Migranti/Cittadinanza

Offri un dito

Allo scoccare di domenica 6 Luglio 2008 il decreto contenente la "dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lazio e Lombardia", in pratica una schedatura etnica, entra nel vivo anche a Roma dopo che in Lombardia gia' da un mese e' aperta la caccia.
Nonostante violi sia la costituzione italiana ma anche le leggi del buonsenso europeo, nonostante abbia fatto smuovere l'Unicef e addirittura Famiglia Cristiana, l'operazione di polizia va avanti.
Nell'incontro di venerdi tra prefetto e sindaco si sciogliera' il nodo sulla necessita' o meno di prendere le impronte digitali ai bambini rom, ultima vittima dell'ondata repressiva che ad ogni stagione deve avere il proprio obiettivo.

Prossime iniziative

Aggiornamenti

Il Parlamento Europero vota contro il decreto

Un'altra città

flyer della manifestazione

A distanza di due mesi dalle elezioni che hanno cambiato la connotazione politica della città ma non i rapporti con i poteri forti, la rete delle occupazioni abitative insieme agli spazi occupati e autogestiti della città, hanno danno appuntamento a tutte e tutti coloro che reclamano diritti: diritto alla casa, ad un reddito che non sia frutto del lavoro precario, ad una città libera dagli istinti razzisti o xenofobi.

L'appuntamento è sabato 14 giugno alle h16 al Regina Elena, una delle più recenti occupazioni abitative a attualmente sotto la minaccia dello sgombero.

Aggiornamenti in tempo reale dalla manifestazione: Non c'è sicurezza senza diritti

[ROR - corrispondenze dal corteo] #1 #2

13/06/2008 - Nuova occupazione a CasalBertone

Info sui CPT

autore:
house

Poichè i CPT hanno oramai cambiato nome in CIE e regna un pò di confusione in merito. Poichè non tutti conoscono la questione CPT, posto quest'articolo pubblicato da anarchopedia:

I CPT nascono in seguito all’adozione di politiche migratorie in sede comunitaria, ratificate con l’accordo di Schengen (1995). Tuttavia già da qualche anno prima le politiche nazionali avevano cercato, attraverso misure via via più restrittive, di regolamentare i flussi migratori.

La prima legge italiana che disciplina il fenomeno migratorio è la n°943 del 1986: riconosce il diritto al ricongiungimento familiare e introduce il concetto di sanatoria. La successiva “legge Martelli” (n°39 del 1990) è invece il primo tentativo di regolamentazione e programmazione dei flussi migratori, che però non prevede alcuna misura di integrazione. La “Martelli” introduce per la prima volta il concetto di espulsione: la Prefettura dispone l’espulsione del migrante, il quale ha 15 giorni di tempo per lasciare la penisola, a meno che non debba essere accompagnato direttamente alla frontiera per problemi di ordine pubblico.

Dopo l’incredibile flusso migratorio di albanesi verso l’Italia (1991), nel 1995 il “decreto Dini” (decreto legislativo 498, che però verrà lasciato cadere e non verrà convertito in legge) prevede che il Ministero dell’Intero possa individuare edifici e strutture in cui rinchiudere i migranti sottoposti all’obbligo di dimora.

La “Turco-Napolitano”

Nel 1998 viene approvata dal governo di centrosinistra la legge “Turco-Napolitano” (n°40 del 1998) che istituisce i CPT. Questa legge diminuisce la possibilità di espulsione, aumentando per contro quelle di accompagnamento alla frontiera. Ciò può avvenire per disposizione del Ministero dell’Interno, per ordine pubblico o per la “sicurezza dello Stato” e per disposizione del Prefetto, nel caso in cui allo straniero sia già stato intimato di lasciare l’Italia e lui non abbia adempiuto, ma anche se lo straniero non è in possesso di alcun documento valido o se si ritenesse che lo stesso possa sottrarsi all’esecuzione dell’espulsione. In questo caso egli potrà essere “trattenuto” [3] (leggasi detenuto) presso il CPT più vicino, “per il tempo strettamente necessario” ad eseguirne l’espulsione (in molti casi trattasi di vere e proprie deportazioni forzate). Resta ugualmente l’ordine di lasciare il territorio senza accompagnamento alla frontiera nel caso in cui lo straniero sia alla sua prima espulsione o anche se, pur avendo un documento valido, si ritenga che il migrante non abbia avuto un buon inserimento sociale. E’ da rilevare che la stessa legge introduce la carta di soggiorno per immigranti presenti in Italia da 5 anni, vengono facilitati i ricongiungimenti familiari, introdotto l’istituto dello sponsor, sviluppate delle forme di garanzia sulle condizioni di lavoro e sulle loro prestazioni previdenziali.

La “Bossi-Fini”

Nel luglio 2002 il governo di centro destra approva la cosiddetta “Bossi-Fini” (legge n°189). Questa legge, nettamente peggiorativa della precedente, riduce le possibilità di entrare regolarmente in Italia, rende molto difficoltoso il ricongiungimento familiare e lega il permesso di soggiorno al contratto di lavoro. In pratica la “Bossi-Fini” sembra voler produrre appositamente clandestinità e quindi docile manodopera, facilmente ricattabile, per gli imprenditori italiani. Secondo tale legge il trattenimento nei CPT dovrebbe durare 30 giorni più altri eventuali 30 giorni di proroga (nella realtà quei 30 giorni di eventuale proroga divengono la regola e non l’eccezione). Se entro quei 60 giorni il detenuto non viene rimpatriato, è rilasciato con l’obbligo di lasciare il paese ma se non lo fa entro 5 giorni scatta il reato di clandestinità e l’arresto. La Bossi-Fini supera i centri di accoglienza (CDA), pensati come aperti e istituiti dalla “legge Puglia” del 1995, di fatto sostituendoli con “centri chiusi” denominati CdI (Centri di Identificazione), in cui vengono trattenuti i richiedenti asilo politico [4].

”Nuovi” centri per immigrati: CARA e CIE

Con il DPR 303/2004 - D.Lgs. 28/1/2008 n°25, il governo Prodi ha istituito i CARA (Centri di Accoglienza Richiedenti Asilo). Sussessivamente l’ennesimo e ultimo governo Berlusconi, inserendo varie normative nel mezzo delle infinte “leggi sicuritarie” (decreto legge 23 maggio 2008, n. 92), ha sostituito la denominazione CPT con l’acronimo CIE (Centri di Identificazione e di Espulsione), l’aggravante di clandestinità per gli irregolari che compiono reati e militarizzato i CPT con l’utilizzo dell’esercito avente il compito di presidiare questi siti.

Per completare la lettura dell'articolo vai:

http://ita.anarchopedia.org/CPT

MILANO. CHIUSA IN CASA E STUPRATA PER GIORNI COLF UCRAINA DENUNCIA UN ITALIANO

Autore:
www.repubblica.it
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http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/cronaca/colf-...

CRONACA

La donna, senza permesso di soggiorno, è stata sequestrata per due settimane
in un appartamento di Quarto Oggiaro, periferia di Milano. Arrestato l'uomo.

Chiusa in casa e stuprata per giorni
Colf ucraina denuncia un italiano.

Il comune di Milano ha annunciato che vuole costituirsi parte civile nel processo.

MILANO - Sequestrata in casa per due settimane, minacciata, picchiata e, secondo la sua denuncia, anche violentata più volte. E' la terribile vicenda di una ragazza ucraina di 31 anni, in Italia senza permesso di soggiorno, sottoposta a violenze dal suo datore di lavoro italiano.

Ieri sera la polizia l'ha liberata dall'appartamento di Quarto Oggiaro, periferia nord di Milano, dove aveva iniziato a lavorare come colf ai primi di agosto. La donna è riuscita a chiedere aiuto dopo quindici giorni di vessazioni. Il suo aguzzino, un uomo di 41 anni con diversi precedenti, è stato arrestato. Deve rispondere del reato di sequestro di persona e sono in corso indagini per verificare le accuse di violenza sessuale.

L'uomo, che ha giustificato il suo comportamento parlando di gelosia, non ha esitato a rinchiudere la donna in casa, arrivando perfino a confezionare un rudimentale esplosivo collegato alla porta d'ingresso, per assicurarsi che lei non tentasse la fuga in sua assenza.

Solidarietà alla vittima è giunta dal comune di Milano, che, per bocca del vice sindaco e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato, ha annunciato che "chiederà di costituirsi parte civile nel processo che vedrà imputato l'italiano che ha barbaramente sequestrato e violentato la colf ucraina". Il comune vuole anche "aiutare, attraverso le proprie strutture di protezione, questa ragazza, che pur nello stato di clandestinità, ha avuto il coraggio di denunciare il suo aguzzino". A Milano, ha detto il vicesindaco, negli ultimi quattro mesi si sono verificati ben 14 casi gravi di violenze sessuali.

(17 agosto 2008)

http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/cronaca/colf-...

www.sergiofalcone.blogspot.com

LA DISOBBEDIENZA DEI ROM

ROMA, 11 AGOSTO 2008
Enrico Miele (il Manifesto)

«Siamo tutti identificati». Saranno rimasti sorpresi i volontari della Croce rossa sentendo la risposta dei 40 rom che occupano lo stabile di via delle Cave di Pietralata, nella zona Quintiliani a Roma. Lunedì mattina la Croce rossa si era presentata nel vecchio capannone del quartiere a est della capitale. Nella lista degli operatori quel campo non era ancora stato censito. Quello che la Croce rossa non sapeva è che lì abita una comunità di rom rumeni, presente in Italia da oltre otto anni. «Siamo tutti iscritti negli elenchi dell'Asl, abbiamo la tessera sanitaria prevista per i neo-comunitari e non capiamo la ragione di un'ennesima identificazione» rispondono gli occupanti ai volontari. Che fanno marcia indietro, con l'impegno di ripassare a settembre.
Una sorpresa, ma relativa. «Controlli ne subiscono spesso da parte delle forze dell'ordine» dice Claudio Graziano, responsabile solidarietà dell'Arci che sostiene l'occupazione dei rom. «Questo non è il classico insediamento, qui hanno un progetto di autorecupero dello stabile per ricavarne abitazioni». L'Arci ha già raccolto 1500 firme tra gli abitanti del quartiere. Nel capannone occupato non ci sono soltanto rom ma anche italiani. «Il loro è un progetto comune - precisa Graziano - con un'area di verde pubblico per il quartiere, come previsto dal sistema Sdo e mai realizzato». Lo Sdo (sistema direzionale orientale) è il progetto di riqualificazione dell'area est della capitale. Previsto fin dal '90, non è mai stato portato a termine. «Ci chiediamo perché la Croce rossa sia venuta - conclude il rappresentante dell'Arci - qui i rom sono responsabilizzati e i bambini vanno a scuola accompagnati direttamente dai genitori».
La comunità rom ha occupato l'area lo scorso 14 febbraio perché minacciata di sgombero nel precedente campo di fortuna in via dei Quintiliani. Un gesto per rispondere alle proprie necessità abitative. Un'occupazione che ha «migliorato la qualità della vita di oltre 60 persone» come sottolinea anche il movimento romano di lotta per la casa, sceso ieri in difesa della comunità. Con il sostegno delle associazioni del territorio (Arci, bottega «Tutti giù per terra», DiversaMente e altre) il campo rom ha avviato un dialogo costruttivo con le istituzioni del V municipio di Roma, la parrocchia e le scuole del quartiere. Insomma, un caso d'integrazione reale che andrebbe valorizzato.
La reazione avuta dai rom sorprende il presidente della Cri, Massimo Barra: «È la prima volta che succede. La natura dell'insediamento è indifferente per noi, in quanto la nostra missione è fornire assistenza umanitaria. I problemi li pongono gli assistenti e non gli abitanti. Temo gli intellettuali o i burocrati, non i rom».
In realtà il censimento dei campi nomadi è facoltativo. Chiunque ha la possibilità di sottrarsi, se vuole. A maggior ragione se, come nel caso del campo in via Quintiliani, i rom sono già registrati presso l'Asl e posseggono la regolare tessera sanitaria prevista per i cittadini dei paesi recentemente entrati nella Ue (Bulgaria e Romania). «Se il censimento è facoltativo significa che non si può imporre. Ed allora dov'è il problema se una comunità decide di sottrarsi? - si chiede Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell'Arci -. Se i rom di via Quintiliani hanno già assistenza sanitaria perché dovrebbero sentire l'esigenza di prendere la tessera della Croce rossa?». Nel frattempo, anche se i riflettori sul censimento negli insediamenti abusivi si sono abbassati, l'operazione della Croce rossa prosegue. Fino a oggi a Roma sono stati venti i campi nomadi visitati dai volontari. Le persone identificate sono 620, appartenenti a 123 diversi nuclei familiari. Tra loro i minori sono 288.

Vietato stare seduta, straniera poi, sui gradini di una chiesa: a Roma

autore:
Doriana Goracci
Sommario:
L'odissea di una peruviana "In cella perché straniera"

Parla la cronaca, i fatti.
Doriana Goracci

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di MARIA ELENA VINCENZI
ROMA - Scambiata per prostituta, umiliata davanti ai passanti proprio nel centro della città, portata all'ufficio Immigrazione. E lasciata lì, tutta la notte, in una cella minuscola, sporca e maleodorante con prostitute vere, che le passano accanto e sbrigano le pratiche per il rilascio ben più velocemente di lei. Succede a Roma, la città che, su disposizione del governo, avrà il maggior numero di militari a presidiare strade, stazioni, ambasciate. La stessa dove i primi appuntamenti nell'agenda del sindaco sono le nuove ordinanze anti-rovistaggio, anti-accattonaggio Scambiata per prostituta, una notte in cella

Le vittime sono due ragazze normalissime. Vestite come qualsiasi altra giovane romana. Jeans, T-shirt a girocollo, ballerine, 28 anni, occhiali a goccia, capelli legati e un filo di trucco. Solo che, nonostante l'inflessione romanesca, sono peruviane. Almeno di nascita: a Roma ci vivono da cinque anni. Sono diplomate in Italia e frequentano regolarmente l'università "La Sapienza". Si mantengono con qualche lavoretto, una fa la cameriera e l'altra la baby sitter. Vivono in zona Prati. La domenica insegnano catechismo a Santa Maria degli Angeli, piazza della Repubblica, poco distante dalla centralissima stazione Termini.

Un racconto fatto di lacrime e paura, quello delle due protagoniste della storia, M. J. P. e Y. V. "Erano le 17 quando sono arrivata in via XX Settembre per aspettare che la mia amica uscisse dal lavoro. Dovevamo andare con amici a prendere l'aperitivo. Lei era in ritardo, così ho deciso di sedermi sui gradini di Santa Maria della Vittoria. Cinque minuti e una volante della polizia mi si avvicina. Gli agenti abbassano il finestrino e uno dei due mi chiede: "Ma che fai ti metti a lavorare proprio qui, davanti a una chiesa?". Io, incredula, rispondo: "Come?". Lui ripete lo stesso concetto. Rimango senza parole, non riesco a credere che si possano essere permessi di confondermi con una prostituta: sono una ragazza normale, vestita con gonna e camicia. Non riesco a reagire. L'unica cosa che faccio è chiamare la mia amica". Che racconta: "Sono scesa, ho trovato M. in lacrime. Mi sono avvicinata e gli agenti hanno ripetuto a me la stessa cosa, con lo stesso tono sprezzante: "Bella, diglielo pure alla tua amica, questa è una chiesa, non potete mettervi a lavorare qui". Vado su tutte le furie e loro, di tutta risposta, ci chiedono i documenti: io li avevo, la mia amica no perché aveva una borsetta da sera molto piccola. Intorno, la gente iniziava a innervosirsi per la reazione dei poliziotti. Tanto che, dopo qualche schermaglia, decidono di andare via".

Ma non finisce qui: alcune donne che hanno assistito alla scena convincono le studentesse ad andare a denunciare l'accaduto in questura. Hanno preso pure il numero di targa della volante. Le due ragazze decidono di seguire il consiglio e a piedi arrivano a via San Vitale, sede della questura di Roma.
"Entriamo in portineria e chiediamo di fare una denuncia: il poliziotto all'entrata è gentilissimo. Dopo un minuto, dall'ingresso entra lo stesso agente con cui avevamo litigato. "Ancora qui state? Adesso vi faccio passare la voglia". E mi prende per un braccio - racconta Y. V. - io mi divincolo e gli dico che lo denuncerò. L'agente per la prima volta abbandona il tono arrogante, si stizzisce e carica la mia amica in macchina. "Con te non posso ma con lei sì, è senza documenti".

E se ne vanno senza nemmeno dirmi dove la portano. I colleghi della questura, che hanno visto la scena senza battere ciglio, dopo la mia insistenza mi dicono la destinazione, l'ufficio immigrati di via Patini. Chiamo un amico, vado a casa di M. a prendere i documenti e li porto là. Arrivo alle 20 e consegno tutto. Chiedo quanto ci metteranno a rilasciarla: due ore circa. Decido di aspettare. Passano le ore e delle mia amica nemmeno l'ombra".

"Mi hanno tolto tutto quello che avevo - spiega l'amica - e mi hanno chiuso dentro una cella sporca di immondizia. Non riuscivo a smettere di piangere. Tutti gli altri stranieri che stavano lì uscivano prima di me, ladre, prostitute, pusher, abusivi. La notte è passata così, tra lacrime e preghiere. Sono uscita solo alle 10.30 del mattino". Versione confermata anche da un amico italiano, C. B., che ha accompagnato Y. a prendere i documenti a casa della ragazza e poi a via Patini. "Siamo stati lì davanti fino alle 3 del mattino, poi siamo tornati più tardi. E, infine, alle 10.30 sono stato io a prendere M. quando, sconvolta, è stata rilasciata e l'ho accompagnata a casa in motorino".

E ancora ieri, una volta fuori, le ragazze non riescono a dimenticare. "Roma è diventata invivibile per gli stranieri: siamo regolari, parliamo romano, abbiamo amici italiani eppure veniamo trattate così. Siamo qui da tanti anni, continuiamo ad amare questa città, ma facciamo fatica a viverci". Forse tutto questo andrebbe denunciato. "Volevamo farlo ieri, ma poi è andata come è andata. Ora abbiamo paura, chi ci torna in questura?".

(14 agosto 2008)

Call out for No Border - Patras 2008-Program

29/08/2008 - 17:00
31/08/2008 - 17:00
Sommario:
Call out for No Border - Patras(Greece) 2008-Program
Promotore evento:
NoborderPatras
Indirizzo email:

Year 2008 and the administrators of the worldwide authority wage wars and spread exploitation in order to further spread their sovereignty. One of these war conflicts is in Afghanistan, where the western powers, including the Greek state, and leaded by the USA, invaded in the name of the “war against terrorism” and they still fight this so called “humanitarian” war seeking to dominate the region on all levels. When the first bombs fell on Afghanistan the Greek society was demonstrating against the war, but today that the repercussions of war reach our region most of the people are hypocritically closing their eyes in front of these repercussions.

One of these repercussions is the situation in the city of Patras. Refugees from Afghanistan and other Arabian countries come to this city-gate of Europe with the expectation to travel further into Europe, and for some of them who might be lucky to acquire papers to stay in Greece. But they live in a climate of terror and violence by the authorities. They leave their countries because of the war which destroys everything or they leave in order to escape from the religious fundamentalism of the Taliban. They live and travel with the hope to establish in Europe a new life, a life more dignified and free from the one they left behind. However even here they suffer a different expression of the same war, as they are “illegal”, without papers, and they are not allowed to move freely. They live in the outskirts of society and actually they are deprived the recognition of the right in existence.

In Patras, the Afghan refugees reside in an off-hand settlement which is besieged by the police. The settlement is located in the eastern part of the city near the port and it is blockaded by the police in order not to exit freely from it. The population reaches approximately 1000 young men and during the summer a lot more. These small in space community exist in Patras the last 13 years, when it was originally built by Kurds of Iraq. The refugees are stacked in off-hand lodgings, which they construct by scrap materials. The hygiene conditions are non-existed as they are not allowed to have water, electricity or even toilets. As all these were not enough, since January 2008 they experience a blockade because of a relative decision by the authorities that forbids them to move in the city and especially around the port. So the police have surrounded the settlement on a permanent basis and whoever attempts to exit its borders is beaten, arrested, or even kidnapped and deported.

The majority of the local society is indifferent; they pretend that they do not see the crime committed in Patras, they continue to live their life without speaking for or against the situation. Nevertheless a small portion of the citizens has allied with local businessmen asking for the destruction of the settlement and the displacement of the refugees. In the same context the authorities of the municipality and the prefecture together with the local mass media, refuse to look into the matter and they even try to prevent any kind of material help. On the other hand, organizations of the antiauthoritarian space and the left space have formed a solidarity front and they accomplished to prevent a planed police operation, which aimed to the demolition of the settlement, by organizing two big marches with all the refugees in the city center (January – February 2008), and furthermore they support the immigrants by material, legal, and medical aid on an everyday basis. An example of this is the installation of a water network inside the refugees' camp during the preparatory meeting of May 2008 and its legalization by the solidarity movement.

But as the matter remains open, with a hot summer in hand and the police besiegement in full effect, a multiform and dynamic action is more than necessary. A continuous social and politically activity that will communicate the problems and the demands more widely, that will bring closer the Greeks with the refugees, so as to reach its peak with an event that will force the society to open her eyes and decide at last to take an active position.

We call for No Border Patras from the 29th until the 31st of August 2008. The importance of such a No Border has a double meaning, since the city of Patras faces both internal and external borders. Internal borders in the forbidden zone of the port, which in the name of security excludes the city from its access to the life-giving factor of the sea; internal borders that have enclosed the refugees inside the settlement. On the other hand we face the national borders, which forbid refugees form entering the port or traveling to another european country.

Some of the objectives of No Border Patras are through a series of events, discussions, and direct actions to bring an end in the multidimensional violence that is practiced on the refugees and to make the voice of the refugees to be heard as widely as possible.

Our speech and action of an essential solidarity must listen to the demands of the refugees and transforms them into a spearhead for a free and dignified life for everyone. No Border Patras can constitute a place of freedom against any kind of borders and against the monodimensional beliefs, so as to create a wide and solid front that will deconstruct the EU anti-immigrant policies aiming the transformation of Europe into a fortress and a world divided according to the interests of the sovereigns.

* No-one is illegal
* Asylum for everyone
* Against internal, national and supernational borders
* Freedom of movement
against the police blockade of the refugee settlement
against the arrests, the kidnappings and the beatings
* Abolition of the Return Directive and all the international anti-immigrant agreements.
* Reclaim the public space of the port by Patras' society
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3 days of action and events (August 29-31)
Friday, August 29
17:00 VOLLEY MATCH
between Greeks and Afghan refugees
19:30 PUBLIC DISCUSSION:
Europe Fortress and resistance movements
Speakers include:

* organizers of No Border Ukraine 2007
* organizers of No Border in Dikili, Turkey
* lawyer from immigrant information office in Ancona, Italy
* comrades from Bulgaria and Serbia
* migrants and refugees from Turkey, Albania, Afghanistan
* (more participants to be confirmed)

22:00 BEACH PARTY
with DJs from Greece and abroad (matu soundsystem, et al.)
Saturday, August 30
12:00 NO BORDER ASSEMBLY MEETING
to discuss evening's demo, Sunday's solidarity actions, future common actions
18:00 PUBLIC MEETING - DEMO IN THE CITY
from the refugees' camp to the center of Patras
19:30 OPEN CONCERT AT THE PORT
Deus Ex Machina (rock band from Athens), Grover, Panikos, No Sin (rock bands from Thessaloniki), Microfone Snipers (Greek-Albanian Hip-Hop), BITOV TERROR (Bulgarian ska-punk)
Sunday, August 31
12:00 SOLIDARITY ACTIONS
17:00 FINAL NO BORDER ASSEMBLY MEETING

Program likely to change

SIAMO TUTT* CLANDESTIN*, SIAMO TUTT* RINCHIUS* IN UN CPT, SIAMO TUTT* COLPEVOLI RIVOLTOS*!

autore:
Alcun* anarchic*-Alcun* Antispecist*

SIAMO TUTT* CLANDESTIN*, SIAMO TUTT* RINCHIUS* IN UN CPT, SIAMO TUTT* COLPEVOLI RIVOLTOS*!

L'escalation di brutalità cinica e mondana di cui è in preda questo paese fa davvero paura, non perché non siamo abituat*, ne tanto meno perché è silenziosa come un'emorragia interna ed eclissata dai democraticissimi media, fa paura perché sta diventando ammirevole la peggiore forma autoritaria e fascista, ossia la pratica normale e quotidiana dell'assurdo.

Come Anarchic* e come Antispecist* non possiamo che esprimere la nostra solidarietà e la nostra complicità con chi in questi giorni si è ribellato a questo stato canaglia che rende l'essere umano stesso illegale nel momento in cui decide di uscire dalla gabbia dove dovrebbe essere confinato ogni giorno.

Siamo tutt*e clandestin* e clandestine dunque, quando decidiamo di opporci alla società, al previsto al normale.

Siamo tutt* rinchius* in un CPT quando questa società tenta con la prigionia di renderci docili e mansueti servitori che devono stare al loro posto a testa bassa.

Siamo tutt* colpevoli rivoltos* quando esprimiamo nostro dissenso e la nostra solidarietà.

Solidarietà con Prigionier* in lotta nei CPT.

Alcun* Anarchic* - Alcun* Antispecist*

RUMENO ANNEGA IN MARE TRA DECINE DI BAGNANTI

autore:
(A)
Sommario:
scene di ordinaria indifferenza

Ennesimo episodio di razzismo e indifferenza

Tratto da repubblica.it

E' annegato tra decine di bagnanti che affollavano la spiaggia di Calamizzi, nell'immediata periferia di Reggio Calabria. Marcello Longu, 24 anni, rumeno, nel pomeriggio di ieri, dalle baracche dove vive assieme ad altri connazionali ed alla giovane moglie era sceso in spiaggia, distante solo una decina di metri della sua residenza, in compagnia di altri suoi connazionali. Ad un certo punto si e' tuffato in acqua e dopo alcune bracciate ha incominciato ad invocare aiuto. I suoi connazionali, che non sanno nuotare sono rimasti impietriti, mentre la gente che si godeva il mare ha proseguito a divertirsi, forse pensando ad uno scherzo. Marcello Longu e' annegato ad una decina di metri dalla riva, ma nessuno dei tanti bagnanti ha interso prestargli soccorso. In pochi istanti il giovane e' scomparso in acqua. A quel punto qualcuno ha chiamato il 113, ma quando i soccorsi, anche se tempestivamente, sono giunti in zona il giovane giaceva privo di vita sul fondale dove e' stato poi recuperato dagli uomini della Capitaneria di Porto. Marcello Longo ha lasciato la moglie ed una figlioletta in tenera eta'.

È la dimostrazione che dei migranti ci si interessa soltanto quando si tratta di reprimere o sfruttare nei cantieri, dunque trattandoli come mera merce ai margini della società, mentre tutti si divertono inconsapevoli, protetti da eserciti immaginari.
Sarebbero da processare tutti i bagnanti per omissione di soccorso...
Solito dubbio malizioso: e se ad annegare fosse stato un italiano?

LA MAFIA NAPOLITAINE ET LES ROMS

Autore:
FABRICE RIZZOLI
Immagine5:

www.sergiofalcone.blogspot.com

http://www.liberation.fr/rebonds/342852.FR.php

La mafia napolitaine et les Roms
Fabrice Rizzoli consultant en criminologie au Centre français de recherche sur le renseignement (CF2R).
Libération : lundi 4 août 2008

Le 13 mai, une vague de violence s’est soudain abattue sur les Roms qui vivaient dans le quartier de Ponticelli à Naples. Leurs camps, dont les occupants avaient auparavant été vidés par la police, ont été mis à sac et incendiés par les habitants du quartier. Vengeance populaire «justifiée» par la tentative d’enlèvement, deux jours plus tôt, d’un bébé de six mois par une jeune Roumaine âgée de 16 ans qui s’était échappée d’un foyer pour mineurs. De la Roumaine aux Roms, il n’y a qu’une syllabe.

En Italie, comme partout en Europe, les Roms vivent dans des conditions épouvantables : des camps de fortune installés dans des décharges sauvages ou sous des ponts, îlots de misère au cœur de l’Occident. Ici comme partout, ils vivent - ou plutôt survivent - de mendicité et de la revente de métaux récupérés.

Ils sont sédentarisés depuis longtemps, et pourtant continuent de souffrir du regard multiséculaire porté sur les «nomades», Gitans, Tsiganes, Manouches, Roms…

Pendant la Seconde Guerre mondiale, les «voleurs de poules et d’enfants» se sont retrouvé aux côtés des Juifs, exterminés dans les camps nazis.

Dans le quartier de Ponticelli, plus de 1 500 Roms vivaient dans des «microcamps» constitués chacun d’une dizaine de «baraques». Installés sur des dépotoirs illégaux ou sous des ponts. Or ce quartier de Naples n’échappe par à la mafia. Il est contrôlé par le clan Sarno. Ciro Sarno, le chef de clan est en prison mais ses régents lui obéissent encore.

La mafia a autorisé les Roms à vivre sur son territoire à condition qu’ils paient le pizzo, un impôt mafieux de 50 euros par mois. Le clan permettait ainsi aux Roms de faire la manche et de gérer les décharges illégales. Chaque jour, les Roms allaient voir les garages et les entreprises afin de récupérer les batteries et autres matériaux polluants- pour 5 ou 15 euros, les entrepreneurs peuvent se débarrasser de leurs matériaux lourds. Enfin, le clan autorisait les Roms à voler dans les appartements… En revanche, il leur était interdit de fréquenter le centre de Ponticelli, là où les hommes de la Camorra vendent de la drogue.

Que s’est-il passé à Ponticelli pour que la population s’en prenne à eux ? La mafia est encore une fois derrière la population : parmi les personnes arrêtées par la police lors des manifestations et des dégradations figuraient des femmes de mafieux et des complices de la Camorra aux casiers judiciaires vierges.

Il aura suffit d’une bonne occasion (la tentative d’enlèvement dont les contours restent à clarifier) pour que la mafia passe à l’action. Une action très rentable à plusieurs points de vue. D’abord la mafia ridiculise l’Etat qui n’a jamais été capable d’apporter des solutions à l’immigration roumaine. Aux yeux de la population, en volant au secours d’une petite fille enlevée et en débarrassant le quartier des voleurs de poules, le clan se pose en justicier. La mafia a encore augmenté son capital de consensus social à Naples.

Mais ces expulsions à la sauce mafieuse pourraient cacher une opération de spéculation immobilière. Les terrains incendiés font partie d’un plan d’urbanisation. Depuis moins d’un mois, des appels d’offres ont été lancés pour construire des résidences, des appartements, des écoles et des hôpitaux. Un financement de 7 millions d’euros est déjà disponible. Or, dans le cas où les travaux n’auraient pas pu commencer avant le mois d’août, des gens auraient perdu de l’argent. Qui ?

http://www.liberation.fr/rebonds/342852.FR.php

www.sergiofalcone.blogspot.com