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 <title>comunismo</title>
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 <title>CARESTIA</title>
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 <description>&lt;p&gt;INDICE DEL NUMERO:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;— PREFAZIONE: Carestia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;— IL MOVIMENTO OPERAIO NEGLI STATI UNITI D&#039;AMERICA [RG99]: (V - continua del numero scorso) Riprende l’attività sindacale - Alternative illusorie - La ripresa economica degli anni ‘40 (continua).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;— L’ANTIMILITARISMO NEL MOVIMENTO OPERAIO IN ITALIA [RG100] (X - continua dal numero scorso) Il PSI davanti al “fatto compiuto” - Parlamentarismo contro-rivoluzionario nel primo anno di guerra - Governo di unità nazionale e complicità socialista con l’imperialismo patrio - La condanna di Lenin del pacifismo borghese (Continua).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;— LA QUESTIONE EBRAICA OGGI [RG98-99]:  (V - continua dal numero scorso) 8. Trenta denari, tradimento o investimento? 9. Il Comunismo (fine del rapporto).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;— IL MARXISMO E LA QUESTIONE MILITARE: [RG97]  (II) 4. La violenza nello sviluppo e nel crollo della società schiavistica: Roma - Quadro storico-economico - 5. Lo sviluppo della legione romana - Dalla Città-Stato alla Repubblica: la legione organizzata per manipoli - Le guerre puniche - L’esercito professionale - La legione nell’età imperiale (continua).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;– Dall’Archivio della Sinistra:&lt;br /&gt;
    - Manifesto dell’Internazionale Comunista&lt;br /&gt;
    al proletariato di tutto il mondo (6&lt;br /&gt;
    marzo 1919).&lt;br /&gt;
    - Dalle Tesi della Sinistra al III&lt;br /&gt;
    Congresso del PCd’I (Lione, 1926).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;PREFAZIONE: CARESTIA&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nell’Apocalisse di Giovanni, il solo libro profetico del Nuovo Testamento, si legge che, con la rottura dei Sette Sigilli del Libro irrompono sulla scena del mondo i quattro Cavalieri. Visioni e simboli costituiscono la sostanza di una forma letteraria dove non esiste alcun riferimento alla seriazione cronologica degli avvenimenti, descritti per immagini violente: passato presente e futuro si sviluppano su piani che si intersecano e si sovrappongono.&lt;br /&gt;
Le scienze storiche borghesi, al loro sorgere ed affermarsi e poi quella rivoluzionaria del proletariato hanno espunto dalla storia la metafora e l’irrazionale, ed in particolare la nostra scuola afferma la “razionalità” del procedere storico, cioè la sua prevedibilità nei diversi esiti possibili e la leggibilità oggettiva dei fatti. Nella sua fase decadente e finale, la borghesia ha abbandonato il fardello e il privilegio delle scienze storiche, ritorna all’ideologia reazionaria dell’inconoscibile, dell’irrazionale, o di una sterile logica dell’evento, stante l’inconoscibilità totale del processo nel suo insieme, ed ha preteso di chiudere la questione con la scienza della Rivoluzione etichettandola secondo la formula “miseria dello storicismo”.&lt;br /&gt;
Ma gli eventi attuali sono così minacciosi per la sua sopravvivenza che la borghesia è costretta a cercarne spiegazioni e tentare rimedi. A scadenze fisse, quindi, il mondo borghese, come rito di purificazione per le infamie che quotidianamente perpetra, convoca conferenze internazionali che di anno in anno si ripetono in stanche liturgie di inutili carrozzoni sovranazionali, i cui costi non hanno altra giustificazione che il mantenimento del teatrino delle buone intenzioni per “un mondo migliore”.&lt;br /&gt;
Se lo scorso anno l’attenzione era puntata sullo slombato tema dell’ecologia, dello “sviluppo sostenibile”, questa volta è un organismo dell’ONU che in gran pompa si è riunito a Roma per dibattere la questione della fame nel mondo.&lt;br /&gt;
Se possibile, i risultati sono stati ancora più vuoti e vergognosi del precedente summit. La discordia tra le delegazioni, tra produttori e importatori, tra paesi “poveri” e “ricchi”, è stata così alta che non sono riusciti nemmeno ad emettere un documento conclusivo di sintesi, per quel nessun valore pratico che naturalmente tutto questo avesse. Tanti e tali gli interessi contrastanti tra gli Stati nazionali, che neppure una generica concordanza sulla carta è stata possibile.&lt;br /&gt;
La cosa non desta in noi nessuna delusione. Rileviamo soltanto che nel migliore dei mondi possibili e praticabili, malgrado la spaventosa capacità produttiva, immensa e quasi inarrestabile alla scala del globo, il numero di quanti sono al limite o al di sotto della sussistenza, cioè muoiono d’inedia, cresce ad un tasso superiore della crescita della popolazione mondiale.&lt;br /&gt;
Il dato oggettivo, come è diffuso, rammenta da vicino una fondamentale previsione della nostra scuola, la crescita della massa della miseria, sempre in relazione alla ricchezza prodotta, talvolta anche in assoluto. E in questo declinante rapporto sta la condanna storica del modo di produzione capitalistico, incapace di mantenere i suoi schiavi. Si è costretti quindi a parlare impunemente di crisi alimentare, e quasi desta stupore che il termine salti fuori brutalmente e senza giri di parole dopo due secoli di borghese Scienza razionale, di borghese Democrazia politica e di borghese Progresso economico. Significa forse che i teorici del capitalismo e i paladini dello “sviluppo sostenibile”, cominciano a convenire che il processo di produzione della ricchezza tende a concentrarla in mani sempre più ristrette, in aree sempre più limitate, a dispetto della sua massa sempre crescente, sì che anche la produzione dei mezzi di sussistenza segue la stessa tendenza?&lt;br /&gt;
Per un mondo cinico e spietato la questione non si pone neppure. Le “spiegazioni” che sono fornite dai “teorici” dell’economia sono tutte tecniche e, ovviamente, soltanto nell’ambito delle tecniche del capitalismo, seppure “riformato” e “addomesticato”, si cercano povere o fantasiose ricette al massacro delle generazioni, alla fame che attanaglia una gran parte dell’umanità. Tutto, alla fine, si riduce al sogno di una sorta di super comitato di salute pubblica mondiale, che dovrebbe disciplinare il comportamento di Stati e mercati verso atteggiamenti più “virtuosi”; con il che si potrebbero magari anche eliminare, o almeno controllare crisi finanziarie, speculative, inflazione, e via dicendo. Programma talmente campato in aria che gli stessi che lo hanno proposto sono i primi ad affermare che è inattuabile.&lt;br /&gt;
Tra i tanti critici borghesi “democratici” che hanno manifestato il loro disappunto peloso sul fallimento, è venuta fuori la richiesta di sgombrare il campo dal manicheismo che continuerebbe a propalare la tesi che la crisi scaturisca dal mercato, cioè dallo scontro tra paesi ricchi ed avidi e Stati poveri: la considerazione, per altro, è affine alla nostra, che ha sempre combattuto queste tendenze “terzomondiste”, che trovano spazio nel “movimento”, che condannano l’imperialismo per salvare il capitalismo. Allo stato attuale dello sviluppo capitalistico, della sua assoluta pervasività in ogni piega dei processi produttivi mondiali, la terribile realtà della fame è una inevitabile conseguenza della produzione capitalistica di merci: grano, derrate agricole, mais, acciaio, ferro, petrolio, manufatti di ogni sorta. Nemmeno la “produzione intellettuale”, bene sui generis, sfugge a questo destino. Tutto ciò che è attività umana è sottoposto alla legge dell’accumulazione di capitale, tutto quanto è prodotto deve essere messo sul mercato per la realizzazione del profitto. Per produrre le merci occorre affamare il mondo, quanto più il mondo è ricco di merci tanto più è povero e affamato.&lt;br /&gt;
In particolare sulla produzione agricola grava, in regime capitalistico, il peso sempre crescente della rendita fondiaria, sia nella sua forma assoluta, sia in quella, ineliminabile, differenziale. La soggezione ai ritmi stagionali e ai tempi della crescita biologica anche spingono verso l’alto i prezzi delle derrate. Non esiste più una produzione di derrate alimentari che sul piano locale o di nazione sia bastante al consumo interno e la produzione alimentare è ormai pienamente assorbita nei vortici dell’accumulazione, della finanza, della rendita, del mercato a dimensione planetaria. Al centro di questo turbine non sono né i consumatori affamati né gli Stati – siano essi produttori o consumatori, protezionisti o liberisti – ma l’anonimo e algido Capitale Investito che, da un tabellone appeso in due solo Borse Merci, decide della vita o della morte delle moltitudini. È questa una verità ovvia, ma che gli spiriti nobili dei consessi mondiali fanno finta di ignorare.&lt;br /&gt;
E la crisi alimentare è solo un aspetto, l’ultimo e definitivo, delle crisi che sempre a più breve scadenza agitano il mondo capitalistico, di saturazione dei mercati, delle risorse energetiche, della finanza che fa aggio sulla produzione di beni. Non è allora paradossale che gli stessi paesi cosiddetti ricchi, che partecipano a vario titolo e percentuale al grande banchetto dell’abbondanza capitalistica, rischino una drastica riduzione del consumo, alla scala sociale, di quei beni che hanno avuto a disposizione per tutto il secondo dopoguerra e in misura crescente.&lt;br /&gt;
Senza considerare tutte le altre condizioni critiche che avviluppano il procedere del capitalismo, basta considerare il sistema di produzione agraria che caratterizza i grandi paesi sviluppati, a capitalismo maturo, e che da parte degli Stati viene difeso con ogni mezzo protezionistico possibile contro i concorrenti – in primis i paesi cosiddetti del terzo mondo.&lt;br /&gt;
Benché la concentrazione della produzione agraria abbia spazzato via ogni forma parcellizzata ed il fabbisogno alimentare possa godere di una estesa rete di trasporti e distribuzione intercontinentale, nel capitalismo questo si traduce, paradossalmente, da un lato in cronica sovrapproduzione, dall’altro in aumento dei prezzi al consumo, oltre a rendere tutto il sistema drammaticamente fragile e incapace di rispondere ad una qualunque crisi, ad esempio nell’ambito dei trasporti, o a dipendere strettamente dai costi dei carburanti. La forza della forma industriale della produzione agricola sotto il regime del profitto e della rendita nasconde una intrinseca debolezza tanto che affamare la popolazione di un paese capitalista è più facile oggi di quanto non lo fosse cinquanta-sessanta anni fa. Come del resto mettere in crisi e ridurre al silenzio la meraviglia della “comunicazione globale”, che dipende da una tecnologia esasperata e fragilissima.&lt;br /&gt;
Di fronte all’orrore assoluto dell’Inferno in cui il capitalismo precipita l’umanità tutta, finché non sarà fermato dalla Rivoluzione, vogliamo chiudere queste righe di apertura della Rivista, che è il segno tangibile del nostro lavoro poco visibile ma coerente, con una parafrasi di quel lontano modo letterario che dicevamo per descrivere il futuro che la società del profitto sta preparando: Carestia, Guerra, Pestilenza, Morte. Il Capitalismo cavalca oggi il primo Cavaliere. Al nauseante tanfo di cadavere che s’innalza dalla società borghese, e alle sue reiterate apocalittiche minacce, si oppone, nei fatti prima che nelle coscienze e nella battaglia sociale, l’incorrotta scienza storica marxista, “ragione dialettica” e scienza per l’ultima rivoluzione rigeneratrice della storia, quella della vitale generosa e robusta classe internazionale dei lavoratori.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;mailto:icparty@international-communist-party.org&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;icparty@international-communist-party.org&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.international-communist-party.org/Comunism/Comuni64.htm&quot; title=&quot;http://www.international-communist-party.org/Comunism/Comuni64.htm&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;http://www.international-communist-party.org/Comunism/...&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
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 <pubDate>Sat, 19 Jul 2008 09:39:00 +0200</pubDate>
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 <title>Lampi di Critica Radicale</title>
 <link>http://roma.indymedia.org/node/3605</link>
 <description>&lt;p&gt;Vorrei sapere cosa ne pensate di questo giornaletto che si trova online e, a volte, in giro per Roma.&lt;br /&gt;
L&#039;ho trovato con una ricerca su google, dopo averlo visto per terra al Tiburtino III...&lt;br /&gt;
Parliamone.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://files.splinder.com/2f77f4b61ff467b91779772741539808.pdf&quot; target=&quot;_blank&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;&lt;img width=&quot;115&quot; height=&quot;160&quot; src=&quot;http://img90.imageshack.us/img90/9799/lampi31fx9.jpg&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://files.splinder.com/c94ac858c4203792da324c7e4a54beea.pdf&quot; target=&quot;_blank&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;&lt;img width=&quot;115&quot; height=&quot;160&quot; src=&quot;http://img165.imageshack.us/img165/3913/lampi21ry9.png&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://files.splinder.com/89107fddb1bf4860fd38c20bf89afd9f.pdf&quot; target=&quot;_blank&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;&lt;img width=&quot;115&quot; height=&quot;160&quot; src=&quot;http://img143.imageshack.us/img143/1955/lampidicriticaradicalerh3.jpg&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://files.splinder.com/adad35bd9ced4c154ca317fb063cb0f9.pdf&quot; target=&quot;_blank&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;&lt;img width=&quot;115&quot; height=&quot;160&quot; src=&quot;http://img139.imageshack.us/img139/2745/lampgi3.png&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
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 <pubDate>Sun, 29 Jun 2008 19:05:05 +0200</pubDate>
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 <title>INIZIATIVA COMUNISTA: AUTOSCIOGLIMENTO PER PROTESTA</title>
 <link>http://roma.indymedia.org/node/3288</link>
 <description>&lt;p&gt;Ormai da molti anni a Iniziativa Comunista viene impedito, nei fatti, di esercitare quei diritti che le sarebbero invece formalmente garantiti dalla Costituzione: conquistare il consenso democratico e partecipare alle competizioni elettorali in condizioni di parità con gli altri concorrenti.&lt;br /&gt;
E già da molto tempo Iniziativa Comunista ha prospettato la possibilità di un clamoroso gesto di protesta, qualora si fosse mantenuta e aggravata la condizione di discriminazione senza precedenti, di cui è fatta oggetto da circa un decennio e che è ben spiegata nell’  “Appello ai democratici” che IC sta diffondendo pubblicamente dal settembre 2007.&lt;br /&gt;
Proprio in questi giorni è avvenuto – nel completo silenzio della stampa – l’ennesimo rinvio del procedimento penale contro alcuni esponenti di IC, che ormai va avanti da nove anni e non è ancora giunto a metà del suo percorso.&lt;br /&gt;
E, fatto ancor più grave, proprio in questa settimana, con un’incredibile sentenza di un giudice del Tribunale di Roma è stato assolto un importante quotidiano che ha gravemente e ripetutamente diffamato IC e diversi suoi esponenti, indicandoli come terroristi, criminali, implicati nel delitto D’Antona. In questo modo si ripete e si aggrava il pregiudizio che costringe Iniziativa Comunista all’autoscioglimento: se è lecito scrivere che siamo terroristi e assassini, come esercitare di fatto, in questo clima, i diritti politici?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nonostante gli arresti, le persecuzioni, le calunnie, Iniziativa Comunista ha continuato a battersi strenuamente per la ricostituzione del PCI, caratterizzandosi per la sua ispirazione unitaria e per la lotta alla frantumazione, riuscendo – malgrado tutto – a mantenere la propria natura di classe e la propria indipendenza politica. IC si è battuta per la difesa intransigente dei lavoratori, per la pace e la solidarietà internazionalista, per il diritto alla casa, per la difesa degli ideali e della storia del Movimento operaio comunista internazionale, della Resistenza. Attraverso queste battaglie ha coinvolto migliaia di lavoratori e di giovani, che hanno partecipato alle sue iniziative ed espresso, anche con il loro voto, un sostegno e un riconoscimento politico.&lt;br /&gt;
Queste lotte, tuttavia, hanno dovuto fare i conti con un sistema che, nei nostri confronti, si è rivelato democratico solo a chiacchiere, ma che di fatto ha impedito a IC di crescere ed estendere il proprio consenso come avrebbe potuto. Ciò è avvenuto perché – oltre al resto – la persecuzione condotta da ristretti uffici o pochi funzionari dello Stato ha permesso ai grandi potentati capitalisti e ai loro giornali di riservare a IC prima un prolungato linciaggio e, da diversi anni, un vero e proprio seppellimento mediatico. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tutti i militanti di IC sono lavoratrici e lavoratori, che sottraggono alla famiglia e al riposo le poche ore a disposizione, per un impegno completamente volontario e gratuito, e che non intendono continuare a farlo solo in cambio di offese e discriminazioni.&lt;br /&gt;
Non permetteremo ai nostri avversari di affermare che gli ideali e l’identità di IC hanno scarso seguito, quando in realtà non abbiamo mai avuto la possibilità effettiva di misurare tutto il consenso e il seguito che avremmo potuto meritare.&lt;br /&gt;
A dimostrazione dell’unicità di questa situazione si consideri che un simile trattamento non viene riservato nemmeno a quelle formazioni fasciste e razziste, notoriamente coinvolte  - anche con loro esponenti candidati alle elezioni - in scorribande criminali, pestaggi, omicidi. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per questi motivi, come forma di protesta, abbiamo deciso di sciogliere Iniziativa Comunista, anche se formalmente continuerà a esistere finché durerà il processo a carico dei compagni, per non dare ai nostri persecutori alcun pretesto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questa scelta non è un fallimento, né tantomeno un “pentimento”, ma al contrario la nostra esperienza ha dimostrato quanto invincibili e inattaccabili siano i nostri ideali e la linea politica di IC, tanto che per contrastarla si è dovuto ricorrere a uno spropositato dispiegamento di mezzi e risorse.&lt;br /&gt;
Questo dà la misura, anche per il futuro, di quale forza rappresentino i lavoratori che lottano uniti sotto le bandiere del Partito Comunista e di quale valore abbia avuto il contributo di ciascun singolo compagno alle lotte intraprese da IC. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;IC spera, con questa scelta, di dare anche un piccolo contributo alla lotta contro la frantumazione, per il superamento della presente gravissima situazione della Sinistra.&lt;br /&gt;
Nell’interesse dei lavoratori, della democrazia e della pace è necessario che risorga e riprenda il suo cammino interrotto il PCI ovvero, come gridavano le folle in ogni angolo d’Italia, il partito di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I circoli reazionari e traditori della Costituzione, a quanto sembra, sono riusciti, al momento, a soffocare una piccola forza politica che era nata e che si era coerentemente condotta per questa finalità. La ricostituzione del PCI rimane comunque una speranza e il principale impegno di lotta per i proletari più coscienti e combattivi. È difficile in questo momento dire se si realizzerà, ma siamo certi che se questo obiettivo verrà raggiunto sarà grazie a protagonisti e forze che inevitabilmente avranno ripercorso le stesse peculiarità essenziali che hanno contraddistinto la storia e l’identità di IC. Per questo essa è – e rimarrà – un seme fecondo nella storia della lotta di classe.&lt;/p&gt;
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 <pubDate>Mon, 09 Jun 2008 09:29:50 +0200</pubDate>
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 <title>ed ora che fare? Rete dei Comunisti</title>
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 <description>&lt;p&gt;Dopo la dissoluzione della “sinistra” e l’affermazione dell’egemonia reazionaria CHE FARE?&lt;br /&gt;
Analisi, confronto, proposte&lt;br /&gt;
Le realtà della sinistra anticapitalista e i comunisti sono chiamati a formulare domande e risposte concrete sulla loro funzione reale dentro lo scenario politico e i conflitti sociali nel nostro paese.&lt;br /&gt;
Roma, Sabato 31 maggio, ore 10.00 Centro congressi Cavour&lt;br /&gt;
Assemblea –dibattito&lt;br /&gt;
Promossa dalla Rete dei Comunisti&lt;br /&gt;
Il traumatico passaggio dall’anomalia italiana all’Italia come “paese normale”, pone seri problemi di riflessione, strategia e ricostruzione a tutti i soggetti che in questi anni hanno animato le esperienze della sinistra anticapitalista, del sindacalismo di classe e della soggettività comunista.  Un salto di qualità e una rottura culturale nella discussione e nelle indicazioni di lavoro non è più rinviabile.&lt;br /&gt;
In occasione dell&#039;assemblea del 31 maggio, verrà presentato pubblicamente un documento politico sulla situazione e il ruolo dei comunisti elaborato dai compagni della Rete dei Comunisti. Le compagne e i compagni sono invitati a partecipare e a portare il loro contributo.&lt;br /&gt;
La Rete dei Comunisti&lt;br /&gt;
Info: &lt;a href=&quot;http://www.contropiano.org&quot; title=&quot;www.contropiano.org&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;www.contropiano.org&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
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 <pubDate>Wed, 21 May 2008 11:10:57 +0200</pubDate>
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 <title>Capire la Cina - Una Raccolta di Documenti</title>
 <link>http://roma.indymedia.org/node/2732</link>
 <description>&lt;p&gt;CAPIRE LA CINA&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una raccolta di documenti e materiali per contrastare la disinformazione propagandistica e l&#039;attacco mediatico costantemente subito dalla Repubblica Popolare Cinese.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Scaricabile online da qui:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.ideasherwood.org/capire_la_cina.pdf&quot; title=&quot;http://www.ideasherwood.org/capire_la_cina.pdf&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;http://www.ideasherwood.org/capire_la_cina.pdf&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
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 <pubDate>Sat, 10 May 2008 09:55:34 +0200</pubDate>
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 <title>IL RIFORMISMO DALLA DEMOCRAZIA AL FASCISMO</title>
 <link>http://roma.indymedia.org/node/2570</link>
 <description>&lt;p&gt;IL RIFORMISMO DALLA DEMOCRAZIA AL FASCISMO&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&#039;articolo che segue, pubblicato dal giornale del Partito &quot;Il Partito Comunista&quot; oltre trentanni fa, ma dal quale non abbiamo nulla da togliere o da aggiungere, salvo alcune notazioni legate all&#039;attualità di allora e semmai superate solo per l&#039;incarognimento opportunista, e per la sparizione di gran parte della fungaia pseudorivoluzionaria confusionista e mistificatoria, vogliamo ripresentarlo a chiusura di questo numero &quot;monografico&quot; della Rivista (&quot;COMUNISMO&quot; n. 30 – “GLI INSEGNAMENTI DI LIVORNO 1921” - &lt;a href=&quot;http://www.international-communist-party.org/Comunism/C...x.htm&quot; title=&quot;http://www.international-communist-party.org/Comunism/C...x.htm&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;http://www.international-communist-party.org/Comunism/...&lt;/a&gt;) dedicato a documenti fondamentali nella storia del &quot;nostro&quot; Partito, quello di Livorno, sezione italiana della Terza Internazionale, aperta con un &quot;excursus&quot; storico dello stalinismo che distrusse dalle fondamenta il Partito nato a Livorno. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Trentanni, pochi in una visuale storica per avvertire il passo del processo rivoluzionario in una fase totalmente monopolio dell&#039;avversario borghese e della sua ideologia, ma tanti se misuriamo gli avvenimenti accaduti alla scale geopolitica, permettono bene di valutare la traiettoria politica e sociale del primo avversario della rivoluzione sociale, il più pericoloso e corrompente perché agisce nella fila stesse della classe operaia. La tradizione di Livorno è stata cancellata, ma infine anche le insegne, abusate e menzognere del socialismo sono state eliminate dalla bandiera di quel partito che oggi si è spogliato anche dell&#039;usurpato nome di comunista: e allora quel tragitto, dalla democrazia al fascismo, che l&#039;articolo illustra sul piano storico e dottrinale come necessario e determinato per il riformismo nato dalla degenerazione staliniana, è reso ancora più manifesto alla luce dei fatti odierni previsti ed analizzati dalla nostra scuola. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sotto gli occhi del nostro lettore, di chi segue il nostro lungo, continuo e coerente lavoro, abbiamo voluto mettere un &quot;come siamo nati e cosa sono diventati&quot; per far ancora meglio risultare le ragioni della battaglia per la Rivoluzione, costanti ed immutabili oltre tempo ed accadimenti, e le &quot;ragioni&quot;, altrettanto costanti e fisse, anche se travestite a varie riprese da &quot;novità dell&#039;ultim&#039;ora&quot; del tradimento opportunista. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;* * *&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Oltre 40 anni separano i giorni nostri dalla degenerazione, e poi dalla distruzione di un organismo di battaglia, di un patrimonio teorico e di lotta che sembrava conquista definitiva nella storia del proletariato rivoluzionario; la sconfitta della rivoluzione internazionale; il passaggio del primo Stato della dittatura proletaria nel campo borghese, la bestemmia del socialismo in un solo paese, un secondo carnaio imperialista, l&#039;infamia dei blocchi partigiani. 40 anni di controrivoluzione che pesano sulle spalle di un proletariato ingabbiato nei partiti dell&#039;opportunismo; ed una ripresa che appare ancora lontana malgrado i primi deboli conati di azione autonoma degli operai, le prime spinte antiriformiste.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Con questo bagaglio d&#039;esperienza storica, che il Partito della Rivoluzione ha sintetizzato nelle alterne vicende di vittorie, sconfitte e tradimenti al proletariato, trattare alla luce di questi 40 anni tragici anni trascorsi la forma attuale dell&#039;opportunismo, significa trattare lo stalinismo – con questo nome i comunisti definiscono la modalità con cui si è determinata la controrivoluzione, astraendo dalle vicende individuali di capi traditori – anche se il mosaico di &quot;aggiornamenti&quot;, &quot;correzioni teoriche&quot;, di &quot;nuove scoperte organizzative&quot; si arricchisce giorno dopo giorno, nella teorizzazione di mille gruppi e ducetti del momento, di nuove intricate tessere tutte però facilmente riconducibili ad errate teorie di tempi lontani. L&#039;avversario opportunista si presenta essenzialmente sotto l&#039;aspetto dello stalinismo, e da un punto di vista storico occorrerebbe analizzare il sorgere, lo svilupparsi ed il primeggiare di questa forma, peculiare della sconfitta e degenerazione del primo Stato a dittatura proletaria della storia. Ma anche se questa è la sua caratterizzazione attuale, è importante per averne una conoscenza, anche parziale, analizzarne i metodi e la natura, sorvolando sulle vicende storiche delle varie forme con le quali si è manifestato nel tempo, considerandone invece solo l&#039;ideologia, come si è determinata cristallizzata, sino alle posizioni &quot;odierne&quot;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Con questo criterio, descrivere i metodi dell&#039;opportunismo, che non è un partito, ma un movimento che comprende più partiti, più correnti, un complesso di dottrine e teorie e le cui radici affondano nella storia anteriore al 1914, richiede una analisi che si spinga agli inizi del secolo. Da un punto di vista generale, quando noi marxisti parliamo d&#039;opportunismo, consideriamo il periodo storico che dal 1914 arriva sino oggi, quasi 60 anni di storia non del movimento rivoluzionario del proletariato, ma di tendenze, forze, che pur richiamandosi all&#039;azione di classe, l&#039;hanno stornato dalla via maestra della rivoluzione l&#039;hanno legato al carro della conservazione borghese. Già da questo cenno una caratterizzazione dell&#039;opportunismo come quinta colonna del capitalismo nella fila del movimento operaio, è – la definizione di Lenin – &quot;socialismo a parole e tradimento nei fatti&quot;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma una serie di definizioni non può bastare a spiegare un fenomeno così complesso, che una descrizione delle sue caratteristiche esteriori non renderebbe conto di quanto esso sia differente nella sostanza, pur se riconducibile nel quadro composito dei suoi metodi di azione ed ideologie, ad altri &quot;metodi&quot; di direzione del proletariato, con i quali il marxismo rivoluzionario in tempi diversi, ebbe a scontrarsi sul piano della teoria e poi su quello dell&#039;azione pratica; ed abbiamo detto &quot;metodi di direzione&quot; della classe operaia, che in differenti epoche convissero, perché è necessario chiarire che l&#039;opportunismo, nel riassumerli tutti, sindacalismo, operaismo, riformismo, costituzionalismo pacifismo tipico dell&#039;epoca imperialista, non è un metodo nel senso storico sopra accennato. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Fino alla grande guerra &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È quindi necessario ripercorrere alcune tappe della storia della &quot;nostra&quot; classe, anche per sgombrare il campo della visione tipica dell&#039;idealismo radicale piccolo borghese, per cui la teoria, e di conseguenza anche l&#039;azione rivoluzionaria, sorgerebbe dal seno delle &quot;masse&quot;, che troverebbero per virtù intrinseca propria la strada della rivoluzione, cosicché il partito si ridurrebbe ad una pura organizzazione il cui solo compito è di stimolare acconciamente questa speciale &quot;ghiandola rivoluzionaria&quot; magari con gesti esemplari, e poi accodarsi al movimento in atto; visione ideologica, che non comprende come la teoria sia un dato esterno della classe, e che la storia &quot;sceglie&quot; tra le varie teorie, la giusta, corretta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il proletariato infatti fin dal suo sorgere, conobbe lo svolgersi di due metodi nella conduzione delle sue lotte, quello rivoluzionario e quello pacifista costituzionale; il primo è il nostro marxista, all&#039;altro appartengono i movimenti anarchici e prudhoniani piccolo borghesi. Ancora, il metodo pacifista costituzionale è caratterizzato da due filoni, quello gradualista riformistico, e l&#039;operaismo sindacalista. Da un punto di vista politico, c&#039;è stata al sorgere della prima Internazionale, una precisa opposizione fra i metodi rivoluzionari anarchici e quelli marxisti, nella quale la frazione anarchica si batteva per un federalismo piccolo borghese contro il centralismo dei marxisti; tra i due c&#039;è stata tuttavia convivenza, sino ad un certo momento, nel crogiolo della lotta contingente della classe operaia e ne sono prova le lotte sindacali e di difesa in Inghilterra ed in Francia nelle quali l&#039;elemento anarchico non era in contraddizione con l&#039;elemento scientifico costituito dal pensiero marxista che si stava elaborando nella I Internazionale. La rottura di questa convivenza, la scelta che la storia stessa opera in favore della prassi e del pensiero marxista, a seguito d&#039;avvenimenti che in questa sede non è il caso di percorrere, espelle definitivamente il metodo anarchico dal seno della classe operaia. Un&#039;altra convivenza storica si ha tra il metodo riformista e quello marxista rivoluzionario all&#039;interno della III Internazionale; essi, impiantatisi nel proletariato, e discendenti dalle stesse comuni radici (dirà Turati, al Congresso di Livorno nel 1921 &quot;siamo tutti figli del Manifesto&quot; non si scontrano in un urto così violento da spezzare l&#039;organizzazione, anche se la frazione rivoluzionaria non cessa mai la critica martellante contro quella riformista; tutto ciò sino allo scontro diretto cioè degli Stati capitalistici che &quot;smentisce&quot; storicamente la &quot;ipotesi&quot; gradualistica e addita all&#039;azione proletaria la sola via della rivoluzione violenta; i partiti riformismi nazionali aderiscono, in vario modo, e con sfumature differenti alla guerra, la frazione rivoluzionarie vi si oppongono in nome della guerra tra le classi. L&#039;adesione alla guerra avviene non nello stesso modo per tutti i partiti riformisti; dall&#039;appoggio diretto della socialdemocrazia tedesca, all&#039;equivoco &quot;né aderire né sabotare&quot; del P.S.I., mentre l&#039;altro polo di questa tendenza, che testimonia come essa ancora fosse legata al proletariato, ben può essere caratterizzata del rifiuto di Jan Jaurais, che si dichiara contro le guerre in nome di un pacifismo umanitario non nostro, gesto mobilissimo, ma da iscriversi nella tradizione rivoluzionaria del proletariato; è però sintomatico che un simile atto non si ritrovi più da parte dell&#039;opportunismo alla vigilia della II Guerra mondiale. Il riformismo fu quindi un metodo di conduzione dell&#039;azione proletaria, a sua lode vanno iscritte la formazione di poderose organizzazioni sindacali, l&#039;utilizzo legale dei mezzi che la lotta del proletariato metteva a disposizione per conquistare &quot;nuovi fortilizi&quot; – Engels stesso si esaltava per la elezione di operai nei parlamenti, perché un drappello della classe in essi significava incepparli, intaccarne le fila, sabotarne il funzionamento. Il 1914 segna quindi la fine non d&#039;un metodo ma di tutti i metodi di direzione della classe operaia che non si schierino su un unico fronte che le vicende storiche e le lotte di quasi un secolo hanno indicato, quello del marxismo rivoluzionario. Crollano nel 1914 i miti anarchici (col tragico epilogo della guerra di Spagna del 1936), già scartati all&#039;inizio del &#039;900, crolla la tendenza anarco-sindacalista soreliana, ancora presente come frazione in alcuni partiti socialisti, e che pure aveva avuto un benefico effetto – anche se in senso non corretto – quando si era opposta alla collaborazione aperta con lo Stato che da parte del sindacalismo &quot;ufficiale&quot; veniva attuata, anche se in modo mille volte meno fetido di oggi. In Italia il Congresso di Bologna del 1919 e di Livorno del 1921 segnano bene la cristallizzazione e lo scontro definitivo tra riformismo e ala rivoluzionaria. Cadono tutti i metodi solo rimane il marxismo rivoluzionario; è da questo punto in avanti che si caratterizza il fenomeno dell&#039;opportunismo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lasciamo parlare Lenin (lo scritto è del 1913) che martella le caratteristiche di classe di questo &quot;fenomeno storico&quot;:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«Che cosa rende inevitabile il revisionismo nella società capitalistica? Perché il revisionismo è più profondo delle particolarità nazionali e dei gradi sì sviluppo del capitalismo? Perché in ogni paese capitalista esistono sempre, accanto al proletariato, larghi strati di piccola borghesia, di piccoli proprietari. Il capitalismo è nato e nasce continuamente dalla piccola produzione. Nuovi numerosi &quot;strati medi&quot; vengono inevitabilmente creati dal capitalismo (appendici della fabbrica, lavoro a domicilio, piccoli laboratori che sorgono in tutto il paese per sovvenire alle necessità della grande industria). Questi nuovi piccoli produttori sono pure essi in modo inevitabile respinti nelle file del proletariato. È del tutto naturale quindi che le concezioni piccolo borghesi penetrino nuovamente nelle file dei grandi partiti operai. È del tutto naturale che debba essere così e sarà sempre così, sino allo sviluppo della rivoluzione proletaria, perché sarebbe un grave errore pensare che per compiere questa rivoluzione sia necessaria la proletarizzazione &quot;completa&quot; della &quot;maggioranza della popolazione&quot;».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mentre poche righe sopra: «Il complemento naturale delle tendenze economiche e politiche del revisionismo è stato il suo atteggiamento verso l&#039;obiettivo finale del movimento socialista. Il fine è nulla, il movimento è tutto – queste parole alate di Bernstein esprimono meglio di lunghe dissertazioni l&#039;essenza del revisionismo. Determinare la propria condotta caso per caso, adattarsi agli avvenimenti del giorno, alle svolte provocate da piccoli fatti politici; dimenticare gli interessi vitali del proletariato e i tratti fondamentali di tutto il regime capitalista, di tutta l&#039;evoluzione del capitalismo; sacrificare questi interessi vitali ad un vantaggio reale o supposto del momento, tale è la politica revisionista. Dall&#039;essenza stessa di questa politica risulta chiaramente che essa può assumere forme infinitamente varie e che ogni problema più o meno &quot;nuovo&quot;, ogni svolta più o meno imprevista o inattesa – anche se mutano il corso essenziale degli avvenimenti in una misura infima per un brevissimo periodo di tempo – devono portare inevitabilmente all&#039;una o all&#039;altra varietà di riformismo». &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nello stesso modo niente di nuovo, né da un punto di vista di classe, né da un punto di vista dei contenuti, porta l&#039;opportunismo odierno, nato sulle rovine della III Internazionale, rispetto a quello che Lenin definiva &quot;tradimento nei fatti&quot;. L&#039;invarianza storica del programma della rivoluzione, ammette la stessa invarianza nel tradimento opportunista; esso si ripresenta, dopo ogni sconfitta storica del proletariato, con lo stesso bagaglio piccolo-borghese, la stessa visione evoluzionista, la stessa ideologia progressista che vede uno sviluppo ininterrotto dei rapporti sociali, e non il trapasso rivoluzionario da una forma all&#039;altra.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le &quot;riforme&quot;, l&#039;utilizzo di metodi che il marxismo non ha mai per principio respinti, ma che ha visto soltanto come strumenti tattici, vengono usati adesso, insieme a strumenti e modi caratteristici della classe avversaria con la sola funzione di tener legato il proletariato allo Stato borghese; il vecchio riformismo cambia natura, o meglio percorre fino in fondo il cammino che gli avvenimenti lo costringono a percorrere, ed uscito completamente dall&#039;ambito del socialismo, si schiera a difesa delle borghesie nazionali, ponendosi come strumento di armonizzazione nella compagnie statale capitalistica: ed allorquando il proletariato insorto, ad &quot;armonizzarsi&quot; con l&#039;avversario non sarà per niente disposto, come nel 1919 in Germania, non esita ad assumersi in prima persona l&#039;azione repressiva statale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La guerra imperialistica porta alle estreme conseguenze lo sviluppo e la contrapposizione degli ingranaggi di direzione politica delle due classi storicamente antagonistiche; la classe operaia produce come punto più alto della sua coscienza ed azione rivoluzionaria la Terza Internazionale Comunista, la classe borghese esperisce sino in fondo il suo meccanismo di lotta controrivoluzionaria, il fascismo: tra queste due formidabili guide politiche, nel periodo dal &#039;19 al &#039;25, lo scontro è aperto per la soluzione del problema dello Stato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma anche l&#039;opportunismo ha giocato il suo ruolo controrivoluzionario nel gettare disarmata la classe operaia nella morsa della repressione borghese; ed una volta che si è specificato come esso riunisca in sé tutte le tendenze e le ideologie che hanno caratterizzato il movimento operaio fino al 1914, risulta fertile ed importante spiegarlo attraverso la caratterizzazione del fascismo. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sull&#039;altro fronte &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Distrutta dallo stesso procedere storico l&#039;illusione che il riformismo potesse raggiungere le finalità del socialismo ed avesse un senso prima della conquista del potere politico e la distruzione dell&#039;apparato di dominio della classe avversaria, diventato nelle mani dell&#039;opportunismo un metodo di azione che sfocia in una attività a solo favore dell&#039;irrobustimento dello Stato borghese, come si comporta il fascismo dal punto di vista delle riforme? Esso agisce come il vero riformismo di Stato, gradualismo di Stato, sindacalismo di Stato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I marci opportunisti odierni, ubriachi della parola &quot;riforme&quot; sotto l&#039;ala statale, fingono di ignorare che il vero movimento &quot;riformatore&quot; è stato il fascismo, nel campo sindacale e in quello politico. La tanto decantata &quot;unificazione sindacale&quot;, ovvero il formale definitivo inserimento delle organizzazioni economiche operaie nella compagine statale, proprio il fascismo la realizzò, distruggendo fisicamente, all&#039;esterno la gloriosa CGdL pur minata dall&#039;interno dai bonzi d&#039;allora; oggi, con 40 anni di ritardo è ripercorsa la stessa strada. Ancora, la &quot;riforma dello Stato&quot;, ovvero il suo irrobustimento fu opera del fascismo, condotta con la violenza contro il proletariato schiantato dall&#039;azione disgregatrice della socialdemocrazia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La stessa volontà di rendere più saldo lo strumento di dominio della classe avversaria anima oggi l&#039;opportunismo, sotto i belati ad uno Stato più &quot;giusto, morale, democratico&quot;. Gridano ad un&#039;economia malata, da risanare, al sovvenzionamento delle piccole industrie, ai capitali che non &quot;vanno in investimenti produttivi&quot;, elevano preci alla statalizzazione dell&#039;industria, panacea per vincere ogni malanno che colpisca la loro amata economia, ma proseguono in modo di gran lunga più deteriore, la stessa politica di puntellamento dello Stato borghese. Tolte le effigi nere, sostituite con quelle tricolori, hanno proseguiti fedeli alla degenerazione che ha distrutto l&#039;Internazionale Comunista sul cammino che l&#039;abbattuto regime aveva percorso e che a sua volta aveva ereditato dalla socialdemocrazia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&#039;ormai definitivamente raggiunto ambito borghese non offre loro alcuna &quot;soluzione&quot; originale: sotto le mentite spoglie delle vie nazionali al socialismo, rimane l&#039;armamentario del metodo fascista, perché la storia stessa ha sgombrato il campo alle soluzioni intermedie.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È quello fascista in definitiva il metodo più adatto e &quot;moderno&quot; per la direzione dello Stato, cioè il fascismo costituisce la giusta sovrastruttura politica del capitalismo in epoca imperialistica; si potrebbe definire il fascismo come un tipo di opportunismo diretto dallo stesso partito della borghesia contro il proletariato, anziché diretto dai partiti pseudo-operai. Riformismo, gradualismo, sindacalismo, esercitati, anziché da partiti diversi, dallo Stato in prima persona; e questo porta a dire che il fascismo è la manifestazione politica del totalitarismo statale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo sviluppo delle forze del capitale segue la direttrice irreversibile della massima concentrazione e della massima centralizzazione della sovrastruttura politica, in tal senso lo Stato, come vertice della piramide del sistema capitalistico non può essere che il totale monopolizzatore delle forze dell&#039;insieme della società capitalistica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo Stato diviene quindi l&#039;elemento polarizzatore di ogni forza e raggruppamento che si ponga l&#039;obiettivo del potere; al di fuori del campo della rivoluzione proletaria e del comunismo, soltanto l&#039;apparato di dominio della classe avversaria esiste e domina ed un segno potente è dato da tutti quei cosiddetti partiti politici, vere escrescenze degenerative che con il loro tentato assalto alla corriera, avrebbero preteso di arrovesciare i rapporti di forze gridando in parlamento &quot;Viva la rivoluzione&quot; ad altissimi stipendi. È perciò naturale che l&#039;opportunismo, in tutte le sue correnti e manifestazioni politiche e sindacali, difenda ad ogni modo la forma democratica del governo statale; non perché in essa l&#039;attività per l&#039;emancipazione del proletariato risulti più facile, ma perché è la sola che gli permetta di esistere all&#039;interno della struttura statale con una precisa funzione, la sola che gli renda possibile accederne al governo; è in questa fase che può svolgere meglio una attività a favore dello Stato, senza intaccarne le fondamenta, senza minarne i principi; è in questa fase che si rende garante con la sua influenza nelle file del proletariato che esso non si ponga come forza antagonistica organizzandosi per l&#039;attacco diretto. Una conferma di questa costante storica la possiamo vedere nei fatti passati se consideriamo che il partito fascista, fin dalle sue origini, aderiscono esponenti del sindacalismo rivoluzionario; anzi lo stesso partito socialista tentò debolmente l&#039;imbarco nel governo per salvare la faccia ad una democrazia ormai inesistente.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Abbiamo detto che il fascismo porta tutte le stigmate tipiche della socialdemocrazia; questo significa, tra l&#039;altro, che assomma le caratteristiche delle organizzazioni politiche di massa: quello che in più possiede è un&#039;organizzazione militare autonoma. La socialdemocrazia, anche la più truce e sanguinaria, nella sua battaglia contro il proletariato insorto, non l&#039;ha mai posseduta, ma ha dovuto usare quella dello Stato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Basandosi anche su questo elemento, la messa in campo di un apparato autonomo, l&#039;opportunismo spaccia lo Stato sotto il governo fascista come diverso dal vecchio Stato liberale; lo Stato &quot;fascista&quot; come dicono loro sarebbe uno Stato dittatoriale; una forma diversa di Stato, ancora, sarebbe sorto dopo la seconda guerra mondiale. Uno Stato conquistabile,democratico: il modello di lor signori in questo senso è il celeberrimo e truce &quot;Stato popolare nato dalla resistenza&quot;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È viceversa antica tesi del marxismo rivoluzionario che la natura dello Stato organo di dominio di una classe, e di una sola, non cambia, non si muta; solo è da distruggere per la sostituzione con una altra forma di Stato, che corrisponda agli interessi di un&#039;altra classe. Lo Stato della dittatura proletaria è Stato totalitario; totalitario è malgrado le laide menzogne dell&#039;opportunismo, lo Stato della borghesia, quale che sia la mano, o le mani che ne reggono il timone, ovvero sia la forma di governo democratica o fascista.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Senza volerci addentrare nella teoria marxista dello Stato, basta osservare che mentre è la stessa concentrazione delle forze produttive a richiedere una sovrastruttura politica &quot;totalitaria&quot;, è un&#039;ironia – confermante però la potenza del nostro metodo – che proprio gli assertori sfegatati dello Stato bilaterale, conquistabile, sotto la vernice demagogica siano anch&#039;essi dei feroci statolatri, tutto vedano risolto nello Stato, sintetizzatore, nelle loro dementi intenzioni, del contrasto storico capitalismo proletariato. È paradossale, ma soltanto formalmente, che l&#039;opportunismo abbia in definitiva come obiettivo storico una forma mascherata di corporativismo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tutte le teorizzazioni odierne dei partiti stalinisti nell&#039;area occidentale, e l&#039;azione che quotidianamente svolgono, mirano appunto a questo. Cos&#039;altro sono in definitiva i &quot;compromessi storici&quot;, le &quot;vie nazionali al socialismo&quot; se non il sanzionamento, nei fatti, anche se a parole se ne fanno i più strenui paladini, della liquidazione d&#039;ogni dinamica parlamentare? Nell&#039;abbraccio della Grosse Koalition sparisce ogni dialettica democratica opposizione-maggioranza, anche se tutto questo viene chiamato da costoro &quot;sviluppo ad un gradino più alto della democrazia&quot;, e dovrebbe costituire un passo ulteriore verso il socialismo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sul termine &quot;sviluppo&quot; si può anche concordare, solo si precisi che è l&#039;ultimo sviluppo della democrazia: quello della sua morte, come metodo di governo; i vari compromessi storici, nelle forme particolari che le condizioni nazionali dettano, sono l&#039;epigrafe sulla tomba di questo cadavere. Di pari passo, sul piano ideologico, si assiste – ed a volte anche con un certo divertimento, data la miseria intellettuale, l&#039;imbarazzato dilettantismo di queste ponzate – a teorizzazioni sempre più accentuate della dissoluzione del corpo sociale della classe operaia, passata da &quot;forza egemone nel blocco nazionale&quot;, sostituzione gramsciana della formula della &quot;dittatura del proletariato&quot; sulla falsariga dei fronti unici, governi operai, governi operai e contadini, all&#039;odierno &quot;blocco storico&quot; secondo il quale la classe operaia perde anche la funzione &quot;egemone&quot; che pure Gramsci le destinava, per trovarsi gruppo statistico di individui in una specifica posizione nel processo produttivo, accanto ad altri strati, ad essi equivalente come &quot;peso&quot; sociale, ai cui interessi ha da spiegarsi ove l&#039;economia nazionale o regioni elettorali lo impongono.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La democrazia &quot;si sviluppa&quot;, il proletariato affonda; come avanzata verso il socialismo non c&#039;è male.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Del resto non rimane loro gran ché da inventare; la vecchia formula democratica, ripetiamo è morta col tramonto del liberalismo dopo la prima guerra mondiale, le attuali democrazie nulla più avendo a che vedere, se non per aspetti fallaci esteriori, con la democrazia liberale. In questo senso noi comunisti diciamo che il fascismo, sconfitto alla scala militare non da movimento di classe – come vogliono farci intendere costoro, – ma delle &quot;democrazie&quot; che allora essi chiamarono progressiste, ironia dei nomi!, ha vinto in tutto il mondo alla scala sociale come sistema per la conduzione statale. Scomparso nelle sue forme esteriori, scomparsa la sua milizia armata, passate nelle mani del braccio armato statale i &quot;santi manganelli&quot; scomparso nella caratteristica di partito unico, ha continuato a vivere e prosperare in una forma che non aveva più nulla in comune se non il nome, con la democrazia dei parlamenti borghesi, ma a cui hanno dato tutto l&#039;appoggio i traditori di una fulgida storia di battaglia proletarie mistificandola nel seno della classe operaia come la prima tappa, la premessa indispensabile della strada verso il socialismo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il primo provvedimento che in Italia il governo di coalizione prese, fu la restaurazione del dissolto esercito nazionale, per lanciarlo non in una lotta contro l&#039;internazionale nemico borghese ma per la continuazione di una guerra tra capitalismi che da 4 anni martirizzava l&#039;umanità intera. L&#039;irrobustimento poliziesco dello Stato fu immediato, non appena le funzioni statali passarono dalle mani delle truppe di occupazione anglo-americana (eccellente strumento di repressione antiproletaria, che suppliva assai bene uno Stato italiano &quot;momentaneamente assente)&quot; a quelle del governo di coalizione nazionale, quando i comandi alleati compresero che potevano fidarsi di tale organismo, il cui primo esordio fu un atto di subordinazione nei confronti del capitalismo internazionale. E la ricostruzione dei sindacati cosiddetti di classe avvenne su provvedimenti che negavano alla classe operaia ogni lotta che non fosse compatibile col piano di ricostruzione nazionale – prima ricostruire, poi rivendicare – quasi si trattasse di costruire il socialismo dopo la rivoluzione proletaria.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E ancora la più terribile vergognosa lotta indicata agli operai, per la repubblica contro la monarchia &quot;che aveva portato allo sfacelo l&#039;Italia&quot;, per dare una vernice di nuovo e di sopportabile al sistema parlamentare rinverdendo un metodo che già nel &#039;19 aveva minato l&#039;azione rivoluzionaria proletaria: negazione assoluta della distruzione dello Stato capitalistico, conquista legale del potere col solo metodo parlamentare, negazione della difesa economica del proletariato legata alla lotta politica per la conquista del potere. È proprio questo il programma della piccola borghesia, delle aristocrazie operaie che è stato imposto dai partiti traditori al proletariato, reduce da quella sconfitta terribile che fu la distruzione dall&#039;interno del suo partito unico internazionale prima, e dalla spietata azione repressiva della borghesia poi, fiaccato nel secondo massacro imperialista. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Vittoria teorica del marxismo &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Fisicamente priva della sua organizzazione di indirizzo teorico e di lotta, del suo partito, la classe operaia si è espressa per bocca dell&#039;opportunismo con ideologie, metodi d&#039;azione che non sono i suoi; ridotta a classe statistica non ha retto alla pressione fisica della piccola borghesia che ha contrabbandato nel suo seno gli interessi del capitalismo. L&#039;opportunismo è proprio il rappresentante dell&#039;ideologia di questi strati intermedi, l&#039;alleanza che esso spaccia con la piccola borghesia, è una alleanza a senso unico, è il dominio di mezze classi e forze che tendono soltanto al mantenimento dello &quot;stato di cose attuale&quot;. Oggi che si vanno nuovamente costituendo i motivi deterministici, materiali, perché il proletariato ritrovi le condizioni anche fisiche per rimettersi sulla strada della preparazione rivoluzionaria, e il mostruoso apparato produttivo capitalistico comincia ad avvisare i primi intoppi che preludono alla sua crisi generale, l&#039;eliminazione di questa terribile infezione che affossa la nostra classe è il primo obiettivo che si pone per ogni ripresa; e se all&#039;appuntamento storico che noi marxisti vediamo certezza immancabile, l&#039;opportunismo non sarà stato battuto e liquidato, il proletariato perderà ancora. Su questa strada solo la nostra organizzazione sta salda, fedele la metodo rivoluzionario del comunismo, gelosa custode delle conquiste storiche, teoriche e pratiche della III Internazionale, tesa alla ricostruzione di quella organizzazione internazionale unica che i maestri del comunismo additarono al proletariato come strumento indispensabile della sua emancipazione, il Partito Comunista Internazionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;mailto:icparty@international-communist-party.org&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;icparty@international-communist-party.org&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
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 <pubDate>Fri, 02 May 2008 12:25:50 +0200</pubDate>
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 <title>Nasce la Consulta Romana dei Comunisti</title>
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 <description>&lt;p&gt;I circa 200 compagne e compagni appartenenti a tutte le componenti comuniste di Roma riunitisi nell&#039;assemblea unitaria “veniamo da lontano, andiamo lontano” per discutere della gravissima situazione determinata dall’esito elettorale approvano la seguente mozione:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&#039;estromissione dal Parlamento della sinistra intera non ha precedenti nella storia italiana dal tardo 800 a oggi.&lt;br /&gt;
Tutti i partiti che hanno combattuto il fascismo e dato vita alla Costituzione italiana non sono più rappresentati nelle Camere.&lt;br /&gt;
Le responsabilità di questo crollo elettorale sono da attribuire al progetto, sapientemente condotto da Veltroni, di riconsegnare alla destra un potere senza precedenti in Parlamento e negli Enti locali nonché di liquidare i comunisti e le sinistre.&lt;br /&gt;
In poco tempo, infatti, il segretario del PD è riuscito non solo a riportare in auge e far vincere Berlusconi - il quale ancora nell’autunno scorso versava in una grave crisi politica – ma anche a concedere alla destra la possibilità di conquistare la Provincia e il Comune di Roma, senza dimenticare la schiacciante vittoria del Pdl in Sicilia che farà arretrare drammaticamente la lotta alla mafia.&lt;br /&gt;
Le responsabilità per questo crollo elettorale della Sinistra senza precedenti non possono essere attribuite in nessun modo ai comunisti.&lt;br /&gt;
Le colpe, al contrario, sono da attribuire a coloro i quali hanno sconfessato e rinnegato l&#039;identità comunista e con essa una difesa coerente ed efficace degli interessi dei lavoratori, dei giovani, delle donne. Finché c’è stato il PCI un tale risultato non è stato mai raggiunto, neanche ai tempi della sua fondazione e in momenti difficili della storia del nostro Paese. Anche nel 1924, nel dilagare della violenza fascista e sotto il Governo di Mussolini, il PCI guidato da Gramsci ottenne una percentuale di voti ben superiore a quella della Sinistra Arcobaleno e riuscì ad eleggere un significativo gruppo parlamentare.&lt;br /&gt;
Una seria analisi del voto smentisce chiaramente la tesi per cui a far crollare la sinistra sarebbe stato uno “smottamento” di voti dei lavoratori verso il Pdl. Al contrario emerge chiaramente che ampie fasce di proletariato non approvano le scelte di questa sinistra e hanno deciso in larga parte di astenersi o disperdere il voto.&lt;br /&gt;
L&#039;esito del voto, ancorché grave (e forse non ancora pienamente compreso in tutte le sue gravi conseguenze) ci deve far reagire fermamente attraverso il rilancio e la ripresa dell&#039;identità e degli ideali comunisti, della lotta di classe, per una politica nuova che sia espressione reale della classe operaia ed estranea alle logiche dei politicanti. Per questa via i comunisti - che in molti frangenti drammatici della nostra storia hanno mostrato senso di responsabilità e capacità di condurre battaglie vittoriose - garantiranno unità, rinnovamento e speranza di rilancio della Sinistra intera.&lt;br /&gt;
L’Assemblea lancia:&lt;br /&gt;
1. una festa della bandiera rossa con la falce e martello da svolgersi il prossimo mese di luglio.&lt;br /&gt;
2. L’istituzione di una Consulta romana dei comunisti come sede che prosegua lo spirito e il significato di questa stessa assemblea.&lt;br /&gt;
3. Fa appello a tutte le compagne e compagni d’Italia e dell’emigrazione a non abbandonarsi alla sfiducia, a reagire, unirsi e organizzarsi per rilanciare l’identità e gli ideali comunisti quale unica speranza per la salvezza della Sinistra italiana, a dar vita a consulte comuniste locali unitarie e a discutere la possibile realizzazione di una Consulta Nazionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;NON C’E’ VITTORIA NON C’E’ CONQUISTA&lt;br /&gt;
SENZA UN GRANDE PARTITO COMUNISTA!&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’Assemblea unitaria delle comuniste e comunisti romani&lt;br /&gt;
Roma, 18 aprile 2008&lt;/p&gt;
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 <pubDate>Mon, 28 Apr 2008 16:05:22 +0200</pubDate>
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 <title>1° Maggio 2008 O PREPARAZIONE RIVOLUZIONARIA O PREPARAZIONE ELETTORALE </title>
 <link>http://roma.indymedia.org/node/2519</link>
 <description>&lt;p&gt;1° Maggio 2008&lt;br /&gt;
O PREPARAZIONE RIVOLUZIONARIA&lt;br /&gt;
O PREPARAZIONE ELETTORALE &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lavoratori, compagni,&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Più di un secolo è trascorso da quando il movimento operaio dichiarò il 1° Maggio giornata internazionale di lotta dei lavoratori: dalle officine, dai luoghi di lavoro le energie proletarie tendevano all’unione del proletariato mondiale. Nel frattempo, la storia ha fatto il suo corso smentendo tutte le ideologie dei movimenti falsamente operai e riproponendo in tutta la sua attualità il significato originario del 1° Maggio: Proletari di tutti i paesi unitevi!&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’illusione di un lento e graduale sviluppo verso il socialismo attraverso le schede elettorali e le riforme è affogata nel sangue di due guerre mondiali e, oggi, nella bancarotta internazionale del capitalismo, che sotto i colpi della crisi di sovrapproduzione, che forse sarà la peggiore dal 1929, si dimostra incapace di impiegare e alimentare una parte crescente della forza lavoro, determinando il flagello del precariato, della sotto-occupazione e della disoccupazione di massa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Se la crisi economica passerà velocemente dai vecchi capitalismi ai nuovi di Cina ed India, dai paesi poveri la miseria sta sempre più debordando sui proletari dell’Occidente cosiddetto ricco, in realtà ricco solo di corruzione, inganni ed illusioni per i lavoratori. Il progressivo e difforme collasso delle economie e dei mercati, di merci e di capitali, determina la distruzione della vecchia sistemazione imperialista in un processo che porterà inevitabilmente il capitalismo al terzo macello mondiale, se non sarà la Rivoluzione ad impedirlo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Novant’anni fa la rivoluzione d’Ottobre aveva spazzato via, sperammo per sempre, tutte le menzogne e tutti gli istituti della democrazia rappresentativa, dando luminosa conferma storica che lo Stato non si conquista dall’interno, ma lo si distrugge per erigere sulle sue rovine la dittatura proletaria, negatrice di ogni libertà politica alla vinta classe sfruttatrice.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Oggi che la democrazia è ancora presentata come un sistema di governo al di sopra delle classi, il parlamento come un organismo eterno e lo Stato borghese come una struttura capace di accogliere un’autentica rappresentanza delle forze della classe proletaria, occorre ricordare le parole di Lenin del 1919: «Il Parlamento borghese, sia pure il più democratico della repubblica più democratica nella quale permanga la proprietà dei capitalisti e il loro potere, è la macchina di cui un pugno di sfruttatori si serve per schiacciare milioni di lavoratori».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel 1920 l’Internazionale Comunista dettò il motto scolpito col sangue di troppi militanti operai caduti ingannati sul fronte della guerra di classe contro la borghesia: «Il comunismo nega il parlamentarismo come forma del futuro ordine sociale. Lo nega come forma della dittatura di classe del proletariato. Nega la possibilità di una duratura conquista del parlamento; si pone il compito di distruggere il parlamentarismo». Ma per i partiti del tradimento proletario, il parlamento non solo non è da distruggere, è da tenere in piedi, caso mai crollasse, con le forze dei lavoratori e, se occorre, con il loro sangue. Per essi la democrazia non solo non è più una menzogna da denunciare e disperdere, ma un &quot;bene&quot; da proteggere. La via che essi additano ai proletari non è più quella della conquista rivoluzionaria del potere, ma quella del gradualismo riformista, nazionale e patriottico, genuflessi di fronte a quel museo degli orrori che è Montecitorio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel moderno periodo dell’imperialismo finanziario, successivo alla alla Prima Guerra mondiale, le circostanze storiche hanno portato lo Stato ad evolvere nel senso totalitario e fascista, e tutte le forze politiche del capitalismo, comprese quelle &quot;democratiche&quot;, hanno favorito e attivamente concorso a questo sbocco. I comunisti - che non sono democratici - fin dal 1919 avversano apertamente la partecipazione alle elezioni per parlamenti, consigli e costituenti borghesi. Non lo fanno alla maniera anarchica o qualunquista piccolo-borghese, ma perché ritengono che in questi organismi non sia più possibile fare opera rivoluzionaria e credono che l’azione e la preparazione elettorale sono un ostacolo alla formazione nelle classi lavoratrici della coscienza protesa verso l’instaurazione della dittatura del proletariato e il comunismo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I risultati elettorali non misurano la forza delle classi, che non è determinata dalle schede ma dalla reale capacità di organizzazione e di mobilitazione operaia, in opposizione al padronato e a tutta la classe borghese.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In Italia, in queste ultime elezioni del 14 aprile il dimagrimento elettorale del Partito Democratico e l&#039;annientamento dalla Sinistra Arcobaleno non è stata una sconfitta per il movimento operaio. I lavoratori avevano già perso, qualunque fosse il risultato delle urne: hanno perso quando non hanno potuto opporsi con un fronte generale di lotta all’attacco del Capitale alle loro condizioni di vita e di lavoro, all’aumento dello sfruttamento, alla diminuzione di salari e pensioni, ai licenziamenti. I sedicenti partiti di sinistra, anche se da diverse posizioni, si sono rifiutati e si rifiutano di organizzare la lotta operaia, per puntare, come loro tradizione collaborazionista, sul gioco elettorale. Ma è proprio con l’assoggettamento del proletariato a questo gioco, alle regole democratiche, che la borghesia raggiunge il culmine del suo potere, che è sempre dittatoriale dietro la sceneggiata della colluttazione fra partiti di destra e di sinistra.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La vittoria del fronte di destra non significa quindi una svolta particolare della politica del regime, ma è la continuazione di quella azione anti-operaia in atto da decenni, e intensificata da ultimo dal governo Prodi, con il concorso diretto di Rifondazione e della cosiddetta ‘Sinistra radicale’, e che, in politica estera, porta i nomi noti di riarmo e guerre sempre più estese e senza fine e, in politica interna, riforma dello Stato sociale, delle pensioni, del lavoro, dei salari. Ossia, in termini non ambigui: riduzione dei salari (diretto e differito), aumento dell’orario, maggiore libertà di licenziamento. Ogni governo che segua queste strade, si dichiari di ‘destra’ o di ‘sinistra’, riceverà l’appoggio della Confindustria e la benedizione della Chiesa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La stessa enfasi posta sul successo elettorale leghista serve a confondere i proletari. Il tentativo di sottomettere i lavoratori alla piccola borghesia artigiana e bottegaia del Nord, se non addirittura alla grande borghesia industriale e finanziaria che regge le file dello Stato di Roma e che in esso ha il suo comitato d’affari generale, è volto ad indebolire ulteriormente la identità della classe lavoratrice, proprio quando sarebbe più urgente un suo rafforzamento per fronteggiare il pesante attacco padronale. Dalla Lega a Rifondazione tutti sono allineati in un unico fronte antiproletario.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Con buona pace di Montezemolo, i sindacati di marca tricolore, continuatori dello spirito concertativo del sindacalismo fascista, sono oggi giunti alla tappa conclusiva del loro processo di inserimento all&#039;interno del regime capitalista, divenendo a tutti gli effetti suoi organi di controllo e di repressione della lotta di classe.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nell&#039;immediato dopoguerra si adoperarono perché il proletariato si sottomettesse alle condizioni di miseria e di fame imposte dalla ricostruzione dell’apparato produttivo nazionale sotto il pretesto di un riconquistato regime ‘democratico e antifascista’, che non sarebbe stato più roccaforte degli interessi delle classi padronali e possidenti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nella successiva fase di ripresa economica si impegnarono a tenere sotto controllo le lotte rivendicative e a deviarle nell&#039;illusione di riforme del sistema capitalistico e del &quot;potere in fabbrica&quot;, acconsentendo alla politica dei partiti staliniano e socialdemocratici che indicavano l’alleanza con i ceti medi e il successo elettorale &quot;via nazionale&quot; per la scalata al potere delle classi lavoratrici, in realtà smantellando l’idea stessa della necessità del partito, della lotta e del sindacato classista.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In seguito alla ricaduta del capitalismo nella crisi economica e nella recessione, alla metà degli anni ’70 veniva varata la &quot;politica dei sacrifici&quot; e della &quot;solidarietà nazionale&quot;. In nome dell’economia, della produttività e della competitività sui mercati del capitale nazionale bisognava rinunciare alla difesa del salario falcidiato dall’inflazione, accettare ritmi e orari più pesanti in fabbrica, cassa integrazione e licenziamenti. Tappe successive sono state l’abolizione della scala mobile (1985), l’eliminazione dell’aggancio delle pensioni alla massa salariale e dei salari all’inflazione programmata anziché a quella reale (1992), il taglio delle pensioni con il passaggio al sistema contributivo (1995), l’introduzione a tappeto di nuove forme di rapporti di lavoro precario (1997)... Fino al protocollo di luglio 2007 su &quot;Previdenza Lavoro e Competitività&quot;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nelle parole di Franco Marini, ex-sindacalista nonché ex-presidente del Senato: «Nessuno può disconoscere il ruolo di equilibrio e il comportamento responsabile tenuto in questi anni nell’interesse del paese».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Parallelamente, sul piano politico, anche i falsi partiti operai rinati nel dopoguerra, il PCI e il PSI, dopo aver condotto la classe a chinare la testa, rinunciare a se stessa e sottomettersi allo Stato, hanno finito per gettare la maschera, in una serie di scissioni e contorcimenti si sono liberati anche formalmente di una scomoda tradizione e dei simboli e omologati pienamente a tutti gli altri partiti borghesi concorrenti alle poltrone di governo e ad infinite ruberie. Compito dei comunisti, oggi, non può essere che quello di denunciare apertamente tutti questi camaleonti, siano essi bianchi, verdi, neri o, peggio ancora, travestiti di rosso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È tempo che la classe lavoratrice si opponga a tutti questi! Principale vittima del capitalismo, tanto in pace quanto in guerra, essa deve separare le sue speranze e le sue azioni dalle istituzioni della morente società del capitale. Il futuro dei lavoratori va ricercato nel passato del loro movimento: nella contrapposizione frontale al padronato per la difesa dei salari e del lavoro secondo la tradizione del sindacalismo rosso di classe. Questo inquadra nella lotta tutti i salariati indipendentemente dalle simpatie politiche, dalla razza, dalla lingua, dalla religione, superando le divisioni fomentate dal regime borghese (pubblici e privati, giovani e vecchi, precari e garantiti, occupati e disoccupati, indigeni e immigrati...). Rifiuta per principio ogni tentativo di sottomettere la lotta operaia alle compatibilità del capitale, come i codici di autoregolamentazione, la registrazione dei sindacati, il riconoscimento della rappresentatività, il voto segreto, la riscossione per delega dei contributi sindacali ed anche i cosiddetti &quot;diritti sindacali&quot; come i distacchi e le riunioni in orario di lavoro, quasi sempre forme di corruzione, intimidazione e ricatto. Per il sindacato di classe è indispensabile una organizzazione territoriale esterna ai luoghi di lavoro, nella tradizione delle Camere del lavoro, dove possano regolarmente incontrarsi le rappresentanze di fabbrica e i singoli lavoratori dispersi in piccole unità produttive per rafforzare e coordinare le iniziative. Il sindacato di classe non si fa carico di nessuna difesa dell’economia nazionale dello Stato borghese, ma si attesta sulla difesa intransigente della classe operaia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Stracciare la scheda elettorale costa poco. Invece costa molto, ma è il prezzo che si deve pagare per vincere, lavorare per il ritorno ai princìpi secolari del marxismo rivoluzionario, perché senza princìpi non c’è vita per la classe ma solo sbandamento e sottomissione ai princìpi del nemico. Né c’è possibilità di emancipazione senza l’incontro della classe con il suo partito, espressione militante del programma storico del comunismo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;mailto:icparty@international-communist-party.org&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;icparty@international-communist-party.org&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
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 <pubDate>Mon, 28 Apr 2008 14:28:55 +0200</pubDate>
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 <title>rifondazione extra</title>
 <link>http://roma.indymedia.org/node/2404</link>
 <description>&lt;p&gt;BENE, BENE...&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Intendiamoci: queste elezioni non hanno cambiato niente. Le decisioni della borghesia non vengono MAI prese per via parlamentare. Del resto basta un&#039;oscillazione di mezzo punto su qualche indicatore dell&#039;economia globalizzata per allineare agli ordini del Capitale tutti i borghesi del mondo. Da Cacciari a Cossiga, da Epifani a Fini si son tutti mostrati preoccupati per l&#039;esclusione della sinistra dal parlamento: potrebbe ritornare alla piazza. Tranquilli! Per uno scranno governativo nel tempio della chiacchiera non c&#039;è sinistro che non bombarderebbe di nuovo dieci Jugoslavie e venti Afghanistan. La piazza ideologica non ha mai disturbato l&#039;andamento del profitto. E&#039; BENE che si semplifichi un po&#039; la giungla del nemico, specie quando questi si veste di rosso. La catastrofe elettorale dei sinistri sia di monito soprattutto ai giovani, perché un posto al parlamento è l&#039;equivalente aggiornato del vecchio posto in paradiso: tu prega e spera, io faccio affari. Non è forse meglio partecipare a una &quot;comunità umana&quot; che abbia le proprie radici nella storia delle rivoluzioni e abbia  - qui, subito - una concezione del mondo opposta a quella imperante?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;1953: Il cadavere ancora cammina&lt;br /&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.quinterna.org/archivio/1952_1970/cadavere_cammina.htm&quot; title=&quot;http://www.quinterna.org/archivio/1952_1970/cadavere_cammina.htm&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;http://www.quinterna.org/archivio/1952_1970/cadavere_c...&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;1960: La concorde regia dell&#039;infessimento elettorale&lt;br /&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.avantibarbari.it/news.php?sez_id=1&amp;amp;news_id=105&quot; title=&quot;http://www.avantibarbari.it/news.php?sez_id=1&amp;amp;news_id=105&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;http://www.avantibarbari.it/news.php?sez_id=1&amp;amp;news_id=...&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
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 <pubDate>Sun, 20 Apr 2008 10:09:08 +0200</pubDate>
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 <title>L’azienda aretina per la mobilità cambia il contratto</title>
 <link>http://roma.indymedia.org/node/2063</link>
 <description>&lt;p&gt;Nelle scorse settimane i lavoratori dell’Azienda Aretina per la Mobilità hanno dato vita ad un blocco totale del servizio di trasporto per 24 ore consecutive (sulle inizialmente proclamate 48) senza cioè il rispetto delle cosiddette fasce di garanzia, in seguito al loro passaggio contrattuale in LFI ( linee ferroviarie italiane ) con la relativa perdita secca di salario — 150 euro mensili — e normativa circa orari, nastri lavorativi, riposi etc. Il tutto nel quasi totale silenzio generale al di fuori del territorio interessato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo sciopero ha visto una partecipazione massiccia dei lavoratori — circa 270 — ed un fronte unico di tutti i sindacati.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Come candidamente hanno sostenuto gli stessi confederali, in questione non era il passaggio contrattuale in sé quanto la modalità con cui è stato eseguito, cioè in modo unilaterale e senza preavviso da parte della Direzione, scavalcando gli stessi dopo i primi infruttuosi colloqui.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A quanto pare la stessa direzione avrebbe poi accettato di fare un mezzo passo indietro e cogestire tale percorso obbligato coi sindacati.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A riprova di quanto sosteniamo da tempo, il sindacato si oppone solo quando non è cooptato nelle stanze dei bottoni, e comunque in modo più formale che reale, e sempre per far sbollire la sacrosanta rabbia dei lavoratori.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ovviamente noi comunisti salutiamo con favore ogni momento di lotta dei lavoratori seppur parziale, timido e non adeguato all’attacco portato avanti dal padronato a riprova dell’estrema difficoltà odierna a muoversi anche sul solo terreno rivendicativo. La lotta dei tranvieri aretini non sarà certo l’ultima; il processo iniziato nei trasporti da almeno un decennio va verso lo smantellamento del servizio pubblico con esternalizzazioni, riduzione del salario diretto ed indiretto del personale, costante sotto-organico dello stesso, aumento delle tariffe etc. ( purtroppo nel settore specifico non si può delocalizzare all’estero…). Le grandi città come Milano, Roma o Firenze sono già all’avanguardia in questo ambito, le piccole seguiranno inevitabilmente a ruota.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nella vicina Firenze invece due aziende metalmeccaniche — Zanussi ed Electrolux — delocalizzano sul serio e lasciano senza lavoro alcune centinaia di lavoratori; anche qui vertenze separate, desolanti cortei sindacali in rassegna davanti a sindaci, prefetti e vescovi affinchè “ facciano qualcosa”. L’unica differenza è la maggior eco mediatica; ci pare proprio allo scopo di indurre la seguente riflessione tra i lavoratori “eh sì, è un mondaccio, guarda quante cose brutte possono accadere… è bene tenersi stretta senza protestare troppo la nostra propria piccola oasi di tranquillità, noi che ce l’abbiamo ancora”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I lavoratori, per ora, sembrano ancora rinchiusi nel loro orticello aziendale, prima ancora che di categoria anche quando si muovono per opporsi sul piano esclusivamente di difesa. Ma come si dice i tempi — capitalistici — stringono…&lt;/p&gt;
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 <pubDate>Mon, 24 Mar 2008 23:14:37 +0100</pubDate>
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