guerra

Nuovo video sul campo di Nahr al-Bared

autore:
a-films
Sommario:
Il collettivo anarchico “a-films” annuncia il suo ultimo cortometraggio (10 min.) dal campo profughi distrutto di Nahr al-Bared in Libano intitolato “Tracce d’Esproprio Collettivo”.

Il 31 marzo 2008, l’esercito libanese ha reso accessibili 20 case in la strada di al-Majles, nel distrutto campo profughi palestinese di Nahr al-Bared. Tutti i 20 edifici hanno segni di incendio; a volte intere stanze o anche pavimenti sono stati completamente bruciati. In molti casi, è evidente che i mobili sono stati utilizzati per accendere il fuoco. In almeno 16 abitazioni, ci sono tracce di liquidi infiammabili sui muri.

Dalla data ufficiale della fine del conflitto all’inizio di settembre 2007 fino al 30 marzo 2008, tutta la strada al-Majles è stata sotto esclusivo controllo dell’Esercito Libanese. La quantità di furti, incendi dolosi e distruzioni intenzionali in la strada di al-Majles e nel campo di Nahr al-Bared in generale, indicano un sistematico e collettivo esproprio dei residenti del campo da parte dell’Esercito Libanese.

L’Esercito Libanese ha finora proibito decisamente qualunque ripresa video o foto a Nahr al-Bared. L’esercito, i suoi servizi segreti e i collaborazionisti locali si sono assicurati che nessuno potesse infrangere questa legge non scritta.

I 10 minuti di documenti filmati parlano delle accuse nel dettaglio. Può essere vista e/o scaricata qui: http://a-films.blogspot.com/1998/05/video-tracce-despr...

Per favore guarda il sito del collettivo per ulteriori video su Nahr al-Bared: http://a-films.blogspot.com

Crescono le tensioni in Kosovo

autore:
Partito Comunista Internazionalista (Battaglia Comunista)
Sommario:
I confini imperialistici di una nuova realtà nazionale

Il 17 febbraio, alle ore 17, con decisione unilaterale da parte di Pristina, si è consumata la secessione del Kosovo dalla Serbia. Il distacco era annunciato da tempo. Favorito dagli Usa, è avvenuto contro la stessa risoluzione Onu 1244 che prevedeva una autonomia politico- amministrativa, ma non una vera e propria indipendenza.

La stracciona borghesia kosovara, che vive di traffico di armi, droga, riciclaggio di danaro sporco, collusa con le mafie di mezza Europa, è improvvisamente assurta ad un ruolo di dignità politica che non le compete. Il neo presidente Tachi, già capo militare dell’Uck e da sempre al soldo di Washington, è diventato a tutti gli effetti il referente del governo americano in un’area che continua ad essere importante per gli equilibri imperialistici.

Le ragioni che sono alla base della secessione dell’ultimo tassello di quella che è stata la Jugoslavia sono tutte interne al processo di ricomposizione imperialistico, di cui uno scenario è quello europeo, e che vede al confronto la Russia e gli Usa nel bel mezzo di una grave crisi economica e finanziaria.

La vicenda Kosovo chiude una recente fase storica e ne apre un’altra ben più complessa i cui contorni vanno al di là della decisione autonomistica di Pristina. Chiude quel processo di dissoluzione della Jugoslavia iniziato con la crisi dell’impero sovietico, fomentato dall’amministrazione Bush padre e proseguita dall’amministrazione Clinton, con lo scopo di togliere di scena l’ultimo alleato dell’allora morente Urss. La nascita di un Kosovo indipendente da Belgrado chiude quel processo di balcanizzazione durato oltre quindici anni, funzionale alle strategie imperialistiche americane nel cuore della vecchia Europa e, contemporaneamente, apre la fase del nuovo scontro con Mosca in un contesto economico e politico profondamente mutato, caratterizzato da una fase di pesante crisi, di tensioni belliche e di guerre guerreggiate.

La crescente tensione tra i due imperialismi nello scenario europeo ha una serie di applicazioni che vanno dal ruolo della Nato nei paesi dell’Europa dell’Est, dal tentativo degli Usa di agganciare nella sua orbita la Georgia e l’Ucraina, al posizionamento delle sue postazioni missilistiche in Polonia e Cechia. In nome della lotta contro il terrorismo e gli stati canaglia l’amministrazione Bush gioca la sua partita imperialistica a 360 gradi armando e finanziando l’opposizione cecena, i suoi partiti di riferimento in Ucraina e in Georgia e indebolendo la Serbia in chiave anti Russa favorendo la secessione del Kosovo. L’altro fronte imperialistico non sta certamente a guardare. Putin ha mosso prontamente le sue pedine. Innanzi tutto ha dichiarato nullo l’atto unilaterale d’indipendenza del Kosovo. Ha espresso solidarietà al governo di Belgrado e ha minacciato di ritorsione quei paesi europei che si sono affrettati a riconoscere il neo nato governo di Pristina. Il Kosovo è di per sé insignificante ma la partita che in suo nome si sta giocando ha contorni e contenuti ben più vasti.

La Russia non può permettere che la Serbia sia ulteriormente ridimensionata e che i suoi ex alleati europei, all’epoca satelliti dell’Unione sovietica, cadano sotto l’influenza americana.

Non può tollerare che vengano impiantate basi missilistiche ai suoi confini e che l’Ucraina entri a far parte della Nato, ovvero del sistema militare americano in Europa. Putin ha ufficialmente dichiarato che se ciò avvenisse il suo riarmo missilistico sarebbe puntato verso l’Ucraina, l’Europa occidentale e le basi militari americane. L’imperialismo russo non si è limitato alle reprimende diplomatiche e alle minacce di ritorsioni, ma con la Cina ha sottoscritto un accordo di demilitarizzazione dello spazio per impedire la sua monopolizzazione da parte degli Usa. In seconda battuta la secessione kosovara preoccupa Putin e il suo delfino Medvedev in chiave caucasica. Il rischio paventato dal Kremlino è che l’esempio di Pristina potrebbe rinvigorire le tensioni secessioniste in Ossezia, nel Nagorno Karabak e nella stessa Cecenia. Paesi questi, strategicamente importanti per il flusso petrolifero e gassoso proveniente dal centro Asia, ai quali, per nessuna ragione, Putin è disposto a rinunciare.

Ma lo scontro non riguarda soltanto l’accaparramento di paesi, aree e zone strategicamente importanti, ma anche la questione energetica e la battaglia monetaria. La Russia è diventata il primo paese esportatore d’energia se si sommano le esportazioni di gas e di petrolio. Con una legge, votata nel maggio del 2006, Putin ha imposto a tutti gli operatori economici russi, privati, statali e parastatali, di vendere petrolio, gas e oro in rubli rifiutando la divisa americana quale mezzo di pagamento delle risorse energetiche domestiche.

L’obiettivo non è soltanto quello di sottrarsi al dominio del dollaro che ormai non vuole più nessuno (i paesi Opec hanno dichiarato di voler sostituire il dollaro con un paniere di valute internazionali più affidabili, così si sono espressi sia l’Arabia Saudita che gli Emirati arabi uniti. L’Iran nell’attesa di inaugurare ufficialmente una propria Borsa petrolifera, vende già i due terzi del suo petrolio in euro, la stessa cosa la sta facendo il Venezuela di Chavez), ma l’obiettivo russo è anche quello di trasformarsi nel nuovo centro internazionale di drenaggio di plusvalore imponendo il rublo quale nuova divisa per gli scambi commerciali energetici partendo dal proprio dal suo gas e dal suo petrolio a scapito del dollaro. In questo processo di ricomposizione imperialistica mondiale la vicenda del Kosovo rientra quale tessera strategica di un preoccupante mosaico che disegna scenari di crisi energetica, economica e finanziaria.

In Kosovo e per il Kosovo non si aprirà, probabilmente, un nuovo fronte bellico ma non per questo vengono meno le ragioni della guerra permanente che la crisi del capitalismo propone quale unica soluzione alle sue contraddizioni con l’inevitabile corollario di devastazioni e di barbarie. Intanto il proletariato kosovaro, devastato dalla disoccupazione, dalla corruzione del governo, è diviso su quel terreno borghese nazionalistico che non gli appartiene.

I lavoratori della minoranza serba, quelli della maggioranza albanese non devono subire l’infausto suono delle sirene nazionalistiche, non devono continuare a soggiacere alle istanze nazionalistiche delle rispettive borghesie che, a loro volta, sono lo strumento di un gioco imperialistico che passa sopra le loro teste, ma lo forzo è quello di iniziare ad imboccare la strada dell’unità di classe per un percorso politico autonomo, fuori dalle gabbie ideologiche borghesi e dagli interessi imperialistici che quelle gabbie contengono.

www.internazionalisti.it

Indy-Colombia: E le altre vittime? Le altre atrocità?

autore:
DiarioColombia
Sommario:
Rodrigo Uprimny, direttore di DeJuSticia (*), argomenta che la giusta condanna della pratica del sequestro da parte delle Farc non deve rendere invisibile le altre vittime e gli altri carnefici.

Le prove di sopravvivenza dei sequestrati in mano alle Farc sono risultate anche prove di ignominia, poiché hanno mostrato quello che già si sapeva: le terribili condizioni in cui vivono i sequestrati. Era quindi naturale che queste prove risvegliassero la sensibilità dei cittadini e che provocassero proteste contro i sequestri delle Farc, una pratica che è totalmente inaccettabile.

Però l’indignazione cittadina contro il sequestro e la protesta contro le Farc, pienamente giustificata, divengono moralmente e politicamente problematiche quando non si accompagnino ad una condanna ugualmente vigorosa delle altre atrocità che si verificano in Colombia. E la ragione è semplice: le Farc non detengono il monopolio in fatto di crudeltà nel nostro paese.

Negli ultimi due anni, le versioni libere di alcuni capi paramilitari che hanno aderito al processo di smobilitazione, il processo della “parapolitica”, la riesumazione di centinaia di fosse comuni e le numerose condanne della Corte Interamericana contro la Colombia, hanno dimostrato che le denunce delle organizzazioni nazionali ed internazionali dei diritti umani contro il fenomeno del paramilitarismo erano inesatte: erano troppo leggere.

Oggi è chiaro che negli ultimi vent’anni, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ‘90, migliaia di colombiani furono massacrati dai gruppi paramilitari, diventando spesso “desaparecidos”. Questi gruppi, in più, hanno potuto contare sulla complicità degli alti comandi della Forza Pubblica e delle elites politiche ed economiche.

Un solo esempio: nella sua libera dichiarazione dell’ottobre dell’anno scorso, il capo paramilitare HH confessò che in soli due anni (1995 e 1996), solo in una piccola regione del paese (i quattro municipi dell’Urabà antioqueño), il suo gruppo paramilitare, agendo con la complicità dei capi militari della zona, assassinò tra le 1200 e le 1500 persone.

Se però questa cifra, oltre al dolore che esprime, non dovesse commuovere il lettore, lo invito a leggere una qualunque delle recenti decisioni della Corte Interamericana contro la Colombia, che descrivono in concreto le atrocità commesse. Per esempio, nella sentenza di Ituango, questo tribunale riconosce che tra il 22 ottobre e il 12 novembre 1997, nell’Aro, “un gruppo paramilitare che si mosse per alcuni giorni a piedi con l’aquiescenza, la tolleranza, o l’appoggio di membri della Foza Pubblica” assassinò numerose persone, dopo averle torturate.

La Corte descrive così uno dei crimini: “il signor Marco Aurelio Areiza Osorio, commerciante di 64 anni, fu obbligato a seguire i paramilitari che lo accompagnarono nelle vicinanze del cimitero, dove lo legarono e lo torturarono fino ad ucciderlo. Il suo corpo presentava segni di tortura agli occhi, alle orecchie, al petto, agli organi genitali e alla bocca”.

La dimensione dell’orrore paramilitare non è solo confermata a livello giudiziario: oggi è totalmente pubblica.

Queste atrocità, però, non ricevono lo stesso ripudio da parte della cittadinanza, dei crimini delle Farc. Esiste una sorta di asimmetria morale della reazione della popolazione urbana, che protesta in massa contro le Farc ed i sequestri, ma che si mostra molto più silenziosa di fronte all’orrore paramilitare

Esistono alcuni fattori sociologici che potrebbero spiegare questa asimmetria: le vittime dei paramilitari di solito sono contadini e coloni poveri, che non hanno voce politica altrettanto forte delle vittime della guerriglia; la percezione, totalmente errata, che il paramilitarismo sia stato debellato mentre al guerriglia continua ad operare; le Farc tendono a minacciare gli abitanti delle città mentre i paramilitari pretendono di apparire come loro protettori; le complicità che i paramilitari hanno intrecciato in questi anni assicurano loro appoggio politico in alcuni settori; le stesse reazioni del Governo, che condanna molto più duramente le atrocità della guerriglia dei crimini dei paramilitari contribuiscono allo sviluppo di questa asimmetria, etc..

Che questa asimmetria, però, possa essere spiegata non significa che sia giustificabile. Essa è inammissibile, poiché implica una sorta di gerarchia tra le vittime. Le vittime dei paramilitari e di alcuni agenti statali ed i loro familiari soffrono in silenzio, mentre le vittime della guerriglia ricevono una maggiore attenzione da parte dei media e delle autorità. O, peggio ancora, alcuni sembrano ammettere implicitamente che le atrocità dei paramilitari siano un “male minore” per potersi liberare di quello che molti vedono come il “male maggiore”, ovvero la guerriglia.
Queste teorie sono inaccettabili ed esprimono una profonda debolezza etica e politica della nostra democrazia. Dobbiamo superare questa asimmetria, essere solidali con le vittime di tutti gli attori armati e condannare tutte le atrocità.

Le considerazioni di cui sopra non significano che non dobbiamo protestare contro il sequestro: il dolore dei sequestrati e dei loro familiari merita tutta la nostra partecipazione e la nostra solidarietà; ed è importante che la cittadinanza esprima la sua condanna alle Farc ed a tutte le altre organizzazioni che ricorrono a questa pratica disumana. Questa giusta condanna non deve però far passare sotto silenzio le atrocità compiute dai paramilitari e da alcuni agenti statali, né la terribile sofferenza delle loro vittime e dei familiari di queste.

In questo contesto, la marcia del prossimo 4 febbraio contro le Farc e contro il sequestro, convocata tramite internet ma appoggiata dal governo e dai grandi media di comunicazione, non manca di risultare ambigua, per l’insistenza dimostrata da parte dei suoi organizzatori nel limitare la condanna espressa, alle Farc e al sequestro.

Volendo fugare ogni dubbio, è molto positivo che in Colombia, paese caratterizzato da un’enorme difficoltà a creare mobilitazioni collettive e da una certa indolenza di fronte alla sofferenza delle vittime, la cittandinanza rifiuti in massa le atrocità compiute da uno degli attori armati. Però, se noi colombiani ci limitiamo a protestare contro il sequestro e le Farc, andrà accentuandosi l’inaccettabile asimmetria nella risposta cittadina di fronte alle vittime e alla violenza.

Non possiamo ribellarci unicamente alla crudeltà delle Farc.

Da noi, come cittadini, dipenderà quindi che la marcia del 4 febbraio accentui questa sgradevole asimmetria, o che, al contrario, si muti in un passo importante per la conformazione di un ampio movimento sociale che, condannando le atrocità, da qualsiasi parte provengano, fortifichi la nostra precaria democrazia.
* Il Centro di Studi di Diritto, Giustizia e Società –DeJusticia– (www.dejusticia.org) è stato creato nel 2003 da un gruppo di professori uniersitari, al fine di contribuire al dibattito sul diritto, le istituzioni e le politiche pubbliche, creando alla base studi rigorosi che promuovano la formazione di una cittadinanza senza esclusioni e la permanenza della democrazia, dello Stato Sociale di diritto e dei diritti umani

IN NOSTRO NOME: Comunicato di solidarietà ai compagni condannati a 7 anni a Firenze per resistenza alla guerra

autore:
Facciamo Breccia
Sommario:
Facciamo breccia esprime la propria solidarietà ai 13 manifestanti condannati a 7 anni per resistenza pluriaggravata per i fatti avvenuti di fronte al Consolato americano di Firenze nel maggio del 1999.

Facciamo breccia esprime la propria solidarietà ai 13 manifestanti condannati a 7 anni per resistenza pluriaggravata per i fatti avvenuti di fronte al Consolato americano di Firenze nel maggio del 1999. Sette anni a fronte di una richiesta del pubblico ministero di 4-5 anni.
Mentre Berlusconi viene prosciolto dall'accusa di falso in bilancio perchè “i fatti non sono più previsti dalla legge come reato” (dato che lui medesimo ha provveduto a cambiarla), mentre scopriamo che le truppe italiane in Afghanistan compiono la loro “missione di pace” con la palma dell’Afrika Korps hitleriano dipinta sulle jeep, a Firenze la vendetta si compie contro chi iniziò un movimento contro la guerra che avrebbe portato in piazza, sempre a Firenze, 1.000.000 di donne ed uomini nel 2002.
E’ quel movimento ad essere attaccato, ma anche quello che quel movimento avrebbe in seguito prodotto. Siamo tutt* noi.
Della sentenza di Firenze ribadiamo quanto già detto rispetto a quella dei mesi scorsi di Genova: dai processi non viene giustizia ma volontà di vendetta.
Come a Genova così a Firenze la parte lesa furono proprio le compagne e i compagni, selvaggiamente picchiate/i in piazza dalla polizia.
Dalla cronaca del tempo:
“Gli agenti si lanciano alla carica mentre alcuni manifestanti tentano di legare uno striscione sui cancelli della sede diplomatica e bruciano una bandiera Usa. La carica dell'ottavo reparto mobile è spontanea, senza nessun ordine del funzionario di servizio. Contemporaneamente il lancio di lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo e botte da orbi con inseguimenti e vere e proprie aggressioni. "Ho visto picchiare una ragazza da quattro poliziotti, lei non poteva difendersi perché era scivolata e i poliziotti le davano calci e manganellate", testimonia Marco uno del corteo. Alla fine il bilancio è di 4 feriti tra i manifestanti e tra questi Orietta Lunghi (al tempo consigliera regionale) e una ragazza, Valentina, ricoverata nella clinica oculistica per lesioni ad un occhio causate da una manganellata. Quattro gli agenti contusi.”
Il tutto è testimoniato da un video (http://it.youtube.com/watch?v=Bp70ZLG8CpQ), al tempo trasmesso anche in tv.
Fu l’assaggio di ciò che sarebbero state Napoli e Genova nel 2001.
Ricordiamo che in quei giorni l’Italia stava bombardando il Kossovo con uranio impoverito.
Chi sarebbe oggi da condannare?
La nostra solidarietà è anche il riconoscimento della comunanza di un percorso che, insieme, ci ha via via portat* ad individuare i poteri forti globali e a denunciarne le loro alleanze e strategie.
Questo pagano oggi i compagni condannati. Questo sì, anche in nostro nome. E non possiamo permetterlo!

Il Coordinamento Facciamo Breccia

lettera al presidente americano

autore:
andrea84
Sommario:
una lettera al presidente americano

Carissimo signor George W. Bush;

le sto scrivendo per palesarle lo sdegno che la maggioranza della popolazione mondiale tiene nei suoi confronti. Vorrei solo ricordarle che oltre ad una politica estera esiste anche una politica interna. Il suo interesse principale è conquistare il mondo,pensa più a bombardare l'Iraq che a creare occupazione in America,pensa più alle risorse afghane che alle sparatorie che si vedono in giro per gli USA,lei pensa a spandere le multinazionali e la "democrazia" in ogni parte del mondo e non privilegiare i diritti dei lavoratori americani. Lei è un furbacchione signor Bush, io l'ho capito che il vostro scopo è di formare gli Stati Uniti del Mondo sotto la vostra presidenza,io l'ho capito perchè sta spingendo anche l'europa alla mattanza. Credevo che l'Europa ormai stufa di moltissime e sanguinose guerre svolte in passato avanzasse una politica di pace,invece no,lei è riuscito vigliaccamente a ricattare anche le nazioni europee.La maggior parte dei partiti politici hanno paura della vostra reazione se vi si rivoltassero contro.Tutti abbiamo capito che la vostra è una politica di burle,di schiavitù e di guerra.BASTA signor Bush,basta!!!La gente vuole vivere, non morire,vuole sentire la musica per le strade non i rumori delle bombe e delle sirene...

Scusi se mi sono permesso di fare una piccola ricerca sul suo passato, spero che non mi rinchiuderà a Guantanamo,ho una vita da trascorrere, poi non sono ancora sazio di denunce contro il vostro impero del male. Non ho fatto nulla di così scandaloso,sto dicendo solamente la verità,io non ho ucciso mai nessuno,lei invece si!!! In questo momento la cosa più giusta che può fare è rinchuidersi lei in quelle fottute carceri.
Signor Bush era un maledetto 20 gennaio 2001 quando è entrato per la prima volta alla casa Bianca da presidente Americano, era il suo primo mandato,nessuno si chiedeva come sarà il nuovo presidente...già lo sapevamo,suo padre non era peggio di lei ma cmq ci andava vicino. Lei non ha mai vissuto tra la gente "normale", è stato sempre vicino a "gentil uomini" guerrafondai. Prima di diventare presidente le ricordo che era un uomo d'affari,chissà quante ne avrà combinate signor Georg. Già da allora (1979) voleva fare il "benzinaio" e iniziò l'esperienza con la "Arbusto Energy", un industria di petrolio. Le ricordo che ha fondato quella società anche grazie al suo socio Salim Bin Laden, fratello di Osama. Fortunatamente signor Bush poi l'ha venduta,possiamo tirare un sospiro di sollievo tutti quanti. Stavo pensando: "chissà cosa ci faceva con tutto quel petrolio a sua completa disposizione ora che è il presidentissimo americano.Ho pensato per un momento che quel petrolio sarebbe servito per bruciare tutti i suoi nemici,sono sicuro che lei sarebbe stato in grado di fare una cosa simile."

Erano gli anni delle contestazioni giovanili,della rivoluzione, uso questa parola perchè so che le fa tanto paura signor Georg. Attento questa volta può essere la volta buona... Ritornando al 1968, lei il 27 maggio mentre la vostra superpotenza distruggeva il piccolo Vietnam venne chiamato nella guardia aerea,era il suo sogno essere un buon soldato.Eh...lo so, forse era meglio se restava un soldato ora che ci penso,poteva fare meno danni. Nel settembre del 1973 grazie ad un permesso terminò la carriera militare. Sa che molte persone americane, hanno dubitato sul motivo ufficiale del suo congedo anticipato? Per carità!!!, io sto solo raccontando,non mi permetterei mai di dare giudizi,so che tutti gli stati di questa democrazia agiscono alla luce del sole e non ci saranno mai scandali. Però devo dire che nel 2000 la consultazione del suo fascicolo militare avrebbe rivelato la sospensione dal volo come conseguenza dell'essersi sottratto ad un test sul consumo di droghe ed alcuni esami psicologici. Ripeto che queste non sono mie invenzioni Signor George, io sono fragile, ho paura di Guantanamo, se la prenda con qualcun altro non con me. Cmq ho notato che anche lei ha vizi allora, lei si drogava,lei era un ubriacone... Non se la prenda, non la sto guidicando,non mi permetterei mai di farlo.Mi chiedo solo una cosa, perchè non si poteva fare un'overdose di eroina almeno la faceva finita e non rompeva più le balle al mondo intero? Si rende conto che la dovrebbero condannare per i crimini commessi contro l'umanità?Se ne rende conto?
Giorgino ho saputo un'altra cosa, il 4 sett 1976 lei è stato sorpreso alla guida di un'auto in stato d'ebrezza ed è stato multato e arrestato dalla polizia. Ma lei da ragazzo era proprio un ribelle, sa che lei ha fatto le stesse cose che fanno i ragazzi americani che lei "rinchiude" nei ghetti? Ho notatò però una differenza: che loro non hanno nulla da perdere, sono emarginati e oppressi dalla sua polizia, invece lei già faceva il gallo con le auto di lusso e il fighettino con le americanine.
Lei spesso ha detto che la sua vita privata, prima della sua conversione religiosa era un periodo "nomade" e di "gioventù irresposabile",forse Giorgino lei si comportava solamente da uomo con vizi e virtù, certo forse faceva male a se stesso, ma non rompeva le palle al prossimo!!! Ora le dico sinceramente che è più irresponsabile di quanto era da giovane,si è fatto più irrequieto,si dia una calmata,forse le farà bene un pò di Guantanamo. Sono sempre più convinto che quello lì è il suo posto....
Nel suo primo mandato vi è una piccola curiosità, si presentava la riduzione dei coinvolgimenti statunitensi in azioni militari di esportazione della democrazia,chissà cosa le ha fatto cambiare idea... Poi finalmente è arrivato quel che si aspettava,l'attacco all'america per poter finalmente dichiarare guerra all'umanità... Si è mobilitato subito contro l'Afghanistan per abbattere il regime talebano, accusato di ospitare Osama Bin Laden, ora che sono passati 6 anni nessuna traccia di Bin Laden ma in compenso ha ucciso moltissimi innocenti civili,abbattuto centinaia di palazzi e provocato ondate migratorie,come mi spiega tutto ciò?Mi resta un pò difficile chiamarla guerra contro il terrore,la chiamerei più guerra di terrore...
Ha sistemato subito in quella fantomatica democrazia Afghana il "suo" presidente Karzai e ancora oggi si va in cerca di Osama in quella terra ormai stremata. Per le cos'è l'asse del male? le faccio una semplice domanda, se un americano per difendere la sua popolazione si facesse uccidere come lo definireste?un martire? Perchè usa il termine terrorista solo per indicare le organizzazioni islamiche,io in mezzo a loro ci vedrei bene anche lei e tutti quei leccaculo europei che la seguono.
Bombardata l'Afghanistan, lei voleva sempre vedere sangue scorrere e allora perchè non attaccare l'Iraq? Con una semplice scusa in poco tempo si è arrivati ad accusare Saddam Hussein (che cmq era un nazista come lei) che possedeva armi di distruzione di massa e di appoggiare il terrorismo internazionale. Allora con l'approvazione delle Nazioni Unite (che tanto unite non sono) lei è riuscito a formare una coalizione di "sciacalli" come la G.Bretagna,la Polonia,la Spagna e come poteva mancare il nostro bellissimo paese che non ha mai avuto le palle per prendere una decisione seria,un paese che è sempre stato subordinato ad altri paesi stranieri. Formatasi la coalizione, spiegate le ragioni dell'attacco non restava che passare all'azione... Siamo adesso nel 2007 e ci rendiamo conto che lei giorgino è solo un terrorista. Le armi di distruzione di massa non sono state trovate,forse nella casa di Saddam ha trovato qualche petardo e qualche coltello da collezione ma nulla di più. Nonostante ciò la sua testa dura continua a sostenere che entrare in guerra è stata una buona decisione...ma allora mi devo proprio incazzare, ma qual'è stata la decisione giusta? Dice che è stata giusta perchè un tiranno è stato spodestato. Allora chiamo tutte le forze di coalizione anti Bush e bombardiamo tutti i civili americani perchè lei ci ha rotto i coglioni? Come sta ragionando giorngino forse lei è in una fase di ubriachezza perenne,deve trovarsi un buon medico che si curi di lei,poi le consiglio di trovarsi anche un buon esorcista x cacciar via il diavolo che è in lei...dato che riesco a vedere solo Hitler del XXI secolo nel suo volto.

Medaglia a Quattrocchi: dissento fermamente

autore:
2stanghette
Sommario:
lettera

In piena facoltà mio caro Presidente, le scrivo la presente che spero leggerà.
Le scrivo in merito alla medaglia al valore concessa al cittadino italiano Fabrizio Quattrocchi.
Questi uscì illegalmente dall’Italia con incarichi imprecisati di natura paramilitare, connessi alla guerra in Iraq, ed ivi fu ucciso in circostanze drammatiche.
Qualcuno definisce Quattrocchi vigilante, ma altri credono di chiamarlo a ragion veduta mercenario.
Ha svolto indagini, caro presidente, sulla vera natura della presenza in Iraq di Fabrizio Quattrocchi ed i suoi, prima di assegnargli una delle più alte onorificenze della nostra democrazia?

Egregio Presidente, colpisce che per i cosiddetti “eroi di Nassiriya” non sia stata riservata la stessa medaglia d’oro né lo stesso vitalizio concesso ai familiari di Quattrocchi.
Colpisce che niente di tutto questo sia stato da lei concesso alla memoria del costruttore di pace Enzo Baldoni, assassinato in circostanze del tutto analoghe, né di giornalisti come Maria Grazia Cutuli uccisa in Afghanistan. Colpisce ancora di più che niente di tutto questo sia successo per il servitore dello stato Nicola Calipari. Baldoni, Cutuli, Calipari, forse non sono morti da italiani egregio Presidente?

Voglio sperare, caro Presidente, che il fatto che non siano disponibili filmati su come sono morti gli italiani Baldoni o Cutuli (ma fin troppi dettagli sono noti su come è morto Nicola Calipari), non abbia avuto un ruolo nella scelta di non concedere loro medaglie d’oro alla memoria e invece concederla a Quattrocchi.

Ci sono dei militari italiani morti in azioni di guerra in Iraq, oltre ai 18 di Nassiriya.
Nel morire non hanno dimostrato sufficiente valore, egregio presidente?
Non sono morti da italiani?
Di sicuro lei non ha ritenuto opportuno concedere a questi caduti medaglie alla memoria.
Qual’è signor presidente, il ragionamento che la porta, tra tanto sangue anche italiano versato in Iraq, a concedere al solo Quattrocchi una medaglia al valore?

Caro Presidente, siamo in un paese dove due giornalisti come Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, possono essere ammazzati in un paese straniero e, 12 anni dopo, una commissione parlamentare possa con sprezzo del ridicolo raccontare la loro morte come dovuta al caso.

Caro Presidente, siamo in un paese dove la morte di Nicola Calipari può essere spacciata dal Ministro della Difesa, Antonio Martino, come dovuta al fato.

Egregio Presidente, questa medaglia d’oro è motivo di scandalo per milioni d’italiani.
Almeno le chiedo di non far pensare a questi milioni d’italiani che ci siano morti comode, morti fotogeniche, e quindi morti premiabili con medaglie d’oro come quella di Fabrizio Quattrocchi e ci siano invece altre morti scomode, morti oscene, sconvenienti, come quella di Nicola Calipari.

Personalmente ritengo che Fabrizio Quattrocchi fosse un mercenario, andato a combattere per denaro una guerra non solo sbagliata ma criminale.
La sua morte merita rispetto, come tutte le morti, ma non meritava nessuna medaglia.
Sono anche cosciente che il mio punto di vista non possa essere esaustivo della sensibilità di tutti gli italiani né tanto meno della sua.
Ma se così è, egregio Presidente, se Fabrizio Quattrocchi è per lei un eroe, perché mai per lei non sono eroi Baldoni, Cutuli, Alpi, Hrovatin e tanti altri, mio caro Presidente?
In cosa sono difettose le loro morti?

Mi spiega per quale ragion di stato non è un eroe Nicola Calipari?
Non c’è un filmato, Presidente, ma ci sono molte testimonianze su come muore un italiano come Nicola Calipari.
Ci deve delle spiegazioni, signor Presidente.

Cosa succede in Birmania

autore:
www.megafonorosso.it

Cosa succede in Birmania www.megafonorosso.it

Negli ultimi giorni abbiamo visto giornali e televisioni interessarsi alla situazione dello stato del Myanmar ( ex Birmania ), portando questo caso alla luce, dal dimenticatoio nel quale era sepolto, insieme a tutti gli altri casi di cui la stampa non si è mai concretamente occupata. Vedi Haiti, Thailandia, Bangladesh, Indonesia, Cecenia, Sri Lanka, Congo, Somalia, Colombia, solo per fare degli esempi.

La storia recente della Birmania

E’ necessario rifarsi alla storia recente di questo paese per comprendere come si sia arrivati alle rivolte di questi giorni.

Nel 1948 la Birmania (ex colonia inglese ma contesa durante la seconda guerra mondiale anche dal Giappone) divenne una repubblica indipendente.

Dopo un periodo di instabilità politica, nel 1962 ci fu un colpo di stato guidato dal generale Ne Win che fino al 1988 governò il paese. La dittatura inserì il paese nell’orbita dell’Unione Sovietica intraprendendo quella che da molti è chiamata “la via birmana al socialismo”. In realtà è da rifiutare questa etichetta, in quanto non si è mai sviluppato in Birmania un reale sistema socialista (fondato sui soviet e sulla democrazia operaia), essendo rimasto il potere nelle mani di una casta militare e burocratica che ha calpestato i diritti delle masse e dei lavoratori. Il regime ha così ridotto in miseria una popolazione di 50 milioni di persone, proibendo inoltre partiti e sindacati indipendenti.

Il 1988 è l’anno delle proteste popolari contro la dittatura, duramente represse nel sangue dall’esercito governativo. Le proteste iniziarono l’8 agosto 1988 (perciò è chiamata “rivolta 8888”) e terminarono il 18 settembre con un colpo di stato che portò alla sostituzione della giunta militare. Rimane emblematica delle brutalità della repressione e ben salda nelle coscienze del popolo birmano la vicenda del ponte rosso, quando i militari spararono sulla folla di studenti in protesta che lo attraversavano.

Nel 1990 il nuovo governo militare indice delle formali elezioni pubbliche (per la prima volta dopo 30 anni). Le elezioni sono vinte dalla Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) capeggiata da Aung San Suu Kyi, ma il voto è subito annullato e molti dei dirigenti del partito arrestati, tra questi anche la leader Suu Kyi. Dal quel momento per lei si sono alternati periodi di detenzione a brevi periodi di libertà, dal 2006 vive agli arresti domiciliari nella sua residenza a Yangon (ex capitale e centro delle proteste).

Questo fu anche il periodo in cui il paese spalancò le proprie porte agli investimenti stranieri, avviandosi verso un’economia di mercato. In particolare da questo momento la sua economia si impernia sull’esportazione di materie prime come gas e petrolio non raffinati, legnami pregiati e pietre preziose.

Infatti la Birmania è un paese molto ricco di risorse naturali, ma allo stesso tempo uno dei paesi meno sviluppati ed in cui la popolazione risulta nel complesso maggiormente sottoalimentata.

Questo avviene anche a causa delle enormi spese per il mantenimento di uno degli eserciti più forniti al mondo ( circa il 40% delle spese sono infatti destinate alla spesa militare).

I principali partner economici della Birmania da quel momento sono Cina e India, ma anche Giappone, Singapore, Thailandia, Indonesia e per quanto riguarda l’arsenale bellico pesante la Russia. Insomma sono in molti i paesi che, sebbene in alcuni casi indirettamente, sostengono la dittatura e sfruttano le risorse del paese e il Myanmar rientra quindi nella sfera di influenza eurasiatica.

Il paese viene ribattezzato con il nome Myanmar durante questa dittatura. Nel 2006 la capitale viene spostata da Yangoon a Naypyidaw (letteralmente "la sede dei re"), una città virtuale all’interno della foresta.

Le proteste degli ultimi giorni

L’innalzamento dei prezzi dei beni di prima necessità a livello mondiale manifestatasi in quest’anno, è stato affrontato dalla giunta militare raddoppiando ed in alcuni casi quadruplicando il prezzo dei carburanti e così portando all’aumento conseguente di tutti i costi, anche dei beni alimentari. Ciò, nella situazione di miseria in cui riversa il popolo birmano, ha contribuito a far bruciare la miccia della rivolta.

Il 19 agosto di quest’anno sono scoppiate le prima grandi manifestazioni di protesta che si sono via via succedute e radicalizzate nei termini e nelle rivendicazioni, fino ad arrivare all’imponente manifestazione del 24 settembre, durante la quale sono scesi in strada per protestare nella città di Yangoon ( ex Rangoon ) più di 100mila persone.

Gran parte di queste rivolte sono capeggiate dai monaci buddisti, normale in un paese povero ed arretrato dove la religione ha un ruolo ancora molto importante, ma sappiamo che una parte fondamentale la hanno avuta anche gli studenti e i giovani! Ed è a questi giovani, in alleanza coi lavoratori e contadini poveri, che spetta ora il ruolo principale!

Dal 26 settembre la violenta repressione della giunta militare ha insanguinato le strade.

Una capillarissima censura governativa, con l’intento di non far trapelare all’esterno la reale entità dei fatti, è stata messa in atto. Il metodico controllo dei canali di informazione e la repressione delle voci non conformi (tutti i giornalisti stranieri sono stati cacciati, 2 reporter sono “rimasti uccisi” durante queste giornate) è giunto fino all’oscuramento di internet.

Nonostante questo controllo, le notizie, anche se con difficoltà, continuano ad arrivare da fonti non ufficiali:

Sono stati 6000 gli arresti avvenuti sia tra uomini che tra donne, proseguiti nel giorno e nella notte, setacciando casa per casa. I trattenuti sono stati deportati in veri e propri campi di detenzione (4 nuovi ne sono stati creati) e costretti ai lavori forzati.

Secondo le ultime stime sono circa 200 i morti, della maggior parte dei quali i corpi sono stati prontamente cremati per non lasciare traccia. Notizie agghiaccianti parlano anche di corpi gettati in mare ( a molti torneranno alla mente i metodi repressivi della dittatura argentina ).

I raid governativi hanno lo scopo di intimidire e creare un clima di terrore!

Considerazioni sulle parti in lotta

L’ NLD, con la sua principale portavoce Aung San Suu Kyi, diventata ormai il simbolo agli occhi di tutto il mondo dell’opposizione alla giunta militare, in realtà non porta avanti una politica di rovesciamento del regime militare, ma avanza piuttosto una proposta di accordo con i generali, per una transizione “soft” verso la democrazia, al fine di creare una Birmania “pienamente integrata nella comunità internazionale”. E ci viene da aggiungere, pienamente piegata alla logica imperialista!

Ed ecco qui come entrano in gioco gli Stati Uniti e tutte le potenze economiche occidentali.

Con un ruolo subdolo, ovvero quello di sfruttare le mobilitazioni, sostenere i personaggi e le organizzazioni “di fiducia”, per riempire il vuoto dell’eventuale caduta del governo militare ed infine incorporare il paese, ricco di risorse, sotto l’influenza atlantica ed in questo modo dare una spallata alla Cina e alla Russia, le principali concorrenti economiche a livello mondiale! Allo stesso modo di come è avvenuto in Ucraina e in Georgia negli ultimi tre e quattro anni. E’ per questo che gli USA si sono dimostrati acerrimi oppositori del governo militare, appoggiando Suu Kyi e l’NLD e proponendo per primi le sanzioni al paese (alle quali ovviamente si sono opposte Cina, Russia e Indonesia.). Tutti i conti tornano.

Non dimentichiamo comunque che oltre Cina e Russia, sono molte altre le potenze che fanno tuttora affari con la giunta militare: Francia, Gran Bretagna, India, Thailandia e non ultima l’Italia che intrattiene rapporti commerciali per circa 40 milioni di euro l’anno (dato del 2006).

Il popolo birmano si trova quindi stretto tra le potenze eurasiatiche e quelle atlantiche, che hanno entrambe come unico intento quello di sfruttare il paese, lontanissime in sostanza dal voler concedere al popolo qualsiasi forma di autodeterminazione e democrazia sostanziale.

Ancora una volta l’Organizzazione delle Nazioni Unite si rivela per quello che è, un’organizzazione compromessa governata dai più grandi paesi esportatori di armi, guerra e politiche “neoliberiste”.

La risposta che noi auspichiamo è solo quella della mobilitazione del popolo birmano, dei lavoratori, dei contadini, delle minoranze etniche, degli studenti e di tutti gli sfruttati!

Gli interessi del popolo birmano sono inconciliabili con quelli dell’imperialismo!

Libertà e autodeterminazione per il popolo birmano!
Solidarietà a tutti i popoli in lotta!

Giorgio Meis - MegafonoRosso

www.megafonorosso.it
posta@megafonorosso.it

Coca, gusto o necessità?

autore:
Diario Colombia
Sommario:
Scoprendo la Colombia, poco a poco, si scoprono anche molti sottesi, e si intuisce quanto questo Paese sia legato ad interessi “internazionali” tanto forti da stravolgerne completamente l’economia, la politica, la società.

Scoprendo la Colombia, poco a poco, si scoprono anche molti sottesi, e si intuisce quanto questo Paese sia legato ad interessi “internazionali” tanto forti da stravolgerne completamente l’economia, la politica, la società.

E’ un incipit facile questo, conosciuto, come si conoscono le ingerenze di multinazionali e compagnie statunitensi, europee, e di ogni dove su un terreno afflitto da sciacallaggi secolari.

Un incipit che mi serve per cominciare a sbrogliare un nodo di luoghi comuni, costruito in anni di storia recente, che soffoca questo Paese agli occhi internazionali. Non esiste persona, nel nostro Paese, che al nome Colombia non evochi subito la parola Cocaina. Colombia Cocaina, stesso binario.

La cocaina stravolge il settore agricolo e l’intera economia colombiana all’inizio degli anni ‘80 sostituendo i meno redditizi cultivos di marijuana a favore di questa giovane droga, sintetizzata da una pianta antica, ben nota in tutto il latinoamerica. I grandi narcotrafficanti cambiano subito l’oggetto dei loro guadagni, seguendo la domanda, e stravolgono coltivazioni e canali di mercato. La Colombia, in pochissimi anni, si trasforma nel primo produttore nel mondo di cocaina (70% della produzione mondiale). A metà degli anni ‘80 inoltre, “grandi” personaggi come Pablo Escobar e i fratelli Gacha, figure controverse e potenti, lasciano un segno profondo nella storia e nell’immaginario collettivo, inquietando e affascinando non solo nel continente. Escobar in particolare modo, esplosivo mix di violenza e populismo, riscuote oltreoceano un successo clamoroso.

Intorno alla cocaina non girano solo i soldi dei narcotrafficanti.

I narcotrafficanti si dotano di meccanismi di autodifesa militare e politica sempre più imponenti. Nascono veri e propri eserciti privati, che controllano cultivos e lavorazione; si inaspriscono i conflitti fra cartelli per la spartizione del territorio, e di conseguenza il rapporto con lo Stato e la giustizia. Nel processo di continua espansione, i cartelli iniziano a fronteggiarsi soprattutto con le zone “rosse”, ovvero le zone di base della guerriglia, dove la presenza massiccia delle formazioni armate di sinistra impediva il libero svolgimento dei guadagni…

La stessa guerriglia inizia ad inserire la cocaina tra le fonti di guadagno, al di là dei sequestri estorsivi o degli altri “fondi”. Il rapporto della guerriglia con la cocaina è sempre rimasto comunque piuttosto velato. Ufficialmente, la posizione della sinistra armata è di un certo distacco, da una parte di condanna dell’uso e dell’abuso di questa droga, dall’altra di apertura ad una politica di legalizzazione funzionale a distruggere l’impero economico dei grandi trafficanti. Resta il fatto che ormai da vent’anni è la stessa guerriglia a basare buona parte dei propri guadagni sul Gramaje, la cosiddetta tassa rivoluzionaria sulla coltivazione e la vendita di cocaina. Nei tempi più recenti questa “ relazione” ha iniziato però a fissarsi e decrescere, come vedremo in seguito.

Lo stato si trova a fronteggiare un “nemico” sempre più potente e politicamente composito, autonomo e fortissimo economicamente, su cui non riesce ad imporsi dal momento che non controlla né i terreni né il commercio di questo grande mercato.

La prima strategia per entrare in questo “gioco” è la famosa “war of drugs”, cavallo democratico dell’amministrazione Reagan alla fine degli anni ‘80.

Dagli Stati Uniti fioccano soldi, armi e agenti chimici, “aiuti” per la sicurezza ed il controllo del territorio. E’ cosi che, da vent’anni, la Colombia è laboratorio di sperimentazione per i più nuovi e potenti diserbanti chimici, in gran parte prodotti dalle stesse imprese nordamericane. Insieme al glifosato però, invadono la regione anche i militari, addestrati speciali dei campi che furono per il Vietnam e che, negli anni, sono stati mirabilmente adattati all’esigenze militari del Paese.

In dieci anni, questa tattica non porta a niente. La coca è una pianta molto resistente, l’unica tanto forte da ricrescere in soli tre mesi dopo una fumigazione, al contrario delle piante coltivate per la sussistenza (platani, yuca, alberi da frutto…) che, colpite dagli stessi agenti, impiegano diversi anni prima di tornare a crescere.

La guerriglia allarga, anzichè diminuire, la propria area d’influenza, e, aumentano gli interessi che girano intorno a questo commercio. Nel frattempo i narcotrafficanti perdono in parte il potere, e la loro accezione familiare e più propriamente mafiosa, lasciando il campo a quelli che, da eserciti privati, sono diventati diretti gestori e padroni del terreno e del commercio; le Auc (Autodefensas Unidas de Colombia), prima grossa formazione a riunire vari gruppi paramilitari, nascono proprio da questi e dagli “eserciti privati” di grandi allevamenti e multinazionali. L’idea è costituire una forza antagonista alla guerriglia, per idee, ispirazione politica e protettori, che possa scontrarsi con essa allo scopo di aumentare il controllo su vari territori “d’interesse”.

Lo stravolgimento totale degli equilibri si ha alla fine degli anni ‘90.

Durante la primavera del 1999 vari “blocchi” delle Auc annunciano ufficialmente il loro ingresso in diverse regioni del Paese. Iniziano i massacri.

Il Bloque Norte entra nel Catatumbo il 23 maggio 1999, dopo tre mesi di attesa a causa della resistenza dei fronti guerriglieri. E’ l’esercito ad aprire ai 700 uomini di Mancuso le porte de La Cabarra, la prima città sul fiume a subirne l’impatto. Sono morte più di cento persone quel giorno, anche se i registri ufficiali ne riportano solo 38. Nel 2003 si raggiunge il picco di violenza: il Catatumbo conta 30.000 sfollati e più di 1500 omicidi in un anno. Dal 1999 al 2005 le vittime registrate per morte violenta a causa del paramilitarismo, solo nella regione, raggiungono le 11.000, mentre sono più di 80.000 gli sfollati.

I blocchi si insediano nelle case, prendono possesso dei cultivos, degli animali e delle abitazioni. Il loro controllo si espande, e chi riesce a rimanere può farlo esclusivamente sotto le loro ferree condizioni. Assumono il controllo di tutto il traffico della zona. Stranamente, la campagna di fumigazioni in corso si interrompe.

Nel 2005 diventa attiva la Ley Justicia Y Paz, legge che permette l’impunità ed il reinserimento governativo a tutti gli appartenenti a gruppi armati che decidono di smobilitarsi ufficialmente. Il Bloque Norte annuncia la smobilitazione.

Agli occhi del governo, la zona del Catatumbo era definitivamente bruciata. Inaspettatamente, seguendo un flusso molto amplio di re-insediamento rurale, la gente inizia a tornare anche qui. Molti abitanti sono “nuovi”, altri nativi della regione.

Il territorio è compromesso. Platano e Yuca valgono molto poco, di sicuro non abbastanza per permettere ad una famiglia di vivere. La maggior parte dei campesinos inizia a coltivare coca, per garantirsi un guadagno sicuro e a breve termine, che gli permetta di vivere dignitosamente. Le cifre sono estremamente chiare a proposito. Nella regione del Catatumbo, da prima a dopo l’occupazione paramilitare, gli ettari di terreno coltivati a coca passano da 4.000 a 40.000. Si decuplicano.

Per la maggior parte dei contadini inizia così la dipendenza da questa coltivazione (mai dal prodotto, praticamente nessuno ne consuma) per la necessità, e la fretta, di iniziare a far soldi, per la volontà di vivere meglio. I cultivos diventano un’arma a doppio taglio. Gli adulti perdono progressivamente le più antiche pratiche di coltivazione, espressione di una tradizione autoctona rlevante dal punto di vista alimentare e culturale; il desplazamiento e l’abbandono di questo sapere portano in breve tempo alla dimenticanza. I più giovani imparano invece questo fin da piccoli, crescono, dai 9 anni, coltivando coca. Questo imparano a fare. Semina, raccolta, lavorazione. Con quattro raccolti in media all’anno, seguiti da due, tre giorni di raffinazione, vivono.

Non solo; la sudditanza dei contadini ad una coltura illegale come la coca permette al Governo di tenerli in scacco permanente. Nelle zone di controllo paramilitare non avviene tutt’ora nulla, ma nelle zone dove i contadini sviluppano processi sociali e associativi, la coca è il miglior strumento per incolpare e criminalizzare nel momento opportuno, i campesinos, e per motivare la massiccia presenza dell’esercito.

Un sacco di platano o di yuca vale, più o meno, 40.000 pesos (circa 15 euro). Un carico di coca vale dieci volte tanto. La pasta di coca pura appena lavorata viene venduta dai campesinos a 2.500.000 pesos al chilo. Un euro al grammo. Quanto vale da noi un grammo, per di più tagliato con ammoniaca o lassativi?

A chi vendono i coltivatori illeciti?

I meccanismi di intercettazione sono molti, e difficilmente è possibile averne un’idea chiara dalle risposte dei campesinos. Principalmente gli acquirenti dipendono dalle zone di influenza, paramilitari o guerrigliere; a comprare sono sempre intermediari dalla provenienza sconosciuta, che si occupano di acquistare il prodotto lavorato e di trasportarlo, gestendo i controlli. A volte il livello di controllo/pressione è più alto, i campesinos sono controllati per tutto il corso della lavorazione e sono costretti a vendere la pasta a rappresentanti armati. Altre volte ancora, molto più raramente, sono direttamente i campesinos a far uscire il lavorato dalla regione, pagando ad una delle forze armate presenti una tassa per “l’esportazione”; per poi rivendere il prodotto finito a cifre notevolmente più alte che non se lo vendessero direttamente in laboratorio.

I cultivos non sono certo nascosti. Enormi cultivos, ed i rispettivi laboratori, si possono incontrare ovunque, affacciati sulle strade principali o al fianco delle finche più grandi del comune. In Catatumbo la presenza dell’esercito è massiccia, dal 2005 dieci mila uomini delle forze regolari (brigata mobile 15 e 30) hanno occupato e controllano la regione. Ed ogni giorno, senza muovere un dito, passano al fianco di ettari ed ettari di cultivos illegali…tutto questo accade mentre aerei scortati da elicotteri militari sparano a caso glifosato ed agenti chimici sulla selva circostante.

Le realtà sociali rurali colombiane hanno iniziato da qualche anno un percorso di emancipazione da questo tipo di guadagno, in diversi modi. Affrancarsi dal commercio di cocaina non è facile, come non è facile convincere i campesinos ad abbandonare una sicura e costante (nonostante la repressione) fonte di guadagno a favore di coltivazioni legali, e migliori, ma dal valore economico incerto e fortemente svalutato. Fumigazioni o eradicazioni manuali (la più recente strategia per aumentare la presenza militare sul territorio) sono rifiutate in blocco dal campesinato, cosciente della necessità e della complessità di costruire nel quotidiano progetti di sostituzione dei coltivus e di inversione sociale. In alcune regioni la guerriglia stessa ha iniziato a limitare l’espansione dei cultivos per favorire altre coltivazioni e processi di autodeterminazione.

Al governo si richiedono interventi statali nella direzione di una rivalutazione dei prodotti autoctoni, favorendo l’acquisto e la diffusione di sementi non chimiche ed originarie della zona; al di là di questa, si stanno sperimentando forme autorganizzate per sostituire i cultivos con altre fonti di guadagno; a Puerto Matilde, nel Magdalena Medio, ad esempio, grazie ai finanziamenti di un progetto europeo, sono riusciti a realizzare una bufalera (allevamento di una quindicina di bufali), che oggi permette, grazie alla vendita del formaggio, di vivere dignitosamente a buona parte delle famiglie. Logicamente progetti di questo tipo non possono rimanere isolati e necessitano di crescere in una politica di sostituzione organica per evitare d’essere soffocati; per questo motivo il principale impegno delle associazioni nell’ultimo anno è, e sarà, costruire reti di resistenza che, attraverso assemblee, spazi di confronto, discussioni, possano muoversi in maniera congiunta verso la sostituzione dei cultivos.

Questo processo di emancipazione, com’era prevedibile, non è assolutamente favorito dal governo, anzi, molti dei rappresentanti o dei partecipanti attivi a questi percorsi stanno subendo arresti, minacce, sparizioni, da parte dell’esercito.

Detenzioni incapaci di arrestare una spinta sociale sempre piú forte ed unita.

Zero spese militari - ogni giorno lotte sociali

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