genova

Vogliamo giustizia non giustiziati

Ottobre 2007. 6 anni fa era Genova.
Dopo 4 anni di processo portato avanti senza indugi siamo arrivati alle richieste di 1° grado contro le/i 25 manifestanti accusat* di devastazione e saccheggio. I 2 p.m. Andrea Canciani e Anna Canepa hanno richiesto 225 anni complessivi di carcere, con condanne personali che vanno dai 6 ai 16 anni e con l'ulteriore beffa di dover anche pagare i danni allo stato, parte civile nel processo, per un ammontare di 2 milioni e mezzo di euro. Nel frattempo i processi di bolzaneto e della scuola diaz andranno in prescrizione.

Processo al Sud Ribelle: tra pochi giorni la sentenza

autore:
nodops

Il capro espiatorio del Sud RibelleDopo oltre 3 anni di udienze, il processo al Sud Ribelle, che vede
imputati 13 compagni, tra cui molti attivisti di Cosenza, provenienti da
diverse realtà di movimento, arriva al suo epilogo.A sette anni dal suo avvio, la vicenda della "Rete Meridionale del Sud Ribelle", sta per giungere la sentenza di primo grado.

Il 23 aprile è prevista, infatti, l'ultima giornata dedicata alle arringhe difensive, mentre giovedì 24 aprile la Corte d'Assise del Tribunale di Cosenza si pronuncerà in merito ai complessivi 50 anni di carcere e 26 di libertà vigilata richiesti dal PM Domenico Fiordalisi.

L’accusa per i 13 attivisti è quella di "Cospirazione politica mediante associazione, al fine di impedire l’esercizio delle funzioni del Governo italiano durante il G8 a Genova nel luglio 2001, creare una più vasta associazione composta da migliaia di persone volta a sovvertire violentemente l’ordinamento economico costituito nello Stato."

Per ripercorrere le tappe fondamentali del processo Sud Ribelle, svoltosi per tutta la sua durata nelle aule del tribunale di Cosenza, rimandiam all'archivio di IMC Calabria e di Supportolegale.

COMUNICATI
- Appello per il presidio al Tribunale di Cosenza del Coordinamento Liberi Tutti
- "Ripartiamo dal basso, costruiamo conflitto" del C.P.O.A. Rialzo

INIZIATIVE
- giovedì 24 aprile - ore 14.00 - Presidio al Tribunale di Cosenza in attesa della sentenza

CALENDARIO DELLE PROSSIME UDIENZE
- mercoledì 23 aprile - Ultima arringa difensiva
- giovedì 24 aprile - Pronunciamento della sentenza

MANIFESTAZIONE DEL 2 FEBBRAIO
- Sito della manifestazione
- Assolutamente un successone - Comunicato del Coordinamento Liberi Tutti
- Le foto del corteo
- Adesioni

BOLZANETO E I SUOI GUARDIANI

autore:
Simone - INsensINverso

A Bolzaneto, quando sentivi le urla, sentivi pure le risate. Le urla erano dei no global, le risate della polizia. A Bolzaneto, i tutori dell’ordine, giocavano con i manganelli, oppure strappavano i piercing, o umiliavano le donne minacciandole di violenze sessuali. A Bolzaneto eri obbligato a fare le flessioni, a pisciarti addosso, a sentirti urlare, << Sei un brigatista! >>, << Sporco comunista!!! >>. A Bolzaneto, se eri un poliziotto, la tua divisa ti permetteva di dar sfogo agli istinti più bestiali. Di umiliare chi manifestava contro i potenti della terra, di torturare i contrari alle guerre, o alla povertà, o alle ingiustizie. Se eri poliziotto, a Bolzaneto, potevi toccare le donne, deriderle, mangiartele con gli occhi, e casomai loro erano nude davanti a te. E tu godevi. Se eri poliziotto potevi picchiare il ragazzo che doveva andare in bagno, o quello con i capelli troppo lunghi, oppure quello con i dread, quello che piangeva disperato al tuo arrivo. Se eri poliziotto a Bolzaneto potevi fare tutto, potevi fare di tutto. Nessuno avrebbe detto niente. La tua divisa ti proteggeva. Se eri poliziotto avevi la massima libertà, perché i torturati, a Bolzaneto, non avevano diritti, erano bestie da domare. Non uomini. Bestie. Le peggiori, quelle da guardare con gli occhi assenti del medico militare, quello che strappava gli orecchini di dosso. Se eri poliziotto, militare o dottore potevi tutto, mandato dritto dritto da Dio, a punire chi osa. Chi si ribella. Chi combatte. A Genova, durante il G8, uomini e donne venivano massacrati dalle forze dell’ordine. Nessuno diceva o faceva niente.
L’Italia, che ha aderito al trattato internazionale contro la tortura, non ha modificato mai il suo codice penale. Non esistono leggi contro la tortura. Il nostro paese non rispetta la vita umana. Quello di Bolzaneto è solo uno dei mille fatti che avvengono in Italia. Per noi la persona conta meno di zero. È zero. È l’essere umano che non ha scampo. Perché i diritti non sono tutelati. I no global possono essere picchiati, umiliati, derisi e le guardie che li hanno picchiati, umiliati, derisi riceveranno poca cosa, forse niente. Verranno accusati per reati minori, roba da poco. Violenza privata, abuso di autorità, violazione dell’ordinamento penitenziario. Niente. Eppure, da noi, Guantanamo è esistito. C’è stato. Ma siamo in Italia. In Italia se sei Rom non hai diritti, se sei migrante non hai diritti, se sei giovane non hai diritti. L’Italia è un bel paese, per venire a guardare i monumenti. Stop. In Italia non esiste la tutela della persona. I poliziotti possono fare tutto quello che vogliono, la comunità europea ci riprende continuamente, ma a noi non interessa. I nostri politici scrivono sui muri “Mai più immigrati clandestini sotto casa”, senza spiegare come li cacceranno, questi immigrati. Si fanno i pacchetti sicurezza, si vogliono aumentare i CPT, è una merda. Fa schifo. Bolzaneto è solo uno dei mille casi di violenza. Bolzaneto è un simbolo che l’anno prossimo scomparirà, catalogato nel dimenticatoio. Come si può dimenticare Bolzaneto? Come si può non dare l’ergastolo a quei poliziotti, a quei medici e a quei militari che hanno compiuto lo scempio? Come si può chiamare un De Gennaro a coordinare le azioni a Napoli? Lo stesso De Geannaro che a Genova c’era, ma dalla parte dei poliziotti? Come si può sapere la verità, sapere delle torture commesse dalle forze dell’ordine, avere le prove, le foto, le testimonianze, i racconti, le denuncie, i pentimenti, le ammissioni e non procedere con una grande azione penale che faccia pagare gli accusati per i crimini commessi? E invece il rischio è che le accuse cadano. Fanno il pacchetto sicurezza. Per proteggerci dai cattivi. Ma, mi domando, chi è il cattivo? Chi protegge da chi? Siamo protetti? Vi sentite protetti da questa polizia, da questo stato? E il cittadino, si sente veramente protetto dai tutori dell’ordine? Dai politici da salotto? Dai Veltroni e i Berlusconi? E il migrante, che ha paura ad uscire di casa, si sente protetto? E la vittima di Bolzaneto si sente protetta? E il ragazzo della Diaz si sente protetto? E il gay si sente protetto?
No.
Nessuno di noi è protetto.
Siamo in balia della polizia, dello stato, dei fascisti, dei benpensanti.
Siamo in balia dei mass media che ipnotizzano il cittadino con false verità.
Siamo in balia della classe politica che ci obbliga allo schifo.
Le vittime di Bolzaneto esigono giustizia. Verità e giustizia.
Bolzaneto deve essere un monito per le forze dell’ordine. Per quelli che hanno il manganello facile.
Giustizia.
Pura e semplice.
www.insensinverso.org

Le violenze impunite del lager Bolzaneto

autore:
GIUSEPPE D'AVANZO
Sommario:
Oggi la caserma non è più quella di allora: cancellati i "luoghi della vergogna". Manganellate, minacce, umiliazioni: tutto ricostruito al processo da più di 300 testimoni

C'ERA anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. "Giovanissimo". Più o meno ventenne, forse "di leva". Altri l'hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di "sospensione dei diritti umani", ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.

Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.

Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che "soltanto un criterio prudenziale" impedisce di parlare di tortura. Certo, "alla tortura si è andato molto vicini", ma l'accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.

Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).

Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.

Nella prima Magna Carta - 1225 - c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese". Nella nostra Costituzione, 1947, all'articolo 13 si legge: "La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà"

La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i "luoghi della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come "Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori di "Benvenuti ad Auschwitz".

Dov'era il famigerato "ufficio matricole" c'è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.

Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l'ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).

A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: "Allora, non li vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato. Minacciano di "tagliarle la gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a trovarti, sai". Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni "per accertare la presenza di oggetti nelle cavità".

Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di permanenza nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.

È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola". Superati gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella "posizione della ballerina", in punta di piedi.

Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro stasera vi scoperemo tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva il duce", "viva la polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.

D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella "posizione della ballerina". Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. "Comunista di merda". C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.

Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". S. D. lo percuotono "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti", "Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte". S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". J. S., lo ustionano con un accendino.

Ogni trasferimento ha la sua "posizione vessatoria di transito", con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C'è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.

In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l'altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: "I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone". Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.

B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: "E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci". Poi un'agente donna gli si avvicina e gli dice: "È carino però, me lo farei". Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell'unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all'accompagnatore. Che sono spesso più d'uno e ne approfittano per "divertirsi" un po'.

Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, "arrangiandosi così". A. K. ha una mascella rotta. L'accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto "se è incinta". Nel bagno, la insultano ("troia", "puttana"), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: "Che bel culo che hai", "Ti piace il manganello".

Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché "puzzano" dinanzi a medici che non muovono un'obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato "strattonato e spinto".

Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con "questo è pronto per la gabbia". Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di "trofei" con gli oggetti strappati ai "prigionieri": monili, anelli, orecchini, "indumenti particolari". È il medico che deve curare L. K.

A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un'iniezione. Chiede: "Che cos'è?". Il medico risponde: "Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!". G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All'arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c'è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due "fino all'osso". G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede "qualcosa". Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.

Per i pubblici ministeri, "i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria".

Non c'è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell'estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un'osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che - ha ragione Marco Revelli a stupirsene - l'indifferenza dell'opinione pubblica, l'apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.

Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la "dimensione dell'umano" di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre "con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l'etica, con l'identica allergia alla coerenza"?

(17 marzo 2008)

I centri sociali occupano la sede del Pd

Autore:
Global Project Roma
immagine:

Fonte: Corriere on line 12.03.08

All’esterno del loft esposto uno striscione: «Tortura al G8. Yes we can».
- Mercoledì 12 marzo 2008

È durata una quarantina di minuti l’occupazione della sede del Pd a Roma da parte di una trentina di appartenenti ai centri sociali della capitale per protestare contro, ha detto un loro portavoce, la mancata presa di posizione del Partito democratico sui fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto nel corso del G8 del 2001 dopo le richieste di condanna avanzate dai pm di Genova. Dopo una quarantina di minuti, in seguito a un incontro con il responsabile della comunicazione del Pd Ermete Realacci, i giovani sono usciti dal loft.

Alla protesta, a quanto si è appreso dalla polizia, hanno partecipato in tutto una ventina di persone. Sette sono entrate nella sede del partito, le altre sono rimaste fuori in piazza Sant’Anastasia. «Volevamo che il Pd si esprimesse sulla vergogna di Bolzaneto», ha detto Stefano Zarlenga, della Rete per l’autoformazione, una delle sigle che ha partecipato alla protesta, insieme con Horus e Collettivi studenteschi. «È stata una protesta pacifica», ha aggiunto Zarlenga. All’esterno del loft del Pd è stato esposto uno striscione con scritto «Tortura al G8. Yes we can».

La storia siamo noi. Genova non si dimentica! Iniziativa a citta' del Messico il Primo Febbraio

autore:
Nodo Solidale
Sommario:
Dal Messico solidarieta' ai compagni e alle compagne colpiti dalla repressione.

Da un articolo di Carolina, integrato da autistici.org/nodosolidale.

Il 14 dicembre 2007 24 manifestanti sono stati condannati fino a 11 anni di carcere, mentre gli assassini e torturatori in uniforme fodono di impunita' e i loro capi sono stati promossi.

1 febbraio 2008. Se qualcuno dice che c'e' una manifestazione "di fronte all'ambasciata" a Citta' del Messico, quasi sempre si riferisce all'ambasciata degli Stati Uniti, simbolo dello stato terrorista piu' potente del mondo. Le bandiere e gli srtiscioni non si vedono tanto frequentemente davanti alle ambasciate situate nella lussuosa zona della Lomas de Chapultepec, territorio estraneo per i manifestanti giunti oggi all'ambasciata italiana.

Le richieste? La fine alla criminalizzazione dei movimenti sociali in Italia e la liberta' per i 24 prigionieri politici (in Messico li chiamano comunque cosi', anche se sanno bene che non sono ancora dentro, ndt) recentemente colpiti con condanne fino a 11 anni per aver protestato contro il g8 a Genova 2001, quando piu' di 300.000 persone riempirono le strada per manifestare contro la guerra e la fame imposte e promosse dagli 8 potenti che si riunivano li'.
L'iniziativa e' stata seguita anche da Radio Ke Huelga, autrice anche di una lettera di solidarieta' con i compagni colpiti dalla repressione. Durante la corrispondenza con la radio libera di Citta' del Messico si e' ricordato anche l'appuntamento con la manifestazione del 2 Febbraio a Cosenza.

Qui il comunicato, consegnato anche all'ambasciata:

Il 20 e 21 luglio 2001 a Genova, in Italia, si è dato appuntamento il G8, un vertice dove hanno partecipato i presidenti degli 8 stati più potenti del mondo, riuniti per decidere la sorte di tutto il pianeta e pianificare nuove guerre coloniali e sfruttamento.

In questi giorni più di 300.000 persone, compagni/e dei centri sociali, degli squat, dei movimenti sociali, della società civile, dei collettivi femministi, attivisti di associazioni cattoliche, sindacati autonomi e studenti riempirono le strade della città per esprimere il proprio dissenso contro la globalizzazione neoliberista imposta dall'alto.

Mentre i leader del G8 si trovavano assediati in una zona di sicurezza, le forze di polizia e militari italiane attaccarono brutalmente tutti i manifestanti con manganell, gas lacrimogeni, colpi d'arma da fuoco, rendendo evidente che questo livello repressivo era premeditato. Le strade di Genova si trasformarono in uno scenario di guerra, con migliaia di manifestanti costretti a difendersi erigendo barricate contro la feroce offensiva della polizia.

Durante gli scontro il compagno Carlo Giuliani, di 23 anni, viene assassinato da un carabiniere con un colpo di pistola sparato in faccia, mentre centiania di partecipanti ai cortei vengono picchiati, ricoverati e torturati. Nelle caserme e nei commissariati i manifestanti subirono minaccie di morte e stupro, a molti gli strapparono piercing e orecchini con le pinze, furono costretti a restarsene in piedi ore cantando inni fascisti.

Nella notte del 21 luglio, gli edifici che ospitavano alcuni attivisti e la radio di movimento, il mediapoint, furono barbaramente sgomberati: dei 93 arrestati di questa operazione, più di 60 furono ricoverati per i colpi ricevuti.

La vendetta dello Stato continuò nelle aule dei tribunali. 25 manifestanti furono scelti come capro espiatorio e accusati di "devastazione e saccheggio", ignorando che la gente dovette difendersi della violenza brutale della polizia. Hanno voluto, nel corso di questi lunghi anni di processo, riscrivere la storia, la cronaca, le ragioni degli scontri e dei cortei di Genova. Nei tribunali hanno cancellato la verità dell'assassinio di Carlo Giuliani, sentenziando che fu per un proiettile colpito da un sasso di un manifestante che "sfortunatamente" uccise Carlo.

Infine il tribunale avallò la tesi del Potere: il 14 dicembre 2007 24 manifestanti sono stati condannati con pene fino a 11 anni di carcere, mentre gli assassini e torturatori in divisa di Genova ancora godono dell'impunità e i loro superiori sono stati promossi di grado.

I firmatari di questo appello esigono l'annullamento immediato della sentenza emessa dai giudici di Genova, perché la storia delle lotte sociali e antineoliberiste non si scriva nei tribunali, e fanno responsabile lo Stato Italiano delle violenze avvenute a Genova e delle pesanti condanne che i tribunali continuano ad assegnare ai lottatori sociali d'Italia, attraverso l'accusa fascista di "associazione sovversiva".

La storia siamo noi, Genova non si dimentica!
Libertà per i/le prigionieri/e politici/he di Genova, d'Italia, del Mondo!

Collettivo Autonomo Magonista (Df, Messico)
Nodo Solidale (Italia)
ALMA - Alleanza Libertaria Magonista (Df, Messico)
Colectivo Radio Proletaria 107.5fm (Tuxtla, Messico)
OPEZ, MLN, COAECH (Tuxtla, Messico)
Coordinadora Autonoma Tecnologias Apropriadas y Salud (Chiapas, Messico)
Comité por la Defensa de los Derechos Indigenas Xanica (Oaxaca, Messico)
Amig@s de Mumia (Df, Messico)
Colectivo un granito de Café (Df, Messico)
Fronte dei lavoratori del IMSS (DF, Messico)
Asociación de Iniciativas Populares Ditsö (Costa Rica)
VOCAL - Voci Oaxaqueñas Costruendo Autonomia e Libertad (Oaxaca, Messico)
RAI - Recursos d'Animació Interculturals (Catalunya, Espanya)
Ké Huelga Radio 102.9 fm (DF, Messico)
Cooperativa Libertas Anti Corp (DF, Messico)
Regeneración Radio (DF, Messico)
OIDHO - Organizaciones Indias por los Derechos Humanos en Oaxaca (Oaxaca, Messico)
Colectivo Votan Zapata (DF, Messico)
Círculos de estudio de género y feminismo (DF, Messico)
Asamblea universitaria de la Universidad Autónoma Metropolitana Unidad (DF, Messico)
Grupo de Acción Revolucionaria (DF, Messico)
C.L. José Marti (DF, Messico)
La Otra UAM- A (Azcapotzalco, Messico)
Movimiento de Bases Magisteriales de Tlaxcala (Tlaxcala, Messico)
Indymedia México (Messico)
Movimiento de Lucha Popular (DF, Messico)
Estudiantes de la FES Iztacala (Stato de Mexico, Messico)
Frente Nacional de Lucha por el Socialismo (Puebla, Messico)

Sulla scia di Genova condannati a 7 anni 13 fiorentini

autore:
boka
Sommario:
Sulla scia di Genova, condannati a 7 anni 13 fiorentini

Il tribunale di Firenze ha condannato a 7 anni di reclusione a testa i 13 imputati per la manifestazione sotto il Consolato USA del 13 maggio del 1999! Il PM ne aveva chiesti 5!!!
Quel corteo fu il primo in cui, nonostante i tentativi di manipolazione delle immagini da parte dei telegiornali (soprattutto il TG3 regionale), le riprese di alcuni manifestanti fecero emergere che la Polizia caricò e massacrò arbitrariamente dei ragazzi inoffensivi, con tanto di ripresa dello sparo di un lacrimogeno ad altezza uomo e 3 metri di distanza dalla prima fila di manifestanti. I poliziotti investirono anche un ragazzo con le camionette!

Guarda il video delle cariche

E' un fatto di gravità assoluta! Questa sentenza rientra nella scia giudiziaria di Genova! Dare 7 anni ad un ragazzo o una ragazza perchè si difende dalle aggressioni della polizia e 5 a Cuffaro che se la fa con i mafiosi!

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Comunicato del Movimento Antagonista Toscano:

La realta' supera sempre la fantasia.
A Firenze come nella Grecia dei colonnelli.

Il Tribunale di Firenze ha deciso di abolire ogni unità di misura ed ha condannato a sette anni di reclusione i tredici imputati per gli incidenti al Consolato USA del 13 maggio 1999 in occasione dello sciopero/manifestazione indetto dal sindacalismo di base contro la partecipazione dell'Italia alla guerra nei Balcani.

Sette anni per aver preso un sacco di legnate a mani nude. Sette anni a conferma che nella società contemporanea non c'è più misura. Nello sfruttamento come nelle sentenze dei tribunali. Sette anni vengono dati per omicidio (con le attenuanti). Cinque per banda armata. Qualche manciata di mesi per stupro, nulla per gli omicidi sul lavoro. Non parliamo della signora Dini e dei suoi traffici internazionali finiti con una pena abbondantemente sotto l'indulto.

Questi giudici ci fanno tornare in mente i colonnelli greci e lo Shakespeare di "Misura per misura": viviamo la nostra contemporaneità nella svalutazione dei valori, dunque il dramma è quanto mai attuale..

La Magistratura interpreta la crisi verticale della rappresentanza politica, quella società dello spettacolo andata in onda anche pochi giorni fa al Senato, e della sua incapacità di controllare spinte e conflitti sociali.

Non si deve manifestare, tanto meno contro la guerra. E poi, se al governo c'è il centrosinistra è ancora più grave, viene meno ogni "giustificazione politica".

E' il trend giudiziario di Genova e di Cosenza. E' l'altra faccia del delirio securitario che vuole incarcerare tutti i romeni che scappano dalla Romania a causa dei "nostri" imprenditori arrivati a sfruttare la forza lavoro locale per 80 euro al mese.

A Firenze c'è la mano precisa dei DS in questa sentenza. Dopo aver riesumato le ordinanze (1933) del Podestà per deportare i lavavetri, hanno dichiarato la guerra ai poveri colpevoli di avere cattiva incidenza sul turismo – come se Firenze non fosse una città internazionale e cosmopolita. Ed ora indicano nelle case occupate, nei richiedenti asilo che esodano dalle guerre il prossimo nemico da colpire.

La città va affidata a guardie pretoriane che devono esercitare il controllo assoluto non solo sui movimenti, ma sui corpi e sulle menti, perchè cresce la marea dei senza reddito, senza casa, senza cittadinanza e che devono rimanere anche senza voce.

Queste sentenze vogliono sancire lo slittamento del conflitto sociale all'interno della normativa penale. Imputate/i capri espiatori, diversificati per provenienza ed estrazione, per poter esercitare su di loro una giustizia altrettanto diversificata. Per sperimentare la tenuta di "nuovi" reati, quali devastazione e saccheggio, mantenendo i "vecchi" resistenza e danneggiamento.

Daremo vita ad una campagna nazionale su questa sentenza capace di coinvolgere tutto quanto si muove nella società italiana per garantire la libertà di movimento e la demolizione di questa e delle altre sentenze.

SOLIDARIETA' AGLI IMPUTATI LIBER@ TUTT@

RICORDIAMO I FATTI

Il 13 maggio 1999 lo sciopero delle organizzazioni di base fu un grande successo (a Firenze 3.000 in piazza). Lo sciopero dimostrò la possibilità di lottare contro la guerra NATO nei Balcani, guerra sostenuta dal governo di allora, guidato da D'Alema, e definita da CGIL-CISL-UIL "una contingente necessità". A corteo concluso davanti al Consolato Americano partirono, senza preavviso, durissime cariche poliziesche: candelotti sparati ad altezza d'uomo, 5 manifestanti costretti alle cure ospedaliere, mentre tanti altri contusi evitarono gli ospedali. L'atteggiamento delle forze dell'ordine fu conseguente alla circolare D'Alema-Iervolino ("perché non vengano tollerate manifestazioni contro basi militari e sedi governative"). Un paese in guerra adegua il comportamento della propria polizia alla situazione bellica. Un video mostrò l'esatta dinamica delle cariche - video ripetutamente fatto vedere dalla trasmissione "Striscia la notizia", anche, strumentalmente, nei confronti del centrosinistra al governo.

Già le richieste del pubblico ministero apparivano SURREALI: dai 4 ai 5 anni per "resistenza a pubblico ufficiale.

La sentenza dimostra che ancora una volta la realtà supera la fantasia!

MA NON FINISCE QUI!

Movimento Antagonista Toscano – Confederazione Cobas

2 febbraio 08 - Manifestazione Nazionale a Cosenza

Autore:
psy
Sommario:
Sabato 2 Febbraio 2008 - CORTEO contro la repressione, per le libertà, per la giustizia sociale. Concentramento alle ore 14.30 in p.zza Zumbini.

1:05 minutes (2.49 MB)

Sabato 2 Febbraio 2008 - CORTEO contro la repressione, per le libertà, per la giustizia sociale.
Concentramento alle ore 14.30 in p.zza Zumbini.

A seguire, concerto in p.zza Arenella dalle ore 20.00:
ZION TRAIN (Dub Raggae from UK) + Bunna outta Africa Unite (DJ Set) + Gente Strana Posse + Torre Raggae

Sito di riferimento: http://www.cosenza2febbraio.org

Manifestazione Nazionale a Cosenza

02/02/2008 - 14:30
manifestocs2feblow.jpg
Sommario:
Sabato 2 Febbraio 2008 - CORTEO contro la repressione, per le libertà, per la giustizia sociale. Concentramento alle ore 14.30 in p.zza Zumbini.
Promotore evento:
Coordinamento Liberi Tutti
Indirizzo email:

Sabato 2 Febbraio 2008 - CORTEO contro la repressione, per le libertà, per la giustizia sociale.
Concentramento alle ore 14.30 in p.zza Zumbini.

A seguire, concerto in p.zza Arenella dalle ore 20.00:
ZION TRAIN (Dub Raggae from UK) + Bunna outta Africa Unite (DJ Set) + Gente Strana Posse + Torre Raggae

Sito di riferimento: http://www.cosenza2febbraio.org

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Dopo oltre 3 anni di udienze, il processo al Sud Ribelle, che vede imputati 13 compagni, tra cui molti attivisti di Cosenza, provenienti da diverse realtà di movimento, arriva al suo epilogo. Il PM Fiordalisi sferra il suo colpo finale nel tentativo di tradurre i propri teoremi accusatori nei loro confronti in anni di galera. E' stato fatto nell'analogo processo di Genova , lo si vuole riproporre ora anche in quello di Cosenza. Gli scenari in cui sarebbe maturato l'impianto accusatorio elaborato dal "bravo" Fiordalisi, sono quelli delle giornate di Napoli e Genova nel 2001. I capi di accusa a carico dei 13 attivisti - dal sapore tragicomico e straordinariamente inverosimile perché si basano su una serie confusa di video, intercettazioni e testimonianze opportunamente risistemati e riformulati secondo un criterio accanitamente persecutorio - sono di cospirazione politica mediante associazione al fine di turbare l'esercizio delle funzioni del governo, effettuare propaganda sovversiva e sovvertire violentemente l'ordinamento economico costituito nel nostro Stato, sopprimere la globalizzazione dei mercati economici, alterare l'ordinamento del mercato del lavoro.

Giorno 24 gennaio 2008 l'accusa ha chiesto complessivamente 50 anni di carcere e 26 di libertà vigilata per i 13 compagni.

Per ripercorrere le tappe fondamentali del processo Sud Ribelle, svoltosi per tutta la sua durata nelle aule del tribunale di Cosenza, rimandiamo a Indymedia Calabria ( https://indycalabria.indivia.net/article/1212 ) e Supportolegale ( http://www.supportolegale.org ).

Sabato 2 febbraio Manifestazione Nazionale a Cosenza

autore:
psy
Sommario:
<strong>Sabato 2 Febbraio 2008 - CORTEO contro la repressione, per le libertà, per la giustizia sociale.</strong>Concentramento alle ore 14.30 in p.zza Zumbini.

Sabato 2 Febbraio 2008 - CORTEO contro la repressione, per le libertà, per la giustizia sociale.
Concentramento alle ore 14.30 in p.zza Zumbini.

A seguire, concerto in p.zza Arenella dalle ore 20.00:
ZION TRAIN (Dub Raggae from UK) + Bunna outta Africa Unite (DJ Set) + Gente Strana Posse + Torre Raggae

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Dopo oltre 3 anni di udienze, il processo al Sud Ribelle, che vede imputati 13 compagni, tra cui molti attivisti di Cosenza, provenienti da diverse realtà di movimento, arriva al suo epilogo. Il PM Fiordalisi sferra il suo colpo finale nel tentativo di tradurre i propri teoremi accusatori nei loro confronti in anni di galera. E' stato fatto nell'analogo processo di Genova , lo si vuole riproporre ora anche in quello di Cosenza. Gli scenari in cui sarebbe maturato l'impianto accusatorio elaborato dal "bravo" Fiordalisi, sono quelli delle giornate di Napoli e Genova nel 2001. I capi di accusa a carico dei 13 attivisti - dal sapore tragicomico e straordinariamente inverosimile perché si basano su una serie confusa di video, intercettazioni e testimonianze opportunamente risistemati e riformulati secondo un criterio accanitamente persecutorio - sono di cospirazione politica mediante associazione al fine di turbare l'esercizio delle funzioni del governo, effettuare propaganda sovversiva e sovvertire violentemente l'ordinamento economico costituito nel nostro Stato, sopprimere la globalizzazione dei mercati economici, alterare l'ordinamento del mercato del lavoro.

Giorno 24 gennaio 2008 l'accusa ha chiesto complessivamente 50 anni di carcere e 26 di libertà vigilata per i 13 compagni.

Per ripercorrere le tappe fondamentali del processo Sud Ribelle, svoltosi per tutta la sua durata nelle aule del tribunale di Cosenza, rimandiamo a Indymedia Calabria ( https://indycalabria.indivia.net/article/1212 ) e Supportolegale ( http://www.supportolegale.org ).

Sito di riferimento: http://www.cosenza2febbraio.org