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 <title>sportsottoassedio</title>
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 <title>IO_NON_HO_PAURA: racconti da un paese in guerra</title>
 <link>http://roma.indymedia.org/node/2170</link>
 <description>&lt;p&gt;&quot;Io non ho paura&quot;.&lt;br /&gt;
Con queste parole una donna palestinese del villaggio di Jayuss, al nord della palestina, si descrive alle donne della carovana che ha attraversato i territori palestinesi dal 23 al 31 marzo.&lt;br /&gt;
Il 23 marzo tocco per la prima volta la terra mediorientale. Prima tappa: il valico di Herez, la porta occidentale alla striscia di gaza.&lt;br /&gt;
Una cattedrale nel deserto, sorvegliata da un ricchissimo sistema di telecamere e circondata da onde elettromagnetiche, divide i cento carovanieri da una striscia di terra, tra il sinai e la Palestina, trasformata in un&#039;immensa guantanamo. Chiaramente i militari israeliani non hanno nessuna intenzione di farci varcare quel maledetto chekpoint (un&#039;immagine: si tratta di un&#039;immensa struttura di cemento tipo un aeroporto, o meglio l&#039;ingresso di un supercarcere). La voglia di resistere è tanta, ma si scontra con una mentalità militare esponenzialmente più efficace: la cattedrale non offre acqua o baretti di ristoro, e l&#039;accoglienza avviene in un piazzale di cemento che comincia a ribollire non appena il sole raggiunge lo zenit. Alle 13 la temperatura credo fosse prossima ai 40 gradi centigradi. Insomma o ti porti un barile d&#039;acqua al posto dello zaino, o dopo ore di attesa, disidratato, sei indotto a desistere.&lt;br /&gt;
Il primo contatto con le truppe di occupazione israeliane non è stato dei migliori, ma il peggio deve ancora arrivare.&lt;br /&gt;
La sera ci spostiamo verso Betlemme dove riceviamo una calorosissima accoglienza da parte dei ragazzi dell&#039;Ibdaa cultural centre, centro culturale del campo profughi di Deishee, quartiere periferico di Betlemme. L&#039;ibdaa mi ha colpito molto: nasce nel 1994 grazie ai fondi della solidarietà internazionale. Culturalmente e politicamente vivacissimo, il centro si divide in due strutture: la principale che si trova all&#039;inizio del campo ed una seconda all&#039;interno  che offre un&#039;asilo nido, una biblioteca e prossimamente un media center. Nel campo profughi di Deishee, così come in ogni campo profughi, la sovranità e la gestione della comunità è esercitata esclusivamente dalle Nazioni Unite ( i palestinesi non hanno nessuna voce in capitolo circa l&#039;amministrazione diretta dei loro territori) che garantiscono istruzione e assistenza sanitaria utilizzando, però, solo personale straniero. L&#039;Ibdaa è invece totalmente autogestito dalla popolazione di Deishee e grazie anche ad una laboratorio artigianale presente nel centro, riesce a dare reddito a circa 80 famiglie del campo.&lt;br /&gt;
Il 24 mattina la carovana si sposta verso l&#039;Università di Abudis( la più grande della Palestina) a pochi Km da Betlemme. In palestina le strade non sono uguali e percorribili da tutti: ci sono modernissime autostrade israeliane ad uso esclusivo di coloni e cittadini israeliani, e dissestatissime strade di campagna ad uso immaginate voi di chi. Se si percorressero le strade di israele si impiegherebbero 15 minuti per arrivare all&#039;Università, ma purtroppo uno studente palestinese deve affrontare un&#039;ora e mezza abbondante di viaggio e valicare un chekpoint. Anche studiare è una lotta quotidiana!&lt;br /&gt;
Abudis era un quartiere periferico di Gerusalemme, ma dal 2002, e cioè dall&#039;inizio della costruzione del muro e del processo di de-arabizzazione della città, ne è totalmente isolato.&lt;br /&gt;
Dal Piazzale antistante l&#039;Università domina un enorme muro alto 8 metri, più un altro guadagnato con le reti, che divide intere valli. Dietro di esso Gerusalemme, la culla delle religioni.&lt;br /&gt;
Le ragazze di Abudis mi hanno colpito molto. Mi ha stupito la loro voglia di raccontarsi e di vivere con noi quello che per loro è un&#039;inferno quotidiano. L&#039;aria che si respirava era piacevole: diversi gruppi misti di uomini e donne sedevano nei giardini che circondano il campus fumando Arghila e fronteggiando un modello culturale, quello di Hamas, che li vorrebbe divisi tra generi e velati da ipocrisie teocratiche. Mi hanno dato tanta forza.&lt;br /&gt;
Il 24 sera ci spostiamo verso Jayuss. Raccontare l&#039;accoglienza ricevuta in questo piccolo villaggio non è cosa semplice: credo, anzi sono convinta, che certe emozioni siano impossibili da parafrasare.&lt;br /&gt;
Il paesino è a Nord della Palestina, vicino Qualquilya e Tulkarem: in tutto 3 centri agricoli devastati economicamente e socialmente dalla costruzione del muro. Quest&#039;ultimo circonda totalmente la città di Qualquilya e per 2/3 quelle di jayuss e Tulkarem.&lt;br /&gt;
la storia è sempre la stessa: c&#039;è un muro che divide il centro abitato dalle terre coltivabili, unica fonte di reddito per le comunità locali. L&#039;economia era essenzialmente fondata sulla raccolta di frutta, fiori e verdura, ma ora gendarmi e Tanks stabiliscono chi possa entrare e quando.&lt;br /&gt;
La mattina del 25, dopo un&#039;incontro con stop the wall, ci avviamo insieme ad alcuni abitant di Jayuss verso la &quot;Porta Meridionale&quot;: un&#039;enorme cancello che chiude l&#039;accesso alle campagne. Comincia ad esplodere la rabbia dell&#039;intifada. I bambini si gettano sulle reti,. qualcuno si arrampica al filo spinato e cerca di saltare il muro. In 2 minuti arrivano le camionette israeliane. la tensione si fa alta, ma mai quanto il pomeriggio, quando alla &quot;Porta occidentale&quot; i carovanieri si sono visti puntare mitra in faccia e indietreggiavano preoccupati solo di riuscire a difendere quella che è sempre stata l&#039;anima dell&#039;intifada e di ogni lotta politica: i bambini.&lt;br /&gt;
Per me si è trattato di entrare nel girone dell&#039;inferno.&lt;br /&gt;
Le donne ci hanno raccontato che ogni venerdi si recano al muro per fronteggiare quelle merde sioniste che gli centellinano acqua quotidianamente, che gli strappano figli e gli negano ogni diritto all&#039;esistenza. La violenza di israele non si ferma mai, nemmeno davanti ad una donna che abbraccia il tronco di un ulivo tagliato perchè non dia più frutti.&lt;br /&gt;
Cosa ne dite si può parlare di apparthaid? Posso osare nel dire che lo Stato di israele, nato da un olocausto, sta perpetrando un genocidio lento e dolorosissimo, disumano e impossibile da difendere?&lt;br /&gt;
Mi fermo qui! Non riesco ad andare oltre. Con la Palestina negli occhi e nel cuore, ma soprattutto con la certezza di ritornare quanto prima.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;FREE PALESTINE!!!&lt;/p&gt;
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 <pubDate>Thu, 03 Apr 2008 17:15:30 +0200</pubDate>
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