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Una crisi che è nata dal basso. Intervista al Prof. Toni Negri

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Giovedì 9 ottobre 2008 10:46 Una crisi che è nata dal basso.
Intervista al Prof. Toni Negri

Sulla crisi "finanziaria" globale abbiamo intervistato il Prof. Toni Negri.

"Questa crisi scoppia negli Stati Uniti perché a un certo momento le banche non riescono più a pagare l’insieme di crediti che hanno coperto.
Questo succede perché da un lato si è alzato il livello generale dei costi della riproduzione del sistema, si sono poi aggiunti i costi della guerra che sono stati estremamente importanti negli Stati Uniti raddoppiando il debito pubblico americano.
Ma la cosa assolutamente centrale è stata la forma nella quale i governi americani, la politica americana, aveva impiantato il superamento del fordismo, cioè il sistema reaganiano, neocorservatore".

- [ audio ] (durata 15:39)
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Vai alla feature E’ tempo di crisi
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crisi delle borse o crisi del capitalismo?

di Danilo Corradi (29-09-2008)*
*coordinamento nazionale sinistra critica

Dodici banche americane fallite, la più grande nazionalizzazione a stelle e strisce dal ’29, fusioni “difensive” che cambiano il panorama mondiale della finanza, ultimi trimestri negativi per Usa e Ue e recessione tecnica per l’Inghilterra. A poco più di un anno dall’esplosione della “bolla speculativa” sui mutui subprime l’economia mondiale sembra tutt’altro che fuori dalla crisi.
In questa sede possiamo semplicemente elencare alcuni nodi analitici e alcune conseguenze socio-politiche che l’attuale crisi capitalistica ci obbligherà ad affrontare:

1) la teoria che più viene proposta dai guru dell’economia mondiale considera la crisi come conseguenza dei pochi controlli sui sofisticati strumenti finanziari (i derivati) che sono andati moltiplicandosi negli ultimi 15 anni fino a raggiungere un controvalore negli scambi trimestrali di oltre 600trilioni di dollari (oltre 12 volte il PIL mondiale). Pochi controlli e diverse mele marce che hanno “speculato” oltre i limiti della ragione economica. Una teoria che farebbe sorridere se non fosse la più accreditata. Qualcuno forse dimentica che tutto il sistema ha partecipato alla grandissima ascesa della finanza. Hanno partecipato le banche centrali fornendo denaro a costo zero per oltre un decennio, hanno partecipato tutte le grandi aziende che hanno investito in media oltre il 50% delle risorse in strumenti finanziari (nel ’79 il rapporto era 2% investimenti finanziari 79% produttivi ), hanno partecipato i governi sino agli enti locali che hanno acquistato direttamente derivati o promosso truffe come i fondi pensione integrativi.

2) Ma cosa sono i derivati? Sono strumenti finanziari complessi il cui profitto deriva dall’andamento di un titolo (azioni), del prezzo di una merce (petrolio, grano, ecc), da obbligazioni, o da un mix di più prodotti mescolati in proporzioni diverse. Con lo spazio a disposizione possiamo solo dire che la carrateristica che accomuna questi strumenti è il loro “effetto leva”, ovvero il guadagno (o la perdita) è di 20 volte superiore a quella dell’investimento diretto sul titolo. In fase di crescita del mercato azionario, del prezzo del petrolio, del prezzo delle case o del grano moltiplicano i guadagni nominali alimentando contemporaneamente la salita dei titoli sottostanti, e viceversa. È questo il motivo di breve termine per cui al crollo del mutui subprime (mercato dal volere di 1.200 miliardi di dollari) sono seguite perdite nei portafogli di banche, aziende e fondi di venti volte superiori. Un dinamica a spirale, che ha successivamente coinvolto gli utili previsti delle banche e delle aziende coinvolte e di conseguenza i derivati gestiti o collegati a queste aziende e così via. La speculazione ha raggiunto livelli colossali, ai derivati si sono aggiunti i derivati dei derivati, sino ad arrivare ai prodotti complessi e misti (cto, cts ecc) dove, per stessa ammissione degli operatori, si “faceva fatica” a comprendere il reale contenuto finanziario ed economico delle cedole in questione.

3) Mele marce o marcio il sistema? Non abbiamo dubbi nel scegliere la seconda ipotesi. La domanda corretta che a nessuno sembra interessare è: cosa c’e’ alla base dell’incredibile sviluppo senza precedenti dell’attività finanziaria? Marx avrebbe detto che lo sviluppo del capitale commerciale o finanziario è inversamente proporzionale al saggio di profitto garantito da investimenti produttivi. E' ciò che è successo nel lungo ciclo di crescita lenta dell’economia mondiale iniziato nel ‘73-‘74 e caratterizzato da una tendenziale saturazione dei mercati di sbocco e da una conseguente tendenza ribassista dei saggi di profitto. È in questo contesto che la borghesia interviene accelerando 3 caratteristiche classiche della produzione capitalistica portandole a limiti quantitativi senza precedenti:

a) Aumentare il saggio di sfruttamento e quindi la massa del plusvalore. Aumento dell’orario di lavoro, non recupero dell’inflazione e della produttività dei salari, tagli allo stato sociale, precarietà ecc… risultato: in 35 anni oltre il 20% della ricchezza mondiale è stata trasferita dal monte salari ai profitti contemporaneamente a un aumento relativo e assoluto della classe dei salariati. Il più grande trasferimento di ricchezza da una classe all’altra dalla nascita del capitalismo a oggi.

b) Aumento della ricerca aggressiva di nuovi mercati di sbocco e accentuazione dello scambio diseguale tra paesi a diversa composizione organica del capitale. È quello che abbiamo chiamato globalizzazione liberista, crisi del debito, guerre per le materie prime, delocalizzazione produttiva, conversione dei paesi a “socialismo reale” al libero mercato ecc….

c) Queste mosse hanno certo aumentato la massa di plusvalore estratta dal capitale, ma non hanno risolto i due problemi di fondo: la tendenza alla sovraproduzione e la riduzione (media) della profittabilità degli investimenti produttivi. I bassi aumenti della produzione negli ultimi treant’anni e anche della produttività (al contrario di quello che comunemente si pensa sulla rivoluzione informatica) sono li a testimoniare tutta la difficoltà non risolta.

d) La finanza è così diventata, progressivamente prima esponenzialmente poi, un terreno dove ricercare sempre più scambi diseguali e profitti a breve termine riducendo rischi (comprare e vendere obbligazioni o case è meno "rischioso" di aprire una nuova azienda di automobili). L’arrivo di sempre maggiori capitali ha alimentato una continua crescita del mercato finanziario, del denaro e dei profitti fittizi, e di nuovi capitali attratti dal “banchetto”… in una spirale apparentemente senza fine, almeno sino a quando tutti sono convinti che non ci sono limiti alla provvidenza. Ovvero, bastava credere che il prezzo delle case sarebbe aumentato del 10% l’anno per sempre (nel 2006 negli USA una casa costava 3 volete il suo valore ), le azioni e i derivati idem così come il costo del petrolio e delle materie prime… ma così non è. A un certo punto il capitale fittizio (moltiplicato anche sotto la forma del debito al consumo) torna a scontrarsi con una economia reale che sempre più fatica a realizzare il valore delle merci. L’attuale crisi finanziaria non è la causa della crisi dell’economia reale ma l’esatto inverso. Un’immensa bolla speculativa nata da un eccesso di capitale che ha prolungato e moltiplicato la crisi di sovraproduzione. Un fenomeno già visto in passato, ma dalle proporzioni quantitative imparagonabili. Nel 2006 i profitti delle principali aziende quotate nella borsa a stelle e strisce derivavano per oltre il 33% da attività finanziarie, per non parlare dello stato patrimoniale delle stesse di cui ora ci stiamo accorgendo.

In poco più di un anno sono state spazzate vie teorie incapaci di leggere la realtà e tornano di attualità intuizioni marxiane come la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto considerate arcaiche da chi ha creduto alla fine della storia così come all’idea che i soldi crescano sugli alberi.

4) Dai 300mld ai 500mld di dollari per nazionalizzare i colossi dei mutui Freddie e Funny, 85mld per salvare il colosso assicurativo AIG, fino ai 700mld proposti da Bush per rastrellare i derivati spazzatura dai portafogli contaminati e “salvare” il sistema. Circa il 7% del prodotto interno lordo americano (stima del sole 24ore del 21/09) regalato alla finanza per tappare i buchi (alla faccia della fine dello stato nazione) . I garanti del libero mercato mondiale stanno costruendo il più grande intervento statale in economia mai registrato dal capitalismo. La legge del mercato vale fino a quando garantisce la concorrenza al ribasso dei salari e dei servizi sociali. Il tabù del debito pubblico utilizzato per tagliare scuola, sanità e pensioni si scioglie come neve al sole di fronte all’obiettivo di socializzare le perdite del grande capitale. Ad oggi non solo un dollaro è stato stanziato per le centinaia di migliaia di posti di lavoro persi nei fallimenti e nei ridimensionamenti delle aziende e delle banche o per salvare chi ha perso la prima casa non riuscendo a pagare i mutui.
Interventi che serviranno a poco.

Sono 7000 i mld di dollari di perdite prodotti da i soli Lehman, Aig, Funnie e Freddie pari a metà del prodotto interno lordo americano… difficile credere che la spirale si blocchi con classiche ricette monetariste o con ulteriori interventi pagati dai lavoratori e che hanno l’effetto di deprimere ulteriormente consumi, domanda e produzione premiando contemporaneamente manager e capitalisti. Il problema di Bush, infatti, è quello di salvare una classe più che il sistema, perché la crisi ad oggi nessuno sembra in grado di fermarla. I crescono i conflitti interni alla borghesia americana e mondiale sulle misure da adottare. Un conflitto non tanto sull’efficacia di una risoluzione complessiva, ma sull’assetto interno e internazionale che emergerà dal sicuro approfondimento della fase attuale. Per semplificare: una crisi di sovrapproduzione di questa portata si risolve solo con un’ampia distruzione del capitale in eccesso, il conflitto interborghese si produrrà sul problema di quale capitale distruggere.

5) Verso la catastrofe? La profondità della crisi è ancora difficile da prevedere, ma saremo facili profeti nel dire che il peggio deve ancora arrivare. La forte integrazione dei mercati mondiali, la mancanza di un forte mercato interno della Cina (quasi 50% esportazioni, 25% investimenti produttivi e infrastrutturali) segnalano tutta la difficoltà di cercare almeno alcuni "fattori anticlici" capaci di ammortizzare la spirale recessiva. Il 2009 sarà l’anno di una recessione profonda e di un tale terremoto finanziario che cambierà il panorama mondiale.
- il dollaro reggerà il suo ruolo di moneta mondiale?
- Il debito pubblico americano continuerà a essere finanziato dalla Cina e dalla Arabia saudita o diventerà insostenibile per l’economia mondiale?
- Quante banche falliranno ancora e quanto durerà il “credit crunch” ovvero la chiusura dei rubinetti dei prestiti bancari?
- Quanto sarà profonda la recessione e che prezzi in termini di licenziamenti e compressione salariale verranno fatti pagare alla classe lavoratrice?
- In che misura il protezionismo potrà diventare una carta economica per i governi occidentali per “contenere” la recessione, e quali conseguenze in termini di nazionalismo e conflitti militari potrebbero prodursi?

Domande inquietanti e ad oggi di difficile risoluzione. Quello che è certo è che siamo difronte a una duplice conseguenza politica. Da una parte il capitalismo dimostra la sua debolezza e le sue contraddizioni devastanti alimentando la necessità e l’urgenza di una prospettiva anticapitalista, dall’altra parte la crisi verrà scaricata sui lavoratori e sulle lavoratrici, alimentando la guerra tra poveri e le difficoltà nei rapporti di forza tra le classi. È dentro questo quadro che dobbiamo sviluppare un azione politica e una sinistra di classe all’altezza delle contraddizioni del nostro tempo.

Cenere e Patate

autore:
Doriana Goracci

Se non fosse che, passando nell’unica antica via carreggiabile del paese, costellata da qualche bar, con crocchi sempre più fitti di anziani e giovani, in cerca di lavoro o a riposarsi per quel che hanno fatto, di sempre più rapide spese e approvigionamenti invernali per le belle giornate che permangono, di certi mugugni e fronti aggrottate, di donne coraggiose a spingere passeggini e bambini a scuola, di anziane su e giù con il carretto che si confidano pene ed acciacchi… potrebbe apparire un fine settembre comune, quì nella Tuscia. Una vendemmia andata bene come la raccolta delle nocchie, con l’odore della legna bruciata, con un ottobre che incalza e invita a fare presto: il cambio di stagione. Cambiare cosa?
Cambiare abitudini, perchè fa molto male guardare la televisione, ad esempio. Ci dice di consumare, fossero pure donne e motori, diventare uomini forti e bambini intelligenti, giovani emergenti come i loro tutori, ci dice che il mondo delle Borse va male ma magari domani è un altro giorno e risale e alla gente comune non sembra importare un granchè, questo sali e scendi, come la moneta europea e il petrolio: le notizie sono ormai seriali, di guerre e vittorie di Pirro, di feste senza Liberazione, di drammi con Feste, di ministri e minestre, di capi e gregari, di Cuochi a revisionare e scandire emergenze. Non ce l’aveva detto affatto, la signora Informazione, che la Crisi sarebbe arrivata e così presto.
E’ da anni che i Media mostrano al mondo un’Italia dove si mangia, si beve e si consuma, dove c’è posto per tutte e tutti se vogliono assaggiarci, dove la sappiamo lunga e la sappiamo dire e fare, dove ci siamo risollevati sempre, magari con l’arte dell’arrangiamento, dove si dice grazie anche se nessuno risponde prego ma anzi incalza con il conto.
Ci raccontano da decenni che siamo una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, che il popolo è sovrano, solidale politicamente, economicamente e socialmente, che non ci sono in Italia distinzioni di sesso-razza-lingua-religione-opinioni politiche-condizioni personali e sociali, che possiamo sceglierci l’attività che più ci aggrada, che le minoranze linguistiche sono tutelate, che lo Stato e la Chiesa sono indipendenti e non vanno a braccetto, che da noi si puo essere religiosi nella maniera che pare, che viene promossa la cultura e la ricerca scientifica e tecnica, che viene tutelato il paesaggio e il patrimonio artistico, che gli stranieri hanno diritto d’asilo e non possono essere estradati per reati politici, che l’Italia ripudia la guerra che non è un mezzo per risolvere le controversie internazionali…
Ci hanno detto che la bandiera della Repubblica è il tricolore: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni. Ce lo fanno vedere spesso il tricolore: risolve sbrigativamente molti diritti di cui sopra e poi l’onore è salvo.
L’allegra compagnia riprende sempre a volare e spazza i brutti pensieri, come le malelingue sul nostro Paese, che viene imitato, un marchio contraffatto a Bengodere di quello che rimane, fosse pure contraffatto, con passione purezza e speranza, l’ultima a morire: questa invece, ce l’avevano detta.
Nessuno ci dirà invece che saremo poveri ma belli, perchè ancora crediamo nella libertà e nella vita, fatta di condivisione senza agrodolci fini, a sbandierare solo la volontà di rimanere con i piedi per terra, senza voli e svolazzi di diritti, scritti su una Carta, da tempo bruciata e calpestata, fatta cenere, buona a coprire certe patate.

Doriana Goracci

Capranica, 30 settembre 2008

“Mi chiederai tu, morto disadorno,
d’abbandonare questa disperata
passione di essere nel mondo?”

Pier Paolo Pasolini ‘Le ceneri di Gramsci’ (1954)

LO SPETTRO DEL GRANDE CRAC

autore:
Partito Comunista Internazionale
Sommario:
Da "Il Partito Comunista" n° 330 - settembre 2008

LO SPETTRO DEL GRANDE CRAC

La Patria è sul Grappa! si diceva nel 1917 nell’Alma Italietta i cui sacri confini erano in pericolo sotto l’incalzare delle armi nemiche. È vero, ogni patria in pericolo ha il suo Grappa, linea estrema di difesa e resistenza oltre la quale c’è la rotta; quale che sia il genere di guerra in corso. Quella del capitalismo mondiale, almeno dal 1987, con crisi finanziarie a cadenza più o meno biennale, è veramente una guerra di lunga durata. Non ancora contro il suo storico becchino, il proletariato internazionale oggi piegato e vinto, ma contro le conseguenze della sua follia produttiva, dell’incontenibile anarchia del mercato mondiale su cui si scaricano tutte le contraddizioni tra il produrre, il consumare, e l’accumulare.
Nel mondo sovrastrutturale della finanza tutto ciò si manifesta con esplosioni violente e spettacolari che scatenano il panico da “fine del mondo”. Anche se il più delle volte i crolli del mercato azionario, anche i più profondi, si risolvono alla fine in una ripulitura delle tasche degli sciocchi che hanno preteso partecipare al gran banchetto dove nessuno vorrebbe pagare ciò che consuma, nello sgonfiarsi della “bolla” speculativa e nel far ripartire poi il meccanismo del ladrocinio legalizzato verso “nuove avventure”, in un ciclo ancora più accelerato e demente.
L’ultima in ordine di tempo, ma certamente la più intensa per gravità, è la crisi indotta dalle operazioni sui mutui americani, che ha colpito non solo i listini di borsa ma sta facendo vacillare i colossi finanziari e tende a propagarsi anche agli altri comparti mondiali.
Di fronte alla bufera che monta c’è poco da schierarsi dalla parte dei “monetaristi”, da quella dei “neo classici” o seguire la moda delle nuove teorie macroeconomiche: quando la Patria è in pericolo, gli effetti della follia della finanza scuotono il fradicio mondo borghese e vacillano i pilastri della creazione di valori di carta, le teorie si mettono da parte, i sacri principi della “libertà di mercato” semplicemente si ignorano, e si ripristinano le ricette dei nonni.
La cura pare negare decenni di ferrei propositi per limitare al massimo gli interventi diretti dell’autorità statale nei fatti dell’economia, ed in specie della finanza. Prima che tutto vada a catafascio, babbo Stato Federale provvede a metterci una pezza, “garantendo” la truffa con i soldi pubblici. Questi ultimi, a loro volta, non sono che altri debiti, seppure fregiati del sigillo del Tesoro americano. Lo Stato acquisisce quindi due grandi Compagnie sull’orlo del fallimento, poi due della massime Banche del paese accollandosi i loro debiti e non sappiamo se finisce qui...
Impossibile sapere la misura di questo debito: venticinque miliardi di dollari, più probabilmente trecento, forse di più. Un buco, una voragine non commensurabile. Nemmeno con il suo ipertrofico apparato di calcolo e controllo, con la sua sterminata rete di raccolta di informazioni a scala mondiale, gestite da schiere di analisti, il sistema capitalistico “globalizzato” è in grado di definire solo una scala di grandezza dell’ammontare della carta che ha emesso, e quale sia “buona” e quale no, a quanto ammonti il suo debito o il suo credito “in sofferenza”, come si dice in banca. Impotenza di una società fondata sulla “fiducia” e sull’accumulazione privata, dei borghesi individui come delle istituzioni a tutti i livelli, che non riesce nemmeno a conoscere se stessa. Se sopravvive è per caso! perché il becchino proletario è al momento assopito...
Provano ora ad evitare che sprofondino quattro delle massime banche, che si tirerebbero dietro non poco della sconquassata finanza mondiale, quattro tra i più giganteschi enti creatori di carta straccia travestita da valore che operino sul mercato globale.
È significativo che proprio gli strumenti che il capitalismo si dette or sono giusto ottanta anni allo scopo di contribuire ad una sua uscita ordinata dalla crisi, oggi sono quelli stessi che col loro fallimento vengono a precederla e ad innescarla! Fannie e Fred, le due finanziarie americane al collasso, furono infatti create negli anni Trenta per reperire i fondi necessari al riavvio dello stremato mercato immobiliare uscito dalla Grande Depressione, negli anni Sessanta si sono trasformate in società private quotate in borsa, e negli anni della finanza “avanti tutta” la loro funzione è diventata di acquistare pacchetti di mutui, erogati da altre banche, trasformarli in titoli e collocarli sul mercato: è il gioco di far credere che abbia un valore un “foglio” che testimonia un possibile valore in un futuro, più o meno prossimo, più o meno probabile.
Con una garanzia complessiva sui mutui erogati di cinquemila trecento miliardi di dollari, quasi la metà dei mutui fondiari erogati negli Stati Uniti d’America sono riciclati in titoli a giro per il mondo. Vedi la fregatura della globalizzazione, che noi chiamiamo, scusate, imperialismo, col movimento non solo delle merci ma piuttosto dei capitali: vai tu a sapere dove si ramifica l’infezione.
Il Tesoro, e di concerto la Banca Federale, garantiscono di colmare la voragine. La solita ricetta: soldi dei contribuenti, o tipografie che lavorano a ritmi sostenuti, o un miscuglio delle due possibilità, in buona pace delle bufale che lo loro pretesa scienza economica diffonde a larghe mani.
Nella sostanza la ricetta non cambia se per le altre banche la “soluzione” non è stata di salvataggio, ma l’acquisizione forzosa, sotto pressione del Tesoro americano, da parte di altre, o addirittura di istanza di fallimento. Anche in questi casi la speranza è che l’effetto domino sia fermato o almeno rallentato da altri soggetti finanziariamente più robusti, che se ne accollino, ovviamente con robusti aiuti fiscali, pezzi e attività ancora attive, o almeno non in perdita. Così lo Stato americano, tramite i suoi organi, ha deciso il “salvataggio”, ovvero la concessione di finanziamenti quasi a fondo perduto, della più grande compagnia assicuratrice del mondo.
Il problema, a questo punto della vicenda, è soltanto decidere chi salvare e chi abbandonare alla voracità “del mercato”, cioè al fallimento dichiarato. In prima fila ci sta chi ha compiuto i danni più grossi, ovvero le compagnie maggiori e che più hanno venduto fumo, quelle il cui tonfo avrebbe gli effetti più dirompenti.
Qualche anima dotata di maggior senso di ironia si domanda dove sia finita la cosiddetta “economia di mercato”, dal momento che il Tesoro diventa, in modo diretto o mediato il controllore, se non il proprietario di una parte enorme dell’intero assetto finanziario Usa. La domanda si risponde da sola. Il capitalismo, soprattutto nella sua attuale fase terminale, la più terribile per le sorti immediate e future dell’umanità, non conosce più forme specifiche o di elezione per la sua esistenza e voracità. Come in guerra non ci sono regole, se non quelle imposte dalla stringente necessità. Quel che serve per la sopravvivenza del Capitale va fatto; e qualunque genere di ordine e principio, che pure i sui servi di destra o di sinistra invocano per limitarne la follia auto-distruttiva, deve essere inesorabilmente ignorato. Anzi, queste drammatiche rinunce ai loro stessi modelli e regole sono da tutti benedette. Presidenti a termine e candidati, inflessibili Governatori delle Banche Centrali, custodi dell’ortodossia monetaria e del mercato, Ministri del Tesoro e via elencando nelle gerarchie dell’Economia, della Finanza, dello Stato. Non una voce fuori dal coro: la salvezza prima di tutto!
Nonostante ogni illusione, l’immane sovrastruttura di debiti travestiti da valori che muove ormai in larga parte la finanza mondiale, ha bisogno di uno sviluppo sempre crescente della produzione, cioè dell’accumulo di plusvalore operaio. Scollegare la “Finanza” dal ciclo di produzione-vendita-accumulazione capitalistica è, specialmente nelle fase di crisi, un sogno proibito di tutte le Autorità monetarie. Nella fase attuale il processo mondiale di inflazione pare rallentare e comincia a profilarsi lo spettro della deflazione, vero indicatore della grande crisi di sovrapproduzione. Ecco perché rispetto a questa sono state di altra portata la “bolla” della New Economy o le crisi innescate dalle truffe della Enron e collegate, o nella Italietta i casi Cirio o Parmalat.
I travolgenti effetti di un crac generalizzato della struttura finanziaria degli Usa si porterebbero sull’intero assetto bancario e monetario mondiale poiché il debito estero americano è finanziato con titoli di Stato posseduti da tutto il mondo, cinesi e russi per primi. Le autorità monetarie hanno il ben misero armamento dei bassi tassi per aumentare il circolante e permettere di far fronte alle scadenze ed ai debiti, su tutte le sponde degli oceani, ad est ed ovest, non ci sono altri strumenti di intervento. E tutte le Autorità del capitale, in Cina, in Europa, in Giappone hanno provveduto a gettare denari nella fornace della crisi. Denari che servono a coprire debiti di dimensioni enormemente superiori, considerata la carta straccia prodotta. Ma altro da fare non c’è.
Una pezza, per quanto piccola sia, è meglio di nulla, anche perché sperano nell’effetto “segnale” dato ai mercati, ovvero a tutti i creditori pagati con fogli senza valore, allo scopo di dar tempo ai Grandi di salvare il salvabile prima che se ne accorgano i piccoli Pinocchi che hanno portato i loro gruzzoli nel Campo dei Miracoli.
Peggio andrà per i proletari che il capitale ha costretto ad affidargli i loro risparmi come trattenute obbligatorie per la vecchiaia e la malattia: questa parte integrante il salario è stata forzatamente trasformata in capitale e destinata alla giostra dei finanziamenti, degli interessi dei quali per decenni se ne è appropriato il capitale. Nella crisi quella ricchezza e riserva operaia è stata dilapidata nei salvataggi bancari e ben poco ne verrà restituito alla classe lavoratrice.
Giustamente i proletari in Italia si sono tenuti alla larga dal gorgo dei “Fondi” di cui anche i sindacati di regime magnificavano le virtù magiche di moltiplicazione del valore. Il futuro che resta alle giovani generazioni proletarie è la condizione normale e necessaria di senza riserve della classe dei salariati. Questo stato di continua emergenza, incertezza e rovina incombente, questa totale mancanza, teorizzata anzi come giusta e morale, di sicurezze anche minime per l’immediato futuro, questo disprezzo arrogante e cieco per ogni necessità umana, sacrificata al profitto, alla truffa eretta a sistema, tutto questo è il capitalismo, che si conferma ed esaspera nella sua fase terminale.
Non siamo in grado di prevedere date e scadenze. Abbiamo però la certezza dell’esito. Alla fine di questo ciclo, crisi ricorrenti e sempre più estese, generalizzate e profonde, un cumulo gigantesco di debiti e di carta straccia verrà ad ingolfare e bloccare la riproduzione mondiale del Capitale. Si porrà allora una unica via di uscita per l’azzeramento di tutti quei conti in rosso, la unica soluzione borghese, la Guerra. L’altra, la vera, soluzione per lo azzeramento dei conti è la Rivoluzione internazionale della classe operaia.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

icparty@international-communist-party.org

Non con i miei soldi

autore:
reporter

I sindacati di Alitalia si calano le braghe, dopo aver fatto saltare l'accordo con AirFrance-Klm che avrebbe garantito l'acquisto da parte di una società sana e competitiva ora sono pronti ad accettare un piano industriale in cui non avrebbero nessuna voce in capitolo e dovranno solo dire si!

Alitalia è ormai nel baratro e non si prospettano soluzioni che possano realmente farla rinascere.
Il piano Fenice recita che il vettore aereo opererò sulla corta e media percorrenza e dovrà quindi concorrere con i treni ad alta velocità (corta) e con le compagnie low cost e la fantomatica CAI non avrà alcuna possibilità di restare a galla.

Tra l'altro dopo l'ammonizione di Almunia pare che il piano fenice verrà eseguito senza l'illegale aiuto dello stato italiano.

CARESTIA

autore:
PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE
Sommario:
Da "COMUNISMO" n. 64 - giugno 2008

INDICE DEL NUMERO:

— PREFAZIONE: Carestia.

— IL MOVIMENTO OPERAIO NEGLI STATI UNITI D'AMERICA [RG99]: (V - continua del numero scorso) Riprende l’attività sindacale - Alternative illusorie - La ripresa economica degli anni ‘40 (continua).

— L’ANTIMILITARISMO NEL MOVIMENTO OPERAIO IN ITALIA [RG100] (X - continua dal numero scorso) Il PSI davanti al “fatto compiuto” - Parlamentarismo contro-rivoluzionario nel primo anno di guerra - Governo di unità nazionale e complicità socialista con l’imperialismo patrio - La condanna di Lenin del pacifismo borghese (Continua).

— LA QUESTIONE EBRAICA OGGI [RG98-99]: (V - continua dal numero scorso) 8. Trenta denari, tradimento o investimento? 9. Il Comunismo (fine del rapporto).

— IL MARXISMO E LA QUESTIONE MILITARE: [RG97] (II) 4. La violenza nello sviluppo e nel crollo della società schiavistica: Roma - Quadro storico-economico - 5. Lo sviluppo della legione romana - Dalla Città-Stato alla Repubblica: la legione organizzata per manipoli - Le guerre puniche - L’esercito professionale - La legione nell’età imperiale (continua).

– Dall’Archivio della Sinistra:
- Manifesto dell’Internazionale Comunista
al proletariato di tutto il mondo (6
marzo 1919).
- Dalle Tesi della Sinistra al III
Congresso del PCd’I (Lione, 1926).

PREFAZIONE: CARESTIA

Nell’Apocalisse di Giovanni, il solo libro profetico del Nuovo Testamento, si legge che, con la rottura dei Sette Sigilli del Libro irrompono sulla scena del mondo i quattro Cavalieri. Visioni e simboli costituiscono la sostanza di una forma letteraria dove non esiste alcun riferimento alla seriazione cronologica degli avvenimenti, descritti per immagini violente: passato presente e futuro si sviluppano su piani che si intersecano e si sovrappongono.
Le scienze storiche borghesi, al loro sorgere ed affermarsi e poi quella rivoluzionaria del proletariato hanno espunto dalla storia la metafora e l’irrazionale, ed in particolare la nostra scuola afferma la “razionalità” del procedere storico, cioè la sua prevedibilità nei diversi esiti possibili e la leggibilità oggettiva dei fatti. Nella sua fase decadente e finale, la borghesia ha abbandonato il fardello e il privilegio delle scienze storiche, ritorna all’ideologia reazionaria dell’inconoscibile, dell’irrazionale, o di una sterile logica dell’evento, stante l’inconoscibilità totale del processo nel suo insieme, ed ha preteso di chiudere la questione con la scienza della Rivoluzione etichettandola secondo la formula “miseria dello storicismo”.
Ma gli eventi attuali sono così minacciosi per la sua sopravvivenza che la borghesia è costretta a cercarne spiegazioni e tentare rimedi. A scadenze fisse, quindi, il mondo borghese, come rito di purificazione per le infamie che quotidianamente perpetra, convoca conferenze internazionali che di anno in anno si ripetono in stanche liturgie di inutili carrozzoni sovranazionali, i cui costi non hanno altra giustificazione che il mantenimento del teatrino delle buone intenzioni per “un mondo migliore”.
Se lo scorso anno l’attenzione era puntata sullo slombato tema dell’ecologia, dello “sviluppo sostenibile”, questa volta è un organismo dell’ONU che in gran pompa si è riunito a Roma per dibattere la questione della fame nel mondo.
Se possibile, i risultati sono stati ancora più vuoti e vergognosi del precedente summit. La discordia tra le delegazioni, tra produttori e importatori, tra paesi “poveri” e “ricchi”, è stata così alta che non sono riusciti nemmeno ad emettere un documento conclusivo di sintesi, per quel nessun valore pratico che naturalmente tutto questo avesse. Tanti e tali gli interessi contrastanti tra gli Stati nazionali, che neppure una generica concordanza sulla carta è stata possibile.
La cosa non desta in noi nessuna delusione. Rileviamo soltanto che nel migliore dei mondi possibili e praticabili, malgrado la spaventosa capacità produttiva, immensa e quasi inarrestabile alla scala del globo, il numero di quanti sono al limite o al di sotto della sussistenza, cioè muoiono d’inedia, cresce ad un tasso superiore della crescita della popolazione mondiale.
Il dato oggettivo, come è diffuso, rammenta da vicino una fondamentale previsione della nostra scuola, la crescita della massa della miseria, sempre in relazione alla ricchezza prodotta, talvolta anche in assoluto. E in questo declinante rapporto sta la condanna storica del modo di produzione capitalistico, incapace di mantenere i suoi schiavi. Si è costretti quindi a parlare impunemente di crisi alimentare, e quasi desta stupore che il termine salti fuori brutalmente e senza giri di parole dopo due secoli di borghese Scienza razionale, di borghese Democrazia politica e di borghese Progresso economico. Significa forse che i teorici del capitalismo e i paladini dello “sviluppo sostenibile”, cominciano a convenire che il processo di produzione della ricchezza tende a concentrarla in mani sempre più ristrette, in aree sempre più limitate, a dispetto della sua massa sempre crescente, sì che anche la produzione dei mezzi di sussistenza segue la stessa tendenza?
Per un mondo cinico e spietato la questione non si pone neppure. Le “spiegazioni” che sono fornite dai “teorici” dell’economia sono tutte tecniche e, ovviamente, soltanto nell’ambito delle tecniche del capitalismo, seppure “riformato” e “addomesticato”, si cercano povere o fantasiose ricette al massacro delle generazioni, alla fame che attanaglia una gran parte dell’umanità. Tutto, alla fine, si riduce al sogno di una sorta di super comitato di salute pubblica mondiale, che dovrebbe disciplinare il comportamento di Stati e mercati verso atteggiamenti più “virtuosi”; con il che si potrebbero magari anche eliminare, o almeno controllare crisi finanziarie, speculative, inflazione, e via dicendo. Programma talmente campato in aria che gli stessi che lo hanno proposto sono i primi ad affermare che è inattuabile.
Tra i tanti critici borghesi “democratici” che hanno manifestato il loro disappunto peloso sul fallimento, è venuta fuori la richiesta di sgombrare il campo dal manicheismo che continuerebbe a propalare la tesi che la crisi scaturisca dal mercato, cioè dallo scontro tra paesi ricchi ed avidi e Stati poveri: la considerazione, per altro, è affine alla nostra, che ha sempre combattuto queste tendenze “terzomondiste”, che trovano spazio nel “movimento”, che condannano l’imperialismo per salvare il capitalismo. Allo stato attuale dello sviluppo capitalistico, della sua assoluta pervasività in ogni piega dei processi produttivi mondiali, la terribile realtà della fame è una inevitabile conseguenza della produzione capitalistica di merci: grano, derrate agricole, mais, acciaio, ferro, petrolio, manufatti di ogni sorta. Nemmeno la “produzione intellettuale”, bene sui generis, sfugge a questo destino. Tutto ciò che è attività umana è sottoposto alla legge dell’accumulazione di capitale, tutto quanto è prodotto deve essere messo sul mercato per la realizzazione del profitto. Per produrre le merci occorre affamare il mondo, quanto più il mondo è ricco di merci tanto più è povero e affamato.
In particolare sulla produzione agricola grava, in regime capitalistico, il peso sempre crescente della rendita fondiaria, sia nella sua forma assoluta, sia in quella, ineliminabile, differenziale. La soggezione ai ritmi stagionali e ai tempi della crescita biologica anche spingono verso l’alto i prezzi delle derrate. Non esiste più una produzione di derrate alimentari che sul piano locale o di nazione sia bastante al consumo interno e la produzione alimentare è ormai pienamente assorbita nei vortici dell’accumulazione, della finanza, della rendita, del mercato a dimensione planetaria. Al centro di questo turbine non sono né i consumatori affamati né gli Stati – siano essi produttori o consumatori, protezionisti o liberisti – ma l’anonimo e algido Capitale Investito che, da un tabellone appeso in due solo Borse Merci, decide della vita o della morte delle moltitudini. È questa una verità ovvia, ma che gli spiriti nobili dei consessi mondiali fanno finta di ignorare.
E la crisi alimentare è solo un aspetto, l’ultimo e definitivo, delle crisi che sempre a più breve scadenza agitano il mondo capitalistico, di saturazione dei mercati, delle risorse energetiche, della finanza che fa aggio sulla produzione di beni. Non è allora paradossale che gli stessi paesi cosiddetti ricchi, che partecipano a vario titolo e percentuale al grande banchetto dell’abbondanza capitalistica, rischino una drastica riduzione del consumo, alla scala sociale, di quei beni che hanno avuto a disposizione per tutto il secondo dopoguerra e in misura crescente.
Senza considerare tutte le altre condizioni critiche che avviluppano il procedere del capitalismo, basta considerare il sistema di produzione agraria che caratterizza i grandi paesi sviluppati, a capitalismo maturo, e che da parte degli Stati viene difeso con ogni mezzo protezionistico possibile contro i concorrenti – in primis i paesi cosiddetti del terzo mondo.
Benché la concentrazione della produzione agraria abbia spazzato via ogni forma parcellizzata ed il fabbisogno alimentare possa godere di una estesa rete di trasporti e distribuzione intercontinentale, nel capitalismo questo si traduce, paradossalmente, da un lato in cronica sovrapproduzione, dall’altro in aumento dei prezzi al consumo, oltre a rendere tutto il sistema drammaticamente fragile e incapace di rispondere ad una qualunque crisi, ad esempio nell’ambito dei trasporti, o a dipendere strettamente dai costi dei carburanti. La forza della forma industriale della produzione agricola sotto il regime del profitto e della rendita nasconde una intrinseca debolezza tanto che affamare la popolazione di un paese capitalista è più facile oggi di quanto non lo fosse cinquanta-sessanta anni fa. Come del resto mettere in crisi e ridurre al silenzio la meraviglia della “comunicazione globale”, che dipende da una tecnologia esasperata e fragilissima.
Di fronte all’orrore assoluto dell’Inferno in cui il capitalismo precipita l’umanità tutta, finché non sarà fermato dalla Rivoluzione, vogliamo chiudere queste righe di apertura della Rivista, che è il segno tangibile del nostro lavoro poco visibile ma coerente, con una parafrasi di quel lontano modo letterario che dicevamo per descrivere il futuro che la società del profitto sta preparando: Carestia, Guerra, Pestilenza, Morte. Il Capitalismo cavalca oggi il primo Cavaliere. Al nauseante tanfo di cadavere che s’innalza dalla società borghese, e alle sue reiterate apocalittiche minacce, si oppone, nei fatti prima che nelle coscienze e nella battaglia sociale, l’incorrotta scienza storica marxista, “ragione dialettica” e scienza per l’ultima rivoluzione rigeneratrice della storia, quella della vitale generosa e robusta classe internazionale dei lavoratori.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

icparty@international-communist-party.org

http://www.international-communist-party.org/Comunism/...

It's a capital[-ist]/-ism] crisis!

Autore:
Christopher Gray
Immagine5:

www.sergiofalcone.blogspot.com

It's a capital[-ist]/-ism] crisis!

The "citizenry" will get screwed yet again.

Banks and the elite they hide will win again.

The class war is unrelenting; their will NEVER be moments when "good" capitalists reach out to the proletariat. The "liberal wing" is always fond of the setup punch and perpetual beating over the fatal knockout. However, they believe in selective breeding, herd culling, and both their own infallibility and their innate superiority.

They will act "as per their role" as an agent for further capital colonization and capital extractor.

That "liberal" face is hiding the true and the more-vicious-than-NeoCon-cowboy face behind the smile and handshake: NeoLib-facilitated fascism.

Sure, both work off each other, but they both feed from our necks. The "difference" is that the core of NeoLibs is prepared for mass eugenics, because they "know best" and want to be prepared in case the curtain falls and reveals the real face behind the smile and "good nature".

Like "Fuhrer knows best", if need be, they will pull at Bud, Betty, and "Kitten" politely as a tax write-off at first, then more explicitly, yanking out their gold teeth, and lastly, for the only and 'capital' reason he really needs, hacking all into explicit insignificance because they are his "property". Their mortgage on life, that he benevolently allowed, is over. It will be time to "go to your room" forever....

The so-called "mortgage protection" being sought by Congress is nothing more than a way of "getting more parasiting for your buck". No parasite wants the host dead, unless it' satiated and a more scientifically-bred host can be manufactured from the remnants of the less-fashioned ones. During the current incarnation of perpetual capital crisis, the servant class is being put on "life support" and the "mortgage machine" is being put on automatic extract and deposit. When the final blood has been drawn, either eradication or expiration will be the order of the day... or, call it the "proletariat du jour".

best,
chris

DIETRO LA CRISI FINANZIARIA IL FALLIMENTO STORICO DEL CAPITALE

autore:
Partito Comunista Internazionale
Sommario:
Da "Il Partito Comunista" n° 327 - gennaio-febbraio 2008

DIETRO LA CRISI FINANZIARIA IL FALLIMENTO STORICO DEL CAPITALE

Dobbiamo occuparci di “alta senescente finanza capitalista”.

L’anno 2008 si è aperto con le stesse tensioni sui mercati dei capitali che avevano chiuso il 2007. Anche se la fase più acuta della crisi finanziaria sembra essersi trasformata – in un lento stillicidio di cadute e riprese negli indici delle borse mondiali – in progressivo rallentamento dell’economia “reale”, cioè della produzione, ed i grandi istituti finanziari continuano ad occultare alla meno peggio truffe e perdite, la parola “recessione”, come la manzoniana “peste”, che c’era forse si o forse no, inizia a presentarsi con insistenza sulla scena internazionale. E alla fine di febbraio gli analisti finanziari cominciano a parlare in modo aperto: il problema non è più se arriverà, ma quanto sarà profonda e quanto durerà. Si sprecano i paragoni con le crisi del passato più recente e di quello più antico: lo spettro del 1929 torna a costituire argomento di discussione e, se non proprio di Grande Depressione, a mezza bocca si comincia a parlare di piccola depressione.

In questa fase finale del ciclo capitalistico del secondo dopoguerra, tornano a ripresentarsi, secondo il più classico degli schemi, i sintomi della sua malattia mortale: inflazione e stagnazione, crescita dei prezzi e calo inarrestabile della produzione.

Nell’articolo “Crac 2008?” del febbraio scorso, il direttore di “Le Monde Diplomatique” illustra catastrofici scenari per il prossimo futuro dell’economia mondiale. Il loro e il nostro “catastrofismo” non coincideranno mai, perché i loro sono lamenti, che scivolano sulla superficie dei fatti, e misfatti, economici, espressi in funzione “migliorativa” del capitalismo, le cause del persistente peggioramento economico del quale addossano ad una continua successione di crisi importanti, ma episodiche e per cause ad esso esogene. La sua origine risalirebbe alla “crisi del petrolio” del 1973/74, per poi, ricordando solo le maggiori, incontrare quella delle “tigri asiatiche” degli anni ‘80, quella della Enron, ecc. ecc. fino a quella dei giorni nostri. Il nostro “catastrofismo” invece seziona alla radice l’intero meccanismo della produzione del plusvalore mettendo in luce le sue contraddizioni interne, per le quali la nostra analisi marxista gli nega la presunta “eternità”, fino alla sua demolizione sociale tramite la rivoluzione proletaria. Differenza non da poco!

Secondo il direttore del mensile francese una delle cause dell’attuale situazione... «ha avuto inizio nel 2001, con lo scoppio della bolla Internet. Fu allora che per tutelare gli investitori Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti, decise di orientare gli investimenti verso il settore immobiliare. Con una politica di tassi bassissimi e di riduzione delle spese finanziarie, incoraggiò gli intermediari del settore finanziario e immobiliare a indurre un numero crescente di clienti a investire nel mattone. Venne messo così a punto il sistema dei “subprimes”, mutui ipotecari rischiosi e tasso variabile, proposti anche alle famiglie economicamente più vulnerabili».

Inizialmente il sistema si sviluppò con successo e si estese in tutto il mondo capitalista avanzato, Italia compresa, anche se non subito, generando ovunque un rialzo dei prezzi nel mercato degli immobili.

Noi però abbiamo letto il fatto alla nostra maniera chiedendoci che cosa ha spinto, e spinge tuttora, il capitalista banchiere a finanziare il 100% dell’acquisto di una casa con un mutuo ipotecario trentennale, senza alcuna garanzia che non sia il semplice lavoro ancorché precario del beneficiario, a persone cui il giorno prima non avrebbe prestato nemmeno un euro per un caffè, immigrati compresi purché provvisti di un qualche contratto di lavoro? Lungimiranza, bontà, capitalismo filantropico o colossale errore?

Niente affatto. È stata l’enorme massa di capitali – cioè l’accumulo di gigantesche quantità di plusvalore proletario, frutto di lavoro non pagato – attualmente inoperosa, che preme per anche una sua pur minima valorizzazione, perché se questa massa monetaria non viene investita, non solo non si conserva ma decresce giorno dopo giorno anche solo per effetto dell’inflazione. Il denaro non riesce a trasformarsi in capitale, in merci necessarie alla produzione di nuove merci, arricchite del lavoro operaio, per ritrasformarsi poi ancora in denaro in una misura superiore a quella iniziale immessa. Una parte del capitale monetario mondiale disponibile agli investimenti, cioè, trova difficoltà ad entrare nel ciclo D-M-D’ in quanto, per la generale crisi di sovrapproduzione, le merci non si vendono.

La miseria della classe operaia non fa che restringere ulteriormente le possibilità di smercio: recentemente anche il presidente della Confindustria italiana lamentava lo scarso potere d’acquisto dei salari in Italia e la necessità di aumentarli per rivitalizzare gli acquisti.

Greenspan, un nome per indicarli tutti, fece di necessità virtù, badando bene però a prendere le debite precauzioni contro il reale pericolo di insolvenza dei beneficiari di questi mutui... «Per premunirsi contro quel rischio, [le banche] avevano venduto una parte dei loro crediti dubbi ad altre banche, che li avevano poi ceduti a fondi d’investimento speculativi, i quali a loro volta li hanno disseminati ovunque, tra le banche del mondo intero».

Analoghe “precauzioni” furono prese pochi anni fa in Italia nel clamoroso, perché poi emerse rovinosamente, caso Parmalat. Qui le banche, che ben conoscevano l’esatta situazione della “finanziaria” che faceva capo all’industria agro-alimentare parmense, perché erano loro che fornivano i capitali necessari alle disinvolte operazioni del dottor Tanzi e soci, condizionarono fortemente, per non dire obbligarono, i loro promotori finanziari a disfarsi velocemente dei titoli Parmalat in loro possesso, perché certi dell’imminente bancarotta. Questi intermediari, spesso per non perdere il posto di lavoro, appiopparono un’enorme massa di carta straccia a migliaia di piccoli e ignari risparmiatori, truffati e beffati dalle loro stesse banche “di fiducia”. La consistente pletora di questi piccoli borghesi si è ritrovata così una collezione di titoli di credito nemmeno utili per accendere il camino.

«Ma quando, nel 2005, la Fed decreta il rialzo del tasso di sconto (che aveva di poco abbassato) il meccanismo [dei subprimes] salta; e si scatena un effetto domino che fin dall’agosto 2007 fa vacillare il sistema bancario mondiale. Il rischio di insolvibilità di circa 3 milioni di famiglie, indebitate per una cifra che si aggira sui 200 miliardi di euro, provoca il fallimento di importanti istituti di credito. Risultato: la crisi, come un’epidemia fulminante, colpisce l’intero sistema bancario».

Anche qui un’altra insanabile contraddizione che i borghesi cercano di rimediare con la tattica di “un colpo alla botte e uno al cerchio”. Per stimolare gli investimenti, i mutui ipotecari e l’economia tutta, la Fed aveva ridotto il costo del denaro, cioè il tasso dei prestiti; poi, per la troppo cresciuta domanda di denaro e per contenere l’aumento dei prezzi, si aumenta il costo del denaro e le vendite diminuiscono bruscamente. Una parte della produzione si contrae, molti lavoratori perdono il lavoro e non possono più pagare le rate dei mutui. Si ritorna al punto di partenza, in una condizione di equilibrio sempre più precario.

L’ampiezza mondiale di questa prevedibile crisi, che nessuno è ancora in grado nemmeno di quantificare, ha messo in ginocchio un rilevante numero di grandi istituti finanziari di importanza mondiale. Questi non possono rifarsi in tempi rapidi perché gli immobili pignorati per insolvenza dei debitori necessitano di tempi lunghi per essere liberati e venduti all’asta, anche a prezzi stracciati, generando infine una riduzione generalizzata dei prezzi, a sua volta cresciuti per la solita legge della domanda e offerta. Alla fine questo si traduce in enormi perdite per le banche.

Nel frattempo il prezzo dell’oro, metallo considerato merce-denaro equivalente di riserva e tesaurizzazione mondiale, è lievitato addirittura del 32% nel 2007, sintomo di diffusa e molto profonda insicurezza.

La crisi delle banche si è ovviamente ripercossa anche sull’intero sistema dei finanziamenti alle attività produttive peggiorando il già traballante quadro strutturale dell’economia mondiale. La fase più virulenta della crisi indotta dalla speculazione dei mutui senza garanzie rimane in questi mesi in sottofondo, sempre minacciosamente presente e ben lontana dall’essere risolta. I debiti ipotecari, anticipi su rendite o su salari futuri in brusco ridimensionamento, sono divenuti per le banche crediti inesigibili, anche se mascherati da sistemi contabili e finanziari ben più intricati che ai tempi de “Il Capitale”, e hanno fatto precipitare la crisi.

Così le Banche Centrali, ed in prima linea la Federal Reserve, dismesso l’atteggiamento di distaccati spettatori ad ogni equilibrismo finanziario e tornati alla giacca del “dirigismo”, sono intervenute con la solita ricetta: prestiti a bassi tassi con meccanismi d’asta e crediti di scambio tra i vari istituti centrali; liquidità concessa a breve o a brevissimo, ma pur sempre utile per tamponare la fase più acuta.

Subito dopo la Banca Federale diminuisce il tasso di sconto – il costo del denaro per le banche – secondo una collaudata ricetta praticata con la freddezza di chi si sente padrone del mondo, per incrementare ancora la circolazione di capitale. Questa manovra si configura, per altro verso, come un attacco alle economie degli Paesi Europei, la cui moneta si apprezza sul dollaro, con tutte le conseguenze sul piano commerciale.

L’andamento degli indici delle Borse segue la dinamica della sottostante produzione di merci. La Borsa non è più il luogo deputato all’incontro tra chi ha necessità di capitali da impiegare e chi ne dispone, ma, giusta la sua connotazione iniziale nel diciottesimo secolo, l’ambiente dove cambiano di mano carta e denaro, dove si genera la vertigine che sia possibile creare valore senza che il denaro operi come capitale produttivo, ove insomma guadagni e perdite sono esclusivamente passaggi tra voci di conto o semplice cambio, comunemente accettato, di un valore facciale.

Anche in quest’ultima crisi la massa di titoli in circolazione – anche se ormai si tratta quasi esclusivamente di un “cartaceo elettronico” – ha raggiunto un volume tale da non poter fruttare gli attesi interessi da trarre dal profitto del capitale effettivamente in funzione. Quel che manca è il “denaro fresco”, come lo chiamano gli uomini della Borsa, non promesse di pagamento o scommesse su rendite future, che in tempi ordinari funzionano come denaro e che sono il normale surrogato al denaro contante nel ciclo produttivo del capitalismo. Questa è una costante: tutte le crisi finanziarie hanno avuto questa causa primitiva per il loro scoppio.

I giornali a grande diffusione come la stampa specializzata hanno deliziato le preoccupate platee con spiegazioni tecniche più o meno serie e approfondite; abbiamo letto di nuovo su “cartolarizzazioni”, su nuove obbligazioni, su operazioni di “swap” che dovrebbero fornire robustezza a debiti costruiti sul nulla, su Fondi di ogni genere che ridurrebbero o ammortizzerebbero il rischio. Tutte illusioni perché le crisi finanziarie hanno alla radice sempre altre cause. Quel che cambia nella sovrastruttura finanziaria, e non è fatto di poco conto, è la dimensione dei valori in gioco: stratosferici gli odierni, neppure paragonabili a quelli che caratterizzarono la “madre di tulle le crisi”, quella del 1929.

Analogamente al 1987, e a differenza degli anni 2000, lo scoppio della “New Economy”, nella situazione presente si assomma l’evento finanziario e quello produttivo. L’industria del mattone muove capitali reali, e virtuali, immensi; è un dei pilastri su cui si regge il sistema dell’indebitamento pubblico delle famiglie negli Stati Uniti d’America, il Paese e lo Stato più forti, ma più indebitati del mondo. E la crisi può spostarsi dal mercato dei capitali a quel comparto fondamentale nel sistema industriale, accelerando il fenomeno descritto nella Terza sezione del nostro Libro. Quello è il vero pericolo per il capitalismo.

Che però la situazione dei mutui sia ben lungi dall’essere risolta lo dimostrano gli ulteriori interventi che sono pianificati dalle banche americane per una ingente linea di credito – si parla di 80 miliardi di dollari – che sarebbe messa a disposizione di situazioni critiche che si potranno ancora determinare.

Questo significa che c’è un gran numero di piccoli e medi investitori che nelle crisi vedono svanire i loro amati capitali, dai quali si aspettavano invece un profitto, quasi per una sorta di intrinseca proprietà del denaro, che lo deve per forza generare quando consegnato al gran frullatore delle Borse e degli ingranaggi della finanza.

Il denaro, che sembra avere una esistenza autonoma, è invece sterile se non opera come capitale. Nulla produce nella forma tesaurizzata. Ma quando entra nel “ciclo virtuoso”, ecco che il “risparmio” esprime questa sua straordinaria caratteristica di moltiplicarsi. Il profitto, che è risultato solo del processo capitalistico di produzione, appare separato dal processo stesso, che sparisce alla vista. Il sogno del capitale finanziario prende forma e corpo in questo campo dei miracoli che promette di moltiplicare gli zecchini ivi sepolti. Non c’è esperienza di passate burrasche che possa contare; il denaro “non dorme mai”, ed è giocoforza metterlo in movimento, non ci sono alternative.

Per mantenere in movimento, alla scala mondiale, il forsennato sistema di produzione capitalistico, che richiede percentualmente, non solo per crescere, ma anche per mantenersi allo stesso livello, masse sempre crescenti di capitale, se ne inventa la moltiplicazione in un gioco blasfemo di moltiplicazione di pani e pesci, mediante segni di valore che hanno sempre meno attinenza con l’effettivo valore prodotto.

Sono in gioco promesse di profitti da realizzarsi in un futuro sempre più lontano, che però funzionano da capitali effettivi per il processo in atto. Per vivere questo mostruoso sistema mangia il suo futuro. Quello degli uomini.

Quanto sia in grado di durare ancora questa follia non ci è dato valutare. La nostra drastica e definitiva, “semplice”, “soluzione” richiede che si svolga il processo di ricostituzione del tessuto rivoluzionario, che da decenni segna il passo. Ma di certo affermiamo con assoluta sicurezza che siamo nella fase finale di questo lunghissimo ciclo capitalistico. E siamo altrettanto certi che il futuro, forse non troppo remoto, sarà l’alternativa guerra tra gli Stati o Rivoluzione comunista.

La generale crisi capitalista, che noi ci auguriamo ultima e definitiva e motore del riscatto proletario, la avvertiamo sempre più vicina. Lo spostamento dell’asse dell’economia mondiale da Stati Uniti-Europa a Cina-India darà ancora un motivo di sopravvivenza storica al modo di produzione capitalista. Ma, per quanto possa fornirgli un consistente quanto momentaneo sostegno, non sarà certamente in grado di risolvere pacificamente le sue contraddizioni economiche interne e i suoi contrasti interimperialistici che lo portano inevitabilmente alla guerra.

Il proletariato dovrà prepararsi, sotto la guida del suo partito comunista, a questo suo compito epocale per la salvaguardia del futuro del genere umano.
 

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