Nicola non è solo. A Verona in diecimila contro la violenza e contro il fascismo.
In tanti e tante hanno attraversato le vie della città per ricordare il giovane ucciso e per ribadire il valore dell’antifascismo. All’inizio del corteo un gruppo ha rotto una vetrina. Ma è stato subito isolato
Pioveva a Verona ieri pomeriggio, un tempaccio. E poi c’era la diffusa fretta di dimenticare, la voglia di normalizzare, di dire: «E’ stata una ragazzata finita male». Per questo forse gli organizzatori della manifestazione non si aspettavano una grande partecipazione al corteo in ricordo di Nicola Tommaselli, morto ammazzato di botte da un branco di neonazisti. Negli ultimi giorni, non ne parlava più nessuno di quell’episodio se non i giornali di sinistra.
E invece è andato tutto in maniera diversa, perché una folla di diecimila persone ha camminato per le vie della città. Per dare un’idea di cosa significhi questa cifra basta citare la battuta di un’anziana signora che, disgustata, guardava i manifestanti: «Erano 40 anni che non vedevo una cosa del genere!».
Alla testa del corteo un gruppo di cittadini veronesi, amici e conoscenti del ragazzo ucciso, portavano uno striscione che recava la scritta: “Nicola è uno di noi”. «Perché Verona è diventata una città razzista e fascista dove chiunque rischia di finire ammazzato perché non omologato all’ormai dilagante pensiero della destra», così ha spiegato il significato dello striscione una signora che lo sorreggeva insieme ad altre venti persone. Dietro di loro un po’ tutta la sinistra che per bocca di molti manifestanti sembrava quasi sorpresa dell’affluenza: «Siamo fuori dal parlamento di Berlusconi e Veltroni, ma siamo dentro le piazze, dove loro mancano. Questo è un ottimo punto per la ripartenza» commentava Livio arrivato da Roma.
Un centinaio le realtà che hanno aderito al corteo promosso dall’Assemblea cittadina: tra gli altri i centri sociali Pink e La Chimica, Fiom, Arcigay e Arcilesbica, circoli Anpi, Emergency, collettivi universitari, Prc, Sinistra critica, Pdci, Sd veronese.
Il Prc era al gran completo: Russo Spena, Gennaro Migliore, Alfio Nicotra, Graziella Mascia, accompagnati da Giorgio Cremaschi. «La sinistra non arretra quando si tratta di difendere i diritti di migranti e lavoratori. E ovviamente non dimentica la battaglia antifascista. E’ un momento difficile per il paese, non solo per la sinistra…» così Gennaro Migliore. Loretta, una ricercatrice di Torino iscritta a Rifondazione dice: «Questo è il posto dove il partito deve stare in questo momento: nella piazza, vicino al suo popolo che si è sentito tradito da un’esperienza di governo che ha lasciato da parte i valori per cui stiamo manifestando qua oggi. Forse otterremo più così che seduti in parlamento». Dietro il Prc, Sinistra Critica, che commenta per voce di Flavia D’Angeli: «Il successo di questa manifestazione dice che vi è una diffusa richiesta di costruire una sinistra antifascista e anticapitalista, in netta opposizione alle politiche del Pdl e del Pd».
La marcia si è conclusa a due passi dalla centrale piazza delle Erbe sotto gli occhi vigili della statua di Dante Alighieri. Molti gli interventi che con toni piuttosto accesi hanno sottolineato l’urgenza «di una sveglia per tutto il paese e in particolare per il Nord che vive con il cervello annebbiato dal delirio berlusconiano leghista».
Aggressione neonazista: due cortei a Verona
Due vetrine danneggiate, il conto ai manifestanti
VERONA (17 maggio) – Il silenzio davanti a Porta Leoni, dove è stato ucciso Nicola Tommasoli, ha accomunato i due cortei che oggi hanno percorso Verona. Il primo, promosso dall’Assemblea Cittadina, cui hanno aderito un centinaio di formazioni politiche, secondo gli organizzatori ha avuto dalle 5 mila alle 10 mila presenze.
Tra le adesioni, Pdci, Rc, Sinistra Critica, Centri Sociali La Chimica e Pink, Circoli Ani, Fiom Cgil e Arcigay ed Arcilesbica. Il secondo, distinto dal primo, organizzato da Migranti e Disobbedienti, ha visto oltre un migliaio di partecipanti. Due manifestazioni che hanno seguito percorsi differenti, ma hanno fatto tappa entrambe nel luogo dove Tommasoli, disegnatore veronese 29enne, è stato massacrato da cinque simpatizzanti di destra, nella notte tra il 30 aprile ed il primo maggio.
Nota dissonante della manifestazione è stato un gruppo composto da alcune decine di giovani travisati, esterno all’organizzazione del corteo, che ha danneggiato le vetrine di un Centro Interinale e un istituto di credito. Per il sindaco di Verona, Flavio Tosi, «un ulteriore oltraggio alla memoria di Tommasoli». Le scritte lasciate dal gruppo saranno ripulite dal Comune e il conto girato ai promotori della manifestazione.
Si è conclusa invece con l’offerta di cibo comune – cous cous e ricette tradizionali – proiezioni video, ed il microfono aperto agli degli immigrati, la manifestazione del Coordinamento Migranti di Verona sostenuta dai Disobbedienti.
Momenti di tensione durante la manifestazione
in ricordo del giovane ucciso da un gruppo di estremisti di destra
Verona contro l’intolleranza
Il corteo: “Nicola è ognuno di noi”
Alcuni giovani si sono staccati dai cordoni e hanno rotto una vetrina
Gli organizzatori sono riusciti a mantenere il carattere pacifico dell’iniziativa
Verona contro l’intolleranza
Il corteo: “Nicola è ognuno di noi”
La partenza del corteo
VERONA – Momenti di tensione a Verona durante il corteo non violento per Nicola Tommasoli, il giovane pestato a morte da un gruppo di estremisti di destra. La manifestazione si è svolta regolarmente ed è stata turbata da un gruppo di giovani travisati e con i caschi che hanno infranto la vetrina di un negozio. E’ avvenuto tra Porta Nuova e i portoni di Piazza Bra, quando un nucleo di manifestanti, un blocco compatto, ha rotto la vetrata, sfidando il reparto celere della polizia.
Dal gruppo, estraneo all’organizzazione del corteo, sono partiti anche alcuni petardi. I promotori della manifestazione hanno a lungo supplicato gli esagitati di smetterla e di non rovinare il corteo, ribadendo che esso è all’insegna della non violenza.
Tra i rappresentanti dell’assemblea cittadina, promotrice del corteo “Per sconfiggere l’intolleranza, il razzismo”, e le forze di polizia c’è stato un continuo dialogo, per evitare – ha spiegato uno di loro – “che la manifestazione degeneri contro la volontà di tutti”. Il corteo è poi proseguito tranquillamente, solo con musica e slogan.
Il corteo si è mosso dalla stazione. Dietro allo striscione di testa “Nicola è ognuno di noi”, sfilano verso il centro della città scaligera decine di diverse formazioni politiche, dai centri sociali veronesi a Pdci e Rc, alla Sinistra Democratica di Verona e Sinistra Critica Nazionale, ai circoli Anpi, Arcigay e Arcilesbica, da Emergency ai collettivi universitari.
“L’unico obiettivo è la comunicazione in città, aperta a tutti i linguaggi dell’antifascismo”, spiega uno degli esponenti del Centro Sociale ‘La Chimica’ di Verona.
Tra i manifestanti circola una lista delle principali aggressioni compiute dal 2001 ad oggi in città da gruppi di destra. “Chi amministra questa città parla di casi isolati, di generico bullismo giovanile – scrive il ‘Comitati Madri’ – ma nelle stanze di chi ha ucciso Nicola Tommasoli sono stati trovati i simboli del fascismo e del nazismo”.
Ma gira anche l’appello contro la violenza lanciato dai genitori di Nicola, morto il primo maggio scorso dopo il pestaggio subito in Corte dei Leoni da un gruppo di cinque giovani di destra. “Esortiamo giovani e studenti – è detto nell’appello – a non ascoltare le sirene che predicano i non valori, come prevaricazione e violenza”. “Vita vuol dire sacrificio per arrivare alla convivenza civile con l’altro anche se sconosciuto, bisognoso e straniero – è scritto ancora -, solo così il nostro amato Nicola non sarà morto invano”.
In 10mila a Verona per Nicola, ucciso dai neonazi
Marco Filippetti
manifesti firmati Lega Nord in solidarietà agli aggressori di Nicola Tommasoli, foto Ansa
manifesti sequestrati firmati Lega
Una Verona blindata, plumbea, ha accolto le tante migliaia di giovani arrivati da tutta Italia e in special modo da Roma e dal Centro-Nord, in ricordo di Nicola Tommasoli, il giovane ucciso di botte da cinque neonazisti la notte del primo maggio. Tanti, non tantissimi, ma tanti: 10mila secondo gli organizzatori (oltre tremila per la Questura) hanno sfilato per le strade di Verona fino a piazza delle Erbe, dove la manifestazione si è chiusa con comizi volanti dagli altoparlanti montati su un camioncino.
Il corteo “antifà” (antifascista, come si dice ora) è stato promosso dall’Assemblea cittadina «Per sconfiggere l’intolleranza, il razzismo», che riunisce molti centri sociali e varie sigle della sinistra e vuole essere una risposta politica al pestaggio nazista. E si è chiuso senza oratori ufficiali o palco.
In testa al corteo e a chiudere con gli interventi finali sono stati gli amici del ragazzo ucciso e i giovani del centro sociale Chimica , e altre associazioni e collettivi veronesi.
Dietro lo striscione di che apriva il corteo – con la scritta «Nicola è ognuno di noi»- molti studenti universitari e delle scuole superiori di Verona. Subito dietro una nutrita pattuglia di “No Vat”, gay e lesbiche che avevano in programma una manifestazione a Venezia per la giornata mondiale contro l’omofobia e hanno spostato l’appuntamento a Verona legando la questione della discriminazione sessuale a una comune battaglia contro l’intolleranza. Tra loro anche cartelli del movimento “No Dal Molin” contro la realizzazione della nuova base americana di Vicenza e dei “No Tav”.
Ancora dietro, a metà corteo, lo spezzone più “duro”, quello dei centri sociali – sei pullman soltanto dalla capitale – protetto da un servizio d’ordine suddiviso in cordoni. In coda, sindacati e partiti, con esponenti politici nazionali come Emanuela Palermi del Pdci, Gennaro Migliore di Rifondazione, l’eurodeputato del gruppo Gue Vittorio Agnoletto, il direttore del quotidiano Liberazione Piero Sansonetti.
Non è stata certo una manifestazione allegra, oltretutto il tempo era brutto, con pioggia a tratti. E qualche momento di tensione fin dalla partenza, con dimostranti fermati alla stazione di Bologna e a Brescia per problemi di controllo dei biglietti collettivi. A Verona, la città li ha accolti come città blindata, con agenti in tenuta antisommossa dispiegati sia davanti che dietro, molti negozi chiusi e solo poche bandiere della pace appese ai balconi lungo il percosro della manifestazione.
L’episodio di contestazione più “duro” è avvenuto poco dopo la partenza, quando qualcuno dei ragazzi ha scritto una frase contro il precariato sulla vetrata di un’agenzia interinale chiusa e la polizia è intervenuta con una breve carica, spezzando il corteo. Ma poi la manifestazione è ripartita e si è conclusa senza arresti o incidenti.
«Basta morti per mano fascista, basta violenze, non è bullismo questo e ogni sera a Verona succedono aggressioni, non è un episodio casuale, non è teppismo qualunque», grida al megafono un ragazzo. Altri portano cartelli contro il sindaco Tosi per il quale l’uccisione di Nicola Tommasoli è solo «un episodio che non fa testo, succede una volta su un milione». Lui, nella sua carriera politica con i neonazisti c’è andato a braccetto – è stato ricordato anche negli interventi finali -, e continua a premere sul tasto della sicurezza ma senza darle colore: «Riempiendosi la bocca della parola d´ordine sicurezza – dicono i manifestanti – ha alimentato una forma di “insicurezza” che legittima la libera e spontanea pretesa di ristabilire il decoro, di ripulire il centro città e i quartieri dai nemici della presunta veronesità. Perché il suo successo – proseguono – poggia sull’odio, non vive senza un nemico, alimenta una guerra irresponsabile le cui conseguenze pagheremo a lungo. Si deve vergognare per ciò che ha detto e per i silenzi, perché l´acqua che oggi getta sul fuoco se fosse stato coinvolto un non veronese sarebbe diventata benzina. Perché – concludono – non avere detto una parola di condanna sui maledettamente e sempre uguali pestaggi in centro, ha provocato quello che è successo a Nicola».
Nicola, si legge del resto nell’appello della manifestazione “antifà”, «è stato ucciso non perché avversario politico, non perché rappresentava il nemico, nemmeno perché diverso: migrante, comunista, gay, zingaro, barbone. Solo e “semplicemente” perché estraneo, non familiare, non compatibile».
Negli interventi finali in piazza delle Erbe, la piazza dei giovani, dell’aperitivo, dove -hanno denunciato in molti – si sono verificate tante aggressioni dei naziskin, il senso della manifestazione di sabato è sembrata proprio quella di una riconquista della città a una convivenza più civile, democratica, dove non si debba più rischiare un pestaggio per una sigaretta non data, i capelli un po’ più lunghi o un’idea di diverso colore.
Un altro omicidio di stampo fascista riempie le cronache di questi giorni. Nicola Tommasoli, 29 anni, è stato assassinato a Verona nella notte del 1° maggio da una banda di cinque neonazisti. Lo hanno ammazzato a calci e pugni, colpevole soltanto di avere un aspetto non conforme, in quelle strade centrali della città veneta dove tutti i giorni vengono aggredite e insultate le persone riconoscibili come immigrate, frequentatrici dei centri sociali, antifasciste, alternative, “diverse”, le stesse categorie sociali messe nel mirino dalle deliranti paranoie securitarie del sindaco Tosi, amico e alleato dei camerati scaligeri.
Un omicidio che ha la sua genesi nel clima di odio e di intolleranza che si respira non solo nel Veneto ma in tutto il paese, investito dalle politiche securitarie di sindaci e politici di destra come di centro sinistra che riducono le contraddizioni sociali (e il conflitto sociale che ne deriva) a problema di ordine pubblico. Il nemico diventa il lavavetri, il baraccato, il writer, l’occupante di case, il capellone, la prostituta, lo straniero, additati come obiettivi da colpire a un’opinione pubblica spaventata da campagne giornalistiche vergognose. Si sorvola naturalmente sulle morti nei cantieri dove si lavora in nero, sulla mancanza di case a prezzi sostenibili, sul carovita, sulla precarizzazione generalizzata della vita di tutti e tutte noi, sulla devastazione ambientale. Per nascondere i problemi reali e colpire l’opposizione sociale si lanciano campagne di odio contro nemici immaginari.
In questo contesto i fascisti svolgono il ruolo di braccio armato. Nella nostra città negli ultimi due anni si sono verificate centinaia di aggressioni fasciste, di assalti a case occupate, centri sociali, sedi di sinistra, singole persone. Come quella dove ha trovato la morte il nostro compagno e fratello Renato Biagetti, a Focene, reo di frequentare un luogo “di sinistra”. Anche in quell’episodio si è parlato di “banale rissa”, si è detto che la politica non c’entrava, si è cercato di minimizzare, come vergognosamente sta accadendo in questi giorni in merito all’omicidio di Nicola, e come era già successo a Milano quando fu assassinato il compagno Davide Cesare detto Dax. Come vergognoso è l’atteggiamento del camerata Gianfranco Fini che getta la maschera affermando essere più grave bruciare una bandiera che assassinare una persona. Come vergognosi sono stati gli atteggiamenti di “equidistanza” e di revisionismo storico assunti da tanti esponenti del sedicente centro-sinistra.
Ma gli antifascisti e le antifasciste di questa città non hanno mai piegato la testa in questi anni difficili, hanno continuato a praticare l’antifascismo nella loro attività quotidiana, nelle lotte sociali, nelle relazioni, nella solidarietà, nel contrasto determinato e consapevole alle bande fasciste. Ancora più forte deve essere oggi la nostra unità e determinazione, in questa fase storica infausta che vede lo squadrista Alemanno conquistare il Campidoglio.
Anche questa volta, con rabbia e con dolore, non intendiamo abbassare la testa.
Invitiamo tutti e tutte a mobilitarsi venerdi 9 maggio dalle ore 19 a Piazza Trilussa a Trastevere per dare una prima risposta di “questa città ribelle e mai domata” alla violenza fascista e alla deriva securitaria. Analogamente invitiamo tutti e tutte a riempire i pulmann che ci porteranno a Verona sabato 17 maggio per la manifestazione nazionale antifascista in ricordo di Nicola.
Un altro omicidio di stampo fascista riempie le cronache di questi giorni. Nicola Tommasoli, 29 anni, è stato assassinato a Verona nella notte del 1° maggio da una banda di cinque neonazisti. Lo hanno ammazzato a calci e pugni, colpevole soltanto di avere un aspetto non conforme, in quelle strade centrali della città veneta dove tutti i giorni vengono aggredite e insultate le persone riconoscibili come immigrate, frequentatrici dei centri sociali, antifasciste, alternative, “diverse”, le stesse categorie sociali messe nel mirino dalle deliranti paranoie securitarie del sindaco Tosi, amico e alleato dei camerati scaligeri.
Un omicidio che ha la sua genesi nel clima di odio e di intolleranza che si respira non solo nel Veneto ma in tutto il paese, investito dalle politiche securitarie di sindaci e politici di destra come di centro sinistra che riducono le contraddizioni sociali (e il conflitto sociale che ne deriva) a problema di ordine pubblico. Il nemico diventa il lavavetri, il baraccato, il writer, l’occupante di case, il capellone, la prostituta, lo straniero, additati come obiettivi da colpire a un’opinione pubblica spaventata da campagne giornalistiche vergognose. Si sorvola naturalmente sulle morti nei cantieri dove si lavora in nero, sulla mancanza di case a prezzi sostenibili, sul carovita, sulla precarizzazione generalizzata della vita di tutti e tutte noi, sulla devastazione ambientale. Per nascondere i problemi reali e colpire l’opposizione sociale si lanciano campagne di odio contro nemici immaginari.
In questo contesto i fascisti svolgono il ruolo di braccio armato. Nella nostra città negli ultimi due anni si sono verificate centinaia di aggressioni fasciste, di assalti a case occupate, centri sociali, sedi di sinistra, singole persone. Come quella dove ha trovato la morte il nostro compagno e fratello Renato Biagetti, a Focene, reo di frequentare un luogo “di sinistra”. Anche in quell’episodio si è parlato di “banale rissa”, si è detto che la politica non c’entrava, si è cercato di minimizzare, come vergognosamente sta accadendo in questi giorni in merito all’omicidio di Nicola, e come era già successo a Milano quando fu assassinato il compagno Davide Cesare detto Dax. Come vergognoso è l’atteggiamento del camerata Gianfranco Fini che getta la maschera affermando essere più grave bruciare una bandiera che assassinare una persona. Come vergognosi sono stati gli atteggiamenti di “equidistanza” e di revisionismo storico assunti da tanti esponenti del sedicente centro-sinistra.
Ma gli antifascisti e le antifasciste di questa città non hanno mai piegato la testa in questi anni difficili, hanno continuato a praticare l’antifascismo nella loro attività quotidiana, nelle lotte sociali, nelle relazioni, nella solidarietà, nel contrasto determinato e consapevole alle bande fasciste. Ancora più forte deve essere oggi la nostra unità e determinazione, in questa fase storica infausta che vede lo squadrista Alemanno conquistare il Campidoglio.
Anche questa volta, con rabbia e con dolore, non intendiamo abbassare la testa.
Invitiamo tutti e tutte a mobilitarsi venerdi 9 maggio dalle ore 19 a Piazza Trilussa a Trastevere per dare una prima risposta di “questa città ribelle e mai domata” alla violenza fascista e alla deriva securitaria. Analogamente invitiamo tutti e tutte a riempire i pulmann che ci porteranno a Verona sabato 17 maggio per la manifestazione nazionale antifascista in ricordo di Nicola.
L.o.a. Acrobax, Coordinamento cittadino di lotta per la casa
Sommario:
Con Renato, Dax, Nicola nel cuore, mai più morti di fascismo
Risorse web:
La storia di tutti noi.
L’abbiamo già visto. Una rissa, una lite tra balordi finita male. Stavolta la scusa è la sigaretta ma, come ieri, la politica non c’entra niente.
Esattamente come quasi due anni fa, un ragazzo smette di vivere. Per noi è stato Renato, ammazzato fuori da un dance hall reggae sul litorale di Roma, ammazzato a coltellate perché considerato diverso, compagno, rosso. Oggi è Nicola, ammazzato di botte in una strada del centro di Verona; stesse mani, poco più che
adolescenti, di un gruppetto di ragazzini cresciuti nella cultura fascista e razzista dell’intolleranza e del disprezzo.
Educati alla violenza attraverso l’uso della lama facile e dell' aggressività gratuita, infame, codarda del gruppo, o della squadraccia, dei raid notturni.
Questi omicidi, nel corso di due anni, non sono episodi di bullismo e non sono uno spettacolo. Sono figli di un determinato linguaggio politico, di scelte di parole d’ordine; figli di un’esasperata rincorsa all’ordine ed alla sicurezza.
La paura ed il disprezzo, ripetuti ed alimentati, della diversità, che sia della pelle, dell’origine geografica, del pensiero o del modo di vestire: una cultura fatta di odio, violenza e sopraffazione. La scelta meticolosa di spostare sempre più avanti la soglia dell’intolleranza ed alimentare quella guerra tra poveri che spesso aiuta a non vedere tutto il
resto. Il resto fatto di precarietà della nostra vita, di lavori infimi e senza diritti, dalla mancanza di casa, dalla mancanza di spazi di decisione reale o di costruzione di un proprio futuro.
Oscuri e puliti rimangono sempre quelli che su questa guerra ci speculano, ci mangiano e si ingrassano. La guerra sociale permanente, dove il nemico è sempre il più debole, chi non corrisponde ad un tratto “normale” delineato da non si sa bene chi e con quale autorità.
Per questo è pericoloso parlare da un punto di vista sociologico, e non politico, rispetto a fatti che non sono folklore, o semplice nostalgia, ma fenomeno diffuso e pericoloso di una matrice politica. Pericoloso come soffiare sul fuoco, come spesso ambienti politici, di centro-destra e centro sinistra,
o i media fanno. Pericoloso perchè coscientemente superficiale e banalizzante, come l’invocazione dell’equidistanza dagli opposti estremismi.
Si tratta invece della contrapposizione reale tra nature politiche differenti. Si tratta di rifiutare una cultura politica che si ispira ad una della pagine più nere della nostra storia da cui, faticosamente, siamo usciti più di sess’antanni fa; si tratta di affermare che oggi una cultura mortifera, piena di
richiami populisti alla chiusura degli spazi di libertà e sfruttamento della miseria, sta venendo propagandata nei territori della società italiana. Non ci sono emarginati (da rieducare) a cui viene inculcata la violenza, ma esiste una dinamica trasversale che diventa la scelta di adesione ad una
posizione politica e a un comportamento che fà dell’aggressione, in senso lato, il suo strumento. Come tutte le aggressioni che avvengono ai danni di chi non può, o non vuole, denunciarlo o di migranti e rom a cui vengono date a fuoco le baracche.
La nostra attivazione è stata, è e sarà sempre di senso opposto, ispirata all’inclusione ed alla costruzione di legami solidali forti; cerchiamo di ricomporre un terreno inclusivo che sappia affermare diritti per tutti e non privilegi per qualcuno. La violenza diffusa in questa società ai danni di tutti noi è tradotta nell’impossibilità di poter avere delle scelte da compiere; relegarla nello scontro degli opposti estremismi è solo una cartina di tornasole.
La tutela dei nostri spazi politici, delle nostre prospettive e della nostra incolumità fisica ci pone di fronte alla questione della violenza. Se lo sciacallaggio ipocrita delle istituzioni si trincera dietro l’equidistanza, noi affermiamo di avere il
diritto alla resistenza. Rispetto ai fascisti, ai loro metodi e ai loro tentativi di sopraffazione non faremo un passo indietro.
Conosciamo le operazioni mediatiche che seguono queste violenze: così come è successo dopo la morte di Renato, e prima Dax, ancora dopo la morte di Nicola riemerge la stessa fretta di escludere qualsiasi matrice politica, rendendo invece plausibile la
versione della rissa per futili motivi.
Oggi, ancora una volta, ripetiamo che a Verona, come a Focene, non è stata una rissa, è stata un’aggressione. E, ad uccidere Nicola, come ad uccidere Renato, sono stati giovani appartenenti ad una cultura neofascista e razzista, espressione di una destra reazionaria. Conosciamo il dolore, la rabbia, la mancanza di parole e ci stringiamo intorno alla famiglia, agli amici, ai
suoi fratelli e sorelle.
Con Renato, Dax e Nicola nel cuore
verso la manifestazione nazionale di Verona
LOA Acrobax
Coordinamento cittadino di lotta per la casa
In der Nacht des ersten Mai wurde Nicola Tommasoli (29) von fünf Neonazis aus Verona (Norditalien) brutal zusammengeschlagen.
Er fiel ins Koma, verstarb inzwischen. Am vierten Mai stellte sich einer der Täter bei der Polizei.
Er ist 19 Jahre alt, kommt aus einer wohlhabenden Familie und gehört zu den rechtsextremen Ultrà von Hellas Verona. Zwei weitere Täter, aus dem gleichen Umfeld, wurden am fünften Mai gefasst. Die letzten Beiden, von der Polizei bereits identifizierten Täter, sollen geflüchtet und im Ausland untergetaucht sein.
Zu dem folgenschweren Zusammenstoß war es in jener Nacht gekommen, als Tommasoli den Burschen eine Zigarette verweigert hatte.
Eine Gruppe von Neonazis war mit Fußtritten und Faustschlägen auf ihn losgegangen.
Bereits 2007 wurde gegen den 19-jährigen Täter und 16 andere Neonazis ermittelt, weil sie sich zu einer kriminellen Vereinigung zusammengeschlossen haben sollen.
Auch die vier anderen Täter sollen aus diesem Kreis kommen. Auf ihr Konto gingen Überfälle gegen Migranten, Linke, Skater und viele Andere, die ihrer Ansicht nach das Bild Veronas beschmutzen.
Mindestens einer der Täter hat Kontakte zu den "Veneto Fronte Skinheads", einer ultrarechten Gruppierung von Neofaschisten.
Besorgniserregend anzumerken ist hierbei auch, dass auch Bozner Neofaschisten Kontakte zu dieser Gruppierung plegen.
Nella notte del primo maggio, a Verona, Nicola Tommasoli viene aggredito selvaggiamente da un gruppo di cinque neofascisti. Preso alle spalle e abbandonato in una pozza di sangue, Nicola viene trasportato a un ospedale di Verona, dove il lunedì successivo viene dichiarato morto cerebralmente.