G8
INSIDE G8 - Mentre i grandi cenano
Mer, 29/07/2009 - 09:26Videodocumentazione dalle mobilitazioni contro il G8
Giovedì 30 luglio 2009, dalle 22.00 in poi presso l'arena "Chiringuito" del C.S.O.A. Forte Prenestino
Presentazione della video-document-azione prodotta dal MediaCamper durante le mobilitazioni contro il G8 a Roma e L'Aquila.
La serata servirà a finanziare le spese per il mediacamper.
Non odiare i media, Essilo!
Per ulteriori informazioni, visita:
http://g8.italy.indymedia.org
Perché abbiamo occupato l’Istituto Culturale Italiano di Parigi. Solidarietà ai condannati del G8 di Genova.
Sab, 21/11/2009 - 03:35Oggi, venerdì 20 novembre 2009, a Parigi, dopo una manifestazione a Place de la Republique, dove un incredibile dispositivo poliziesco era impiegato per un centinaio di persone (i poliziotti hanno letteralmente invaso la piazza, lasciando lunghe file di camionette parcheggiate all’inizio di ciascuna arteria...), abbiamo occupato l’istituto culturale italiano di Parigi. Siamo intervenuti in occasione della proiezione di un film di Pontecorvo (Ritorno ad Algeri) ed abbiamo invaso la grande sala dell’edificio per parecchie ore.
Su questa base d’azione collettiva di lotta abbiamo voluto lanciare una campagna d’informazione contro la sentenza pronunciata il 9 ottobre in appello contro dieci accusati del G8 di Genova del 2001: delle pene esorbitanti che oltrepassano ogni limite in materia di repressione della contestazione sociale. Da 8 a 10 anni di prigione per qualche vetrina rotta e per della violenza di strada.
Noi, di fronte a questa iniqua condanna, vogliamo inviare un segnale ai/alle nostri/e compagni/e italiani/e attraverso la nostra presenza in questo luogo simbolico, che, per di più, si trova ad essere direttamente parte del territorio italiano. Possiamo vedere come questa condanna, oltre ad essere assai stravagante, s’introduca in un contesto di decisioni giudiziarie e di azioni poliziesche ultrarepressive e violente in tutta Europa. Se in passato il programma dello Stato liberale fu per molto tempo ipocritamente « Tutto ciò che non è illegale è permesso», oggi è « Tutto ciò che non è espressamente autorizzato è illegale ». Le forme di conflitto, le molteplici rivolte di cui il contro-vertice di Genova è stato un momento importante devono essere soffocate con forza.
RESISTIAMO ALLA REPRESSIONE !
Assemblea generale domenica 22 novembre alle 17 al CICP
21ter Rue Voltaire, M° Rue des Boulets, Paris
Stefano Cucchi, la licenza di uccidere e il trattato di Lisbona
Mer, 04/11/2009 - 11:29L’assassinio di Stefano Cucchi è stato definito, non senza ragione, “pena di morte all’italiana”. Ma una “pena” viene in qualche modo comminata con una sentenza alla fine di un processo, persino se si tratta di un processo farsa.
L’assassinio di Stefano, invece, a essere precisi, è la “licenza di uccidere” che alcuni banditi travestiti da poliziotti o da carabinieri, con sempre maggiore frequenza, si autoattribuiscono.
Uccidono sottraendo allo Stato il monopolio punitivo, senza processo e senza sentenza, e nonostante l’ordinamento giuridico ripudi la pena di morte.
Figuriamoci cosa accadrebbe, è l’interrogativo che sorge spontaneo e sul quale tutti dovremmo riflettere, se in qualche piega dell’ordinamento, magari in maniera surrettizia, si nascondesse la previsione di poter irrogare una qualche forma di “pena di morte”, o peggio, di poter esercitare impunemente – in quanto protetti da un articolo di legge, un comma, un inciso, un allegato, un protocollo – il “diritto” di sopprimere la vita altrui, insomma cosa accadrebbe se fosse una norma a prevedere la “licenza di uccidere”.
Non meravigliatevi, ma purtroppo quella norma, quella “clausola” oggi esiste. E si trova nel fatidico Trattato di Lisbona, da ultimo approvato con referendum anche dall’Irlanda.
Ma prima di scovarla e di denunciarla (ma come ci è finita dentro il Trattato di Lisbona senza che nessuno se ne sia accorto?), affinché venga cancellata, andiamo per un attimo a ritroso nel tempo e, assieme alla fine di Stefano, ricordiamo i casi simili degli ultimi anni. I più eclatanti, o almeno quelli più noti, perché hanno avuto la “fortuna” di finire sui giornali.
Vedremo che come hanno ucciso Stefano Cucchi, così hanno fatto fuori anche “gli altri”. E allo stesso modo potrebbero eliminare chiunque, soprattutto se forti di una norma che lo preveda.
Il 14 ottobre 2007, Aldo Bianzino, 44 anni, falegname, finisce in carcere a Capanne, Perugia, per aver coltivato qualche pianta di marijuana. Pestato a morte, ne uscirà cadavere. Il processo, dopo mille difficoltà, è riuscito a partire ed è tutt’ora in corso, nonostante il pm Petrazzini avesse chiesto l’archiviazione del caso.
Il 25 settembre 2005, a Ferrara, Federico Aldrovandi, 18 anni, fermato per strada dalla polizia per un controllo, viene ammazzato a manganellate.
Il 6 luglio 2009, per l’omicidio di Federico quattro poliziotti – Monica Segatto, Paolo Forlani, Enzo Pontani, Luca Pollastri – sono stati condannati a tre anni e sei mesi di reclusione per “eccesso colposo nell’omicidio”. Grazie all’indulto del 2006, non hanno scontato un solo giorno di carcere. Dei quattro, oggi non si hanno notizie. Cos’ha fatto il ministero dell’Interno, li ha radiati, sospesi, trasferiti o premiati?
L’11 luglio 2003 viene ucciso nel carcere di Livorno, dov’era rinchiuso per un furto, Marcello Lonzi, 28 anni. Il pm Roberto Pennisi dice che Marcello è morto per infarto e chiede l’archiviazione del caso. La madre del ragazzo denuncia il pm e il caso (con l’imputazione di omicidio per due agenti penitenziari e un detenuto) viene riaperto nel 2006.
La sera del 19 marzo 1999, a Matera, Angelo Raffaele De Palo, 31 anni, viene arrestato per oltraggio a pubblico ufficiale e accompagnato in Questura, dove viene ucciso a craniate contro il muro. Per omicidio preterintenzionale l’ispettore di polizia Francesco Ambrosino viene condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione, con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Il 7 ottobre 1997, Francesco Romeo, 28 anni, viene pestato con bastoni e manganelli nel carcere di Reggio Calabria fino a perdere la vita. In un procedimento pieno di punti oscuri e di domande lasciate senza risposta, il pm Roberto Pennisi (lo stesso di Livorno) chiede l’assoluzione di 19 dei 21 imputati (agenti penitenziari) perché avrebbero reso le loro dichiarazioni in assenza dei legali.
E ora torniamo alla “licenza di uccidere” contenuta nel Trattato di Lisbona. Nel quale sono state assorbite pari pari non una, ma due norme “mortuarie”.
La prima norma “mortuaria” è l’articolo 2 della Convenzione europea sui diritti umani (CEDU) approvata dal Consiglio d’Europa nel 1950 (il Consiglio d’Europa nasce nel 1949 per promuovere la democrazia e i diritti umani, conta 47 Stati membri ed è organizzazione diversa dall’Unione Europea).
L’articolo 2 della CEDU si legge in fretta:
“Paragrafo 1. Il diritto alla vita di ciascuno sarà protetto dalla legge. Nessuno sarà intenzionalmente privato della sua vita eccetto che in esecuzione di una sentenza di un tribunale che faccia seguito a una condanna che preveda legalmente quella pena. Paragrafo 2. La privazione della vita non sarà considerata una violazione di questo articolo quando essa risulti dall’uso della forza in condizioni assolutamente necessarie:
a) In difesa di una qualunque persona soggetta a violenza illegale;
b) Al fine di eseguire un arresto legale o di prevenire la fuga di una persona legalmente detenuta;
c) Nel corso di un’azione legale intrapresa per sedare una rivolta o una insurrezione”.
E’ vero che questo articolo venne scritto sessant’anni fa, quando ancora diversi Paesi prevedevano la pena di morte nei rispettivi ordinamenti, ma è altrettanto vero che va rivisto al più presto, anche perché qui si tratta di riconoscere il potere di “privazione della vita” non al boia che esegua una sentenza, ma a chi in quel momento (un ufficiale di polizia, per esempio) giudica di essere di fronte a una rivolta o a una insurrezione – di cui tra l’altro la CEDU non fornisce alcuna nozione - e ordina di sparare. Insomma, 10, 100, 1000 possibili repliche di “Bolzaneto” e del G8 di Genova, edizione 2001.
La seconda norma “mortuaria” si trova nascosta all’interno del “memorandum esplicativo” del protocollo numero 6, poi diventato numero 11, approvato sempre dal Consiglio d’Europa nel 1983.
Quel protocollo numero 6 è stato oggi ratificato da tutti gli Stati membri del medesimo Consiglio d’Europa, eccetto la Russia. Dice l’articolo 1 (Abolizione della pena di morte) del protocollo numero 6: ”La pena di morte è abolita. Nessuno può essere condannato a tale pena, o giustiziato”.
Bene.
Però, subito dopo, c’è l’articolo 2 (Pena di morte in tempo di guerra), che dice: “Uno Stato può introdurre la pena di morte nella sua legislazione rispetto ad atti commessi in tempo di guerra o di imminente minaccia di guerra; tale pena verrà applicata solo nei casi previsti dalla legge e in accordo con le sue norme”.
Queste due “cosine” (articolo 2 della CEDU e articolo 2 del protocollo numero 6) sono un pericolosissimo cavallo di Troia per i diritti umani e per la promessa di democrazia dell’Europa unita, e vanno subito abrogati da ogni convenzione o trattato, tanto più da quelli che hanno l’aspirazione di diventare base di “costituzioni” europee.
La cosa migliore che si può dunque fare, immediatamente, dopo l’assassinio di Stefano Cucchi, è asciugarsi le lacrime, poiché gli occhi lucidi non aiutano a leggere.
Invece, se riusciremo a leggere, nonostante il profondo dolore e il grande smarrimento, potremo tener viva la vicenda di Stefano e di tutti gli altri crepati in corpo a manganellate e bastonate chiedendo a tutti i parlamentari europei di correre ai ripari e di cancellare la “licenza di uccidere” contenuta nel Trattato di Lisbona.
c'era una volta il G8
Lun, 12/10/2009 - 14:18C’era una volta il G8 di luglio.
Era il 2001 e gli otto grandi si riunivano a Genova. 8 capi di stato,
responsabili della crisi economica che sta devastando l’esistenza di
milioni di persone.
Migliaia le persone in piazza. Diverse le pratiche, unite nei contenuti.
Poi le cariche indiscriminate, gli abusi di potere, i pestaggi,
l’omicidio di Carlo. Un ragazzo che ha reagito alla violenza della
polizia, del potere, del capitale, della vita. Carlo, un ragazzo che fino
alla fine è rimasto davanti. E poi ancora l’irruzione, le false molotov,
la mattanza della scuola Diaz.
Oggi, ottobre 2009 ci svegliamo così: “Blitz alla scuola Diaz, De
Gennaro e Mortola assolti per non aver commesso il fatto. L'ex capo della
Polizia Gianni De Gennaro e l'ex dirigente della Digos di Genova Spartaco
Mortola accusati di aver indotto alla falsa testimonianza l'ex questore di
Genova FrancescoColucci in riferimento all'irruzione della Polizia nella
scuola Diaz durante il G8 del 2001.”
Dopo pochi giorni le condanne in appello ai manifestanti, accusati di
devastazione e saccheggio per le giornate di Genova: condanne confermate
per 10 persone dei 25 imputati al processo, ma pene aumentate anche di 5
anni! Parliamo di condanne da 10 a 15 anni per dei danni fatti a merci,
vetrine, proprietà private… Il reato di devastazione e saccheggio, come
quello di rapina, spesso usati anche per colpire i movimenti sociali, sono
nei fatti equiparati dalla giurisprudenza a un omicidio, uno stupro, un
rapimento. E in particolare questa sentenza appare per quello che è:
vendetta di Stato.
Noi non dimentichiamo.
C’era una volta il G8 di luglio.
2009. Molto è cambiato nella società, nel movimento.
Ma c’erano una volta ancora 8 capi di stato, responsabili della crisi
economica che sta devastando l’esistenza di milioni di persone.
Questi otto grandi scelsero di incontrarsi per decidere le sorti del mondo
proprio all’Aquila distrutta dal terremoto, banchettando alla mensa di
Berlusconi, alla faccia delle migliaia di persone nelle tende e dei 307
morti, sotto le macerie del terremoto. Nell’Italia ormai assopita da
un’informazione annichilita dal potere, tutto fu dipinto come un grande
successo mentre la gente, preoccupata di come arrivare alla fine del mese,
guardò con la coda dell’occhio le immagini del gran galà globale
scorrere sugli schermi. Il G8 della crisi. Ma qualcuno, anche stavolta,
disse no.
Un movimento di persone, di precari, studenti, senza casa, migranti che in
quei giorni si mobilitò in tutto il paese per dire no al G8 della crisi.
Bloccando le strade, le università, manifestando nelle piazze, nei porti,
davanti ai Cie lager di questo paese, portando la loro solidarietà alla
gente abruzzese, che nulla ha ricevuto da questo consesso mondiale, se non
ulteriori disagi.
Il 7 luglio 2009, giorno prima della partenza del vertice, Roma iniziava i
preparativi per dare il “benvenuto” ai grandi della terra. Una giornata
di azioni e blocchi per disturbare la metropoli produttiva, costruita in
rete e in maniera pubblica dai movimenti cittadini, riuniti nella ReteNOG8.
La manifestazione che si mosse da uno stabile occupato di Roma TRE per le
strade di Testaccio la mattina, venne caricata pesantemente dalle forze
dell’ordine e più di 30 persone vennero fermate nei rastrellamenti e
nella caccia all’uomo delle ore successive.
Il potere difendeva ancora una volta se stesso con un dispositivo
repressivo sproporzionato, violento, mirato. 8 compagni e compagne,
italiani ed internazionali, rimasero in carcere fino alla fine del G8.
Le misure cautelari contro 4 di questi compagni e compagne sono continuate
in questi mesi.
Sono tre mesi che per uno c’è l’obbligo di firma, tutti i giorni. Lo
si dipinge infatti agli atti come il capo, un leader, tra i
“responsabili” dei fatti della mattina a Testaccio. Si descrive Acrobax
come lo spazio che raccoglie l’ala radicale del movimento,
sostanzialmente rappresentato da un gruppo ben preciso costituito da alcuni
compagni che vengono indicati agli atti come la regia dell’organizzazione
delle mobilitazioni più radicali che nei mesi avrebbero “preso le
distanze dagli antagonisti considerati troppo moderati”. “Dividi et
impera”, un copione già visto nella meta-narrazione dei movimenti
sociali che da diversi anni a questa parte viene costruita meticolosamente
da uffici politici della polizia e dei carabinieri e dalle Procure di mezza
Italia.
Dopo Genova 2001 partì il processo per il Sud Ribelle, un’accusa di
associazione sovversiva che si risolse in una bolla di sapone, dopo anni di
linciaggi giudiziari e mediatici. Altri processi per associazione si sono
susseguiti negli anni, fino all’ultima infamante accusa di racket mossa
ad attivisti e attiviste dell’ex-scuola occupata 8 marzo, alla Magliana,
Roma. Bolle di sapone.
Perché i Movimenti non sono associazioni a delinquere o sovversive o a
scopo di estorsione!
Sono espressione del malessere sociale, voce del dissenso, rabbia contro i
diritti negati, voglia di costruire un’alternativa. Autorganizzati in
maniera pubblica e assembleare, in grado di costruire dal basso la nostra
contro-informazione, distruttivi e costruttivi nei contenuti e nelle
pratiche che, nelle differenze, portiamo avanti. E soprattutto chi fa
movimento non ha capi o gruppi dirigenti!
Siamo parte degli scioperi, animiamo i cortei, blocchiamo le strade,
boicottiamo i produttori di morte, promuoviamo azioni pubbliche di
denuncia, saliamo sui tetti… Insieme, in rete, per difendere e rilanciare
le nostre idee, i nostri sogni, i nostri bisogni.
Ancora una volta abbiamo davanti la dimostrazione che in questo paese di
nani e ballerine, di mafiosi e palazzinari che la fanno da padrone, si
vuole azzerare ogni forma di dissenso, si vuole colpire chi ha l’unica
colpa di voler cambiare lo stato delle cose presenti, chi non si volta
dall’altra parte facendo finta che vada tutto bene, in un mondo nel quale
invece le libertà e i diritti fondamentali vengono continuamente negati.
Oggi, ottobre, a quasi tre mesi di distanza dall’ultimo G8 italiano,
arriva quella che si potrebbe considerare quasi una buona notizia: gli
obblighi di firma vengono ridotti ad un solo giorno a settimana per tutti e
tutte.
A chi ci vorrebbe sconfitti battere la ritirata, noi diciamo che
continueremo ad essere in prima fila contro i responsabili della crisi,
contro chi sgombera le case occupate e gli spazi liberati di questa città,
al fianco dei migranti, dei precari e dei disoccupati come noi, al fianco
di chi, come 8 anni fa a Genova, crede ancora che il mondo possa essere
migliore.
Le lotte sociali non si arrestano!
E in ogni caso nessun rimorso!
[genova] processo d'appello a 25 compagn* - aggiornamento ore 12
Ven, 09/10/2009 - 11:00GENOVA, 9 OTT - Si sono chiusi in camera di consiglio i giudicI della Corte d'appello di Genova impegnati nel processo che vede imputati 25 dimostranti accusati di devastazione e saccheggio durante le manifestazioni del G8 di Genova del luglio 2001. La sentenza è attesa in tarda mattinata. Il sostituto procuratore generale Ezio Castaldi il 4 giugno scorso aveva chiesto pene per complessivi 225 anni di carcere, la stessa richiesta che era stata formulata in primo grado dai pm Anna Canepa e Andrea Canciani. Il tribunale condannò 24 imputati per complessivi 108 di reclusione. Una sola imputata, Nadia Sanna, fu assolta per non aver commesso il fatto. I pm avevano contestato a tutti il reato di devastazione e saccheggio ma l'accusa è rimasta per sole 10 delle persone condannate per le quali erano comunque previsti tre anni di condono
Gli intoccabili del G8
Gio, 08/10/2009 - 07:20
Il 21 luglio 2001, il G8 di Genova si era già tinto di sangue. Il giorno precedente Carlo Giuliani era stato ucciso con un colpo di pistola esploso dall’arma di ordinanza del carabiniere Mario Placanica, in piazza Alimonda. La città e il movimento di protesta No-global erano sotto shock, ma quella che poco dopo fu definita, con le parole di Amnesty International “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”, era solo agli inizi. Proprio la notte del 21 luglio, la polizia decide di fare irruzione nella scuola Diaz, inizialmente sede del media-center del Genoa Social Forum e poi, a seguito dell’allagamento per pioggia dello Stadio Carlini, adibito a dormitorio per i manifestanti giunti a Genova da tutta l’Europa. I fermati furono 93, i feriti accertati 66.
Da quel momento in poi la storia ha due versioni: quella ufficiale della polizia e quella ufficiosa dei testimoni presenti in loco che, sbigottiti, vedevano uscire dal portone d’ingesso sempre più barelle. L’unica certezza è nelle immagini e nei filmati che ritraggono spaventose chiazze di sangue sui muri e sui pavimenti di quella che più che una scuola sembrava, secondo il giudizio di Michelangelo Fournier all’epoca vice-comandante del settimo nucleo sperimentale di Roma, “una macelleria messicana”.
Se un anno fa la prima sezione penale del Tribunale di Genova, dopo duecento udienze e quattro anni di processo, condannò 13 dei 39 imputati appartenenti in vario grado alle forze dell’ordine, ieri lo stesso tribunale ha assolto dopo un solo quarto d’ora di camera di consiglio, l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro e l’ex dirigente Digos Spartaco Mortola dall’accusa di aver indotto a falsa testimonianza l’ex questore di Genova Francesco Colucci, proprio nel processo per i fatti di violenza avvenuti alla Diaz. L'indagine-stralcio è nata infatti da un interrogatorio di Colucci che inizialmente ammise un coinvolgimento indiretto dell'ex capo della Polizia nei fatti della Diaz a causa della presenza sul posto di Roberto Sgalla, allora responsabile delle pubbliche relazioni della Polizia. Ma in seguito, durante il dibattimento, Colucci ritrattò la sua versione rettificando sul fatto che De Gennaro fosse a conoscenza delle violenze avvenuti nel plesso scolastico.
In base a queste incongruenze, lo scorso luglio i pm genovesi Enrico Zucchi e Francesco Cardona Albini avevano chiesto due anni di reclusione per l’attuale capo del DIS (Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza) De Gennaro e un anno e quattro mesi per Mortola, oggi questore vicario di Torino. Secondo il giudizio di primo grado quindi, la retromarcia di Colucci non è un fatto ascrivibile alle pressioni dei due dirigenti e l’intercettazione messa agli atti come prova principe non è indicativa della condotta di De Gennaro, quanto piuttosto di quella di Colucci, ormai l’unico rimasto a giudizio dopo la scelta del rito ordinario anziché quello abbreviato, per cui invece hanno optato i suoi diretti superiori.
Proprio in quell’intercettazione, registrata tra la prima e la seconda deposizione dell’ex questore di Genova, Colucci chiamava Mortola dicendo: “Ho parlato con il capo. Devo fare marcia indietro, anche per dare una mano ai colleghi”. Che il “capo” in questione fosse l’allora capo della Polizia resta un dubbio più che legittimo: come spiega l’avvocato del Genoa Legal Forum, Laura Tartarini, “come si può pensare che sia colpevole chi fa una falsa testimonianza e non chi lo induce a farla?”.
Heidi Giuliani non si stupisce degli esiti del processo: “De Gennaro fa parte della categoria degli intoccabili del nostro paese. Dopo i fatti i di Genova ha avuto una carriera sfolgorante, quindi non ho nessuno stupore davanti a una sentenza di assoluzione. La battaglia per ottenere giustizia sui fatti di Genova è stata una battaglia persa fin dal primo giorno”, ha aggiunto la madre di Carlo.
Per il pm Enrico Zucca però, “Un appello per la sentenza di oggi non è per niente scontato. Mai come in questo caso - ha aggiunto Zucca - tutto è legato alla motivazione. Qui le premesse del giudice sembrano essere corrette. Perché dovrebbe aver accettato l’impostazione della Procura. Ci sembra che ci siano buoni presupposti giuridici”.
Nei prossimi giorni, i due titolari dell’inchiesta vedranno come il Gup Silvia Carpanini ha interpretato gli elementi raccolti durante le indagini, visto che ha indicato le intercettazioni tra le fonti di prova: per i pubblici ministeri, infatti, la posizione di De Gennaro apparirebbe “più limpida”, in quanto l’attuale capo della Dis non è mai stato intercettato direttamente.
Nell’attesa di ulteriori sviluppi giuridici, la compagine politica plaude in maniera bipartisan a questa versione della giustizia mentre l’opinione pubblica si spacca proprio sull’esito del processo: se per molti questa è l’ennesima conferma di un piano di assoluzione generale per gli architetti delle giornate di Genova, per altrettanti la sentenza di ieri non è sindacabile sulla base del colore politico degli imputati.
Quello che, a distanza di otto anni, pare però certo e inconfutabile è che da qualche anfratto delle stanze dei bottoni arrivò un ordine ben preciso: il movimento No-global doveva essere intimorito e respinto conseguentemente dalla scena politica. Che quest’ordine sia stato interpretato in modo autonomo da ogni funzionario presente è una realtà agli atti processuali, che l’impatto di questa operazione abbia praticamente resettato una fetta del dibattito politico, è invece un assunto che in molti faticano ancora a comprendere.
G8 Genova, assolti De Gennaro e Mortola « Repubblica.it
Mer, 07/10/2009 - 10:00GENOVA - Assolti per non aver commesso il fatto l'ex capo della Polizia Gianni De Gennaro e l'ex dirigente della Digos di Genova Spartaco Mortola accusati di aver indotto alla falsa testimonianza l'ex questore di Genova Francesco Colucci in riferimento all'irruzione della Polizia nella scuola Diaz durante il G8 del 2001. Mentre Colucci è stato rinviato a giudizio.
L'ex capo Gianni De Gennaro non era presente alla lettura del dispositivo mentre è in aula Spartaco Mortola. Lo scorso luglio il pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini titolari dell'inchiesta avevano chiesto due anni di reclusione per De Gennaro e un anno e quattro mesi per Mortola.
Verso l'autunno, la svolta autoritaria: lettera aperta per la libertà di movimento
Gio, 03/09/2009 - 15:54Da uno degli attivisti indipendenti arrestati a Roma durante il summit degli "Otto Grandi" dello scorso luglio
Verso l'autunno, la svolta autoritaria:
lettera aperta per la libertà di movimento
Rafael Di Maio*
Q uello che sta avvenendo nell'ultimo periodo è degno di nota e di riflessione se ancora si hanno a cuore gli spazi di democrazia reale e di agibilità politica in questa piccola parte di mondo. Ancor di più dovrebbe interessare chiunque voglia ancora opporsi ed alzare la testa di fronte alla dilagante e sistematica svolta autoritaria intrapresa dal nostro paese negli ultimi anni.
Scriviamo dalla condizione imposta della custodia cautelare che ha colpito noi dopo gli arresti e le carcerazioni durante le contestazione del G8 della crisi tenutosi in Italia nello scorso luglio e che ancora ci obbliga alla firma quotidiana. Un G8 2009 di repressione preventiva, gogna mediatica e carcere duro che ha colpito tutti coloro che vi si sono opposti con diverse pratiche e molteplici percorsi e che hanno animato i movimenti sociali contro la crisi che il senato globale neoliberista ha provocato e determinato nei primi scorci del nuovo millennio.
Quello che abbiamo assaggiato a luglio è ciò che si prepara per i movimenti sociali nel prossimo autunno. Un trattamento particolare già avviato da tempo dentro quel generale laboratorio repressivo che i poteri dello Stato e dei centri di comando hanno inteso attuare all'interno di una profonda svolta autoritaria, cresciuta culturalmente e sedimentata, particolarmente in Italia, all'ombra della crisi economica che da qualche anno in forma epocale travolge e ri-significa lo spazio politico ed il tempo economico. All'interno della dimensione globale e post/statuale si va costituendo ovviamente anche in Italia la forma dell'eccezionalità sulla norma, nel senso specifico della sospensione dell'ordinamento che la sorregge, trasformando in prassi consolidata la gestione autoritaria della crisi economica e sociale. Nella crisi economica a cui corrisponde la crisi della politica e della sua rappresentanza formale, prende forma la crisi della cittadinanza e dei suoi fondamentali diritti.
La penalizzazione delle lotte sociali, dell'agibilità politica dei movimenti indipendenti, il bavaglio mediatico imposto alle opposizioni, il controllo poliziesco sugli attivisti, significano molto di più e rappresentano un tratto ancor più inquietante se considerati all'interno del contesto politico e sociale più generale nel quale si ascrivono. Dalle manifestazioni contro il Global Forum di Napoli nel 2001, tanto per prendere una data significativa nella storia recente delle lotte contro la globalizzazione neoliberista, la repressione sta colpendo ampi settori sociali, dai lavoratori in sciopero con migliaia di precettazioni, dalle cariche della polizia sui blocchi stradali di cassaintegrati e disoccupati agli sgomberi e agli sfratti delle case (e giù botte agli occupanti alle loro manifestazioni, distribuendo obblighi di firma, come fossero caramelle). E ancora, dal sovraffollamento delle carceri, di cui la stragrande maggioranza della popolazione è ancora in attesa di giudizio all'applicazione infame del pacchetto sicurezza e delle leggi razziste che, con gli illegali e famigerati Cie, contribuiscono a rendere nauseabondo il clima che questo governo ci vuole far respirare. E poi la repressione sugli studenti, sui comitati territoriali contro le grandi opere e le speculazioni, sugli ultras, assunti già da diversi anni come cavie sociali nel grande laboratorio della repressione. Insomma, alle carcerazioni preventive per il G8 dell'università a Torino, Napoli e Padova e per quelle attuate a Roma nel giorno dell'accoglienza ai grandi della terra, si arriva solo dopo una lunga ed interminabile trafila di episodi e storie di quotidiana repressione ed intimidazione del dissenso e dell'opposizione sociale, che si stanno succedendo costantemente e che con la riforma del processo penale ipotizzato dal governo si moltiplicheranno a dismisura.
Urge quindi una presa di parola. Urgono spazi di confronto e di discussione. Oltre l'indignazione è necessaria l'attivazione, il protagonismo sociale. E necessario aprire una vasta ed ampia campagna informativa che quantifichi la dimensione del processo autoritario in corso e ne denunci le condizioni, i metodi e le responsabilità politiche. E' altrettanto necessaria una campagna comunicativa, una manifestazione dislocata e nazionale che dia voce alla libertà di opporsi e di resistere, alla libertà di vivere e di non sopravvivere, al diritto naturale e profondamente radicato nell'uomo di pensare liberamente e di lottare per la condivisione dei beni comuni.
Infine, è necessario che i movimenti a partire dalle realtà più giovani siano capaci di ristabilire le giuste connessioni per non subire passivamente la difficile stagione che attende tutti scandita dal divide et impera . In sostanza ed oltre gli slogan, è necessario e vitale difendere e rilanciare per tutte e tutti, la Libertà di Movimento.
*(tra gli arrestati a Roma durante il G8-2009)
Cosa è successo durante il G8 in Italia?
Mar, 28/07/2009 - 14:06Nelle giornate del G8 della crisi ospitato dall'Italia sono successe
molte cose che solo in parte hanno a che vedere con le relazioni
internazionali e gli assetti globali della governance neoliberista.
Quello che hanno detto al G8 dell'Aquila, sostanzialmente, è aria
fritta. Tranne un riconoscimento all'inevitabile: e cioè che altre
potenze economiche (India e Cina in testa) dovranno in futuro sedersi
intorno al tavolo per spartire la torta. Principalmente perché hanno
il coltello dalla parte del manico e poco importa se proprio questi
paesi sono tra i massimi produttori di inquinamento o se le soglie
della democrazie spno talmente basse da poter fare tranquillamente
parlare di regimi autoritari (almeno nel caso della Cina). Quello che
era il sud del mondo, come ad esempio il Brasile, è arrivato a farsi
rispettare e a temere dal nord.
Certo non è quello che intendevamo per un altro mondo possibile.
Certo non era questo che agitava le giornate di Genova e, in generale,
il movimento che si è mobilitato in tutto il mondo.
Qui, una puntualizzazione. Che il G8 sia ormai un simulacro vuoto del
potere globale neoliberista, in conclamata crisi e agonizzante nella
sua stessa governance restauratrice, dovrebbe spingerci con ancora più
forza ed incalzante opposizione a contestarlo e a degittimarlo. Come
dice un vecchio proverbio orientale: bastona il can che affoga!
Ma è chiaro e ne eravamo consapevoli, che questo discorso non avremmo
potuto condividerlo a pieno con alcune realtà di movimento e ambiti
più o meno politici. Se per un verso con la Rete romana NoG8 abbiamo
comunque provato fino in fondo a operare una verifica aperta sulla
condivisione possibile, se pure abbiamo chiesto ripetutamente di
realizzare un momento d'incontro nazionale di tutte le realtà di
movimento, se finché non ci è stato negato abbiamo cercato di porre in
cooperazione e concatenazione i diversi appuntamenti (il 4 luglio a
Vicenza, la "accoglienza ai potenti" a Roma, il Forum all'Aquila, il
corteo al termine del summit nel capoluogo abruzzese), agli effetti
pratici non ci siamo riusciti. Le risposte sono state altre. Per
alcuni ha prevalso una critica ponderata nella strumentalità della
politica, quanto forse per altri una sincera buona fede.
Certo peseranno ancora le ferite aperte di Genova, la complessità
dello scontro al quale fu chiamato quel movimento, il politicismo
delle prese di distanza con Carlo ancora caldo per terra assassinato
dalla mano armata dello Stato, con mezzo movimento il giorno dopo a
regolare i conti interni con i mostri mediatici costruiti ad arte per
alimentare psicopatie dell'autocontrollo, mentre le forze dell'ordine
compivano il massacro che conosciamo. Forse tutto questo non è stato
metabolizzato, rielaborato, interiorizzato. E lì ci siamo persi.
Ognuno col suo dolore, dentro una collettiva impotenza. Segni che
rimangono. A lungo.
Ma qui in Italia si giocava e si gioca anche un'altra partita, che è
quella di annientare ogni tipo di opposizione!
Sarà questa un'affermazione troppo forte o presuntuosa? Noi crediamo di
no.
Infatti, negli ultimi anni, l'unica reale opposizione è stata pratica
dai movimenti sociali, dalle lotte per il diritto all'abitare fino a
quelle dei disoccupati, da chi si è opposto al pacchetto sicurezza
cercando di essere al fianco dei migranti, da chi continua
ostinatamente a difendere i diritti sui posti di lavoro attraverso le
lotte di base dei sindacati, a chi reclama altrettanto ostinatamente
un reddito di cittadinanza oltre il lavoro. E ancora da chi ha
realizzato resistenze importanti per tutelare il proprio territorio o
chi si èmobilitato in Abruzzo - una delle ferite aperte della
speculazione edilizia di questo paese oltre che dell'incapacitèà di
investire nella ricerca e seguire le innovazioni tecnologiche. E' vero
che alcuni settori del sindacato confederale provano ancora a battere
segni di vita ma devono anch'essi scontrarsi con la guerra fraticida
interna ai moloch tradizionali e con un'imponente cappa mediatica e di
controllo sociale.
Sostanzialmente queste realtà, riunite sotto l'etichetta di movimenti,
sono l'unica vera opposizione sociale.
Non è un dato positivo. Non è un'affermazione di orgoglio e gloria ma
la costatazione di una situazione statica e decisamente pericolosa per
chiunque decida di alzare la testa e, in generale, per lo stato di
salute della Democrazia o quel poco ne resta.
Lo abbiamo constatato nei giorni del G8. Dopo anni si sono rivisti gli
arresti di massa, alcuni mirati e preventivi, poco giustificati, con
una sottile deviazione ideologica alle spalle. Il gioco che hanno
disegnato lo stanno mettendo in atto sulla nostra pelle: 21 arresti il
giorno prima dell'inizio delle contestazioni. Una serie di
dichiarazioni (fino a scomodare la mafia) sulle contestazioni di
Vicenza. E poi il martedì 7 luglio a Roma con arresti e cariche per
tutta la giornata dalla mattina a porta San Paolo alla sera a Termini.
La "V-Strategy", colpita quel giorno, è stata una condivisione
d'intenti di mostrare e comunicare le lotte sociali. E' stata
l'ennesimo passaggio inserito nella nostra quotidianità. Non siamo
professionisti dei controvertici, tanto meno paramilitari. Inoltre
sarebbe bello che in Italia ci fosse un po' più di rispetto per le
parole. Avevamo detto che avremmo preso parola: e l'abbiamo fatto
pubblicamente, occupando un posto all'interno dell'università dove la
parola era stata repressa (il rettore aveva fatto chiudere un'intera
facoltà per non far fare un assemblea pubblica sul G8). Avevamo detto
ch saremo stati comunicativi: ed infatti abbiamo provato a parlare
costantemente con il territorio come con i mezzi di informazione e a
produrre nostri materiali informativi. Avevamo detto che avremmo
attraversato e bloccato la circolazione in cità nei giorni del G8: ed
è quanto abbiamo cercato di fare.
Quello che abbiamo detto, raccontato e ribadito lo ripetiamo ancora
una volta. Un corteo non autorizzato e determinato si è mosso
dall'università di Roma3 fino alla metro Piramide. Lì stato caricato
una prima volta, nonostante la nostra esplicita dichiarazione di voler
solo arrivare alla Sapienza con la metro per partecipare alla protesta
indetta contro gli arresti ad orologeria del giorno precedente;
questo, dopo aver bloccato il traffico per complicare la vita alle
delegazioni del G8 - cosa per altro ampiamente annunciata dalla rete
cittadina NoG8 - come avevamo fatto. A quel punto il nostro
concentramento a Piramide viene caricato altre tre volte da diversi
punti della piazza, con i blindati della finanza a fare da apripista,
coadiuvati da polizia e carabinieri in assetto da guerra. Ci sono
stati gli insulti e le urla della Digos. Tutto si è concluso con la
caccia all'uomo che ha portato al fermo di 36 persone e per 10 di loro
al successivo arresto con detenzione, per alcuni, in isolamento e
carcere duro.
E che cosa è successo? Praticamente nulla. A Roma si sono viste
situazioni ben più tese, senza che si scatenasse tale brutalità. Ci
hanno provato subito con il gioco del Black Bloc, dei teppisti che
distruggono tutto e mettono a ferro e fuoco la città. Ma le immagini
questa volta li fregano. Pur passando davanti a sei istituti banacari
non si èvisto nemmeno un seppur legittimo segno o segnale di azione
diretta. L'obiettivo era bloccare le strade, ed è quello che abbiamo
fatto. Si vede effettivamente qualche secchione messo in mezzo alla
strada per rallentare le cariche fatte con i blindati ad alta velocità
e per mostrare che si stava indietreggiando; si vede un corteo prima
compatto, poi disperso, che indietreggia tentando di mantenere la
calma più per le forze dell'ordine che per tutto il resto e che riesce
poi anche ricompattarsi attestandosi davanti all'info-point occupato
nella facoltà di Architettura di Roma3, quando ormai i primi arresti,
più preventivi che altro, erano già stati fatti. E qui il
video-denuncia di Indymedia testimonia la nostra ricostruzione e il
successivo triste epilogo che viene documentato.
Allora, le questure evidentemente seguono indicazioni. I solerti
agenti si allineano agli umori minesteriali (e non) più intransigenti
che sono quelli che poi scrivono (e applicano) leggi razziste. E si
prepara ancora una volta un vestito, consumato e liso, in cui i
sovversivi sono pronti ad incendiare le polveri.
Il punto in questo caso però qual'è?
Ricapitoliamo; c'è poca opposizione, il maggiore partito che dovrebbe
essere il maggiore di opposizione versa invece in coma profondo, il
capo del governo detiene la maggioranza dei mezzi di informazione. Ma
allora di che cosa hanno paura? Hanno paura, per caso, di quello che
verrà? Di un malumore serpeggiante dovuto alla crisi? Dovuto alla
mancanza endemica di denaro e ad una soffocante incertezza per il
futuro?
A settembre la crisi si paleserà in maniera brutale. La Confindustria
lo sta dicendo da mesi e sta chiedendo a gran voce provvedimenti
sociali, non perché si sia spostata su posizioni politicamente diverse
dalle solite ma perché anche i padroni leggono la situazione ed
interpretano la fase attuale.
Forse di questo hanno paura! Che qualcuno gridi troppo forte che il re
è nudo,che il potere dell'autogoverno è nelle nostre mani e che la
crisi, tutta politica, potrebbe divenire la loro.
Se ci volevano far capire che costruire quotidianamente un mondo
migliore e necessario diviene un crimine... beh, ci sono riusciti.
Ma se pensano che un governo, coerentemente con la propria natura,
padronale ed autoritario, corroto e moralista, possa accusare noi di
essere gli illegali e se pensano che ci possono fermare ed intimidire
con la galera e la repressione, se pensano con questa minaccia di
distrarre tutte le nostre energie dall'analisi dei nostri limiti
necessaria a procedere nella lotta... beh, su questo si sbagliano di
grosso.
Le eresie sono state sempre bruciate in pubblica piazza. Spesso anche
col plauso popolare, per poi divenire - e questo non sempre ma spesso
nella storia - bene comune e pratica quotidiana.
Sarà la Storia che giudicherà!
(almeno fatevi prendere un po' per il culo...)
Nel frattempo ricordiamo che i nostri compagni di Roma e Napoli
insieme ai 21 arrestati pe i fatti di Torino, anch'essi per fortuna
scarcerati, sono ancora sotto regime di misure cautelari con l'obbligo
di firma una volta al giorno. Per loro e per tutti coloro che sono
privati della loro libertà, leviamo un grido unito e solidale: LIBERE
TUTTE LIBERI TUTTI!
Indipendenti nella V-Strategy, Roma, Italia, Luglio 2009
Giuliano Santoro (a cura di), Il ritorno dell'Impero e le lotte per il comune. Un'intervista con Michael Hardt
Lun, 27/07/2009 - 09:42Un'intervista con Michael Hardt
Il ritorno dell'Impero e le lotte per il comune
Il G.8 e Obama, le moltitudini e la crisi: che cosa è cambiato? Che cosa cambierà?
21 / 7 / 2009
intervista a cura di Giuliano Santoro
Michael Hardt ha 49 anni e insegna alla Duke University, nel North Carolina. Lo intervistiamo mentre a dato alle stampe «Commonwealth», il terzo capitolo dell'opera che ha cominciato nel 2000 insieme a Toni Negri con «Impero» [pubblicato in Italia nell'autunno del 2001, solo qualche settimana dopo il luglio del G8 genovese] e che è proseguita con «Moltitudine». Adesso il G8 torna in Italia ed è un'occasione per discutere del «nuovo ordine mondiale» e dei cambiamenti di questi anni.
«Tutto ciò che avevamo visto nel periodo del movimento di Genova e di quello globale, cioè la costruzione di un nuovo ordine mondiale con nuove forme di organizzazione reticolare, oggi funziona a pieno regime – ci dice Michael - In questi anni, dopo Genova e l'11 settembre, ci sono stati momenti in cui poteva sembrare che gli Stati uniti erano davvero capaci di gestire il mondo secondo lo schema dell'imperialismo, in maniera unilaterale. La guerra in Iraq, ad esempio, era concepita dagli architetti della Casa bianca come una dimostrazione dell'esistenza di un ordine mondiale che andava contro l'ipotesi che avevamo descritto con Toni in 'Impero' e che aveva descritto il movimento in generale. Volevamo sottolineare che il nemico non era più uno stato-nazione. Ci opponevamo invece a tanti stati più le istituzioni sovranazionali come il Fondo monetario internazionale o il G8, oltre ovviamente ai grandi capitalisti. Si trattava di una rete di collaborazione in formazione, con diversi poteri di diversi tipi e con diverse gerarchie tra loro. Il fallimento dell'operazione unilateralista di George W.Bush non è solo militare. È anche economico e politico. È stato il fallimento dell'imperalismo. Per questo non ci troviamo allo stesso punto di otto anni fa, ma abbiamo la stessa necessità di capire il nuovo ordine in formazione, che corrisponde all'Impero. Il termine non m'importa molto, m'interessa il concetto. Mi interessa capire i lineamenti e la forma di questo nuovo potere. Il nostro compito, quindi, è ancora quello degli anni di Genova. Dobbiamo capire qual è il nostro nemico, analizzare il potere che si sta formando, trovare i modi per confrontarci con esso e gestire una resistenza efficace. Scrivendo 'Impero' ritenevamo che l'antiamericanismo tradizionale non fosse più adeguato al livello delle dominazioni mondiali. Questo fatto oggi è evidente a tutti».
Quando uscì «Impero» dovreste confrontarvi con due critiche, soprattutto. La prima proveniva dai marxisti più ortodossi, che vi accusavano di negare l'esistenza dell'imperialismo tradizionale. La seconda, molto più acuta, sosteneva che la vostra teoria rischiava di cadere, come aveva fatto il marxismo storicista, in una concezione lineare e progressiva del tempo. Rischiavate di ripetere lo schema secondo cui l'accumularsi delle contraddizioni cresce col tempo e porta necessariamente il capitalismo al collasso. Negli anni successivi avete sventato questa trappola teorica incrociando i vostri studi con i pensatori del sud del mondo e con l'archivio degli studi postcoloniali.
Le lotte anticoloniali e gli studi postcoloniali hanno il merito di analizzare il potere che viene dopo il colonialismo ma mantiene ancora forme di dominazione molto forti. Riconosco il pericolo di cadere in una nozione del progresso automatica, secondo cui il capitale stesso automaticamente sviluppa alternative economiche e sociali. La storia non è progressiva, è un misto di diversi tempi. Penso però che bisogna mantenere un'idea di progresso come esito delle lotte. Abbiamo una tradizione di lotte per la libertà, per la democrazia, per l'uguaglianza. Non stiamo parlando di una teleologia astratta, della «marcia di libertà della storia», come diceva Hegel, che si sviluppa oggettivamente. Tuttavia, dobbiamo riconoscere una marcia di libertà che viene da un'accumulazione di lotte, che costruiscono una specie di teleologia materiale.
Ma la coesistenza di più «tempi storici» e più «modi di produzione» dentro la globalizzazione e persino dentro lo stesso territorio di cui parlano i teorici postcoloniali ci evita di cadere in semplificazioni e schematismi.
Il concetto di «moltitudine» che preferisco è proprio quello che sottolinea l'eterogeneità di cui parli. Non si tratta solo di etereogenità sociale, cioè di diversi soggetti sociali che hanno diversi bisogni, ma anche di eterogeneità di tempi e di obiettivi. Per questo la lotta per la libertà non è unica e non pone il soggetto unificato. Non c'è una sintesi di tutte le lotte. Credo che questa eterogeneità di soggettività sia importante. L'Impero da questo punto di vista è più una domanda che una risposta. Lo stesso per la moltitudine. Come si fa a concepire in questa eterogeneità di soggettività di tempi e di società, un modo di lottare comune, in cui partecipiamo insieme? È la sfida che abbiamo imparato in questi anni sia dagli studi postcoloniali che, almeno per me negli Usa, dagli studi che arrivano dagli afroamericani e dalle femministe.
In questi anni è cambiata la situazione sociale italiana ed europea. Essa fornisce indicazioni sul fatto che non necessariamente questo soggetto multiplo che voi chiamate moltitudine produca effetti positivi? L'ossessione per la «sicurezza» non indica il fatto che una società irrappresentabile in senso tradizionale a causa delle sue ricchezze e delle sue differenze non si riconosca automaticamente in uno spazio comune e possa produrre gerarchie, razzismi, violenze?
La moltitudine non è solo un concetto empirico, come le masse o la folla. Io e Toni cerchiamo di capire il concetto di moltitudine come organizzazione. Non bisogna «essere moltitudine», bisogna «fare moltitudine». Ciò che vogliamo nominare per moltitudine è un modo di organizzazione. Per questo sono d'accordo con Paolo Virno quando parla delle ambiguità della moltitudine. La folla può produrre cose mostruose, come sappiamo. Ma noi guardiamo la cosa da un altro punto di vista, non parliamo di un processo spontaneo. Il nostro concetto di moltitudine non ha nulla a che fare con l'anarchia. La moltitudine è una nuova forma di organizzazione, e in questo mi sento comunista, alternativa alla tradizione che ci arriva dai partiti. L'ambiguità della moltitudine si combatte con nuove forme di organizzazione politica. Qui ci ricolleghiamo alla questione precedente: pensare che il progresso scaturisca automaticamente dalle condizioni date è un po' come pensare che da una moltitudine che origina dalle nuove forme di lavoro nascano spontaneamente effetti positivi. È necessaria una buona dose di allenamento politico per «fare moltitudine».
Nel 2000 concludevate Impero con tre punti per un programma politico: il reddito di cittadinanza, la libera circolazione dei migranti e la riappropriazione dei mezzi di produzione, che nel caso della produzione intellettuale era inteso come lotta al copyright. Sono rivendicazioni ancora attuali?
Non erano intuizione nostre. Raccoglievamo quello che sentivamo dai movimenti e dalla gente che avevamo attorno. Ci sembrava un buon modo per concludere un libro teorico. Un lettore poteva dire? «Adesso cosa si può fare?». Tanti giornalisti ci dicevano la stessa cosa che dicevano ai movimenti: «Questi non hanno nulla da proporrre in pratica». E invece allora come oggi c'erano tantissime proposte ragionevoli. Anche dieci anni dopo, quei punti indicano un campo di lotta politica attuale che corrisponde alle idee del libro.
Se ripensiamo al 2001, l'altro cambiamento riguarda il paese in cui vivi, gli Stati uniti. Antiamericanista o no, il militante di sinistra europeo aveva una certa spocchia nei confronti dell'America. Dalle ultime elezioni europee viene fuori che il Vecchio Continente si sposta a destra. E invece gli Usa di Obama sono un laboratorio delle nuove forme della politica. Tuttavia i movimenti che hanno contribuito alle'elezione di Obama, come quello dei migranti, sono in crisi.
Non sono un sostenitore di Barack Obama, ma credo che la sua amministrazione stia facendo un'operazione molto intelligente. Stanno sperimentando una nuova possibilità politica, anche se nell'ambito tradizionale statale. Come analista politico mi interessa. Quanto ai movimenti, credo soffrano una crisi di orientamento. Fare politica nei movimenti contro Bush e la guerra era facile. Adesso il governo non è «nemico» allo stesso modo. I movimenti sono vittime di uno schema: o decidono di trattare Obama come Bush, e quindi continuano a fare quello che facevano prima, o appoggiano il governo contro la destra. Non hanno ancora scoperto altre possibilità. In senso più generale, la situazione è analoga a quella che si vive in tanti paesi con governi di sinistra dell'America latina. Certamente, Obama non è di sinistra alla maniera di Chavez o Lula. Ma la situazione è simile per il fatto che i movimenti non hanno capito come attraversare quest'empasse, l'alternativa tra resistenza o appoggio. Per questo, i movimenti statunitensi possono imparare molto da movimenti latinamericani. In Bolivia e Brasile ci sono diversi esempi di movimenti che vanno oltre l'empasse del governo di sinistra. Questo non è un momento di grandi numeri e grandi attività per i movimenti statunitensi, invece ci sarebbe la possibilità di fare molte cose. Non siamo più costretti a combattere le idiozie di Bush come la tortura o l'unilateralismo. Possiamo fare cose molto più importanti e più belle. Non bisogna per forza scegliere tra resistenza e appoggio. Dobbiamo trovare il modo di essere contro il governo, ma in modo diverso dall'epoca Bush.
Fino a che punto Obama è cosciente del fatto che lui è frutto della crisi della rappresentanza e che deve molto ai movimenti?
Di sicuro nell'amministrazione Obama ci sono molti esponenti che vengono da una tradizione di lotte. I latinos, la lunga storia delle lotte afroamericane, persino i no global: alcuni uomini della staff di Obama non vengono dai quei movimenti ma sicuramente dall'onda di quei movimenti. Ovviamente questo non significa che continuino il lavoro di quei movimenti. Del resto, nessuno pensa che Evo Morales in Bolivia prosegua in maniera diretta l'azione dei movimenti. Il punto è scoprire come essere critici del governo.
In autunno esce negli Stati uniti il nuovo libro che hai scritto con Toni Negri. Di cosa vi occupate questa volta?
Il libro si intitola «Commonwealth», una parola che ha un doppio senso: si riferisce sia alla ricchezza comune che al governo della tradizione inglese del Seicento. Non so come potremmo rendere questo gioco in italiano, forse con «comune». È interessante che in italiano questa parola indichi anche il governo della città. Una delle cose di cui parliamo è il rapporto tra i due sensi del comune. Da un lato c'è quello che potremmo chiamare il «comune naturale», cioè la terra e tutto ciò che gli appartiene: acqua, terra e aria, tutto ciò che abbiamo e dobbiamo usare in comune. Questo è l'aspetto ecologico del comune. L'altro senso, di cui ci interessiamo di più, è il comune creato dall'attività umana, che è sempre più centrale nella produzione capitalistica: la produzione di idee, affetti, immagini, comunicazione, conoscenza. Ogni volta che questa sfera si fa proprietà privata o statale diventa meno produttiva. Ogni idea che diventa proprietà è meno produttiva, per questo la necessità del capitale di convertire il comune in proprietà distrugge la produttività stessa...
... ti interrompo solo per un chiarimento terminologico, visto che parli di «produzione». Dopo che i movimenti di questi anni hanno liberato dalle loro definizioni liberali i concetti di «libertà» e «democrazia» pensi sia il momento di riappropriarsi anche di questa parola?
Intanto voglio dire che [se ci riusciamo, ma non è scontato] dobbiamo liberare anche la parola «comunismo». Quanto alla produzione, per noi è centrale la produzione di soggettività. Ma la produzione di soggettività è centrale anche nella produzione capitalistica. Il capitalismo contemporaneo punta soprattutto a produrre rapporti sociali, affetti, idee. Sono completamente d'accordo con chi dice che si debba fermare la macchina che distrugge la terra e la vita sociale. Tuttavia, non so fino a che punto la teoria della decrescita riesca a tenere presente un concetto di produzione non industriale e non materiale.
Forse si tratta di abbandonare le pretese di unità di misura capitalistiche che ormai sono del tutto arbitrarie, a cominciare dalla pretesa di misurare il salario in ore di lavoro e la ricchezza in profitti. Quindi anche il concetto di «crescita» arbitrario. La crisi, in fondo è crisi dell'unità di misura capitalistica e del suo ultimo appiglio, la finanza. Il capitale non riesce più a contenere la vita.
Certamente. La vecchia misura capitalistica non funziona più. Ma il capitale è capace di trovare nuove unità di misura? Penso di no. Con la finanza abbiamo assistito a modi allucinanti di misurare la vita delle persone. Tuttavia, non penso che si debba semplicemente fissare una nuova unità di misura, magari più umana. Dobbiamo concepire la vita e il comune come qualcosa che non ha misura, che non è misurabile.
Del resto, la crisi economica ha mostrato quanto si intrecci il tema dei biocombustibili, che riguarda i beni comuni, con quello della speculazione finanziaria, dei mutui e delle assicurazioni, che riguardano la monetizzazione del comune, della vita e dei servizi.
La crisi impone questo confronto. È importante capire quali sono i rapporti tra le due facce del comune, quello naturale e quello artificiale, tra l'accesso all'acqua e la libera circolazione delle idee. Sono entrambi cruciali, e i legami tra di essi vanno sviluppato. In dicembre, a Copenaghen c'è il vertice sul postKyoto per i cambiamenti climatici. Quello potrebbe essere il momento di tessere meglio la relazione tra i movimenti contro il cambiamento climatico, che in generale non hanno molto sviluppato la prospettiva anticapitalistica, e quelli anticapitalistici che non hanno ancora elaborato una visione ecologista. Il tema del comune è un terreno su cui sviluppare questi conflitti. Dobbiamo occuparci del comune, di come governarlo senza distruggerlo. Dobbiamo capire come funziona il comune nella produzione capitalistica, come fondare istituzioni del comune, come costruire una società fondata né sulla proprietà privata né su quella pubblica. Si tratta di sviluppare una critica della proprietà, sia pubblica che privata, come forma del potere. Ciò che la proprietà privata è per il capitalismo e quella pubblica è per il socialismo, il comune dovrebbe essere per una nuova idea di comunismo.
4 luglio 2009 - da "Carta"
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