Iran

Corto italiano "Makwan" selezionato ufficialmente al Festival Cinema Gay di Parigi

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Watching The Sky
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Il cortometraggio-culto contro l'omofobia in finale in Francia

Regime Iran. Corto "Makwan" di Picciau e Malini selezionato ufficialmente a Festival Cinema Gay di Parigi

Il cortometraggio "Makwan, lettera dal Paradiso" ( www.everyonegroup.com ) di Dario Picciau e Roberto Malini (Italia, 2008) è stato selezionato ufficialmente alla XIV edizione del Festival de Films Gays & Lesbiens de Paris, uno dei festival del cinema GLBT più importanti in campo internazionale. Il cortometraggio, già tradotto in inglese e francese, sta per essere diffuso anche in lingua farsi: è già divenuto un culto per gli attivisti gay che combattono l'omofobia in Iran, rischiando la vita dalla clandestinità. L'opera, che Picciau e Malini hanno realizzato dopo aver lottato a lungo - insieme a Matteo Pegoraro, al Gruppo EveryOne e agli attivisti iraniani - durante una difficile campagna, per tentare - invano - di salvare la vita a Makwan, giovane gay condannato a morte dal regime di Teheran proprio a causa delle sua inclinazione sessuale, è promossa in Francia dall'artista/attivista Hervé Lebrun (che ha anche tradotto il testo in lingua francese).

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PRIME FOTO DEL CORTEO ROMANO NO WAR NO BUSH

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comiromanord
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Le prime foto a disposizione di tutti dal corteo contro la guerra del 11 giugno 2008

Un'iniziativa non nazionale e in giorno feriale. Quindi lo spessore numerico non è stato come quello dell'anno scorso. Ma il corteo che ha attraversato il centro di Roma da Piazza Esedra a piazza Barberini ha avuto una buona adesione di qualche migliaio di partecipanti e con contenuti e scenografie molto forti e vivaci.
Per vedere le prime foto del corteo può collegarsi al sito: www.ciardullidomenico.it

Diritti gay. Il giovane iraniano Mehdi Kazemi è salvo!

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Everyone Group
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Un risultato storico che il Gruppo EveryOne festeggia con i suoi alleati

13 marzo 2008

MEHDI KAZEMI E’ SALVO.
GRUPPO EVERYONE FESTEGGIA CON I SUOI ALLEATI E ANNUNCIA NUOVE CAMPAGNE PER LA VITA

Dopo la storica approvazione dell’urgente Risoluzione europea sul caso di Seyed Mehdi Kazemi (vedi sotto), l'Home Office britannico, Jacqui Smith, ha deciso poche ore fa di sospendere la procedura che prevede la deportazione in Iran del ragazzo gay, membro del Gruppo EveryOne.
Quanto avvenuto oggi è il risultato della mobilitazione internazionale che ha visto in prima linea il Gruppo EveryOne con il Partito Radicale Nonviolento e le Associazioni Nessuno Tocchi Caino e Certi Diritti. "Quando ci siamo assunti l'impegno di tentare di salvare Mehdi," dichiarano con entusiasmo i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau "il giovane gay iraniano era destinato alla deportazione a alla morte sulla forca in Iran. Poi attorno a noi e ai nostri alleati si è creata una rete di solidarietà che ha evitato un altro crimine contro i Diritti Umani. E' il primo passo verso una società non più indifferente, ma capace di rispettare i diritti dei profughi, che sono l'anello più debole dell'umanità".
Non si può che esprimere la più profonda soddisfazione per questa grande vittoria sul campo dei diritti umani, che ha portato alla salvezza di una vita umana e ha scritto una pagina importante di Storia europea: d'ora in poi i massimi organismi garantiranno che in tutti i paesi dell'Unione Europea venga applicata la Direttiva 2004/83/CE, che impone il riconoscimento dello status di rifugiato anche alle persone perseguitate nel loro paese di origine a causa del loro orientamento sessuale.
"E' un trionfo per la civiltà umana," concludono i leader di EveryOne, "preludio alle nostre nuove campagne, il cui fine è la salvaguardia dei profughi e di altre minoranze perseguitate. Mentre festeggiamo la salvezza di una vita, però, dobbiamo lottare perché le nazioni si pongano sulla via dei Diritti Umani e abbandonino persecuzioni e ingiustizie che sono il retaggio di epoche che è necessario lasciarsi alle spalle".

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Gruppo EveryOne
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GAY IRANIANO MEHDI: DOPO CAMPAGNA GRUPPO EVERYONE E RADICALI, STRAORDINARIA MOBILITAZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO

APPROVATA URGENTE RISOLIUZIONE EUROPEA SUL CASO DI MEHDI KAZEMI

In questi minuti, giunge da Bruxelles la notizia che è stata approvata con 60 voti (46 a favore, 2 contrari e 12 astenuti) in Parlamento Europeo una risoluzione urgente sul caso di Seyed Mehdi Kazemi, diciannovenne gay iraniano – membro del Gruppo EveryOne –, che sta per essere estradato in queste ore dall’Olanda al Regno Unito. Da Londra rischiava la deportazione immediata a Teheran, dove lo attende la pena capitale perché omosessuale.
Sottoscritta da 142 eurodeputati e da 62 Lord della “House of Commons” britannica, la Risoluzione del Parlamento Europeo sul caso di Mehdi Kazemi è stata accolta dopo che il Gruppo EveryOne (www.everyonegroup.com), in concerto con il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito, e le associazioni Certi Diritti e Nessuno Tocchi Caino, aveva sollecitato un tempestivo intervento dell’Unione Europea sull’intera questione per salvare la vita al giovane. Nel testo, che sarà inoltrato nelle prossime ore alla Commissione UE, al Consiglio europeo, agli Stati membri, all'Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati e allo stesso Mehdi Kazemi, si chiede esplicitamente all’Olanda e al Regno Unito che “trovino una soluzione comune in modo da assicurare che sia concesso asilo o protezione sul territorio dell'UE a Mehdi Kazemi e che egli non sia espulso in Iran, dove sarebbe giustiziato, garantendo così il pieno rispetto dell'articolo della Convenzione europea sui diritti dell'uomo da parte di tutte le autorità europee e segnatamente, nella fattispecie, dal Regno Unito”.
“Mehdi, prima del nostro intervento, ha tentato in ogni modi di sottrarsi alla deportazione verso la forca in Iran, ma solo l'incredibile successo della campagna che abbiamo attivato, in collaborazione con i Radicali e gli eurodeputati Marco Cappato e Marco Pannella – primi firmatari della risoluzione – ha impedito, per ora, che venisse assassinato” è il commento di Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, i leader del Gruppo EveryOne, che ha seguito l’intera vicenda e ha dato l’allarme. “Questa volta,” spiegano gli attivisti di EveryOne, mobilitatisi anche per la campagna della rifugiata lesbica iraniana Pegah Emambakhsh – che tuttora rischia la deportazione da Londra, non avendo l’Home Office ancora accolto il suo ricorso in appello – “non abbiamo chiesto ai cittadini del mondo di mandare fiori a Jacqui Smith o a Gordon Brown, perché le massime autorità britanniche hanno dimostrato di non avere alcun rispetto per la vita umana. Mandare un ragazzino di 19 anni, innocente, a morire con la corda al collo, per loro è solo una pratica burocratica.”
La campagna del Gruppo EveryOne, partita dopo l’allarme lanciato agli attivisti dallo zio di Mehdi e da alcuni suoi conoscenti, è stata mirata a coinvolgere in una prima fase i media internazionali e nella fase successiva le massime Istituzioni europee e l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati. “Fin dall'avvio, la campagna ha ottenuto risultati inaspettati,” dichiarano Malini, Pegoraro e Picciau “che hanno sconcertato i responsabili delle deportazioni. Già perché nell'arco di pochi giorni hanno risposto all'appello le principali televisioni del mondo – dalla BBC all'ABC, da SKY News alla CNN, fino alla RAI londinese, e i principali quotidiani del mondo: dal Corriere della Sera a El Paìs, fino all’Independent, al Times, al Guardian. Grazie allo straordinario amplificatore mediatico,” continuano “non è stato difficile portare a conoscenza delle Istituzioni internazionali, a partire dal Parlamento Europeo, la persecuzione in atto nel Regno Unito contro i profughi, omosessuali e non. Ora sarà difficile che le deportazioni di Mehdi Kazemi, così come di Pegah Embakhsh – anche lei citata nel testo di risoluzione europeo –, possano avere luogo, anche se l'atteggiamento del Regno Unito verso i profughi deve farci rimanere in allarme e richiede un immediato intervento da parte dell’Alto Commissariato per i Rifugiati”.

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Segue il testo completo della Risoluzione del Parlamento europeo sul caso di Mehdi Kazemi

Il Parlamento europeo,
– vista la Convenzione europea sui diritti dell'uomo, in particolare l'articolo 3, che vieta l'allontanamento, l'espulsione o l'estradizione di persone verso un paese in cui esiste un rischio serio che esse siano sottoposte alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti;
– vista la Carta dei diritti fondamentali, e in particolare l'articolo 18 sul diritto all'asilo e l'articolo 19 sulla protezione in caso di allontanamento, di espulsione e di estradizione,
– vista la Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951 e il Protocollo del 31 gennaio 1967 relativa allo status dei profughi,
– visti la direttiva 2004/83/CE del Consiglio recante norme minime sull'attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta (direttiva sulle qualifiche in materia di visto) e il regolamento (CE) n. 343/2003 del Consiglio che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l'esame di una domanda d'asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo (regolamento di Dublino) nonché gli altri strumenti dell'UE in materia di asilo,
– vista la lettera del 10 settembre 2007 del Presidente del Parlamento europeo al Primo ministro britannico sul caso di Pegah Emambakhsh, cittadina iraniana lesbica che ha rischiato di essere espulsa in Iran dopo che la sua richiesta di asilo è stata rifiutata,
– visto l'articolo 115, paragrafo 5, del suo regolamento,
A. visto che Mehdi Kazemi, cittadino iraniano gay diciannovenne, ha chiesto asilo nel Regno Unito e si è visto respingere la sua domanda; che, temendo l'espulsione, è fuggito nei Paesi Bassi dove ha presentato domanda di asilo; che le autorità olandesi, dopo aver esaminato la sua domanda, hanno deciso di rimandarlo nel Regno Unito,
B. considerando che spetta ora alle autorità britanniche prendere una decisione finale in merito alla sua domanda di asilo e l'eventuale espulsione in Iran,
C. considerando che è prassi abituale delle autorità iraniane incarcerare, torturare e giustiziare, in particolare omosessuali; che il partner di Mehdi è già stato giustiziato, mentre suo padre lo ha minacciato di morte,
D. considerando che nel caso analogo di Pegah Emambakhsh le autorità britanniche hanno deciso, a seguito delle pressioni internazionali, di non espellerla in Iran, anche se non è ancora chiaro quale sarà il suo destino,
E. considerando che il portavoce del Primo ministro, pur senza commentare il caso di Mehdi Kazemi, ha dato generali garanzie sul fatto che le procedure del Regno Unito in materia di asilo sono conformi agli impegni internazionali, che è concessa la possibilità concessa di fare appello contro decisioni in materia di asilo dinanzi a un giudice indipendente e che le autorità non allontaneranno nessuna persona che corra rischi al suo ritorno,
F. considerando che occorre prestare maggiore attenzione alla corretta applicazione del diritto dell'UE in materia di asilo negli Stati membri per quanto riguarda l'orientamento sessuale,
1. esprime la sua grave preoccupazione per la sorte riservata a Mehdi Kazemi;
2. chiede la corretta e integrale applicazione della direttiva sulle qualifiche in materia di asilo che riconosce la persecuzione in base all'orientamento sessuale come uno dei motivi per la concessione dell'asilo e prevede che gli Stati membri debbano esaminare il caso individuale e la situazione nel paese di origine, comprese le sue normative e regolamentazioni e il modo in cui sono applicate;
3. ritiene che l'UE e i suoi Stati membri non possano applicare normative e procedure europee e nazionali in un modo che possa comportare l'espulsione di persone verso un paese terzo in cui rischierebbero di subire persecuzioni e torture o di essere messe a morte in quanto ciò si configurerebbe come una violazione degli obblighi europei e internazionali in materia di diritti umani;
4. rivolge un appello agli Stati membri interessati affinché trovino una soluzione comune in modo da assicurare che sia concesso asilo o protezione sul territorio dell'UE a Mehdi Kazemi e che egli non sia espulso in Iran, dove sarebbe giustiziato, garantendo così il pieno rispetto dell'articolo della Convenzione europea sui diritti dell'uomo da parte di tutte le autorità europee e segnatamente, nella fattispecie, dal Regno Unito; chiede alla Commissione e al Consiglio di cooperare pienamente con gli Stati membri su questo caso;
5. chiede alle istituzioni e agli Stati membri dell'UE di intraprendere azioni per prevenire in futuro situazioni del genere, attraverso la cooperazione e orientamenti dell'UE atti a trovare soluzioni a casi analoghi; chiede alla Commissione di controllare e valutare l'applicazione della normativa dell'UE in materia di asilo negli Stati membri, in particolare per quanto riguarda l'orientamento sessuale, e di riferire in merito al Parlamento europeo; sottolinea che la Commissione ha annunciato che nel 2008 saranno apportate modifiche al regolamento di Dublino e alla direttiva sulle qualifiche in materia di asilo che riguarderanno le questioni sollevate nella presente risoluzione;
6. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione alla Commissione, al Consiglio, agli Stati membri, all'Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati e a Mehdi Kazemi.

Makwan. Omosessuale giustiziato in Iran

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Rassegna Stampa
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Bisogna tenere alta la pressione sull'Iran, Paese che calpesta i Diritti Umani

Omosessuale giustiziato in Iran

di Farian Sabahi (La Stampa)

Mentre si allenta la tensione sul nucleare, nella Repubblica islamica i falchi cantano vittoria e a farne le spese è un omosessuale di vent’anni, accusato di avere stuprato tre ragazzi quando di anni ne aveva solo tredici. Le presunte vittime hanno ritirato le accuse ma Makwan Moloudzade è stato giustiziato nella prigione di Kermanshah anche se la Convenzione per i diritti del fanciullo, ratificata dall’Iran, vieta l’esecuzione di coloro che commettono reati da minorenni. Il 7 giugno scorso il giudice della prima camera del tribunale penale di Kermanshah aveva definito la sua colpa “una violazione dei precetti islamici e delle leggi morali terrene” e lo aveva condannato a morte. La sentenza era stata confermata il 1° agosto e poi sospesa il 15 novembre dal capo della magistratura Shahrudi dopo la campagna “Fiori per la vita in Iran” organizzata dal Gruppo EveryOne, lo stesso che ha salvato la lesbica Pegah dalla deportazione dal Regno Unito, dove aveva chiesto asilo, a Teheran. Le centinaia di rose bianche e rosse inviate al presidente Ahmadinejad e la mobilitazione del mondo islamico liberale e progressista non hanno avuto successo e sembrano avere addirittura sortito l’effetto opposto: di fronte alla minaccia di ulteriori pressioni– questa volta non per un programma nucleare militare inesistente ma per violazioni dei diritti umani ben documentate – i falchi hanno giustiziato subito il condannato. “Le organizzazioni internazionali per i diritti umani avevano diminuito la pressione sull’Iran dopo le dichiarazioni del capo della magistratura”, osserva l’esule iraniano Ahmad Rafat, vice direttore di Adn Kronos International. “L’ayatollah Shahrudi aveva promesso di rivedere il processo e persino di emendare alcune norme del codice penale. Attenuata la pressione internazionale, i falchi hanno invece messo a morte il giovane omosessuale e la stessa sorte potrebbe toccare ai due giornalisti curdi in cella da mesi”. Sostenuti dai pasdaran e finanziati dal petrolio alle stelle, i falchi preferiscono la tensione al dialogo. È infatti la tensione a permettere di punire i dissidenti col pretesto che minacciano la sicurezza nazionale. Scampato il pericolo del bombardamento e sfumato il timore di ulteriori sanzioni economiche da parte del Consiglio di Sicurezza (che incontrerebbero l’opposizione della Cina e della Russia) torna il momento di firmare contratti con Teheran. Ma non bisognerebbe dimenticare il rispetto dei diritti umani. In Iran ma anche in Arabia Saudita, l’altro Paese islamico dove gli omosessuali finiscono sul patibolo ma si fa finta di non sapere a causa dei tanti interessi in gioco.

Cuori per Makwan, cuori per un mondo senza omofobia

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Gruppo EveryOne
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Hanno ucciso Makwan, Makwan è vivo

I carnefici iraniani hanno ammazzato Makwan. Makwan vive in noi. Da tutto il mondo continuano ad arrivare alle autorità di Teheran e-mail, cartoline e lettere scritte da persone di tutte le età che chiedono clemenza per il ragazzo gay, la cui colpa è quella di aver amato un coetaneo quando aveva 13 anni. Ma il presidente della Repubblica Islamica, il ministro della Giustizia e le altre autorità hanno ignorato ogni richiesta, ogni supplica e hanno esercitato la più spietata crudeltà, in nome di un dio sanguinario che non è certo il dio d'amore che i veri Musulmani adorano, ma solo un prodotto dell'odio, della discriminazione, del pregiudizio. La Campagna dei Cuori non si ferma.

Centinaia di persone hanno disegnato con matite, penne, pastelli o con il computer tanti cuori e li hanno spediti insieme ai loro messaggi che dicevano: "Noi amiamo Makwan", "Makwan è innocente", "Grazia per Makwan". I boia hanno straziato il corpo di Makwan e gli hanno tolto per sempre il respiro. Però Makwan è adesso un simbolo e i simboli non possono morire. Il nome di Makwan riecheggerà da adesso in ogni angolo del mondo e chiederà giustizia; sarà più forte dell'odio, più grande della morte. Vogliamo creare una galleria in memoria del giovane martire, ucciso dall'omofobia. Ora chiediamo a tutti di inviarci disegni di cuori dedicati al ricordo di Makwan. Li raccoglieremo e diventeranno il simbolo di un modo di amare che oggi è in catene, ma che un giorno, anche grazie al sacrificio di persone come Makwan, sarà libero e potrà liberamente e in pubblico "dire il suo nome". Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau

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Makwan, giovane gay iraniano, è stato assassinato dal boia. Ricordiamolo

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Gruppo EveryOne
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Gruppo EveryOne: "Da un crimine di stato nasce un simbolo di lotta contro l'omofobia"

MENTRE CONTINUA LA CAMPAGNA DEI CUORI LANCIATA DAL GRUPPO EVERYONE PER IMPEDIRE L’ASSASSINIO DEL VENTUNENNE IRANIANO MAKWAN MOLOUDZADEH, GIUNGE DA TEHERAN LA NOTIZIA DELLA SUA ESECUZIONE, AVVENUTA IERI MATTINA, SENZA CHE NEMMENO L’AVVOCATO E I FAMILIARI VENISSERO AVVERTITI

Makwan Moloudzadeh aveva ventun anni ed è stato assassinato dai suoi aguzzini all’interno del carcere di Kermanshah, dov’era detenuto, in seguito alla condanna a morte per “lavat” (sodomia). Il ragazzo, secondo l’autorità giudiziaria iraniana, era infatti “colpevole” di aver amato un coetaneo all’età di 13 anni e di aver avuto con lui rapporti sessuali. L’esecuzione è avvenuta nel carcere succitato, nell’ovest dell’Iran, alle 5 del mattino (ora iraniana) di ieri 5 dicembre 2007, nel più totale silenzio di stampa, istituzioni e associazioni. Nemmeno l’avvocato, il padre e lo zio di Makwan – con cui il Gruppo EveryOne (che nelle ultime ore si era mobilitato a livello internazionale con la “campagna dei cuori” per la vita del giovane) è in stretto contatto – erano stati informati.
“Apprendiamo con immenso dolore la notizia” commentano i leader di EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. “Continuano ad arrivare centinaia dimail al minuto da tutto il mondo di sostegno alla campagna per Makwan, da parte di personaggi della politica internazionale, attivisti e semplici cittadini, mentre la notizia della sua morte lascia incredulo il mondo, perché pochi giorni fa il ministro della Giustizia iraniano, l'Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi, aveva sospeso la condanna, manifestando l'intenzione di concedere la grazia”.
Il Gruppo EveryOne ricorderà Makwan Moloudzadeh e il suo martirio con un premio annuale ricorrente che verrà donato a chi si contraddistinguerà nella lotta a favore dei diritti umani e contro l’omofobia. Il Premio Makwan Moloudzadeh 2007 viene assegnato a Glenys Robinson, cittadina del Regno Unito che vive in Italia e che ha dimostrato particolari sensibilità e coraggio cooperando in modo determinante per la liberazione di Pegah Emambakhsh. Da allora Glenys fa parte del Gruppo EveryOne e si impegna con ogni energia per i diritti umani.
“Hanno ammazzato Makwan, ma il suo ricordo vive in tutti noi e chiede che l'Iran e tutto il mondo abbandonino la discriminazione contro gay e lesbiche. Deve sollevarsi una ferma protesta a livello internazionale che imputi ad Amadinejad e al suo Governo una condanna per crimini contro l’umanità” concludono i leader del Gruppo EveryOne “ma prima ancora deve nascere una potente rete mondiale che sia preparata a denunciare casi simili a questo intraprendendo azioni immediate che possano fermare le esecuzioni. Anche i paesi democratici devono farsi un esame di coscienza e comprendere che la lotta contro l'omofobia inizia con il riconoscimento paritario delle unioni omosessuali, perché senza questo diritto fondamentale i gay e le lesbiche sono condannati all'emarginazione”.

Per il Gruppo EveryOne : Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Ahmad Rafat, Glenys Robinson, Arsham Parsi, Christos Papaioannou, Steed Gamero, Fabio Patronelli, Laura Todisco, Alessandro Matta

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Iran, i giovane gay Makwan è stato assassinato dl boia. Non dimentichiamolo

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Gruppo EveryOne
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La Repubblica Islamica si macchia di un altro crimine atroce. Deve nascere un movimento internazionale che impedisca il ripetersi di atti così gravi. Il Gruppo EveryOne ha fondato il "Premio Makwan Moloudzadeh", che premia chi combatte l'omofobia.

COMUNICATO STAMPA
6 dicembre 2007

IRAN, GIUSTIZIATO IL GIOVANE GAY MAKWAN

GRUPPO EVERYONE: “DA UN CRIMINE DI STATO NASCE UN SIMBOLO MONDIALE CONTRO L’OMOFOBIA”

MENTRE CONTINUA LA CAMPAGNA DEI CUORI LANCIATA DAL GRUPPO EVERYONE PER IMPEDIRE L’ASSASSINIO DEL VENTUNENNE IRANIANO MAKWAN MOLOUDZADEH, GIUNGE DA TEHERAN LA NOTIZIA DELLA SUA ESECUZIONE, AVVENUTA IERI MATTINA, SENZA CHE NEMMENO L’AVVOCATO E I FAMILIARI VENISSERO AVVERTITI

Makwan Moloudzadeh aveva ventun anni ed è stato assassinato dai suoi aguzzini all’interno del carcere di Kermanshah, dov’era detenuto, in seguito alla condanna a morte per “lavat” (sodomia). Il ragazzo, secondo l’autorità giudiziaria iraniana, era infatti “colpevole” di aver amato un coetaneo all’età di 13 anni e di aver avuto con lui rapporti sessuali. L’esecuzione è avvenuta nel carcere succitato, nell’ovest dell’Iran, alle 5 del mattino (ora iraniana) di ieri 5 dicembre 2007, nel più totale silenzio di stampa, istituzioni e associazioni. Nemmeno l’avvocato, il padre e lo zio di Makwan – con cui il Gruppo EveryOne (che nelle ultime ore si era mobilitato a livello internazionale con la “campagna dei cuori” per la vita del giovane) è in stretto contatto – erano stati informati.
“Apprendiamo con immenso dolore la notizia” commentano i leader di EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. “Continuano ad arrivare centinaia dimail al minuto da tutto il mondo di sostegno alla campagna per Makwan, da parte di personaggi della politica internazionale, attivisti e semplici cittadini, mentre la notizia della sua morte lascia incredulo il mondo, perché pochi giorni fa il ministro della Giustizia iraniano, l'Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi, aveva sospeso la condanna, manifestando l'intenzione di concedere la grazia”.
Il Gruppo EveryOne ricorderà Makwan Moloudzadeh e il suo martirio con un premio annuale ricorrente che verrà donato a chi si contraddistinguerà nella lotta a favore dei diritti umani e contro l’omofobia. Il Premio Makwan Moloudzadeh 2007 viene assegnato a Glenys Robinson, cittadina del Regno Unito che vive in Italia e che ha dimostrato particolari sensibilità e coraggio cooperando in modo determinante per la liberazione di Pegah Emambakhsh. Da allora Glenys fa parte del Gruppo EveryOne e si impegna con ogni energia per i diritti umani.
“Hanno ammazzato Makwan, ma il suo ricordo vive in tutti noi e chiede che l'Iran e tutto il mondo abbandonino la discriminazione contro gay e lesbiche. Deve sollevarsi una ferma protesta a livello internazionale che imputi ad Amadinejad e al suo Governo una condanna per crimini contro l’umanità” concludono i leader del Gruppo EveryOne “ma prima ancora deve nascere una potente rete mondiale che sia preparata a denunciare casi simili a questo intraprendendo azioni immediate che possano fermare le esecuzioni. Anche i paesi democratici devono farsi un esame di coscienza e comprendere che la lotta contro l'omofobia inizia con il riconoscimento paritario delle unioni omosessuali, perché senza questo diritto fondamentale i gay e le lesbiche sono condannati all'emarginazione”.

Per il Gruppo EveryOne : Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Ahmad Rafat, Glenys Robinson, Arsham Parsi, Christos Papaioannou, Steed Gamero, Fabio Patronelli, Laura Todisco, Alessandro Matta

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Giovane gay iraniano Makwan condannato a morte. Campagna urgente

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Gruppo EveryOne
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Gruppo EveryOne: "Abiamo poche ore per tentare di salvare la vita a Makwan"

AL VENTUNENNE OMOSESSUALE ERA STATA SOSPESA LA SENTENZA DI MORTE DUE SETTIMANE FA, DOPO LA CAMPAGNA INTERNAZIONALE “FIORI PER LA VITA IN IRAN” CONDOTTA DA EVERYONE. IL CASO E’ STATO PERO’ RIESAMINATO DAI GIUDICI IRANIANI E LA CONDANNA CONVALIDATA. L’ESECUZIONE E’ FISSATA A GIORNI. L’APPELLO STRAZIANTE DELLA FAMIGLIA: “SALVATE IL NOSTRO MAKWAN”

IL GRUPPO EVERYONE CHIEDE L’INTERVENTO IMMEDIATO DEL GOVERNO ITALIANO E DEL PARLAMENTO EUROPEO, NONCHE’ DI TUTTA LA SOCIETA’ CIVILE, E LANCIA LA CAMPAGNA “CUORI PER LA VITA DI MAKWAN”

Makwan Moloudzadeh ha ventun anni (è nato il 31 marzo 1986) ed è stato condannato a morte per il reato di “lavat” (letteralmente, sodomia) secondo il Codice Penale iraniano, che prevede la pena capitale. Stando alla motivazione addotta dal Governo Iraniano, il giovane, all’età di 13 anni, avrebbe intrattenuto rapporti sessuali con un altro ragazzo.
Makwan, che era stato oggetto della campagna internazionale “Fiori per la vita in Iran” lanciata dal Gruppo EveryOne (www.everyonegroup.com) – con centinaia di rose bianche e rosse inviate al presidente Ahmadinejad e la mobilitazione del mondo islamico liberale e progressista –, aveva ottenuto, il 15 novembre scorso, la sospensione della sentenza di morte dal capo del Dipartimento di Giustizia iraniano, l’Ayatollah Seyed Mahmoud Hashemi Shahrudi. Il giudice aveva definito la sentenza – emessa in prima istanza il 7 giugno scorso dalla prima camera del tribunale penale di Kermanshah, nell’Iran dell’ovest, e successivamente confermata l’1 agosto – “una violazione dei precetti islamici e delle leggi morali terrene”.
Nella serata di oggi 3 dicembre la famiglia di Makwan ha contattato telefonicamente Ahmad Rafat, giornalista di AKI – ADN Kronos International e membro del Gruppo EveryOne, dando l’allarme: il caso di Makwan è stato riesaminato dall’Autorità Giudiziaria di Teheran, e ieri, domenica 2 dicembre, è arrivata la drammatica sentenza presso il carcere di Kermanshah, dove il giovane è detenuto da tempo.
“E’ necessaria un’azione internazionale di protesta immediata, che coinvolga il Governo Italiano, il Parlamento Europeo e tutta la società civile. Dobbiamo far sentire in Iran le nostre voci e chiedere che Makwan viva. Makwan è innocente e la colpa per cui è stato condannato è la sua omosessualità”. E’ l’appello lanciato da Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, i leader del Gruppo EveryOne, che si è battuto, nei mesi scorsi, per impedire la deportazione dal Regno Unito della lesbica iraniana Pegah Emambakhsh. “Abbiamo sperato che l'Iran avesse mostrato compassione per Makwan” continuano “ma la campagna per la vita di Makwan condotta da migliaia di attivisti GLBT in tutto il mondo è rimasta inascoltata. Ci si stupisce inoltre di come qualcuno, anche sulla stampa internazionale, abbia definito ‘child offender’ Makwan, che era egli stesso un bambino quando amò un coetaneo.”
“I familiari di Makwan sono sconvolti” afferma Ahmad Rafat di EveryOne. “Da oggi, ogni giorno potrebbe essere l'ultimo, per Makwan, perché i giudici iraniani comunicano alla famiglia il luogo e il momento del'esecuzione solo la sera prima della stessa.”
Il Gruppo EveryOne chiede a tutti di inviare cartoline, lettere ed e-mail al Ministro della Giustizia e al Presidente dell'Iran. Su ogni cartolina va disegnato un cuore e scritto “Noi amiamo Makwan. Makwan è innocente e deve vivere”. Una campagna d'amore, quella rilanciata da EveryOne, perché in Iran chi ama in modo diverso – i gay e le lesbiche – è considerato un criminale e subisce le pene più terribili, fino a quella di morte.
“Abbiamo pochissimo tempo” concludono i leader di EveryOne Malini, Pegoraro e Picciau. “Agite subito, chiedete ad amici e conoscenti di inviare alle autorità iraniane quante più lettere e cartoline possibile, perché i giudici e il presidente della Repubblica Islamica devono sapere che uccidono un innocente, che ogni anno imprigionano, torturano e uccidono migliaia di innocenti.”

Per il Gruppo EveryOne : Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Ahmad Rafat, Glenys Robinson, Arsham Parsi, Christos Papaioannou, Steed Gamero, Fabio Patronelli, Laura Todisco, Alessandro Matta

Per maggiori informazioni:
Gruppo EveryOne
(+ 39) 334-8429527
www.everyonegroup.com :: info@everyonegroup.com

Ecco a chi inviare cartoline, lettere ed e-mail:

Head of the Judiciary
His Excellency Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi
Ministry of Justice, Panzdah Khordad (Ark) Square, Tehran, Islamic Republic of Iran
Email: info@dadgostary-tehran.ir
(In the subject line: FAO Ayatollah Shahroudi)
Fax: 011 98 21 3390 4986
(If the call is not answered first time, please keep trying. When it is answered, say “fax please”.)

Leader of the Islamic Republic
His Excellency Ayatollah Sayed Ali Khamenei, The Office of the Supreme Leader Islamic Republic Shahid Keshvar Doust Street, Tehran, Islamic Republic of Iran
Email: info@leader.ir

President His Excellency Mahmoud Ahmadinejad – The Presidency
Palestine Avenue, Azerbaijan Intersection, Tehran, Islamic Republic of Iran
Fax: 011 98 21 6 649 5880
Email: dr-ahmadinejad@president.ir
E-mail: via web: http://www.president.ir/email/

Speaker of Parliament
His Excellency Gholamali Haddad Adel Majles-e Shoura-ye Eslami
Baharestan Square, Tehran, Islamic Republic of Iran
Fax: 011 98 21 3355 6408
Email: hadadadel@majlis.ir

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Makvan vivrà. La campagna per la vita continua

autore:
Roberto Malini - Gruppo EveryOne
Sommario:
Intanto il Gruppo EveryOne e l'Irqo chiedono di essere ricevuti dalle autorità di Teheran, per parlare di abolizione del reato di lavat, sodomia, e di Diritti Umani.

Continua la Campagna dei Fiori per la Vita in Iran. Ma non dimentichiamo che anche l'Italia uccide gli innocenti

Makvan Mouloodzadeh vivrà e si è aperto un dialogo con le istituzioni iraniane. Abbiamo ottenuto un importante risultato, ma la Campagna per la Vita in Iran continua. E' già avviata su www.everyonegroup.com e da domani sarà sul sito dell'Irqo e di StopExecution.net. Quindi farà il giro del mondo. Fiori e dialogo per cancellare la pena di morte, le torture, l'imprigionamento di persone innocenti. L'obiettivo immediato nostro e degli amici attivisti iraniani è quello di salvare altre vite e aprire un canale di comunicazione con Ahmadinejad. Contemporaneamente, noi del Gruppo EveryOne e alcuni membri dell'Irqo chiederemo, presentando domanda formale nei prossimi giorni, di essere ricevuti dal Presidente, da esponenti del Governo e del Dipartimento di Giustizia dell'Iran per parlare vis-à-vis di una possibile abolizione del reato di "lavat" e dell'emancipazione GLBT, oltre che della necessità di tutelare in Iran i diritti umani. Sembra quasi più raggiungibile questo traguardo rispetto a quelli che ci siamo prefissati in Italia, dove la pena di morte esiste, anche se non è attuata attraverso patiboli, camere a gas o iniezioni letali. La pena di morte che l'Italia commina alle persone più deboli che vivono sul nostro suolo, gli Zingari, utilizza quali strumenti capitali la fame, l'indigenza, il freddo, le malattie, l'emarginazione, l'assassinio civile, l'oppressione senza limiti. Nulla di diverso, se non le apparenze, di quanto avviene nella Repubblica Islamica e in tante altre nazioni del mondo. R.M.

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14 novembre 2007. Il presidente Ahmadinejad e i giudici iraniani concedono la grazia al giovane gay Makvan Mouloodzadeh

La Petizione per la vita di Makvan e la "Campagna dei Fiori per la Vita in Iran" - promosse dal Gruppo EveryOne e sostenute dall'Irqo, dalla Commissione Internazionale per i Diritti GLBT e da Amnesty International - ottengono lo storico risultato. "Una sensazionale vittoria per i Diritti Umani," commentano Malini, Pegoraro, Picciau (Gruppo EveryOne) e Paula Ettelbrick della Commissione Internazionale per i Diritti GLBT. Il giudice iraniano che ha annullato la condanna al patibolo ha definito la precedente sentenza "una violazione dei precetti islamici e delle leggi morali terrene".

Il 2 novembre 2007 il Gruppo EveryOne promuove in tutto il mondo, attraverso siti internet, network e organi di stampa la campagna "Flowers For Life in Iran": http://www.petitiononline.com/everymak/ . Si tratta di una petizione per la vita del 21enne gay iraniano Makvan Mouloodzadeh, accusato del reato definito "Lavat", sodomia, dal codice penale islamico e condannato a morte. Il ragazzo avrebbe commesso il "crimine" quando aveva solo 13 anni. Con la collaborazione di Arsham Parsi - membro sia del Gruppo EveryOne che dell'associazione IRQO, per i diritti GLBT in Iran - gli attivisti del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Glenys Robinson e Ahmad Rafat preparano un dossier sul caso del giovane condannato e avviano un'azione per la vita di Makvan e contro le esecuzioni in Iran di nuova concezione, già sperimentata con successo durante la campagna contro la deportazione in Iran della donna lesbica Pegah Emambakhsh. La campagna infatti invita cittadini di tutte le nazioni a sottoscrivere una petizione e contemporaneamente a inviare al Presidente Ahmadinejad, attraverso i servizi di spedizioni floreali internazionali, una rosa bianca e una rossa, con un messaggio: "La rosa bianca per il rispetto dei Diritti Umani del giovane omosessuale Makvan e di tutti i dissidenti, delle donne, dei liberi pensatori, degli omosessuali condannati come 'nemici di Allah'; quella rossa per dire no al sangue di vittime innocenti, versato sui patiboli approntati per le condanne capitali". la Campagna dei Fiori riscuote subito un notevolissimo riscontro in tutti i Paesi del mondo libero. "Le due petizioni hanno ottenuto più di mille firme in pochi giorni," commentano i leader del Gruppo EveryOne, "e centinaia di rose hanno raggiunto il palazzo del presidente Ahmadinejad, in Pasteur Avenue, a Teheran. A ogni gruppo di due fiori era unito un invito: sì alla clemenza, no alla pena di morte". Nei giorni successivi la parte liberale e progressista del mondo islamico raccoglie l'invito del Gruppo EveryOne e fa propria l'azione pacifista; decine di attivisti e personalità politiche di Turchia, Arabia Saudita e altri Paesi arabi inviano email, lettere e fiori al presidente e ai giudici dell'Iran. L'attivista turco per i diritti GLBT Hakan Yildrim definisce così la campagna: "E' un'azione pacifica per la vita di persone innocenti, nel rispetto del Corano. Un'idea geniale". Numerosi parlamentari svedesi di diversi partiti - Liberali, Verdi, Radicali - inviano fiori e richieste di grazia a Teheran: Gunilla Wahlen, Mats Pertoft, Camilla Lindberg. Il 5 novembre The International Gay and Lesbian Human Rights Commission affianca il Gruppo EveryOne e l'Irqo raccogliendo altre adesioni e inviando una lettera al governo della Repubblica Islamica. Il giorno successivo aderisce alla campagna Amnesty International, amplificando l'eco della petizione per la vita di Makvan. Pochi giorni dopo il capo del Dipartimento di giustizia iraniano, Ayatollah Seyed Mahmoud Hashemi Shahrudi, annulla la condanna a morte Makvan Mouloodzadeh, definendola "una violazione degli insegnamenti islamici, del codice Sciita e delle leggi morali terrene". "Questa è una sensazionale vittoria per i Diritti Umani e una riprova del potere della protesta globale," ha detto Paula Ettelbrick, direttrice esecutiva del gruppo IGLHRC, al fianco del Gruppo EveryOne, del'Irqo, di Amnesty International e di altre organizzazioni di attivisti nella Campagna dei Fiori. "E' una vittoria di tutti," commentano i leader del Gruppo EveryOne, "dei movimenti per la vita e per la pace, ma anche dell'Islam, perché il giudice iraniano ha mostrato più attenzione verso le petizioni umanitarie di quanto non mostrino solitamente gli stessi governi dei Paesi democratici. L'effetto della mobilitazione internazionale è stato più importante della vuota retorica dei potenti organismi internazionali, che faticano a superare interessi e burocrazia, lasciando inattuate le basilari disposizioni riguardanti la tutela delle minoranze deboli, del diritto di asilo e delle urgenze umanitarie. EveryOne è stata il motore di un nuovo impegno per i Diritti Umani, un impegno che si sta trasformando in un grande movimento internazionale per la vita e contro i pregiudizi. Si rende ora necessariio che i potenti non perdano questa oportunità di cambiamento e inizino a dialogare con il movimento, alla ricerca di soluzioni indispensabili per garantire un futuro di pace e convivenza al pianeta Terra, sempre più vicino a catastrofi umane e ambientali di proporzioni inimmaginabili".

Per il Gruppo EveryOne, Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Arsham Parsi, Ahmad Rafat, Glenys Robinson, Salvatore Conte, Irene Campari, Steed Gamero, Fabio Patronelli, Laura Todisco, Loredana Marano, Aisha Ayari, Alessandro Matta, Saimir Mile, Stellian Covaciu, Christos Papaioannou, Udila Ciurar, Lilì, Jasmine.

Website: www.everyonegroup.com - www.annesdoor.com
email: info@everyonegroup.com
Tel: (+39) 02 92278423
Tel: (+39) 334 8429527

L'Iran concede la grazia al ragazzo gay condannato a morte

autore:
Roberto Malini - Gruppo EveryOne
Sommario:
La Campagna dei Fiori salva la vita di Makwan Mouloodzadeh, ragazzo gay che Ahmadinejad aveva condannato a morte

Lettera aperta ai membri del Gruppo EveryOne e agli attivisti della campagna "Fiori per la vita in Iran". Cari amici, dopo essermi informato attentamente riguardo alla grazia ottenuta ieri da Makwan Mouloodzadeh, il ventunenne omosessuale che i giudici di Teheran avevano condannato al patibolo per "lavat", reato di sodomia, ho appreso che oltre alla campagna dei Fiori del Gruppo EveryOne non è stato fatto praticamente null'altro, perché gli attivisti di tutto il mondo erano fermi, incerti se Makwan fosse gay o no (lo è, ma solo noi abbiamo avuto l'intuito di capirlo subito e l'ardire di impostare la nostra azione e la richiesta di grazia proprio in base a una condanna per "lavat"). Il 5 novembre un'organizzazione (The International Gay and Lesbian Human Rights Commission) aveva inviato al presidente dell'Iran una lettera, chiedendo che il giovane non fosse giustiziato. Noi, al contrario, c'eravamo già mossi il 3 novembre, diffondendo la petizione, tradotta tempestivamente in inglese da Glenys Robinson, in tutto il mondo e riscuotendo il consenso del mondo islamico progressista, dalla Turchia all'Arabia Saudita. La petizione el Gruppo EveryOne ha ottenuto 500 firme (più 200 giunte via email) in 10 giorni! Lettere, email, sottoscrizioni e fiori hanno fermato la mano del boia, a Teheran. Noi membri del Gruppo EveryOne e i gruppi di attivisti che hanno lavorato con noi anche in questa grande campagna, ci sentiamo euforici! Sono le 2 e 30 di notte. Quando dal'Iran ci è giunta la notizia della concessione della grazia a Makwan, abbiamo cercato di capire, indagando in rete e presso i nostri referenti, chi avesse salvato il giovane gay iraniano, per fargli i più vivi complimenti e tessere le sue lodi nei comunicati stampa e nei pezzi per i nostri portali. Con sorpresa e orgoglio, ci siamo però resi conto... di essere stati noi! Ancora una volta, come con Pegah, come con Victor e Menji, come con le famiglie Rom. Siamo stati noi: Dario, Matteo, Glenys (grazie Glenys di aver tradotto subito la petizione, nonostante la stanchezza di una giornata dura, il 2 novembre!), Ahmad, Arsham, Lilì (che è in Iran anche per documentare situazioni di vita, per il nostro Gruppo), Salvatore, Fabio, Steed, Laura, Jasmine, Loredana, Aisha, Irene, Alessandro, Stellian, Saimir, Christos, Udila e io, per il Gruppo EveryOne. Gli attivisti iraniani in America per l'Irqo. Dimentico qualcuno, degli EROI che hanno combattuto con armi floreali una delle più grandi battaglie per la vita? Adesso è tempo di celebrare quest'incredibile campagna, una campagna che ha toccato il cuore e la coscienza di tanti musulmani, i quali hanno mandato fiori bianchi e rossi, lettere e suppliche di grazia in nome della fratellanza, della tolleranza, dell'amore reciproco e di un Allah buono e misericordioso; musulmani che hanno sentito un'affinità empatica e immediata con il Gruppo EveryOne e i suoi partner; una campagna che ha indotto organizzazioni, personalità politiche (fra cui alcuni membri del Parlamento svedese), attivisti e persone comuni a schierarsi subito al nostro fianco, sotto il segno della Rosa Bianca e della Rosa Rossa. E non dimentichiamo che la petizione cominciava nel nome di Pegah. "Questa è una senszionale vittoria per i Diritti Umani e una riprova del potere della protesta globale," ha detto Paula Ettelbrick, direttrice esecutiva del gruppo IGLHRC, al nostro fianco in questa campagna. Amici miei, siete grandi, meravigliose, coraggiosissime persone e vi voglio bene! Roberto Malini