the Eastern Turkistan Islamic Movement, which it said had links to al-Qaeda.

But Mr Parhat's lawyers said China and not the United States was his enemy.

Uighur activists are seeking autonomy from China, and there are sporadic outbreaks of violence in the province.

Headache for US

The three-judge panel directed the US military to release Mr Parhat, transfer him or promptly set up a new military tribunal to try him.

The court also specified that Mr Parhat could petition a federal judge for his immediate release in light of the Supreme Court's 12 June decision.

Mr Parhat is one of several Uighurs being held at the US military base in Guantanamo Bay, Cuba.

Their case has become a diplomatic and legal headache for the US, which has tried to find a country willing to accept the Uighurs at the same time as defending its decision to hold them as enemy combatants.

Giusto perchè sia chiaro con chi si "condivide..."

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(A)

AGGREDITI TIFOSI SPAGNOLI A MILANO

Dopo la vittoria della Spagna contro l'Italia, un centinaio di tifosi iberici che assistevano alla partita di fronte al megaschermo montato in Piazza Duomo a Milano, assieme a circa 2.500 persone, sono stati aggrediti dalla folla e costretti a fuggire dalla piazza. Prima gli insulti degli italiani che erano vicini a loro sul sagrato del Duomo, poi l'aggressione da parte di alcune decine di tifosi che brandivano caschi e bottiglie di vetro.

Il gruppo di italiani composto da una decina di persone a torso nudo, con tatuaggi e teste rasate, ha aggredito il folto numero di tifosi spagnoli presenti sul sagrato del Duomo, dove è stato allestito il maxischermo per assistere alle partite degli europei. Dopo gli insulti, gli aggressori sono passati alle vie di fatto lanciando bottiglie di vetro e impadronendosi di due bandiere spagnole che sono state subito bruciate. Immediata la fuga da parte di tutti gli spagnoli nelle vie laterali del Duomo ma il sagrato del Duomo si è immediatamente svuotato e tutte le persone che erano arrivate per seguire le partita hanno subito abbandonato la piazza. Il gruppo composto dagli aggressori italiani si sono invece diretti verso piazza san Babila, scandendo slogan contro gli spagnoli e le forze dell'ordine e rovesciando cestini lungo corso Vittorio Emanuele.

Milano, aggrediti tifosi spagnoli. Insulti e botte in piazza del Duomo

autore:
(A)

Posto questa notizia non perchè possa avere una sua importanza oggettiva (per cuanto alla fine si tratta sempre di una aggressione) quanto perchè in questi giorni più volte sono stato invitato ad assistere a partite dell'Italia in centri sociali, cosa che non capisco proprio perchè non posso dimenticare che si tratta di condividere un sentimento se vogliamo di unità (per me onestamente inesistente visto il carattere populista) che accomuna chi lotta contro la repressione nelle sue varie forme con chi si rende protangonista di gesti di questo tipo. E prima che si possano scatenare commenti contro questa presa di posizione, uvorrei dire che na cosa è il tifo per una squadra di club, altra è la nazionale, che alla fine incarna la tanto decantata italianità e il nazionalismo.

MILANO - Dopo la vittoria della Spagna contro l'Italia, un centinaio di tifosi iberici che assistevano alla partita di fronte al megaschermo montato in piazza Duomo a Milano, sono stati aggrediti dalla folla e costretti a fuggire dalla piazza. Prima gli insulti degli italiani, poi l'aggressione da parte di alcune decine di tifosi che brandivano caschi e bottiglie di vetro. E' intervenuta la polizia; qualcuno è dovuto ricorrere alle cure dei militi di un'ambulanza ma le ferite sono di poco conto.

carcere per le femministe iraniane

autore:
la Repubblica

TEHERAN - Organizzare cortei, incontri, anche volantinare in nome dei diritti delle donne significa "complottare contro la sicurezza dello Stato". In termini di pena significa anni di carcere. Avviene in Iran, a Teheran, oggi ma anche altre tre volte nell'ultimo mese e sempre più spesso nell'ultimo anno.

Una femminista iraniana di 21 anni, Hana Abdi, è stata condannata a cinque anni di reclusione da scontare in una sperduta località di frontiera, Gharmeh,
provincia dell'Azerbadjan orientale. La sua colpa, secondo il Tribunale rivoluzionario iraniano, è appunto quella di aver organizzato raduni e incontri per riformare le leggi islamiche che limitano fortemente i diritti delle donne.

La notizia è stata data oggi dal quotidiano di area moderata Kargozaran. La Abdi, ha raccontato il suo avvocato Mohammad Sharif, è stata riconosciuta colpevole di "complotto contro la sicurezza dello Stato". Ci sarà il ricorso in appello. Ma con poche speranze di veder corretta la pena. A meno che la pressione dell'opinione pubblica internazionale...

Hana Abdi era stata arrestata nell'ottobre dell'anno scorso a Sanandaj, nel Kurdistan iraniano, per aver preso parte a partire dal 2006 alla campagna "un milione di firme", le adesioni che le femministe iraniane intendono raccogliere per chiedere l'abolizione delle norme di legge discriminatorie contro le donne e avere gli stessi diritti degli uomini per quello che riguarda il matrimonio, il divorzio, l'eredità e la custodia dei figli.

Tempi durissimi in Iran per chi combatte in nome dei diritti civili. Nel 2002 Teheran aveva ufficilamente annunciato la moratoria per sette donne condannate a morte tramite lapidazione per adulterio. Ma i dossier di Amnesty raccontano un'altra verità e due donne sarebbero state lapidate nel maggio 2006. Per la sharia (legge islamica), il prigioniero viene sotterrato fino al petto, le mani bloccate. La legge specifica persino la dimensione delle pietre da lanciare, così che la morte sia dolorosa e più lenta. Possono essere condannati alla lapidazione sia le donne che gli uomini ma, in pratica, sono soprattutto le donne a scontare questa pena.

In questa situazione è molto difficile far filtrare notizie e avere informazioni. Negli ultimi mesi quattro militanti femministe - Rezvan Moghadam, Nahid Jafari, Nasrin Afzali e Marzieh Mortazi Langueroudi - sono state condannate a pene di sei mesi di prigione e dieci frustate per aver recato disturbo all'ordine pubblico. Un uomo, Amir Yaqoubali, anche lui impegnato per la difesa dei diritti femminili è stato condannato in maggio a un anno di reclusione. Molte altre militanti femministe coinvolte nella campagna "Un milione di firme" sono state arrestate negli ultimi due anni e condannate a periodi di reclusione e frustate, con la sospensione condizionale della pena. Abdi è una leader. Per lei non è stata prevista alcuna sospensione.

Dichiarazione della merda omofobica chiamata Rino Gattuso

autore:
antifa

Ci mancava pure che un rozzo e volgare omuncolo come il calciatore Rino Gattuso, dettasse le sue regole morali sulla maniera di intendere l'amore e i rapporti tra le persone.

La merda omofobica ha dichiarato:"Le nozze tra omosessuali non mi trovano d'accordo - ha detto Ringhio, rispondendo a una esplicita domanda sulla legge spagnola che le consente - per me le nozze sono tra un uomo e una donna. Sì, io mi scandalizzo, perché credo nella famiglia. E se credi nella famiglia e nella tua religione, non puoi essere d'accordo." Bontà sua ha però aggiunto: "Poi, siamo nel 2008 e ognuno fa quello che vuole".

p.s Purtroppo queste merde sono per molti dei modelli e magari queste parole influenzeranno i giovani tifosi che pendono dalle labbra di questi omuncoli....

Alemanno si fa la sua polizia. Armando i vigili

autore:
il manifesto - Stefano Milani
Sommario:
Pistole calibro 9, manganelli e spray urticanti in dotazione

ROMA - Accanto ai militari promessi dal ministro La Russa, ai carabinieri, alla polizia, ai famigerati (ma introvabili) poliziotti di quartiere, di berlusconiana invenzione, ora arriveranno anche i vigili urbani a rendere più sicure le strade della Capitale. Sempre con paletta e fischietto, ma da domani anche con una pistola calibro 9 di ordinanza, riposta nella fondina ma pronta per ogni evenienza. «Nessuna velleità da vigili-sceriffi», tranquillizza Alemanno che punta solo «a un più efficace impiego dei vigili stessi come polizia di prossimità nella lotta al degrado e alla criminalità di strada».
Un vecchio sogno del sindaco capitolino, uno dei suoi cavalli di battaglia riproposto con forza durante la scorsa campagna elettorale per combattere le «paure» dei romani. E ieri in Campidoglio la sua giunta ha tramutato quel sogno in realtà approvando la delibera che ha dato il via libera al «regolamento dell'armamento degli appartenenti al corpo della polizia municipale di Roma, in possesso della qualità di agente di pubblica sicurezza».
Diciotto articoli, per larga parte frutto di un sapiente copia e incolla dal decreto ministeriale n. 145/1987, che stabiliscono l'assegnazione di una pistola semiautomatica (o a rotazione) agli oltre seimila vigili urbani dislocati per le strade di Roma (500 dei quali ne possiedono già una). L'importante è aver superato i requisiti psico-fisici da ripetersi ogni anno. Esentati dall'uso delle armi chi dichiarerà l'obiezione di coscienza. La pistola sarà assegnata «in dotazione individuale e in via continuativa», perciò l'agente non avrà l'obbligo di riconsegnarla a fine servizio ma se la potrà portare tranquillamente a casa. In dotazione oltre alla pistola, e alla sciabola già prevista per i componenti la squadra d'onore del Comando generale, i vigili potranno disporre anche di spray anti aggressione e manganelli di gomma («mazzette distanziatrici in gomma di 50/60 centimetri e di peso inferiore ai 500 grammi» è scritto sulla delibera). Ora per completare l'opera Alemanno deve prima fare due conti, decidere sul numero di armi da affidare ai «suoi» poliziotti e comunicarlo al prefetto.
Quello di armare o no la municipale è sempre stato un interrogativo che di tanto in tanto ha fatto eco, negli ultimi anni, tra gli scranni dell'aula Giulio Cesare ma che puntualmente è naufragato in chiacchiere. Tredici anni fa l'allora giunta Rutelli, su proposta dell'assessore Walter Tocci, approvò una delibera che consentiva ai pizzardoni di «scegliere la pistola per eseguire servizi particolari» come la vigilanza per la salvaguardia dell'integrità e della conservazione del patrimonio pubblico e per i servizi notturni. A quel tempo l'arma in dotazione era una semiautomatica calibro 765 a sette cartucce che però ebbe vita breve. L'ultima proposta risale invece a poco più di un anno fa, da parte degli esponenti dell'Udc, ma fu bocciata con 28 no dalla maggioranza di centrosinistra guidata dal sindaco Veltroni.
Ma uscendo dal raccordo anulare, sono ormai sempre di più le amministrazioni comunali che decidono di dotare i propri vigili urbani di pistole e manganelli. Da nord a sud, e senza distinzioni di colore politico. Quattordici anni fa era stato Giancarlo Cito, il famoso sindaco-sceriffo di Taranto, a consegnare il manganello nelle mani dei vigili. Finì sotto processo per abuso d'ufficio, ma il suo gesto fu da apripista. Il via libera ufficiale l'ha poi dato la legge 127/97, detta Bassanini bis, che aggiornando le norme contenute nella precedente legge 65 del 1986, introdusse la facoltà per i consigli comunali di dotare la polizia locale di armi da fuoco.
La direttiva di Alemanno piace a diverse sigle di categoria. L'Ospol ad esempio, il sindacato della polizia municipale, che della pistola ai vigili ha fatto una vera e propria battaglia contro le giunte di centrosinistra e che oggi ringrazia il sindaco per la tutela dei «poliziotti locali oggetto solo nel 2007 di 395 aggressioni». Aggressioni che però rischiano di diventare ancora più gravi per il Consap. «Benvenuti, agli amici della polizia municipale, nel mirino della malavita», così si apre un comunicato della Confederazione sindacale autonoma di polizia che spiega: «Un criminale contro un vigile armato, potrebbe alzare il tiro, esponendo i vigili allo stesso rischio che corrono i poliziotti ogni giorno».