astensionismo
1° Maggio 2008 O PREPARAZIONE RIVOLUZIONARIA O PREPARAZIONE ELETTORALE
Lun, 28/04/2008 - 14:281° Maggio 2008
O PREPARAZIONE RIVOLUZIONARIA
O PREPARAZIONE ELETTORALE
Lavoratori, compagni,
Più di un secolo è trascorso da quando il movimento operaio dichiarò il 1° Maggio giornata internazionale di lotta dei lavoratori: dalle officine, dai luoghi di lavoro le energie proletarie tendevano all’unione del proletariato mondiale. Nel frattempo, la storia ha fatto il suo corso smentendo tutte le ideologie dei movimenti falsamente operai e riproponendo in tutta la sua attualità il significato originario del 1° Maggio: Proletari di tutti i paesi unitevi!
L’illusione di un lento e graduale sviluppo verso il socialismo attraverso le schede elettorali e le riforme è affogata nel sangue di due guerre mondiali e, oggi, nella bancarotta internazionale del capitalismo, che sotto i colpi della crisi di sovrapproduzione, che forse sarà la peggiore dal 1929, si dimostra incapace di impiegare e alimentare una parte crescente della forza lavoro, determinando il flagello del precariato, della sotto-occupazione e della disoccupazione di massa.
Se la crisi economica passerà velocemente dai vecchi capitalismi ai nuovi di Cina ed India, dai paesi poveri la miseria sta sempre più debordando sui proletari dell’Occidente cosiddetto ricco, in realtà ricco solo di corruzione, inganni ed illusioni per i lavoratori. Il progressivo e difforme collasso delle economie e dei mercati, di merci e di capitali, determina la distruzione della vecchia sistemazione imperialista in un processo che porterà inevitabilmente il capitalismo al terzo macello mondiale, se non sarà la Rivoluzione ad impedirlo.
Novant’anni fa la rivoluzione d’Ottobre aveva spazzato via, sperammo per sempre, tutte le menzogne e tutti gli istituti della democrazia rappresentativa, dando luminosa conferma storica che lo Stato non si conquista dall’interno, ma lo si distrugge per erigere sulle sue rovine la dittatura proletaria, negatrice di ogni libertà politica alla vinta classe sfruttatrice.
Oggi che la democrazia è ancora presentata come un sistema di governo al di sopra delle classi, il parlamento come un organismo eterno e lo Stato borghese come una struttura capace di accogliere un’autentica rappresentanza delle forze della classe proletaria, occorre ricordare le parole di Lenin del 1919: «Il Parlamento borghese, sia pure il più democratico della repubblica più democratica nella quale permanga la proprietà dei capitalisti e il loro potere, è la macchina di cui un pugno di sfruttatori si serve per schiacciare milioni di lavoratori».
Nel 1920 l’Internazionale Comunista dettò il motto scolpito col sangue di troppi militanti operai caduti ingannati sul fronte della guerra di classe contro la borghesia: «Il comunismo nega il parlamentarismo come forma del futuro ordine sociale. Lo nega come forma della dittatura di classe del proletariato. Nega la possibilità di una duratura conquista del parlamento; si pone il compito di distruggere il parlamentarismo». Ma per i partiti del tradimento proletario, il parlamento non solo non è da distruggere, è da tenere in piedi, caso mai crollasse, con le forze dei lavoratori e, se occorre, con il loro sangue. Per essi la democrazia non solo non è più una menzogna da denunciare e disperdere, ma un "bene" da proteggere. La via che essi additano ai proletari non è più quella della conquista rivoluzionaria del potere, ma quella del gradualismo riformista, nazionale e patriottico, genuflessi di fronte a quel museo degli orrori che è Montecitorio.
Nel moderno periodo dell’imperialismo finanziario, successivo alla alla Prima Guerra mondiale, le circostanze storiche hanno portato lo Stato ad evolvere nel senso totalitario e fascista, e tutte le forze politiche del capitalismo, comprese quelle "democratiche", hanno favorito e attivamente concorso a questo sbocco. I comunisti - che non sono democratici - fin dal 1919 avversano apertamente la partecipazione alle elezioni per parlamenti, consigli e costituenti borghesi. Non lo fanno alla maniera anarchica o qualunquista piccolo-borghese, ma perché ritengono che in questi organismi non sia più possibile fare opera rivoluzionaria e credono che l’azione e la preparazione elettorale sono un ostacolo alla formazione nelle classi lavoratrici della coscienza protesa verso l’instaurazione della dittatura del proletariato e il comunismo.
I risultati elettorali non misurano la forza delle classi, che non è determinata dalle schede ma dalla reale capacità di organizzazione e di mobilitazione operaia, in opposizione al padronato e a tutta la classe borghese.
In Italia, in queste ultime elezioni del 14 aprile il dimagrimento elettorale del Partito Democratico e l'annientamento dalla Sinistra Arcobaleno non è stata una sconfitta per il movimento operaio. I lavoratori avevano già perso, qualunque fosse il risultato delle urne: hanno perso quando non hanno potuto opporsi con un fronte generale di lotta all’attacco del Capitale alle loro condizioni di vita e di lavoro, all’aumento dello sfruttamento, alla diminuzione di salari e pensioni, ai licenziamenti. I sedicenti partiti di sinistra, anche se da diverse posizioni, si sono rifiutati e si rifiutano di organizzare la lotta operaia, per puntare, come loro tradizione collaborazionista, sul gioco elettorale. Ma è proprio con l’assoggettamento del proletariato a questo gioco, alle regole democratiche, che la borghesia raggiunge il culmine del suo potere, che è sempre dittatoriale dietro la sceneggiata della colluttazione fra partiti di destra e di sinistra.
La vittoria del fronte di destra non significa quindi una svolta particolare della politica del regime, ma è la continuazione di quella azione anti-operaia in atto da decenni, e intensificata da ultimo dal governo Prodi, con il concorso diretto di Rifondazione e della cosiddetta ‘Sinistra radicale’, e che, in politica estera, porta i nomi noti di riarmo e guerre sempre più estese e senza fine e, in politica interna, riforma dello Stato sociale, delle pensioni, del lavoro, dei salari. Ossia, in termini non ambigui: riduzione dei salari (diretto e differito), aumento dell’orario, maggiore libertà di licenziamento. Ogni governo che segua queste strade, si dichiari di ‘destra’ o di ‘sinistra’, riceverà l’appoggio della Confindustria e la benedizione della Chiesa.
La stessa enfasi posta sul successo elettorale leghista serve a confondere i proletari. Il tentativo di sottomettere i lavoratori alla piccola borghesia artigiana e bottegaia del Nord, se non addirittura alla grande borghesia industriale e finanziaria che regge le file dello Stato di Roma e che in esso ha il suo comitato d’affari generale, è volto ad indebolire ulteriormente la identità della classe lavoratrice, proprio quando sarebbe più urgente un suo rafforzamento per fronteggiare il pesante attacco padronale. Dalla Lega a Rifondazione tutti sono allineati in un unico fronte antiproletario.
Con buona pace di Montezemolo, i sindacati di marca tricolore, continuatori dello spirito concertativo del sindacalismo fascista, sono oggi giunti alla tappa conclusiva del loro processo di inserimento all'interno del regime capitalista, divenendo a tutti gli effetti suoi organi di controllo e di repressione della lotta di classe.
Nell'immediato dopoguerra si adoperarono perché il proletariato si sottomettesse alle condizioni di miseria e di fame imposte dalla ricostruzione dell’apparato produttivo nazionale sotto il pretesto di un riconquistato regime ‘democratico e antifascista’, che non sarebbe stato più roccaforte degli interessi delle classi padronali e possidenti.
Nella successiva fase di ripresa economica si impegnarono a tenere sotto controllo le lotte rivendicative e a deviarle nell'illusione di riforme del sistema capitalistico e del "potere in fabbrica", acconsentendo alla politica dei partiti staliniano e socialdemocratici che indicavano l’alleanza con i ceti medi e il successo elettorale "via nazionale" per la scalata al potere delle classi lavoratrici, in realtà smantellando l’idea stessa della necessità del partito, della lotta e del sindacato classista.
In seguito alla ricaduta del capitalismo nella crisi economica e nella recessione, alla metà degli anni ’70 veniva varata la "politica dei sacrifici" e della "solidarietà nazionale". In nome dell’economia, della produttività e della competitività sui mercati del capitale nazionale bisognava rinunciare alla difesa del salario falcidiato dall’inflazione, accettare ritmi e orari più pesanti in fabbrica, cassa integrazione e licenziamenti. Tappe successive sono state l’abolizione della scala mobile (1985), l’eliminazione dell’aggancio delle pensioni alla massa salariale e dei salari all’inflazione programmata anziché a quella reale (1992), il taglio delle pensioni con il passaggio al sistema contributivo (1995), l’introduzione a tappeto di nuove forme di rapporti di lavoro precario (1997)... Fino al protocollo di luglio 2007 su "Previdenza Lavoro e Competitività".
Nelle parole di Franco Marini, ex-sindacalista nonché ex-presidente del Senato: «Nessuno può disconoscere il ruolo di equilibrio e il comportamento responsabile tenuto in questi anni nell’interesse del paese».
Parallelamente, sul piano politico, anche i falsi partiti operai rinati nel dopoguerra, il PCI e il PSI, dopo aver condotto la classe a chinare la testa, rinunciare a se stessa e sottomettersi allo Stato, hanno finito per gettare la maschera, in una serie di scissioni e contorcimenti si sono liberati anche formalmente di una scomoda tradizione e dei simboli e omologati pienamente a tutti gli altri partiti borghesi concorrenti alle poltrone di governo e ad infinite ruberie. Compito dei comunisti, oggi, non può essere che quello di denunciare apertamente tutti questi camaleonti, siano essi bianchi, verdi, neri o, peggio ancora, travestiti di rosso.
È tempo che la classe lavoratrice si opponga a tutti questi! Principale vittima del capitalismo, tanto in pace quanto in guerra, essa deve separare le sue speranze e le sue azioni dalle istituzioni della morente società del capitale. Il futuro dei lavoratori va ricercato nel passato del loro movimento: nella contrapposizione frontale al padronato per la difesa dei salari e del lavoro secondo la tradizione del sindacalismo rosso di classe. Questo inquadra nella lotta tutti i salariati indipendentemente dalle simpatie politiche, dalla razza, dalla lingua, dalla religione, superando le divisioni fomentate dal regime borghese (pubblici e privati, giovani e vecchi, precari e garantiti, occupati e disoccupati, indigeni e immigrati...). Rifiuta per principio ogni tentativo di sottomettere la lotta operaia alle compatibilità del capitale, come i codici di autoregolamentazione, la registrazione dei sindacati, il riconoscimento della rappresentatività, il voto segreto, la riscossione per delega dei contributi sindacali ed anche i cosiddetti "diritti sindacali" come i distacchi e le riunioni in orario di lavoro, quasi sempre forme di corruzione, intimidazione e ricatto. Per il sindacato di classe è indispensabile una organizzazione territoriale esterna ai luoghi di lavoro, nella tradizione delle Camere del lavoro, dove possano regolarmente incontrarsi le rappresentanze di fabbrica e i singoli lavoratori dispersi in piccole unità produttive per rafforzare e coordinare le iniziative. Il sindacato di classe non si fa carico di nessuna difesa dell’economia nazionale dello Stato borghese, ma si attesta sulla difesa intransigente della classe operaia.
Stracciare la scheda elettorale costa poco. Invece costa molto, ma è il prezzo che si deve pagare per vincere, lavorare per il ritorno ai princìpi secolari del marxismo rivoluzionario, perché senza princìpi non c’è vita per la classe ma solo sbandamento e sottomissione ai princìpi del nemico. Né c’è possibilità di emancipazione senza l’incontro della classe con il suo partito, espressione militante del programma storico del comunismo.
PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE
ai comitati di lotta, a chi pratica il mutuo soccorso, a chi resiste… A PROPOSITO DI ELEZIONI
Dom, 30/03/2008 - 23:15A PROPOSITO DI ELEZIONI
ai comitati di lotta, a chi pratica il mutuo soccorso, a chi resiste…
Al di là delle dichiarazioni, tutti i partiti dell'arco parlamentare hanno rivelato da che parte stanno.
L'esperienza della partecipazione della cosiddetta sinistra radicale al governo Prodi ha ampiamente confermato ciò che era prevedibile: il prevalere dei poteri forti sulle promesse di libertà e uguaglianza. La "sinistra arcobaleno" ha la pesantissima responsabilità di aver tradito le aspettative di chi subisce la dittatura del mercato, di chi nel mercato e dal mercato continuerà ad avere la vita macinata. Ora, in periodo elettorale, fa di nuovo la voce grossa e chiede il sostegno di comitati e movimenti. Dopo aver approvato le missioni e le Finanziarie di guerra, dopo aver votato per i CPT, il TAV, i rigassificatori, gli inceneritori, le leggi razziste, chiede ancora fiducia. Non concediamole alcuna legittimazione.
Pensiamo che il sistema della delega e della politica professionale abbia sufficientemente dimostrato di saper integrare e svilire ogni opposizione interna. La brama di potere pesa, il privilegio anche. La pratica dei compromessi parlamentari ha corrotto – in epoche di grande effervescenza sociale – donne e uomini che avevano temprato la propria fibra morale durante la Resistenza, l'esilio, il carcere. Quale "fedeltà ai princìpi" volete che mantengano, nel dilagante conformismo, coloro che ci chiedono il voto oggi?
Il fatto è che non è possibile alcun cambiamento di rotta aspirando ad amministrare il presente ordine sociale, politico, economico, tecnologico. Quando si è a bordo di un treno lanciato ad alta velocità verso il collasso ecologico e sociale, non ha senso chiedersi qual è il colore della casacca del macchinista, oppure se tutti hanno pagato il biglietto, o se i sedili sono confortevoli. C'è un solo gesto sensato: tirare il freno di emergenza.
Chi si batte contro le nocività non può che rifiutare il proprio consenso a chi le nocività le produce, le vota, le finanzia. Lottare contro le scelte di partiti che si è contribuito ad eleggere, eleggere i partiti contro le cui scelte lotteremo domani non è forse assurdo? Ancor prima di una questione di pratica sociale, è un problema etico, di dignità: non collaborare con ciò che si considera ingiusto.
Se il rifiuto dei partiti parlamentari si è assai diffuso tra i comitati dal basso, sembra invece serpeggiare una "nuova" illusione: le liste civiche.
Permane, cioè, l'idea che in discussione non sia un intero sistema sociale, bensì il personale politico che lo amministra, o la trasparenza democratica del suo amministrare. L'esperienza dei Verdi tedeschi dovrebbe illuminare. All'inizio erano sostanzialmente delle liste civiche. Oggi votano i bombardamenti "umanitari" (inaugurati nel 1999 con la guerra ai danni della popolazione serba, condotta anche dal governo tedesco di cui erano parte).
Tra i comitati di lotta e la partecipazione istituzionale è necessaria una linea netta di demarcazione. In caso contrario, oltre ad affossare l'autonomia delle lotte, si insinua il sospetto che queste ultime siano finalizzate e strumentalizzate a scopi elettorali. Si tratta di un veleno pericoloso e per nulla sconosciuto. Tant'è che per prevenire le immancabili obiezioni, si presenta la scelta elettorale con un linguaggio nuovo e accattivante. Ma dire che si ricorre alla delega per favorire la partecipazione, affermare che si vuole sperimentare l'autogestione entrando nei consigli comunale vuol dire confondere le carte. Partecipare al sistema rappresentativo è rappresentanza. Anzi, le liste civiche sono oggi l'ultima àncora di salvezza fornita alla "crisi della rappresentanza".
I vari comitati contro le nocività hanno dalla loro una preziosa caratteristica: quella di dire "NO". Tutti si trovano su di un obiettivo preciso, rispetto al quale non è possibile alcuna mediazione. Il TAV si fa o non si fa. Una base militare si fa o non si fa. Se invece un comitato diventa una lista civica, dovrà affrontare mille problemi diversi da quello per cui era nato. Problemi che non si conoscono in anticipo, sui quali quindi la delega rimane in bianco. La lotta permette quella partecipazione che la routine dei consigli comunali tende, nel tempo, a scoraggiare. E poi, quando si hanno dei consiglieri, perché non volere anche un assessore? Eccoci così imprigionati nell'amministrazione di ciò che esiste. Non solo. Perdendo rispetto all'obiettivo iniziale (il NO TAV, il NO alla base, ecc.), si potrà sempre dire che però si sono ottenute tante altre cose: piste ciclabili, parchi, nuovi statuti comunali, bilanci partecipativi, ecc.
La specificità e la non negoziabilità degli obiettivi sono tra le poche "garanzie" contro l'opportunismo politico.
Senza contare che la partecipazione elettorale ha, per quanto riguarda le lotte, la sua ricaduta psicologica e sociale. Essa alimenta l'illusione che si possa raggiungere l'obiettivo (impedire la costruzione di una base militare, di un inceneritore, di un rigassificatore, ecc.) con il 50 per cento più uno dei voti. Nel caso di opere in cui gli interessi in ballo sono enormi l'illusione è evidente. Ma essa, ben funzionale alle mire politiche di alcuni, incontra anche l'inconfessata speranza dei più che sia possibile ottenere certi risultati senza rischiare in prima persona.
Non dovremmo illuderci a vicenda.
"Cambiare come, allora?", chiederà qualcuno.
Bella domanda, a cui dovremo continuare a rispondere individualmente e collettivamente. Scoprendo ed affermando ciò per cui ci battiamo, certo, ma precisando anche ciò che non siamo e ciò che non vogliamo.
Nessuno se ne avrà a male, dunque, se diciamo fin d'ora, nel nostro piccolo, dove continueremo a cercare, da appassionati e testardi, i nostri compagni di viaggio.
Imboccando la strada asfaltata della partecipazione istituzionale non si va dove si vuole andare, ma dove porta la strada.
Preferiamo battere altri sentieri.
Trento, marzo 2008
Spazio aperto NO Inceneritore NO TAV
P.S. Ci piacerebbe conoscere il parere di altri comitati e non solo su queste nostre riflessioni.
RIAPRE IL BARACCONE ELETTORALE della qual cosa nulla riguarda la classe operaia
Gio, 20/03/2008 - 01:37RIAPRE IL BARACCONE ELETTORALE
della qual cosa nulla riguarda la classe operaia
Il prematuro decesso della XIV legislatura repubblicana ha rimesso in moto il ben oliato meccanismo delle elezioni a cui i pretesi nuovi partiti parteciperanno chiedendo all’elettorato il voto per potersi spartire maggioranze e poltrone governative. Il proletariato, in tempi in cui accusa maggiormente i colpi della crisi economica (caro-vita, mancato rinnovo dei contratti, lavoro precario e disoccupazione), adesso viene bombardato dallo sciocchezzaio elettorale.
Oggi nell’agenda politica tornano anche temi operai come il salario, ma l’interesse dei vari Veltroni e Montezemolo è mantenere il controllo di una classe che, sebbene in difficile difensiva da lunghi decenni, è naturalmente portata alla lotta. In questo senso, se l’aumento degli orari, i bassi salari, il lavoro precario, la disoccupazione e l’immiserimento costituiscono un evidente vantaggio economico per i capitalisti, sono anche un pericolo che va “gestito”, e non solo per la riduzione del mercato interno, ma sotto il profilo sociale, sindacale e politico.
Sebbene il sistema parlamentare italiano sia trapassato dalla cosiddetta Prima Repubblica (“catto-social-comunista”, cioè della Dc, del Pci e del Psi) ad una Seconda (quella di Forza Italia e dei Ds), i mali della sovrastruttura politica non sono stati sanati e, potenza imperialistica di seconda tacca, continua a risentire dei suoi ritardi e inadeguatezze, dando teatro alle bande di politicanti che gozzovigliano nelle sale del Palazzo.
Non stupisce che, in tanto sfacelo e fallimento “dall’interno” del metodo democratico, torni ben visibile il modulo corporativo, con un ruolo attivo nella definizione della crisi recitato dalla Confindustria, “scesa in campo” tanto da partecipare alle consultazioni al Quirinale e a spendersi attivamente per la soluzione delle “riforme” e di un governo “di salute pubblica”. Apertamente in nome della classe borghese.
Stavolta il “casus belli” della crisi starebbe nell’abbandono della maggioranza parlamentare da parte del micro-partito post-democristiano dell’Udeur. Ma in realtà si cerca ancora una volta di ridurre i costi della politica, esorbitanti e fuori controllo, con una “razionalizzazione” del “sistema dei partiti” e con il varo di due “organizzazioni” nuove di pacco: il Partito Democratico e il Popolo della Libertà.
Si intende compensare la imbarazzante identità dei loro programmi con la formazione “a sinistra” del calderone informe dell’Arcobaleno. Evidentemente, per chi cura la regìa di queste gestazioni, che anche in Italia i tempi sono maturi per il distacco dalle ultime ombre del comunismo, impersonate da Rifondazione e Comunisti Italiani. Non solo ci si affanna a rinnegare il comunismo nei simboli e nel nome ma si decampa anche dal terreno di classe e si nega che possa darsi una qualunque espressione politica della classe operaia. Ma della “parola” comunismo non si libereranno mai.
Il tradimento del partito del comunismo non è però fatto recente né che ha qualcosa a che vedere con i “comunisti” attuali. Lo smantellamento del partito comunista iniziò nel 1926, con svolte sempre più conciliatorie nella tattica verso i partiti della sinistra borghese, fino a quel “Partito Nuovo” imposto dallo stalinismo in Italia per desautorare la direzione del Partito Comunista d’Italia, fino ad allora in mano alla Sinistra Comunista, di cui il nostro Partito è continuatore.
Una vera controrivoluzione vinse allora il partito, nel nome del socialismo in un solo paese e del capitalismo di Stato in Russia e del tradimento della rivoluzione internazionale. Da allora, l’operato del Pci è stato non più comunista ma asservito allo Stato capitalista italiano e agli imperialismi dell’Est e dell’Ovest. Con la “svolta di Salerno” nel 1943 il Pci si fece parte attiva nella ricostruzione istituzionale post-fascista e democratica dello Stato. Il ruolo di fedele oppositore democratico è stato allora e poi politicamente fruttuoso: si indicavano alle masse operaie falsi bersagli, per distrarle dal vero loro programma comunista, che alle Botteghe Oscure aborrivano.
Man mano che la rivoluzione russa del 1917 trapassava in ordinario capitalismo e diventava un ricordo lontano alle nuove generazioni, l’opportunismo, per far dimenticare alla classe anche il concetto stesso di un suo partito e del suo esclusivo programma antiborghese, per “aggiornarsi ai tempi” passava a continue nuove svolte, fino alla Bolognina nel 1991 e alla nascita del Pds, poi Ds e infine alla fusione “a freddo” con i “cattolici di sinistra” della Margherita nel 2007.
Questo l’infame precipizio storico dello stalinismo in Italia: al carrozzone Pci-Pds-Ds-Pd, e al sindacalismo di regime, la borghesia ha affidato il controllo ideologico ed organizzativo dei proletari e delle fasce inferiori della piccola borghesia, per raffrenarne le rivendicazioni e per prevenire ogni ricostruzione del vero partito del comunismo.
Il marxismo scoprì che anche in regime della più perfetta democrazia vige la dittatura di classe, della borghesia sul proletariato. Di più oggi, nella fase imperialistica, la forma politica democratica è solo una maschera posta davanti allo incondizionato potere del capitale. Dei partiti lo Stato ne fa a meno, dato che le decisioni di governo vengono prese nelle istituzioni finanziarie e industriali, quando non provengono da determinazioni internazionali. I partiti della repubblica, compresi quelli “di sinistra”, progressisti, democratici, socialdemocratici o ex-stalinisti, sono ormai solo agenzie statali e bande affaristiche e parassitarie la cui unica residua positiva funzione è far chiasso. Il fascismo fu l’approdo naturale della politica alle evoluzioni del capitalismo e, sebbene sconfitto militarmente dagli Stati che si dicevano democratici, è stato adottato anche dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale e si impone a scala planetaria. Vittoria così totale che, nei paesi più ricchi, ha potuto anche dotarsi di un innocuo simulacro di “democrazia” per camuffare la sua dittatura. Dove ha potuto coinvolgere alcuni strati sociali nella corruzione con un certo allargamento dei consumi, poteva meglio confondere la classe operaia, facendole perdere la coscienza di classe per sé e allontanarla dalla rivoluzione. In questo senso lo stesso Lenin parlava della democrazia come il miglior “involucro” del capitalismo.
Quindi, la risposta comunista da dare all’ennesima chiamata alle urne non può essere che l’astensionismo!
Proletari, non fatevi ingannare! Di fronte alla triviale vacuità del parlamentarismo, la vera riorganizzazione politica delle classe operaia può avvenire solo nel suo partito, rivoluzionario ed internazionale, nel solco della tradizione e del programma comunista!
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