Palestina

SOLDATO ISRAELIANO SPARA A FREDDO A GIOVANE PALESTINESE

Autore:
Global Project
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Il 20 luglio sul sito B’Tselem (The Israeli Information center for Human rights in the occupied terrotories) è stato pubblicato un video clip che documenta le immagini di un soldato israeliano mentre spara a distanza ravvicinata un proiettile di gomma ad un ragazzo palestinese, bendato e ammanettato.

E’ successo il 7 luglio scorso a Nil’in, un villaggio della West Bank, dove settimanalmente si svolgono manifestazioni contro il muro di separazione che il governo israeliano sta costruendo.
Ashraf Abu Rahma, 27 anni, è stato fermato dai soldati, immobilizzato e picchiato. Subito dopo un gruppo di soldati e poliziotti lo ha avvicinato ad una jeep. Qui il soldato ha sparato ad una distanza di circa un metro e mezzo al piede del giovane alla presenza di un’alta carica dell’esercito israeliano che teneva il braccio del prigioniero mentre veniva colpito.
Le immagini sono state filmate da una giovane palestinese di 14 anni dalla propria abitazione con una telecamera fornita dalla stessa ONG B’Tselem all’interno del progetto "Shooting back" (un gioco di parole che significa sia Rispondere al fuoco che Rispondere filmando).

http://www.youtube.com/watch?v=8Hdm89WxkGs

Vai al video sul sito di B’Tselem
http://www.btselem.org/english/Press_Releases/20080720...

Links

http://www.btselem.org/English/index.asp
http://www.palestinemonitor.org/spip/
http://stopthewall.org/index.shtml

www.sergiofalcone.blogspot.com

CRONOLOGIA DI UNA PERSECUZIONE

Autore:
Rete Antifascista Perugina
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Sommario:
Da Tell El Zaatar a Ponte Galeria: il destino di un proletario palestinese

Abdellatif Ibrahim Fatayer nasce a Beirut nel 1965, nel campo profughi di Tell El Zaatar (“la collina del Timo”), dove i genitori si erano rifugiati nel ’48 dopo l’espulsione dalla Palestina. Di famiglia proletaria, cresce nella miseria e nella guerra. I profughi palestinesi, soprattutto in Libano, sono discriminati a tutti i livelli ed esclusi dai più elementari diritti civili.
Nel 1975 le falangi cristiano-maronite uccidono oltre cento tra operai e combattenti palestinesi. Le milizie delle forze progressiste si schierano conl'OLP e scoppia la guerra civile libanese. Israele bombarda il sud del Libano per "rappresaglia preventiva" e Ibrahim si ritrova sotto le bombe. In quella lunga guerra perderà quasi tutta la sua famiglia (erano 10 fratelli, sono rimasti in 3).
Il 12 agosto 1976 Tell El Zaatar cade dopo sette settimane d'assedio: vengono massacrati tra i duemila e i tremila palestinesi e stuprate centinaia di adolescenti e bambine, date in premio ai soldati falangisti che le sodomizzavano coi crocefissi. L’attacco al campo profughi, lanciato dai falangisti libanesi e dai siriani, è coordinato da ufficiali israeliani.
Aveva appena 11 anni Ibrahim, quando ammazzarono il padre davanti ai suoi occhi, inerme:
“Ci portarono tutti in strada, obbligati a camminare per ore. Ogni tanto ci facevano fermare, sceglievano qualcuno a caso e lo uccidevano. Toccò anche a mio padre” racconta.
Di fronte a tanto orrore quel bambino pensò di dover combattere per liberare il suo popolo.
A 13 anni entra nel gruppo di Al-Fatah, organizzazione dell’Olp fondata da Arafat e inizia l’addestramento militare.
Il 4 giugno 1982 viene sferrata da Israele e dai suoi alleati cristiano-maroniti, un'altra offensiva militare contro il Libano e l'OLP. Obiettivo è l’annientamento delle formazioni armate palestinesi. La suddetta operazione, denominata “Pace in Galilea”, provoca 30.000-40.000 vittime palestinesi e libanesi e pone le basi per un “cessate il fuoco”, negoziato tra Arafat e la forza multinazionale di stanza in Libano (composta da USA, G.B., Francia, Italia), che costringe all’esilio 13 mila guerriglieri palestinesi, tra cui Ibrahim, dietro la falsa promessa di tutelare la sicurezza della popolazione civile dei campi profughi.
Il 30 agosto 1982 i combattenti palestinesi abbandonano il Libano e il quartier generale dell'OLP viene trasferito a Tunisi. L’inganno della borghesia nazionale e imperialista coinvolta nelle trattative è presto svelato e si traduce, il 14 settembre 1982, in un altro atroce massacro: Sabra e Chatila. Razzi israeliani illuminano a giorno i due campi profughi a Beirut, consentendo ai falangisti di massacrare per tre giorni consecutivi la popolazione palestinese e libanese inerme. Più di 3.000 saranno le vittime civili.
Aveva 17 anni, Ibrahim, quando lasciò il Libano a seguito di quell’accordo scellerato e come tutti gli altri palestinesi in esilio venne identificato dalle autorità libanesi come combattente attivo, in una vera e propria lista dei fuoriusciti.
Il 7 ottobre 1985 Abdellatif Ibrahim Fatayer s’imbarca con altri 3 giovani profughi palestinesi alla volta del porto israeliano di Ashdud. L’operazione del FLP (Fronte per la Liberazione della Palestina) aveva come obbiettivo una base militare israeliana: i 4 feddayn volevano unirsi alla resistenza palestinese e mettere in atto un'azione dimostrativa per ottenere la liberazione di 52 prigionieri politici palestinesi. La nave utilizzata come mezzo di trasporto fu l'Achille Lauro, una nave da crociera italiana partita dal porto di Genova. A bordo era presente anche Khaled Hussein, che accompagnò i 4 giovani palestinesi fino al porto di Alessandria d'Egitto, dove scese. Dopo lo scalo ad Alessandria, la nave proseguì il suo viaggio verso la Palestina, ma al largo delle coste egiziane di Bur Said, un cameriere entrò all’improvviso nella cabina dei 4 fedayn, vide un’arma e chiese loro di mostrargli i passaporti. Poi uscì di corsa, per avvisare il comandante e la security. Fu una questione di attimi: i 4, vedendosi scoperti, decisero in pochi secondi, di cambiare la propria missione e di procedere al sequestro dell'equipaggio con tutte le tragiche conseguenze che ne derivarono. Sembra che sulla nave ci siano stati dei problemi con un cittadino americano-ebreo in carrozzella, Leon Klinghoffer, che incitava l’equipaggio alla ribellione e uno dei componenti del commando perse la testa e lo uccise. Dopo una serie di trattative che coinvolsero Arafat, Abu Abbas (segretario del FLP) e i governi egiziano e italiano, i Fedayn vengono consegnati alla Dirigenza palestinese di Arafat e Abu Abbas e la nave viene lasciata libera di andare. Il giorno successivo il commando prende il volo Cairo-Tunisi (dove dal 1982 fino agli accordi di Oslo fu garantita la permanenza palestinese) accompagnato da Abu Abbas, ma i caccia americani della VI Flotta obbligano l'aereo di linea egiziana ad atterrare nella base americana di Sigonella, in Sicilia. Qui i 4
palestinesi del commando (tra cui Ibrahim) vengono arrestati dagli italiani, mentre Abu Abbas viene trasferito a Roma e da qui, su un volo militare, a Belgrado.
Naturalmente gli americani avrebbero voluto giudicare e giustiziare, oltre a tutti i componenti del commando, anche i dirigenti dell'FLP, come Abu Abbas, ma l'Achille Lauro era una nave da crociera italiana, Bettino Craxi si oppose alla consegna dei palestinesi agli USA e fu la giurisdizione italiana ad occuparsi di loro: i 4 palestinesi del commando furono tutti condannati a 10-30 anni di reclusione.
Il dirottamento dell'Achille Lauro non fu pianificato e organizzato e gli obbiettivi dell’operazione erano militari, non civili, ma Abu Abbas e Khaled Hussein nel 1989 vengono condannati in contumacia all'ergastolo dalla "giustizia" italiana. Abu Abbas con l'accusa di essere stato il mandante del dirottamento dell’Achille Lauro, Khaled Hussein con l’accusa di averlo pianificato.
Abu Abbas, nell'aprile del 2003, viene rapito dagli americani in Iraq (l'Italia ne aveva chiesto l'estradizione) e torturato nel carcere di Abu Ghraib fino al martirio dopo 2 mesi di detenzione (per il Pentagono sarebbe morto di "cause naturali").
Khaled Hussein viene arrestato in Grecia nel 1991 e nel 1996 viene estradato in Italia. Attualmente è detenuto nella sezione di elevato indice di vigilanza del carcere di Benevento, la moderna Guantanamo italiana, ed è sicuramente nel mirino della CIA, come tutti gli altri coimputati.
Abdellatif Ibrahim Fatayer, a fronte di una condanna a 25 anni e 4 mesi è stato scarcerato nel 2005 per aver usufruito in parte dell'indulto, in parte della liberazione anticipata per buona condotta. In carcere ha studiato, ha preso la licenza elementare e media e ha sempre lavorato. Dopo la scarcerazione il soggiorno obbligato per 3 anni a Perugia, durante il quale ha lavorato presso un magazzino e un ristorante arabo.
AVEVA 20 ANNI QUANDO ENTRO' NELLE CARCERI ITALIANE E NE E' USCITO A 40. IBRAHIM HA SCONTATO INTERAMENTE LA SUA PENA!
In 20 anni di carcere duro (2 dei quali in completo isolamento) ha potuto vedere sua madre 2 sole volte prima che morisse.
Nel 2004, all’interno del carcere di Spoleto, subì un curioso interrogatorio da parte di funzionari statunitensi con le forme della rogatoria internazionale. Gli USA, infatti, vorrebbero ancora processarlo per l'Achille Lauro, in barba al processo di Genova e ai decenni scontati in galera. In quell’interrogatorio emerse chiaramente l’interesse degli Stati Uniti al “futuro” di Ibrahim.
I 3 anni di libertà vigilata a Perugia sono stati segnati da provocazioni e intimidazioni da parte delle forze dell’ordine e dei servizi segreti, che gli stavano col fiato sul collo anche quando era al lavoro e preparavano la trappola del suo “fine pena”.
L’8 aprile 2008 il Magistrato di Sorveglianza di Perugia dispone il fine pena per Ibrahim revocandone la libertà vigilata con obbligo di firma (che sarebbe dovuta scadere il 20 aprile), per cessazione della “pericolosità sociale”. Il dispositivo gli verrà però notificato soltanto il giorno dopo, quando si recherà in questura a firmare, come tutti i giorni.
Il 9 aprile 2008 Ibrahim si reca in questura a firmare e in quella sede gli vengono comunicati la revoca della libertà vigilata e la reclusione al c.p.t. di Roma in attesa di espulsione, disposta dal Prefetto di Perugia poche ore prima. Dopo averlo trattenuto in questura per 4 ore così come si era presentato: senza soldi e senza un cambio, lo hanno deportato al lager per immigrati di Ponte Galeria (Roma). Il decreto di espulsione con accompagnamento alla frontiera, emesso dal Prefetto di Perugia il 9 aprile, è stato motivato con una presunta “pericolosità sociale”, la stessa che il giorno prima il Magistrato di Sorveglianza aveva dichiarato non sussistere più. In questura a Perugia gli ritirano il tesserino e la carta precettiva per le firme obbligatorie, ma quei documenti erano gli unici che attestassero la sua identità, essendo Ibrahim apolide, quindi gli comunicano che essendo sprovvisto di qualsiasi documento, non possono che procedere alla sua espulsione.
…Gli hanno detto che era un clandestino, dopo vent'anni di galera in Elevato Indice di Vigilanza e tre anni di obbligo di firma!
…Non aveva trovato un lavoro in regola né una moglie italiana, e come poteva un sorvegliato speciale senza documenti?
…Gli hanno detto che dovevano espellerlo, per mandarlo dove e da chi non è dato sapere:

  • Ibrahim è nato nel campo profughi di Tal Al Zatar e pur essendo di origine palestinese non ha alcuna cittadinanza;
  • Quel campo profughi non esiste più;
  • Aveva una famiglia in Libano, ora non ce l'ha più. Se dovessero mandarlo lì rischierebbe certamente di essere imprigionato e/o ucciso per la sua pregressa militanza e per i reati per i quali è stato già condannato in Italia. Lo stesso dicasi per altri paesi arabi, come la Tunisia, che violano sistematicamente i diritti umani;
  • In Palestina – Israele, il ritorno dei profughi palestinesi non è possibile e Ibrahim rischierebbe sicuramente la libertà e l’incolumità, potendo facilmente cadere sotto i colpi del Mossad;
  • Né USA né Israele hanno dimenticato la vicenda dell’Achille Lauro e l’uccisione, anche se non per mano di Ibrahim, di un cittadino americano di religione ebraica. Per questo reato negli Stati Uniti vige la pena di morte ed è facile immaginare che sia in Libano che in altri paesi dell’area medio-orientale, oltre ad essere discriminato e perseguitato per le sue opinioni politiche, Ibrahim possa essere consegnato agli USA o rapito da servizi segreti o da altre forze di intelligence americane o israeliane

L’8 giugno, dopo 60 giorni di detenzione nel campo di concentramento di Ponte Galeria, la carcerazione di Ibrahim è stata protratta di altri 30 giorni, in attesa magari che entrino in vigore le ultime leggi sull’immigrazione:
...nei CPT si resta fino a 18 mesi e poi espulsione, no all'assistenza legale gratuita. E se l’essere immigrato irregolare diventa reato penale, è previsto un soggiorno nelle patrie galere fino a 4 anni...
Questo è il destino dei proletari senza alcuna cittadinanza come Ibrahim: CPT per 18 mesi e Patrie Galere fino a 4 anni, CPT per 18 mesi e Patrie Galere fino a 4 anni, CPT fino a 18 mesi e Patrie Galere fino 4 anni…
Come ha scritto un giornalista della Nazione:
"Non c'è Stato che voglia riconoscere l'ex feddayn dell'Achille Lauro, é un cittadino troppo ingombrante. Dopo l'inferno del carcere e il limbo di Perugia, ora lo attende un non-luogo."
Dietro quel filo spinato, ovunque esso sia, ci sono proletari che soffrono le pene dell’inferno, ma evidentemente la vita di milioni di loro non vale quanto quella di un ricco turista americano per cui si è avuta già una piena giustizia borghese!

DI CPT SI MUORE, MORTE AI CPT!

info su: http://blog.libero.it/freeibrahim/view.php

ABDELLATIF IBRAHIM FATAYER LIBERO SUBITO!

Autore:
Rete Antifascista Perugina
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IBRAHIM ABDELLATIF FATHAYER LIBERO SUBITO!

Abdellatif Ibrahim Fatayer, palestinese di 43 anni, ha scontato 20 anni di carcere duro in Italia per l’operazione FLP, di Abu Abbas, dell’Achille Lauro. Uscito nel 2005 in libertà vigilata a Perugia con l’obbligo della firma fino al 20 aprile 2008, mercoledì 9 aprile, si è recato a firmare in questura e in quella sede gli sono stati comunicati la revoca della libertà vigilata e il trasferimento in un c.p.t. di Roma. E' stato trattenuto nella questura di Perugia per 4 ore così come si era presentato: senza soldi, senza un cambio, senza un soprabito, con una sola maglietta addosso e senza poter avvisare nessuno. Il cellulare gli è stato sequestrato perché dotato di videofonino. In questura c'era un giornalista della Nazione al quale lui ha potuto dire di avvisare l'opinione pubblica che lo stavano deportando a Roma (naturalmente l'anonimo giornalista della Nazione ha condito l'articolo pubblicato, con alcune considerazioni che Ibrahim non condivide e diverse inesattezze). Dalla questura, mercoledì notte, è stato trasferito al lager di Ponte Galeria e lì, grazie alla solidarietà di altri detenuti, che gli hanno prestato un cellulare, ha potuto avvisare qualche compagno qui a Perugia di cosa gli stava succedendo e del trattamento a lui riservato dalla digos di Perugia.
La richiesta di trattenimento presso il CPT in attesa di espulsione (non si sa dove: non ha i documenti: è un palestinese senza patria), avanzata dalla Prefettura e dalla questura di Perugia, è stata convalidata ieri, 11 aprile, nel corso di un udienza che è durata 2 minuti, senza che lui abbia potuto incontrare il suo avvocato.

Ibrahim è nato in Libano il 7.10.1965, nel campo di Tall Al Zaatar, divenuto tristemente famoso per la strage commessa dai siriani nel 1976. Ha visto uccidere il padre che cercava di proteggerlo dai militari, davanti ai suoi occhi quand'era bambino. Ha perso quasi tutta la sua famiglia nella guerra del Libano degli anni '80 e successivamente. Ha fatto la guerra per la liberazione della Palestina, il suo Popolo, la sua identità.
Il 7 ottobre del 1985 s'imbarcò sull'Achille Lauro con altri giovani profughi palestinesi, per scendere al porto israeliano di Ishdud e rapire dei soldati israeliani in cambio della liberazione di alcuni prigionieri palestinesi. Le cose non andarono secondo i piani prestabiliti e nella base americana di Sigonella, in Sicilia, Ibrahim fu arrestato insieme ai suoi compagni e condotto in carcere a Spoleto, dove rimase oltre 2 anni in totale isolamento. Dopo Spoleto Voghera e poi ancora Spoleto (sez. EIV), Livorno (sempre in sezione EIV), Spoleto.
Poté vedere sua madre due sole volte prima che morisse, mentre era a Voghera.
Aveva 20 anni quando entrò nelle carceri italiane e ne uscì a 40.
Aveva una famiglia in Libano, ora non ce l'ha più.
Chi lo ha conosciuto lo ricorda corretto sempre con tutti, verace e simpatico.
Nei 3 anni di libertà vigilata a Perugia, dormiva in un appartamento della Caritas, lavorando inizialmente in un kebab, ma non ci stava dentro e voleva qualcosa di più solido, una esigenza legittima, per un esiliato.
La permanenza a Perugia è stata segnata da costanti molestie da parte delle forze dell'ordine e dei servizi.
Nel 2004 ricevette delle richieste, girate per rogatoria alla Magistratura di Spoleto e Perugia, per cui gli USA lo volevano ancora processare per l'Achille Lauro, in barba al processo di Genova e ai decenni scontati di galera. Non procedettero per rogatoria perché la riapertura dell'inchiesta doveva rimanere segreta e la notizia trapelò su alcune testate giornalistiche, suscitando un certo clamore mediatico. Hanno aspettato adesso le elezioni per farlo fuori, per farlo finire a Guantanamo, o Abu Graib, o in qualche altro infame tugurio dell'imperialismo!
Come ha scritto il cronista della Nazione: "Non c'è Stato che voglia riconoscere l'ex feddayn dell'Achille Lauro, é un cittadino troppo ingombrante. Dopo l'inferno del carcere e il limbo di Perugia, ora lo attende un non-luogo."

NON POSSIAMO PERMETTERGLIELO!
LIBERTA' PER IBRAHIM ABDELLATIF FATHAYER!

Attiviamo il prima possibile una rete di mobilitazione, per rompere il silenzio, per costruire a breve un'iniziativa nazionale di solidarietà che impedisca quest'ennesimo sequestro a firma CIA.
Attiviamo la solidarietà, scriviamo a Abdellatif Ibrahim Fatayer, c/o C.R.I. C.P.T di Ponte Galeria, via Portuense 1680, km 10.400 - 00148 – Roma
SRP Veneto ha già lanciato questa campagna di solidarietà e di denuncia, e sta contribuendo alla controinformazione su questo caso con un’intervista ad Ibrahim. Noi vi aderiamo e ci auguriamo che altre situazioni si mobilitino per rompere il silenzio su Ibrahim, per i palestinesi, per la Palestina.
Per comunicare proposte di mobilitazione e solidarietà, scrivere a ibrahim65_1@libero.it

Rete Antifascista Perugina

IO_NON_HO_PAURA: racconti da un paese in guerra

Autore:
occhisulmuro
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Campo di Aishaa, periferia di Betlemme. 30 marzo 2008
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Valico di Jayuss, "Porta meridionale" 25/04/2008

"Io non ho paura".
Con queste parole una donna palestinese del villaggio di Jayuss, al nord della palestina, si descrive alle donne della carovana che ha attraversato i territori palestinesi dal 23 al 31 marzo.
Il 23 marzo tocco per la prima volta la terra mediorientale. Prima tappa: il valico di Herez, la porta occidentale alla striscia di gaza.
Una cattedrale nel deserto, sorvegliata da un ricchissimo sistema di telecamere e circondata da onde elettromagnetiche, divide i cento carovanieri da una striscia di terra, tra il sinai e la Palestina, trasformata in un'immensa guantanamo. Chiaramente i militari israeliani non hanno nessuna intenzione di farci varcare quel maledetto chekpoint (un'immagine: si tratta di un'immensa struttura di cemento tipo un aeroporto, o meglio l'ingresso di un supercarcere). La voglia di resistere è tanta, ma si scontra con una mentalità militare esponenzialmente più efficace: la cattedrale non offre acqua o baretti di ristoro, e l'accoglienza avviene in un piazzale di cemento che comincia a ribollire non appena il sole raggiunge lo zenit. Alle 13 la temperatura credo fosse prossima ai 40 gradi centigradi. Insomma o ti porti un barile d'acqua al posto dello zaino, o dopo ore di attesa, disidratato, sei indotto a desistere.
Il primo contatto con le truppe di occupazione israeliane non è stato dei migliori, ma il peggio deve ancora arrivare.
La sera ci spostiamo verso Betlemme dove riceviamo una calorosissima accoglienza da parte dei ragazzi dell'Ibdaa cultural centre, centro culturale del campo profughi di Deishee, quartiere periferico di Betlemme. L'ibdaa mi ha colpito molto: nasce nel 1994 grazie ai fondi della solidarietà internazionale. Culturalmente e politicamente vivacissimo, il centro si divide in due strutture: la principale che si trova all'inizio del campo ed una seconda all'interno che offre un'asilo nido, una biblioteca e prossimamente un media center. Nel campo profughi di Deishee, così come in ogni campo profughi, la sovranità e la gestione della comunità è esercitata esclusivamente dalle Nazioni Unite ( i palestinesi non hanno nessuna voce in capitolo circa l'amministrazione diretta dei loro territori) che garantiscono istruzione e assistenza sanitaria utilizzando, però, solo personale straniero. L'Ibdaa è invece totalmente autogestito dalla popolazione di Deishee e grazie anche ad una laboratorio artigianale presente nel centro, riesce a dare reddito a circa 80 famiglie del campo.
Il 24 mattina la carovana si sposta verso l'Università di Abudis( la più grande della Palestina) a pochi Km da Betlemme. In palestina le strade non sono uguali e percorribili da tutti: ci sono modernissime autostrade israeliane ad uso esclusivo di coloni e cittadini israeliani, e dissestatissime strade di campagna ad uso immaginate voi di chi. Se si percorressero le strade di israele si impiegherebbero 15 minuti per arrivare all'Università, ma purtroppo uno studente palestinese deve affrontare un'ora e mezza abbondante di viaggio e valicare un chekpoint. Anche studiare è una lotta quotidiana!
Abudis era un quartiere periferico di Gerusalemme, ma dal 2002, e cioè dall'inizio della costruzione del muro e del processo di de-arabizzazione della città, ne è totalmente isolato.
Dal Piazzale antistante l'Università domina un enorme muro alto 8 metri, più un altro guadagnato con le reti, che divide intere valli. Dietro di esso Gerusalemme, la culla delle religioni.
Le ragazze di Abudis mi hanno colpito molto. Mi ha stupito la loro voglia di raccontarsi e di vivere con noi quello che per loro è un'inferno quotidiano. L'aria che si respirava era piacevole: diversi gruppi misti di uomini e donne sedevano nei giardini che circondano il campus fumando Arghila e fronteggiando un modello culturale, quello di Hamas, che li vorrebbe divisi tra generi e velati da ipocrisie teocratiche. Mi hanno dato tanta forza.
Il 24 sera ci spostiamo verso Jayuss. Raccontare l'accoglienza ricevuta in questo piccolo villaggio non è cosa semplice: credo, anzi sono convinta, che certe emozioni siano impossibili da parafrasare.
Il paesino è a Nord della Palestina, vicino Qualquilya e Tulkarem: in tutto 3 centri agricoli devastati economicamente e socialmente dalla costruzione del muro. Quest'ultimo circonda totalmente la città di Qualquilya e per 2/3 quelle di jayuss e Tulkarem.
la storia è sempre la stessa: c'è un muro che divide il centro abitato dalle terre coltivabili, unica fonte di reddito per le comunità locali. L'economia era essenzialmente fondata sulla raccolta di frutta, fiori e verdura, ma ora gendarmi e Tanks stabiliscono chi possa entrare e quando.
La mattina del 25, dopo un'incontro con stop the wall, ci avviamo insieme ad alcuni abitant di Jayuss verso la "Porta Meridionale": un'enorme cancello che chiude l'accesso alle campagne. Comincia ad esplodere la rabbia dell'intifada. I bambini si gettano sulle reti,. qualcuno si arrampica al filo spinato e cerca di saltare il muro. In 2 minuti arrivano le camionette israeliane. la tensione si fa alta, ma mai quanto il pomeriggio, quando alla "Porta occidentale" i carovanieri si sono visti puntare mitra in faccia e indietreggiavano preoccupati solo di riuscire a difendere quella che è sempre stata l'anima dell'intifada e di ogni lotta politica: i bambini.
Per me si è trattato di entrare nel girone dell'inferno.
Le donne ci hanno raccontato che ogni venerdi si recano al muro per fronteggiare quelle merde sioniste che gli centellinano acqua quotidianamente, che gli strappano figli e gli negano ogni diritto all'esistenza. La violenza di israele non si ferma mai, nemmeno davanti ad una donna che abbraccia il tronco di un ulivo tagliato perchè non dia più frutti.
Cosa ne dite si può parlare di apparthaid? Posso osare nel dire che lo Stato di israele, nato da un olocausto, sta perpetrando un genocidio lento e dolorosissimo, disumano e impossibile da difendere?
Mi fermo qui! Non riesco ad andare oltre. Con la Palestina negli occhi e nel cuore, ma soprattutto con la certezza di ritornare quanto prima.

FREE PALESTINE!!!

[sportsottoassedio] Immagini da Hebron

Autore:
imc roma

Due immagini dal secondo giorno della carovana sport sotto assedio.

Il check point di Hebron e' nel pieno centro della cittadina, a ostacolare e ritardare ogni attivita' quotidiana della comunita' palestinese.

L'occupazione poi non si fa solo con check point e carri armati; nella seconda foto si vede come i palestinesi si debbano difendere persino dall'immondizia di chi li circonda e li assedia.