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capitalismo

Gruppo Anarchico "Senza Patria", Benevento. Precari... ancora uno sforzo!

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Benevento. Precari... ancora uno sforzo!

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Di seguito il volantino che è stato distribuito in piazza Gramazio, a Benevento, dov'è situato l'Ufficio Scolastico Provinciale, il cui tetto è occupato da oltre una settimana da un gruppo di precarie della scuola che si oppongono ai tagli finanziari alla scuola operati dalla riforma Gelmini.

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PRECARI... ANCORA UNO SFORZO!

Care e cari compagne/i precari/e della scuola, compagni perché una condizione di subordinazione sociale ci accomuna in questo mondo,
mi chiamo A. (l’anonimato è necessario per tutelarmi da quelli che forse qualcuno di voi, purtroppo, non reputa dei cani in divisa) e sono quello che potrebbe definirsi il prototipo classico del precario.

Oltre a studiare ancora, lavoro in un call center per una grossa compagnia telefonica nazionale. Ho un contratto a progetto della durata di 5 mesi.
In realtà non si tratta che di carta igienica. Le mie condizioni di lavoro non corrispondono affatto a quelle descritte nel contratto. Guadagno 3,50 euro LORDI all’ora, meno del minimo sindacale nazionale. Se non lavoro perché malato non guadagno. Non ho ferie di alcun tipo, figurarsi parlare di tredici o quattordicesima.
Naturalmente tutto ciò non risulta dai registri delle istituzioni preposte alla tutela dei lavoratori. Le ispezioni, quando ci sono, vengono concordate con l’azienda, questo significa semplicemente che quel giorno dalla direzione ci dicono di aspettare in strada fino alla dipartita degli ispettori.

I miei padroni ritengono che, nel momento in cui io o i miei colleghi non stipuliamo contratti telefonici con i clienti (a cui rompiamo l’anima per giorni), non siamo produttivi, nonostante noi in pratica gli regaliamo 8 ore della nostra vita. Tutti i giorni. Per un lavoro socialmente inutile, alienante e monotono (8 ore a ripetere sempre le stesse frasi ai malcapitati dall’altro lato della cornetta con le telefonate che partono dal computer in automatico ogni 15 secondi), fastidioso (siamo maledetti da tutti quelli che contattiamo telefonicamente ad ogni ora del giorno e della notte… sarà capitato anche a voi). E non ci licenziano direttamente (naturalmente da contratto non possono perché in teoria noi siamo dei “liberi professionisti”), ma ci costringono alle dimissioni nel momento in cui ritengono che “la nostra resa sia calata”.

Venendo a Noi. Ho seguito le vostre “lotte”, la vostra “occupazione” del tetto dell’USP, il vostro (con tutti i suoi limiti) darvi da fare. Ma, nonostante nello scontro tra Lavoro e Capitale io stia sempre dalla parte di chi è sfruttato, non posso solidarizzare attivamente con voi che piano piano non solo volete stringervi la corda al collo con le vostre stesse mani, ma che, con le vostre “lotte” rivendicative e riformiste, non fate che tracciare un sentiero che atrofizza ogni tipo di reale attrito con l’esistente delle altre categorie lavorative e non, oltre a diventare nemici di voi stessi e dei vostri interessi.

Di questa società e dei suoi meccanismi nulla va salvato. Non ci si può battere contro il lavoro precario rivendicando la schiavitù salariale a tempo indeterminato. Io non voglio che i miei padroni mi assumano a tempo indeterminato per fare l’operatore telefonico. Voglio vedere bruciare i call center perché dannosi per la mia e l’altrui salute. E lo stesso vale per la scuola dello Stato, così come la scuola dei preti, o quella dei Berlusconi. L’unica scuola che mi piacerebbe vedere funzionare è quella autogestita da chi la vive e finalizzata allo sviluppo pieno delle potenzialità di ogni individuo (l’insegnamento è un processo reciproco tra alunno e insegnante), e non asservita agli interessi dello Stato e del Capitale, volta alla formazione di eserciti di schiavi.

Il vostro presidio è diventato una passerella per i politici locali e nazionali di ogni colore, e mi ha rattristato parecchio che nessuno di voi gli abbia, come minimo, sputato in faccia. I toni con la polizia sono stati sempre pacati o addirittura amichevoli, ma ricordate che saranno le divise a privarvi della libertà quando la vostra lotta sarà stata recuperata dalle istituzioni e vi troverete senza soldi e senza lavoro costretti a “rubare” per sfamare i vostri figli.

Continuate a chiedere tavoli istituzionali per trattare non si sa bene cosa, ma non vi siete accorti che i tempi delle trattative sono finiti da parecchio e che è giunto il momento di ribaltare qualsiasi tavolo o di chiederne solo per romperli in testa ai padroni o per alzare le barricate (vere) nelle strade e nelle piazze!?

Un salto qualitativo nella lotta è necessario se non si vuole essere schiacciati dal nemico con cui non si può che arrivare ai ferri corti.

Spero di incontrarvi sulle barricate insieme ai miei compagni.

Contro lo Stato e contro il Capitale. Per la Rivoluzione Sociale.

Gruppo Anarchico “Senza Patria”, Benevento

http://gaa.noblogs.org

(it) RAWA: "Per un fronte popolare democratico" in Afghanistan [en, fr, ca, el, de]

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(it) RAWA: "Per un fronte popolare democratico" in Afghanistan [en, fr, ca, el, de]
Date Tue, 11 Aug 2009 09:23:51 +0200

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RAWA: "Per un fronte popolare democratico" in Afghanistan [en,fr,ca,el,de]
Intervista con Zoya, combattente per la libertà di RAWA,
l'Associazione Rivoluzionaria delle Donne
dell'Afghanistan------------Fondata nel 1977, RAWA è la più longeva
organizzazione politica attiva in Afghanistan. Il suo obiettivo
prioritario è la costruzione di un paese democratico e laico, basato
sulla autodeterminazione del popolo afghano e sul riconoscimento dei
diritti delle donne [1]. RAWA conduce a livello clandestino operazioni
nel campo dell'istruzione e della formazione. Le sue attiviste corrono
continuamente seri rischi e per questa ragione agiscono con la
copertura di azioni umanitarie. Comunque, RAWA "non è una
organizzazione umanitaria", e la sua attività sociale è ispirata da
obiettivi politici. Durante un loro giro di conferenze nello scorso
febbraio, Alternative Libertaire ha avuto l'opportunità di
intervistare una delle sue attiviste, Zoya.
Alternative Libertaire: Esiste una sinistra radicale in Afghanistan?
Zoya: La popolazione locale vive in una condizione di estrema paura
sotto tutti i punti di vista: la guerra e l'occupazione hanno
peggiorato la miseria economica, sociale e culturale. Per le
organizzazioni della sinistra radicale come RAWA, la lotta è molto
difficile, poiché si tratta di lottare contro un'alleanza fatta di 4
nemici: l'occupazione di truppe militari di 41 paesi, il governo
Karzai che collabora con gli occupanti, i signori della droga, ed i
fondamentalisti Talebani e Mujahideen. Le organizzazioni della
resistenza sono sotto pressione su tutti i fronti, ma noi, RAWA, non
faremo mai compromessi con nessuno di questi 4 nemici del popolo
afghano.
Cosa ne pensate del governo Karzai?
Il governo Karzai è un'alleanza politica tra gli eserciti di
occupazione, gli integralisti locali ed i signori della droga (che
spesso coincidono). Fin dal suo insediamento, questo governo ha
abbandonato il popolo afghano per proteggere invece gli interessi
degli occupanti, per promuovere il traffico di armi e droga, mentre la
corruzione si è radicata nel cuore del sistema politico e giudiziario.
Inoltre, il governo permette che le donne siano violentate [1].
Potremmo dire lo stesso per il parlamento o per il sistema
giudiziario.
Quali prospettive ha la vostra lotta in questo contesto?
La nostra lotta è prima di tutto e soprattutto resistenza politica
radicale contro questa alleanza. Noi denunciamo il compromesso
proposto dal governo Karzai che consentirebbe ai Talebani di entrare a
far parte del governo stesso: si tratta di una proposta che non
porterà alla pace. Noi siamo per una forma di auto-organizzazione
politica che esprima la volontà del popolo afghano con modalità non
violente. La nostra campagna politica è per la costituzione di un
fronte popolare democratico composto da individualità ed organismi
democratici ed anti-integralisti, sia in Afghanistan che in Occidente
a sostegno del popolo afghano. E' un obiettivo molto difficile, ma non
impossibile!
Cosa puoi dirci delle vostre attività?
E' molto difficile fare politicamente azione diretta in Afghanistan,
perché c'è una forte repressione: la fondatrice di RAWA, Meena, fu
assassinata nel 1987. Questo non ci frena nel diffondere il nostro
messaggio nei campi profughi in Pakistan, dato che le manifestazioni
in Afghanistan sono proibite. Inoltre, lavoriamo per la giustizia
sociale lottando contro l'analfabetismo ed organizzando corsi di
alfabetizzazione e iniziative di assistenza agli orfani. Lottiamo per
la democrazia attraverso l'istruzione e questo aiuta le persone ad
uscire dalla rassegnazione e dal fatalismo. Va detto che RAWA, a
differenza della maggior parte delle organizzazioni politiche e di
quelle umanitarie, opera soprattutto nelle aree rurali, dove
l'influenza degli integralisti è molto più forte che a Kabul.
Intervista a cura di David (AL Alsazia) nel febbraio 2009

RAWA: http://www.rawa.org/

[1] Il governo afghano aveva emanato una legge che consente lo stupro
sulle donne, legge poi ritirata dopo le proteste internazionali.

Traduzione a cura di FdCA - Ufficio Relazioni Internazionali

Da http://www.anarkismo.net
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Alcuni lavoratori portuali di La Spezia,

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(((A)))

PORTO CRISI E TERRITORIO......

Riflessioni......

Penso che sia giunto il momento di porci delle domande ben precise, e

vagliare delle risposte dopo un analisi collettiva delle stesse. Se non ora

quando ?!

Nel corso degli anni abbiamo commesso tutti l' errore di dare per scontata

la nostra posizione di lavoratori, collocata in un settore quale quello portuale

in continua crescita, ed espansione. Quindi visti i continui record di

movimentazioni , ci siamo sentiti tutti diciamo intoccabili.

Questa percezione illusoria della realta' ci ha portati ad oggi, "vittime" di

una "crisi imprevedibile" dove viviamo con l' eterno terrore di essere in balia

degli eventi, oggi ce' la cassa, oggi si lavora, domani chissa ?!

L' attuale nostro stato di smarrimento emotivo, e di incapacita' di reazione

trova radici ben piu' profonde.

Bisogna partire da molto piu' lontano, da anni ed anni fa'. Abbiamo sempre

percepito istituzioni varie Usl Ispettorat etc e sindacati confederali come

organi neutrali, questo erroneamente, in quanto null' altro sono che

emanazioni stesse del padronato.

Per quanto chiunque, anche il piu' corretto e determinato, si trovi dentro

agli anfratti di tali sistemi, non potra mai averne la meglio.

Non si puo' cambiare un sistema, cercare di migliorarlo, quando lo stesso

ha gia' raggiunto la perfezione. Essa espressa come l' annichilimento di

ogni rivendicazione delle maestranze lavorative.

Purtroppo entrano in gioco meccanismi, subdoli quanto sottili, fatti di pressioni,

velate e poco velate minacce, ricatti, promesse etc. Tutto cio' fa leva e spesso

scardina nel tempo i buoni propositi e la tempra anche delle persone piu' corrette.

Il continuo stress puo' alimentare cosi' i nostri timori piu' reconditi, tutto cio'

mette in gioco "meccanismi di autodifesa" , che ivece di unirci ci separano.

Arrivismo personale, disinformazione , prevaricazione degli interessi comuni

atti al progredire individuale, il sopravvivere del se infischiandosene degli

altri, il mantenere la propria posizione lavorativa/sociale illudendosi che la

stessa rimarra' statuaria per sempre.

Il confronto attivo, lo scambio di informazioni pensieri proggetti, il ragionare

collettivo l' analisi le pratiche unitarie. Queste cose , solo queste ci potranno tirare

fuori dalla merda in cui ci siamo infilati da soli.

Quando un branco di leoni attaccano dei rinoceronti, questi rispondono in branco,

e spesso i leoni se ne vanno via con la coda tra le gambe.

Cerco di meglio spiegarmi, immaginiamoci l' Azienda, il padrone, ecco i leoni....

noi non ci difendiamo in branco/uniti, ma ogni uno guarda al proprio culo.

Cosi si finisce sbranati, ed è quello che sta succedendo.

Altro errore fondamentale è l' esserci tenuti sempre tutto dentro, intendo dentro

i cancelli della nostra realta' lavorativa, nella nostra illusoria bolla di sapone.

Negli anni trascorsi abbiamo attuato diverse iniziative di lotta, coraggiose lodevoli

ma fini a se stesse, e ahimè decisamente poco incisive.

Con il senno di poi, quello che è mancato e continua a mancare è il riflesso della

nostra condizione/situazione passata presente e futura, sul territorio sull' opinione

pubblica.

Per capirci le nostre tribolazioni restano nostra conoscienza privata, il sindacato

davvero non le veicola al di fuori, i dirigenti sostengono che tutto va bene, i giornali

riportano il loro pensiero, alchè per principio di associazione: nel porto di Spezia

non ci sono problemi, tutto va' bene !

Sappiamo tutti che le cose non stanno cosi giusto ?!

Che fare ?! Riportare le nostre esperienze, il nostro malumore, i nostri timori e le nostre

paure (esse il piu' grande nostro nemico), sul territorio e confrontarci con altri lavoratori.

"Gli interventi sindacali d' emergenza" un giorno sciopero/manifestazione in porto, l'

indomani in San Giorgio, poi in Comdata, etc sono dispersivi.

Mirati per l' appunto a rendere disomogenea la classe operaia.

I problemi sono gli stessi, perche non affrontarli uniti !?, Perche l' unione fa la forza, è quello

che temono. Dividono e soggiogano, dando adito ad inutili guerre tra poveri insabbiando

il rettaggio di classe operaia stessa che la storia e le lotte infagate dalla nostra odierna

vigliaccheria, ci insegnano essere una sola, un gruppo omogeneo di lavoratori senza

distinzione di categoria.

Cerco di spiegarmi con esempi pratici:

Da mesi nella fabbrica INSSE a milano un manipolo di operai sono in occupazione/autogestione,

bene, se non avessero riportato la loro esperienza sul territorio sarebbero stati spazzati via dal

sistema, senza neanche trovarne ora notizia alcuna.

Tre operai sono da 2 giorni incatenati ad una gru... Lo stato ha movimentato tutti i suoi servi

in divisa per sfollare questi tre lavoratori che altro non fanno che rivendicare la loro

posizione di proletari ( liberamente tradotto, colui che campa di solo stipendio, cazzo di un dio),

ordunque si è alimentato un movimento di sostegno/solidarieta' che ha portato lavoratori di

tutta Italia a prendere un cazzo di treno ed andare a sostenere sti "4 matti".

Orbene, questo ci insegna che tali pratiche di sostegno di rapporto di confronto, di riconnessione

del tessuto sociale non sono un nostalgico ricordo degli anni 70/80, ma bensi un attuale

realta'. Basta guardare oltre la porta di casa propria.

Tornando a noi.... lo scorso anno in 72 SETTANTADUE persone cazzo... un esercito di

lavoratori abbiamo espresso il nostro disappunto verso 10 anni di schiavismo

lavorativo patito, boicottando un bilancio.

Ora lontano ed indifferente da ogni forma di giudizio o critica, verso altri, o verso me stesso.

Intendo solo prendere e condividere con voi visione del nostro piu' grande errore.

Partiamo dalla domanda, perche' a distanza di un anno e mezzo, siamo ancor piu'

nella merda che allora ?

Perche non abbiamo riportato la notizia sul territorio ! Perche' non ci siamo confrontati

attivamente con altri lavoratori parallelamente in lotta.

Semplificando per chiarezza.... 72 persone che danno voto negativo ad un bilancio

di una cooperativa prestante servizio per un Terminal che ha macinato 10 anni di

record, è una notizia da prima pagina cazzo, da apertura di telegiornale ricazzo....

A distanza di un anno e mezzo, quanti sanno sul territorio cos' è successo ?

Nessuno, per l' opinione pubblica/cittadina il porto va bene e noi siamo privileggiati.

Ci siamo ? Mi capite ? Concordate ? E' un mio delirio, oppure è la triste realta' ?

Ancora una cosa poi concludo... il nostro lavoro, inteso esso con l' elaborazione della

famosa piattaforma migliorativa e con il voto di astensione al bilancio, pratiche iniziate

con i primi mesi del 2008, correva parallelo con un altra pratica di lotta operaia.

Sto parlando dei lavoratori dell Ipercoop di sarzana.

Oggi noi 72 portuali ci troviamo dispersi, all' Ipercoop in 84 sono entrati in "cub" sganciandosi

dalla merda confederale.

Ora qualcuno di voi si domandera' ancora, ma io sto su una nave , loro in un supermercato,

dove sta il nesso ?

Allora noi in porto che problema abbiamo oggi ? Siamo in cassa , facciamo comunque

lo straordinario, e siamo costantemente sotto numero.

All' Ipercoop ? L' Azienda vuole mettere in cassa integrazione il personale, ed allo stesso tempo

vuole costruire una filiale nell' ex Area ip.

DIFFERENTI luoghi di lavoro IDENTICI / SPECULARI problemi.

Il passato è passato, non si cambia ma dagli errori si puo', meglio si deve imparare per

non commetterli nuovamente ed uguali, nel futuro.

Quindi poniamoci una domanda.... E se oggi ci fossero 84 ipercoop , piu' 72 portuali

all ' interno di un sindacato autonomo, e ragionassero e si muovessero come un unica

entita', confrontandosi, discutendo, scioperando, manifestando in modo collettivo ??

Se fosse cosi pagheremo ancora in silenzio la crisi ? Oppure andrebbe in crisi Il

padrone ?

Ultima personalissima considerazione, le merci non circolano perche' la gente non

ha soldi, quindi noi portuali che siamo il trasporto delle merci e loro Ipercoop che sono

la grande distribuzione delle merci, per associazione siamo le prime realta' ad

"andare in crisi".

E' inversamente vero che by passando l' assurdita' dell idea di noi/loro, ragionando come

pocanzi detto in modo collettivo, potremmo essere "NOI TUTTI" a bloccare la circolazione

delle merci, e qui mi ripeto a mettendo cosi NOI in CRISI IL SISTEMA.

ALCUNI LAVORATORI PORTUALI DI LA SPEZIA

Giuliano Santoro (a cura di), Il ritorno dell'Impero e le lotte per il comune. Un'intervista con Michael Hardt

autore:
(((A)))

Un'intervista con Michael Hardt

Il ritorno dell'Impero e le lotte per il comune
Il G.8 e Obama, le moltitudini e la crisi: che cosa è cambiato? Che cosa cambierà?
21 / 7 / 2009

intervista a cura di Giuliano Santoro

Michael Hardt ha 49 anni e insegna alla Duke University, nel North Carolina. Lo intervistiamo mentre a dato alle stampe «Commonwealth», il terzo capitolo dell'opera che ha cominciato nel 2000 insieme a Toni Negri con «Impero» [pubblicato in Italia nell'autunno del 2001, solo qualche settimana dopo il luglio del G8 genovese] e che è proseguita con «Moltitudine». Adesso il G8 torna in Italia ed è un'occasione per discutere del «nuovo ordine mondiale» e dei cambiamenti di questi anni.

«Tutto ciò che avevamo visto nel periodo del movimento di Genova e di quello globale, cioè la costruzione di un nuovo ordine mondiale con nuove forme di organizzazione reticolare, oggi funziona a pieno regime – ci dice Michael - In questi anni, dopo Genova e l'11 settembre, ci sono stati momenti in cui poteva sembrare che gli Stati uniti erano davvero capaci di gestire il mondo secondo lo schema dell'imperialismo, in maniera unilaterale. La guerra in Iraq, ad esempio, era concepita dagli architetti della Casa bianca come una dimostrazione dell'esistenza di un ordine mondiale che andava contro l'ipotesi che avevamo descritto con Toni in 'Impero' e che aveva descritto il movimento in generale. Volevamo sottolineare che il nemico non era più uno stato-nazione. Ci opponevamo invece a tanti stati più le istituzioni sovranazionali come il Fondo monetario internazionale o il G8, oltre ovviamente ai grandi capitalisti. Si trattava di una rete di collaborazione in formazione, con diversi poteri di diversi tipi e con diverse gerarchie tra loro. Il fallimento dell'operazione unilateralista di George W.Bush non è solo militare. È anche economico e politico. È stato il fallimento dell'imperalismo. Per questo non ci troviamo allo stesso punto di otto anni fa, ma abbiamo la stessa necessità di capire il nuovo ordine in formazione, che corrisponde all'Impero. Il termine non m'importa molto, m'interessa il concetto. Mi interessa capire i lineamenti e la forma di questo nuovo potere. Il nostro compito, quindi, è ancora quello degli anni di Genova. Dobbiamo capire qual è il nostro nemico, analizzare il potere che si sta formando, trovare i modi per confrontarci con esso e gestire una resistenza efficace. Scrivendo 'Impero' ritenevamo che l'antiamericanismo tradizionale non fosse più adeguato al livello delle dominazioni mondiali. Questo fatto oggi è evidente a tutti».

Quando uscì «Impero» dovreste confrontarvi con due critiche, soprattutto. La prima proveniva dai marxisti più ortodossi, che vi accusavano di negare l'esistenza dell'imperialismo tradizionale. La seconda, molto più acuta, sosteneva che la vostra teoria rischiava di cadere, come aveva fatto il marxismo storicista, in una concezione lineare e progressiva del tempo. Rischiavate di ripetere lo schema secondo cui l'accumularsi delle contraddizioni cresce col tempo e porta necessariamente il capitalismo al collasso. Negli anni successivi avete sventato questa trappola teorica incrociando i vostri studi con i pensatori del sud del mondo e con l'archivio degli studi postcoloniali.

Le lotte anticoloniali e gli studi postcoloniali hanno il merito di analizzare il potere che viene dopo il colonialismo ma mantiene ancora forme di dominazione molto forti. Riconosco il pericolo di cadere in una nozione del progresso automatica, secondo cui il capitale stesso automaticamente sviluppa alternative economiche e sociali. La storia non è progressiva, è un misto di diversi tempi. Penso però che bisogna mantenere un'idea di progresso come esito delle lotte. Abbiamo una tradizione di lotte per la libertà, per la democrazia, per l'uguaglianza. Non stiamo parlando di una teleologia astratta, della «marcia di libertà della storia», come diceva Hegel, che si sviluppa oggettivamente. Tuttavia, dobbiamo riconoscere una marcia di libertà che viene da un'accumulazione di lotte, che costruiscono una specie di teleologia materiale.

Ma la coesistenza di più «tempi storici» e più «modi di produzione» dentro la globalizzazione e persino dentro lo stesso territorio di cui parlano i teorici postcoloniali ci evita di cadere in semplificazioni e schematismi.

Il concetto di «moltitudine» che preferisco è proprio quello che sottolinea l'eterogeneità di cui parli. Non si tratta solo di etereogenità sociale, cioè di diversi soggetti sociali che hanno diversi bisogni, ma anche di eterogeneità di tempi e di obiettivi. Per questo la lotta per la libertà non è unica e non pone il soggetto unificato. Non c'è una sintesi di tutte le lotte. Credo che questa eterogeneità di soggettività sia importante. L'Impero da questo punto di vista è più una domanda che una risposta. Lo stesso per la moltitudine. Come si fa a concepire in questa eterogeneità di soggettività di tempi e di società, un modo di lottare comune, in cui partecipiamo insieme? È la sfida che abbiamo imparato in questi anni sia dagli studi postcoloniali che, almeno per me negli Usa, dagli studi che arrivano dagli afroamericani e dalle femministe.

In questi anni è cambiata la situazione sociale italiana ed europea. Essa fornisce indicazioni sul fatto che non necessariamente questo soggetto multiplo che voi chiamate moltitudine produca effetti positivi? L'ossessione per la «sicurezza» non indica il fatto che una società irrappresentabile in senso tradizionale a causa delle sue ricchezze e delle sue differenze non si riconosca automaticamente in uno spazio comune e possa produrre gerarchie, razzismi, violenze?

La moltitudine non è solo un concetto empirico, come le masse o la folla. Io e Toni cerchiamo di capire il concetto di moltitudine come organizzazione. Non bisogna «essere moltitudine», bisogna «fare moltitudine». Ciò che vogliamo nominare per moltitudine è un modo di organizzazione. Per questo sono d'accordo con Paolo Virno quando parla delle ambiguità della moltitudine. La folla può produrre cose mostruose, come sappiamo. Ma noi guardiamo la cosa da un altro punto di vista, non parliamo di un processo spontaneo. Il nostro concetto di moltitudine non ha nulla a che fare con l'anarchia. La moltitudine è una nuova forma di organizzazione, e in questo mi sento comunista, alternativa alla tradizione che ci arriva dai partiti. L'ambiguità della moltitudine si combatte con nuove forme di organizzazione politica. Qui ci ricolleghiamo alla questione precedente: pensare che il progresso scaturisca automaticamente dalle condizioni date è un po' come pensare che da una moltitudine che origina dalle nuove forme di lavoro nascano spontaneamente effetti positivi. È necessaria una buona dose di allenamento politico per «fare moltitudine».

Nel 2000 concludevate Impero con tre punti per un programma politico: il reddito di cittadinanza, la libera circolazione dei migranti e la riappropriazione dei mezzi di produzione, che nel caso della produzione intellettuale era inteso come lotta al copyright. Sono rivendicazioni ancora attuali?

Non erano intuizione nostre. Raccoglievamo quello che sentivamo dai movimenti e dalla gente che avevamo attorno. Ci sembrava un buon modo per concludere un libro teorico. Un lettore poteva dire? «Adesso cosa si può fare?». Tanti giornalisti ci dicevano la stessa cosa che dicevano ai movimenti: «Questi non hanno nulla da proporrre in pratica». E invece allora come oggi c'erano tantissime proposte ragionevoli. Anche dieci anni dopo, quei punti indicano un campo di lotta politica attuale che corrisponde alle idee del libro.

Se ripensiamo al 2001, l'altro cambiamento riguarda il paese in cui vivi, gli Stati uniti. Antiamericanista o no, il militante di sinistra europeo aveva una certa spocchia nei confronti dell'America. Dalle ultime elezioni europee viene fuori che il Vecchio Continente si sposta a destra. E invece gli Usa di Obama sono un laboratorio delle nuove forme della politica. Tuttavia i movimenti che hanno contribuito alle'elezione di Obama, come quello dei migranti, sono in crisi.

Non sono un sostenitore di Barack Obama, ma credo che la sua amministrazione stia facendo un'operazione molto intelligente. Stanno sperimentando una nuova possibilità politica, anche se nell'ambito tradizionale statale. Come analista politico mi interessa. Quanto ai movimenti, credo soffrano una crisi di orientamento. Fare politica nei movimenti contro Bush e la guerra era facile. Adesso il governo non è «nemico» allo stesso modo. I movimenti sono vittime di uno schema: o decidono di trattare Obama come Bush, e quindi continuano a fare quello che facevano prima, o appoggiano il governo contro la destra. Non hanno ancora scoperto altre possibilità. In senso più generale, la situazione è analoga a quella che si vive in tanti paesi con governi di sinistra dell'America latina. Certamente, Obama non è di sinistra alla maniera di Chavez o Lula. Ma la situazione è simile per il fatto che i movimenti non hanno capito come attraversare quest'empasse, l'alternativa tra resistenza o appoggio. Per questo, i movimenti statunitensi possono imparare molto da movimenti latinamericani. In Bolivia e Brasile ci sono diversi esempi di movimenti che vanno oltre l'empasse del governo di sinistra. Questo non è un momento di grandi numeri e grandi attività per i movimenti statunitensi, invece ci sarebbe la possibilità di fare molte cose. Non siamo più costretti a combattere le idiozie di Bush come la tortura o l'unilateralismo. Possiamo fare cose molto più importanti e più belle. Non bisogna per forza scegliere tra resistenza e appoggio. Dobbiamo trovare il modo di essere contro il governo, ma in modo diverso dall'epoca Bush.

Fino a che punto Obama è cosciente del fatto che lui è frutto della crisi della rappresentanza e che deve molto ai movimenti?

Di sicuro nell'amministrazione Obama ci sono molti esponenti che vengono da una tradizione di lotte. I latinos, la lunga storia delle lotte afroamericane, persino i no global: alcuni uomini della staff di Obama non vengono dai quei movimenti ma sicuramente dall'onda di quei movimenti. Ovviamente questo non significa che continuino il lavoro di quei movimenti. Del resto, nessuno pensa che Evo Morales in Bolivia prosegua in maniera diretta l'azione dei movimenti. Il punto è scoprire come essere critici del governo.

In autunno esce negli Stati uniti il nuovo libro che hai scritto con Toni Negri. Di cosa vi occupate questa volta?

Il libro si intitola «Commonwealth», una parola che ha un doppio senso: si riferisce sia alla ricchezza comune che al governo della tradizione inglese del Seicento. Non so come potremmo rendere questo gioco in italiano, forse con «comune». È interessante che in italiano questa parola indichi anche il governo della città. Una delle cose di cui parliamo è il rapporto tra i due sensi del comune. Da un lato c'è quello che potremmo chiamare il «comune naturale», cioè la terra e tutto ciò che gli appartiene: acqua, terra e aria, tutto ciò che abbiamo e dobbiamo usare in comune. Questo è l'aspetto ecologico del comune. L'altro senso, di cui ci interessiamo di più, è il comune creato dall'attività umana, che è sempre più centrale nella produzione capitalistica: la produzione di idee, affetti, immagini, comunicazione, conoscenza. Ogni volta che questa sfera si fa proprietà privata o statale diventa meno produttiva. Ogni idea che diventa proprietà è meno produttiva, per questo la necessità del capitale di convertire il comune in proprietà distrugge la produttività stessa...

... ti interrompo solo per un chiarimento terminologico, visto che parli di «produzione». Dopo che i movimenti di questi anni hanno liberato dalle loro definizioni liberali i concetti di «libertà» e «democrazia» pensi sia il momento di riappropriarsi anche di questa parola?

Intanto voglio dire che [se ci riusciamo, ma non è scontato] dobbiamo liberare anche la parola «comunismo». Quanto alla produzione, per noi è centrale la produzione di soggettività. Ma la produzione di soggettività è centrale anche nella produzione capitalistica. Il capitalismo contemporaneo punta soprattutto a produrre rapporti sociali, affetti, idee. Sono completamente d'accordo con chi dice che si debba fermare la macchina che distrugge la terra e la vita sociale. Tuttavia, non so fino a che punto la teoria della decrescita riesca a tenere presente un concetto di produzione non industriale e non materiale.

Forse si tratta di abbandonare le pretese di unità di misura capitalistiche che ormai sono del tutto arbitrarie, a cominciare dalla pretesa di misurare il salario in ore di lavoro e la ricchezza in profitti. Quindi anche il concetto di «crescita» arbitrario. La crisi, in fondo è crisi dell'unità di misura capitalistica e del suo ultimo appiglio, la finanza. Il capitale non riesce più a contenere la vita.

Certamente. La vecchia misura capitalistica non funziona più. Ma il capitale è capace di trovare nuove unità di misura? Penso di no. Con la finanza abbiamo assistito a modi allucinanti di misurare la vita delle persone. Tuttavia, non penso che si debba semplicemente fissare una nuova unità di misura, magari più umana. Dobbiamo concepire la vita e il comune come qualcosa che non ha misura, che non è misurabile.

Del resto, la crisi economica ha mostrato quanto si intrecci il tema dei biocombustibili, che riguarda i beni comuni, con quello della speculazione finanziaria, dei mutui e delle assicurazioni, che riguardano la monetizzazione del comune, della vita e dei servizi.

La crisi impone questo confronto. È importante capire quali sono i rapporti tra le due facce del comune, quello naturale e quello artificiale, tra l'accesso all'acqua e la libera circolazione delle idee. Sono entrambi cruciali, e i legami tra di essi vanno sviluppato. In dicembre, a Copenaghen c'è il vertice sul postKyoto per i cambiamenti climatici. Quello potrebbe essere il momento di tessere meglio la relazione tra i movimenti contro il cambiamento climatico, che in generale non hanno molto sviluppato la prospettiva anticapitalistica, e quelli anticapitalistici che non hanno ancora elaborato una visione ecologista. Il tema del comune è un terreno su cui sviluppare questi conflitti. Dobbiamo occuparci del comune, di come governarlo senza distruggerlo. Dobbiamo capire come funziona il comune nella produzione capitalistica, come fondare istituzioni del comune, come costruire una società fondata né sulla proprietà privata né su quella pubblica. Si tratta di sviluppare una critica della proprietà, sia pubblica che privata, come forma del potere. Ciò che la proprietà privata è per il capitalismo e quella pubblica è per il socialismo, il comune dovrebbe essere per una nuova idea di comunismo.

4 luglio 2009 - da "Carta"

[economia] Renato Strumia, Scontro fra titani

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Scontro fra titani

Non passa giorno senza che si scateni una polemica tra il Ministro dell'Economia ed il sistema delle banche, attaccate ad alzo zero in ogni occasione possibile. Lo stesso premier è intervenuto in una recente conferenza stampa per ammettere che non riesce più a tenere a freno Tremonti, dopo che quest'ultimo aveva dichiarato che per strappare l'applauso ad un convegno basta parlare male delle banche.
Ci sono vari piani su cui può essere letto lo scontro tra il ministro e le banche: proveremo a individuarne alcuni.
In prima battuta possiamo dire che Tremonti difende la "cadrega". Nelle consuete fibrillazioni che accompagnano le vicende governative, il commercialista diventato ministro è individuato come l'asse tra Pdl e Lega, garante dell'accordo per il federalismo basato sulla piattaforma delle Partite Iva contro la pressione fiscale e il sostegno all'economia assistita meridionale. Tremonti fu costretto a lasciare la sua attuale carica già nella fase finale del secondo governo Berlusconi (2001/2006), dopo che Fini aveva chiesto la sua testa. Un ritorno di tensione con la Lega, magari conseguente al recente successo elettorale che sicuramente le farà alzare il prezzo, potrebbe portare a sacrificare Tremonti come simbolo vivente dell'alleanza in crisi. Al posto di Tremonti sono stati indicati due banchieri, seppur molto diversi: Draghi e Passera. Il Governatore della Banca d'Italia, un Goldman Sachs' Boy non pentito, potrebbe incarnare la voglia di riprendere la partita interrotta delle privatizzazioni, dopo averne guidata la prima massiccia versione (1992-2000). Dall'importante poltrona di Direttore Generale del Tesoro, in quella fase, Draghi portò sul mercato le principali banche (Comit, Credit, Banca di Roma), le telecomunicazioni (Stet - Telecom), l'energia (Eni ed Enel), le infrastrutture (Autostrade) e persino gli armamenti (Finmeccanica). Erano gli accordi del Britannia, il panfilo della marina inglese su cui, nel settembre 1992, le banche d'affari internazionali convocate da Draghi decisero di privatizzare le aziende di stato, portarle sul mercato, usare i soldi per abbattere il debito pubblico ed entrare nell'euro già nella prima fase. Adesso si potrebbe rilanciare questo processo, partendo dalle spiagge, passando per ciò che rimane dell'edilizia pubblica, per arrivare ai beni artistici, storici e culturali. Un lavoro che Tremonti dichiara di volere, ma esita nel realizzare. Un altro candidato alla sua poltrona è Passera: un manager che si è accreditato verso Berlusconi contribuendo a risolvergli il problema Alitalia. Una soluzione che è costata dai 3 ai 4 miliardi alle casse dello Stato, ma che ha consentito al premier di vincere la campagna elettorale, consegnare la compagnia di bandiera ad Air France ad un prezzo molto minore, lasciare a casa 10.000 lavoratori, fare un grosso piacere ad una quindicina di imprenditori amici ed a diluire i debiti di Air One verso Intesa in un accordo dove paga lo stato per tutti gli errori gestionali commessi da altri soggetti. Quando qualche settimana fa Passera ha dichiarato che ci vuole una politica con la P maiuscola, tutti i giornalisti l'hanno interpretata come la P di Passera e Tremonti si è toccato dappertutto…
Il secondo piano di lettura dello scontro è rintracciabile nella successione surreale di eventi che si è verificata nel rapporto governo/banche, sin dal suo nascere. Nei primi mesi del nuovo governo, Tremonti aveva varato la Robin Tax, un provvedimento che tendeva ad aggravare di 4 punti percentuali (dal 27 al 31%) la tassazione sulle società bancarie e petrolifere. L'idea di fondo era che questi due settori avevano realizzato extra-profitti negli anni precedenti, mantenendo alta l'inflazione e facendo pagare ai consumatori prezzi fuori mercato (rispetto alle media europea), sfruttando posizioni di rendita e di monopolio. Banche e petrolieri avrebbero dovuto restituire, tramite tasse, il maltolto.
Un discorso popolare e demagogico, ma difficile da portare a termine, dato lo scoppio della crisi. Le banche hanno cominciato a lamentarsi orribilmente, minacciando di stringere sul credito e strozzando il sistema economico. Le società petrolifere hanno cominciato a dire che il crollo del prezzo del petrolio (da 150 a 50 dollari al barile in pochi mesi) avrebbe di per sé eroso i profitti e compresso i prezzi al consumatore finale.
Il crollo degli utili avvenuto nel corso del 2008 ha definitivamente affossato la speranza di Tremonti di chiudere la finanziaria 2009 con il prelievo straordinario su Eni e compagni, o su Intesa e compagne.
Nonostante Passera si lamenti di aver pagato 16 miliardi di tasse in tre anni, al Tesoro giurano di non averli mai visti e hanno in buona parte ragione. Le banche italiane saranno pure più sane di quelle estere, ma si guardano bene dal lasciare soldi in giro, sia agli azionisti (taglio dei dividendi), sia allo stato (abbattimento oneri fiscali). Quello che Tremonti non poteva prevedere era l'utilizzo che le banche avrebbero fatto del decreto sull'affrancamento del "Goodwill". In sostanza le società che hanno effettuato fusioni possono ammortizzare gli avviamenti per 9 anni in regime di tassazione agevolata (16%). Le banche ne hanno approfittato pesantemente, difendendo degli utili (apparenti) con il risparmio sulle tasse. Capita così che Unicredit e Intesa (la prima a 4 miliardi di utili netti nel 2008, la seconda a 2,5 miliardi) realizzino un terzo o un quarto degli utili con gli sgravi fiscali, lasciando a secco le casse statali. Un elemento di contenzioso non indifferente, aggravato dalla necessità di ricapitalizzare le banche con i Tremonti Bonds, strumento che è stato negoziato dalle banche fino all'ultimo per non lasciare alcun spazio al Tesoro di "ingerenza" nella gestione e soprattutto nella politica di remunerazione dei managers.
Il terzo livello dello scontro attiene alla gestione del credito e al finanziamento di un'economia in difficoltà. Il governo cerca naturalmente di sostenere l'economia facendo affluire risorse attraverso il canale del sistema bancario. In questo senso ha messo a disposizione 12 miliardi di Euro tramite i Tremonti Bonds, al tasso dell'8,5% a patto che vengano restituiti entro quattro anni. Essendo obbligazioni convertibili, subordinate e perpetue, le risorse vanno a rafforzare il patrimonio di base delle banche. Questo consentirà loro di dare credito con un effetto moltiplicatore, si calcola per almeno 100 miliardi di euro aggiuntivi. Le banche sono però molto restie ad usare questi strumenti e soprattutto ad espandere il credito, perché la crisi sta selezionando ferocemente le imprese medio-piccole, portandone molte alla chiusura. Quindi l'economia si sta avvitando su se stessa e non basta l'ottimismo di facciata a cambiare le cose. Le banche continuano però a praticare prezzi e tassi da oligopolio, infischiandosene delle pressioni governative. Si sono adattate con fatica alle lenzuolate di Bersani, hanno cambiato solo il nome alla commissione di massimo scoperto, praticano tassi medi superiori alla media europea (talvolta anche di 80 punti base), fanno melina sulla riduzione degli spread. In realtà non si rassegnano alla realtà: continuano a pensare di avere rendimenti del R.O.E. (ritorno sull'investimento) al 20% quando al massimo si può realizzare il 5%.
Del resto non si può pensare di avere un ROE a doppia cifra in un paese a crescita zero: meno che mai adesso che il PIL cade del 5% su base annua!
Queste sono le ragioni che stanno dietro alle polemiche e agli attacchi di Tremonti alle banche. Nelle prossime settimane vedremo chi sarà a prevalere. Quello che è certo è che uno dei principali motivi di disagio dell'opinione pubblica, dei consumatori, dei risparmiatori (la protervia e lo strapotere di un sistema bancario invasivo e indiscutibile) è stato totalmente abbandonato alla destra populista, mentre per anni la sinistra si è illusa di accattivarsi i "poteri forti" occupando più poltrone possibili e facendo proprie le logiche del mercato. Dalla scalata di Colaninno a Telecom, pilotata da D'Alema, alla fallita presa della Bnl ("abbiamo una banca?" di fassiniana memoria), la sinistra liberista ha fatto più danni di quanto fosse possibile immaginare. E adesso i banchieri amici stanno cadendo uno alla volta, passando armi e bagagli nel campo del nemico. La legge del più forte non ammette distrazioni…

Renato Strumia

(ca) [Info Paz Ahora] "GOLPE EN HONDURAS": opiniones de Perez Esquivel y de Carlos Taibo

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(ca) [Info Paz Ahora] "GOLPE EN HONDURAS": opiniones de Perez Esquivel y de Carlos Taibo
Date Wed, 1 Jul 2009 20:45:06 +0200

http://www.pazahora.org
Pérez Esquivel rechaza golpe de Estado en Honduras.
"Carta del Premio Nóbel de la Paz Adolfo Pérez Esquivel al secretario
General de la OEA, a las Iglesias, Movimientos y organizaciones
populares."
EL texto completo en :
http://pazahora.org/novedades/?p=151

y en:
http://www.adolfoperezesquivel.org/

"GOLPE EN HONDURAS"
Por Carlos Taibo
(Publicado en el Diario Público el 1 de julio de 2009).
El Golpe de Estado que se ha verificado en Honduras merece, como poco,
tres consideraciones sumarias. La primera se refiere a algo que, no
por conocido, debemos tener bien presente a la hora de sopesar lo que
ocurre en estos tiempos en toda América Latina: las oligarquías de
siempre se niegan, como gato panza arriba, a abandonar el escenario y
aprovechan la menor oportunidad para sacar sus garras en defensa de
negocios e intereses que explican, desde mucho tiempo atrás, la
miseria de pueblos enteros.

El texto completo en la siguiente link ----->
http://pazahora.org/novedades/?p=146
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[ferrovie] Simona Baldanzi, Le nostre vene

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[La strage ferroviaria di Viareggio ha un nome soltanto. Privatizzazioni. (((A))) ]

Le nostre vene
di Simona Baldanzi

“Rinnoviamo la più ferma critica al gruppo dirigente delle Ferrovie che ha dirottato risorse e tecnologia sul servizio ‘luccicante’ dell’ alta velocità lasciando che il resto del servizio ferroviario, in particolare merci e pendolari, deperisse sia in termini di qualità che di sicurezza”. Mi fermo su queste parole, le dichiarazioni dei ferrovieri, di chi ci lavora, di chi le cose le vede, sa come funzionano e quando non funzionano molto di più di ogni manager che sta in ufficio e guadagna centinaia di migliaia di euro. Ognuna di queste parole la sostengo in pieno non senza una sensazione di sconforto. Perchè appena sveglia stamani e ho saputo di quanto successo a Viareggio, dopo un lampo di smarrimento e di orrore, il pensiero è andato agli altri deragliamenti a Prato dei giorni scorsi, un campanello di allarme non ascoltato e poi subito a Dante De Angelis, il macchinista, delegato RLS che denuncia da anni l’insicurezza dei nostri treni, che invece di essere seriamente ascoltato è stato licenziato diventando un caso di lotta fra i lavoratori, non solo delle ferrovie.

Sull’alta velocità in Italia, non so più cosa aggiungere in merito dopo tutti questi anni, dopo i danni ambientali del Mugello e il processo di CAVET, dopo i morti sul lavoro, dopo le infiltrazioni mafiose di certi subappalti, dopo la catastrofe finanziaria e pure l’evasione fiscale denunciata in questi ultimi giorni. Consiglio, per chi non l’ha ancora visto di guardarsi il video-documentario Fratelli di TAV, che ricostruisce un po’ la storia della TAV nel nostro Bel Paese.

Mi ha colpito sentire in televisione un giornalista chiedere: non è che la ferrovia passi troppo vicino dalle case? Ma lui dove vive? L’Italia è fatta così. Siamo una terra stretta e montuosa con migliaia di comuni, per questo serve un collegamento capillare funzionante più che grandi arterie solitarie. I binari passano ovunque nelle città, dentro ai paesi, lungo le spiagge, dentro le montagne. Per questo è necessario investire maggiore attenzione e fondi su ogni tratta, investire in manodopera e sicurezza, perchè sono le vene del nostro corpo Italia. Quel sangue che ci scorre dentro siamo noi, pendolari di ogni mattina, cittadini semplici consumatori di merci, quindi tutti noi. Bisogna cominciare a curare queste vene, ogni capillare che sta schiantando è un segnale di malessere e va ascoltato o presto avremo un corpo malato. Comincerei proprio dai ferrovieri. Oggi chi vuole capire Viareggio, vuole individuare le responsabilità e vuole lavorare affinché non si ripeta, vuole una ferrovia italiana sicura e funzionante fino alla piccola tratta, deve andare ad ascoltare chi ci lavora sui binari, sempre non siano già stati licenziati.

[omicidi bianchi, capitalismo] Giovanni Giovannetti, il colore della morte

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il colore della morte
Giovanni Giovannetti

Le chiamano "morti bianche". Nel 2007 in Italia se ne sono avute 1.170 di cui 170 sono immigrati. Una cifra analoga a quella del 2008: 1.120, un morto ogni otto ore, quasi il doppio della media europea. Le "morti bianche" sono una vera e propria emergenza nazionale, al contrario degli omicidi, che sono in costante calo. Gli stranieri in Italia sono il 6,7 per cento della popolazione ma la percentuale dei lavoratori immigrati morti sul lavoro sale al 14,5 per cento: più del doppio! Dal 2003 al 2006 l'Italia ha contato 5.252 morti di questo colore; negli stessi anni, i militari della coalizione uccisi nella guerra del Golfo sono stati "solo" 3.520. Allargando l'orizzonte, dal 1951 al 2007 in Italia i morti sul lavoro sono stati 154.331 e 66.577.699 i feriti. Non sono un caso, ma «la conseguenza di una cultura economica e organizzativa che non ritiene ragionevole una spesa per la sicurezza volta a evitare anche il minimo rischio di incidenti» (dal Rapporto dei diritti globali, 2008).
Lo stesso Stato che chiama l'esercito nelle strade (insieme alle ronde e alle milizie volontarie e comunali, «a garantire la sicurezza dei cittadini») contemporaneamente ignora ben altre sicurezze o emergenze. Nell'estate 2008, 3.000 militari dei reparti scelti sono stati messi a pattugliare le strade di alcune città italiane a «rischio criminalità». A fare che? Ad arrestare 9 borseggiatori al mese, equivalenti alla produttività di due agenti sopra una "volante"! Mentre al Governo giocano con i soldatini, nella sola Milano ogni giorno le mafie spacciano ai ragazzini 15 mila minidosi di cocaina, offerta in 'promozione' per soli 10 euro.
l'Italia subisce un vistoso declino demografico (con 1,34 figli a coppia il nostro Paese è tra i primi al mondo per la bassa natalità, ma siamo tra i più longevi) reso meno evidente dall'arrivo di quasi 4.000.000 di nuovi immigrati – il 9 per cento del Pil, 3,7 miliardi di euro in tasse, a fronte di una spesa sostenuta per loro di 1 miliardo – sulle cui spalle grava anche la salute malferma dell'Inps, che senza di loro non saprebbe come pagare la pensione ai nostri anziani, affidati a oltre 1.500.000 badanti (quasi il doppio dei dipendenti del sistema sanitario nazionale) delle quali l'80 per cento lavora in nero.
Gli immigrati hanno un tasso di attività (73 per cento) di 12 punti più elevato degli italiani e sono creatori di ricchezza: concorrono per il 9 per cento alla creazione del Pil e coprono abbondantemente le spese sostenute per i servizi di assistenza con 3,7 miliardi di euro di gettito fiscale. Tra gli stranieri si contano più di 150.000 imprenditori, che raddoppiano se si tiene conto anche dei soci e delle altre cariche societarie. Eppure larga parte dei fondi per l'immigrazione è spesa sul fronte del contrasto. La Finanziaria 2007 per la prima volta ha deliberato 150 milioni di euro per l'inclusione, 50 milioni di euro l'anno, spalmati sul triennio 2006-2009. Sono pochi: nella stessa Finanziaria, il Governo Prodi ha dirottato oltre un miliardo di euro sulle missioni militari all'estero.
Petru Pop di 29 anni e Dorinel Vasile Ginsca di 21 anni sono morti ieri a Mede in provincia di Pavia, mentre stavano riposizionando le onduline sopra un tetto scoperchiato, uccisi da una scarica elettrica di 15.000 volt. Petru era titolare di una impresa artigiana di Broni, dove viveva anche Doriel. Su "La Provincia Pavese" Anna Mangiarotti riferisce che «sono rimasti per quasi due ore dentro il cestello, Petru con i pantaloni blu di una vecchia tuta, Dorinel con i bermuda bianchi e neri. Appoggiati al parapetto come due bambole di pezza, nell'afa immobile della campagna lomellina verdissima e deserta. Nessuno si era accorto di loro, fino a quando non è passato un trattorista. Ha visto i corpi e ha chiamato il 118».

[berluscolandia, berluscoland] Pepsy, Ville con doppi servizi

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Ville con doppi servizi

Nella soap opera attualmente in onda su tutti i media ufficiali (la Papi’ story) non poteva mancare che facessero capolino i servizi segreti, chiamati in causa quando c’è la necessità di proporre un diversivo o un comodo capro espiatorio in una storia che altrimenti sarebbe fin troppo facile da raccontare.
Tra i primi a ventilare un coinvolgimento dell’intelligence italiota c’è un esponente di spicco della maggioranza che afferma perentoriamente: “c’è una azione poco chiara di spezzoni di apparati dello Stato (...) spezzoni che possono andare fuori controllo” [1] e che sarebbero collegati in qualche modo agli interessi di Stati ai quali non piace la politica estera italiana. Più cautamente, un altrettanto noto parlamentare del Pdl, preferisce non inoltrarsi “sul terreno di eventuali deviazioni” limitandosi a constatare che “l’efficienza degli apparati è dubbia e richiede incisivi perfezionamenti.” [2]. Tesi fatta propria dalla stampa di più stretta osservanza governativa che, rincarando la dose, segnala nei servizi segreti una “costante in questa storia e nell’avventurosa professione del fotoreporter” [3] diventato famoso per gli scatti proibiti.
Non c’è quindi da meravigliarsi se il Copasir (il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) ha annunciato di aver convocato per questa settimana i vertici di Aisi (spionaggio) ed Aise (contro spionaggio), ponendogli 18 domande [4], anche se - sempre secondo la stampa ufficiale - gli spioni nostrani non hanno preso troppo bene tutto questo sparlare della loro attività se è vero che qualcuno di loro ha fatto notare stizzito: “I dirigenti sono stati scelti dal centrodestra. Che vogliono da noi?” [5]. E sembra anche scontata la notizia che “Il Premier pensa a un cambio nei Servizi” [6] apparsa, sempre negli stessi giorni.
Per finire queste note di colore, va segnalata la velina (nel senso classico del termine) comparsa su un diffuso settimanale [7], nella quale si rivela che - secondo gli agenti dell’Aisi - a L’Aquila c’è un gruppo di 10-15 persone, infiltrati tra i volontari, che stanno sobillando la popolazione al fine di spingerla ad inscenare clamorose proteste in occasione della prossima riunione dei G8. Una notizia, a nostro avviso, molto più preoccupante di tutte quelle riguardanti le avventure amorose di un ricco settantenne.

Pepsy

Riferimenti

[1] “Qui c’è la manina dei servizi deviati troppe falle nel controspionaggio”, intervista ad I. Bocchino, “il Riformista”, 19/06/09.
[2] “La sinistra degli affari è ko, le serviva un diversivo”, intervista a F. Cicchitto, “Il Giorno”, 20/06/09.
[3] “Gli strani scatti di Zappadu, il ‘cecchino’ di Villa Certosa che centra sempre il premier”, “il Giornale”, 20/06/09.
[4] “Per i vertici dei servizi 18 quesiti”, “Corriere della Sera”, 20/06/09.
[5] “Lo sfogo degli 007. ‘Non siamo né inetti né complici di nessuno’”, “La Stampa”, 20/06/09.
[6] “Il Premier pensa a un cambio nei Servizi”, “la Repubblica”, 20/06/09.
[7] “007: trappola pronta all’Aquila”, “Panorama”, 25/06/09.

[economia] Toni Iero, Una crisi tira l'altra

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Una crisi tira l’altra

Il peggio è ormai passato. È una frase sentita molte, troppe volte in questi due anni passati dallo scoppio della crisi che, ricordiamolo, è datato agosto 2007 (crollo del valore dei titoli azionari delle principali banche americane).
Da alcune settimane i giornali traboccano di dichiarazioni rassicuranti di politici, economisti e giornalisti che segnalano come le cose non stiano andando più tanto male. È davvero così? In realtà, per ogni paese esistono svariate decine di indicatori che rilevano lo stato dell'economia. Negli ultimi tempi l'esercizio più praticato dai centri di previsione congiunturale è quello di scovarne almeno un paio che mostrino un andamento positivo. Non è impossibile, poiché è difficile che proprio tutto vada peggio del mese o del trimestre precedente. Su questa fragile base i media costruiscono l'ottimismo da elargire al popolo. È anch'esso, in un certo senso, un provvedimento anticrisi, dato che uno dei contributi per alleviare questo periodo negativo della congiuntura consiste proprio nell'infondere fiducia agli operatori economici affinché spendano e investano. I risultati effettivi di queste "misure" li vedremo nei prossimi 3 – 4 mesi.
Certo è che gli squilibri che stanno alla base del collasso economico sperimentato dalle principali economie mondiali non sono venuti meno. Le disuguaglianze sociali non si sono ridotte, il tasso di risparmio asiatico è ancora molto alto così come è tuttora molto basso quello degli statunitensi. Le banche, dopo le iniezioni di denaro statale, stanno sicuramente meglio ma, in compenso, i debiti pubblici si stanno gonfiando a dismisura, generando apprensione addirittura sulla solvibilità degli Stati Uniti. Se queste sono le basi della ripresa economica… beh, siamo pronti per un'altra crisi!
Uno dei segnali di risveglio delle attività, sostengono molti osservatori, è l'aumento del prezzo del petrolio, che ha superato i 70 dollari al barile. Incrementi nei costi si registrano anche per altre materie prime. Vuol dire, affermano gli ottimisti, che c'è fiducia e le imprese hanno ricominciato a fare ordini di materiale. Strano. Gli indici della produzione industriale segnalano, con riferimento allo stesso periodo dell'anno scorso, un -21,8% nel primo quadrimestre per l'Italia e -21,6% in aprile per l'Unione Europea. Sempre nell'Unione, nei primi quattro mesi del 2009, gli occupati sono diminuiti di 1 milione e 220 mila persone. Se l'attività produttiva sta ripartendo come è possibile che produzione industriale ed occupati diminuiscano? L'aumento dei prezzi delle materie prime e del petrolio in particolare, con tutta probabilità, sono dovuti allo stesso fenomeno che nel 2008 ha portato un barile di greggio a costare 147 dollari: la speculazione.
I provvedimenti presi dai governi e dalle banche centrali per contrastare l'estendersi della crisi, hanno generato enormi volumi di liquidità, capitali che gli investitori finanziari non possono lasciare improduttivi. Per un po' hanno acquistato titoli di Stato poi, anche per spuntare rendimenti maggiori, hanno ripreso ad acquistare azioni e future sulle materie prime. Lo abbiamo già sperimentato l'anno scorso quando, incautamente, qualcuno ha cercato di addossare la colpa del rialzo dei prezzi dei prodotti agricoli all'aumento delle superfici coltivate per la produzione di bio-carburanti. Come si è poi visto, erano gli operatori finanziari, hedge fund in testa, che acquistavano per concludere lucrosi affari. Finita la festa, ritirati i capitali investiti, i prezzi delle materie prime sono scesi a livelli più fisiologici (il petrolio è sceso dai 137 dollari al barile dell'estate ai 40 di dicembre). Non è da escludere che tale valzer si ripeta anche questa volta.
Quanto alla ripresa economica, purtroppo nei prossimi mesi dovremo aspettarci un peggioramento della situazione, soprattutto in Italia. Le imprese più deboli chiuderanno i battenti, aumentando il numero dei disoccupati. Questi ultimi ridurranno i consumi frenando ulteriormente la circolazione monetaria ed estendendo i riflessi recessivi anche alle aziende meno fragili. Le autorità pubbliche potranno effettuare interventi limitati, pena il rischio di declassamento del pesante debito pubblico italiano. Potremo aspettarci una inversione di tendenza non prima del momento in cui le grandi economie mondiali (Usa, Cina, Germania, Giappone) avranno ripreso un percorso di sviluppo e solo se le esportazioni italiane saranno ancora competitive.
Non vuole essere le descrizione della fine del mondo, occorrerà tempo ma, in qualche modo, si uscirà anche da questa crisi. Tuttavia sarebbe bene chiedersi in che modo e, comunque, non aspettarsi buone notizie dall'oggi al domani. Passando agli insegnamenti da trarre da quanto sperimentato fino ad oggi, è sempre più difficile negare che il capitalismo è un sistema instabile per sua natura. Tale instabilità è tanto più accentuata quanto maggiore è la disuguaglianza sociale. Per uscire da questa crisi, in fretta e con basi solide per il futuro, occorrerebbe ridurre la disuguaglianza sociale. Per non avere più crisi di questa portata occorrerebbe superare il capitalismo.

Toni Iero

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