Guerre Globali
Milano, sabato 20 settembre 2008. Per Abba e contro il razzismo
Dom, 21/09/2008 - 11:27





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Milano - Sabato 20 Settembre
Sabato 20 settembre 2008 12:45 Per Abba e contro il razzismo, Manif Sauvage,un corteo meticcio si riprende la città !
una moltitudine incontrollabile invade la città dichiarandola "zona libera dal razzismo"
Global Project Milano
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News, foto, video dal corteo dal corteo di Milano, PER ABBA E CONTRO IL RAZZISMO uno speciale di GlobalProject in diretta dalla piazza, in continuo aggiornamento dal pomeriggio di Sabato 20. Anche dopo il corteo stiamo continuando ad aggiornare questo articolo con tutti i materiali fotografici e video raccolti nel corteo. Tornate quindi a visitare questa pagina, per visualizzare gli ultimi aggiornamenti non dimenticare di "rigenerare la pagina"
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Cronistoria
Ore 19.00
La lunga giornata di mobilitazione si conclude, per ora, in corteo da Via Zuretti alla metropolitana, con gli ultimi interventi che rilanciano le prossime manifestazioni ed iniziative con una determinazione a non tornare indietro ma ritrovarsi ancora in tanti e diversi per costruire nuove iniziative, per Abba e per fermare il razzismo. Per tutte e tutti si ricorda che la giornata continua a Quarto Oggiaro dove è in corso la jam antirazzista "Partigiani in ogni Quartiere".
Ore 18.10
Un’ora di presidio in Via Zuretti con centinaia di persone che continuano a ricordare Abba con rabbia e dolore, con interventi, musica hip hop e racconti delle comunità migranti, dei ragazzi che erano amici di Abba. Negli interventi dal camion e nel free style a ritmo di hip hop si continuano a denunciare le politiche razziste e si annuncia che via Zuretti ha cambiato nome, la targa della via ha infatti cambiato nome diventando Via Abba.
Ore 17.10
"ABBA VIVE!"
La testa del corteo ha appena raggiunto via Zuretti, nonostante i continui tentativi delle forze dell’ordine di bloccare il corteo non autorizzato e invita tutti a raggingerli. Il resto del corteo sta passando ora dalla Stazione Centrale. L’obiettivo è entrare in delegazione nel bar, per portare dentro 2 scatole di biscotti.
Ore 16.50
Manif Sauvage.
Come nella Parigi delle banlieues la testa del corteo si burla della polizia, continua a cambiare percorso, attraversare i parchi, le strade accelerando e fintando svolte. "Siamo avanti, dietro, dappertutto"
Ore 16.40
"ANCHE NOI RUBIAMO I BISCOTTI!"
Gli amici di Abba aspettano tutti in Piazza Repubblica per proseguire in Via Zuretti, nonostante i divieti e i tentativi di bloccare il corteo.
Ore 16.25
Praticamente tutto il corteo devia e continua dopo Palazzo Marino, seguendo gli amici di Abba, i Centri Sociali che si dirigono verso Via Zuretti, il luogo in cui è stato ucciso Abdoul
Ore 16.20
Una Piazza Duomo stracolma accoglie il corteo che devia verso Palazzo Marino occupando la Galleria piena di eventi della "fashion week", fumogeni, hip hop, striscioni, camion ed una moltitudine meticcia è oggi il vero cuore della vetrina dorata di Milano.
Ore 16.00
Gli Amici di Abba deviano dal Corteo dopo piazza San Babila per passare dal muretto, luogo importante per ricordare Abdoul. Ditreo di loro il corteo cambia il percorso seguendo la musica hipo hop del camion dei centri sociali: non c’è bisogno di permessi per riprendersi le strade della città!
Ore 15.30
Un oceano spontaneo e moltitudinario sta letteralmente invadendo il centro di Milano. Una piazza meticcia, multiculturale, che al ritmo di musica hip hop grida Razzismo Stop! ricordando Abba.
In testa al corteo sempre gli amici di Abdoul, il comitato, dietro di loro decine di migliaia di persone.
Ore 15.00
ABBA VIVE! ABBA VIVE!
Con questo grido gli amici di Abba arrivano alla testa del corteo raggiungendo il comitato [ http://www.abbavive.blogspot.com/ ] . Sulle magliette "Abba vive!" e "Ciao Fratello!"; grandissima spontaneità e voglia di riprendersi la città e quei luogi che Abdoul amava frequentare.
Ore 14.30
E’ appena arrivato alla testa del corteo il Comitato per non dimenticare Abba [ http://www.abbavive.blogspot.com/ ] , per fermare il razzismo, promotore dell’appello per la manifestazione di oggi [ http://www.globalproject.info/art-16901.html ] . Alcune centinaia di persone sono partite da Cernusco per raggiungere il corteo.
Abba vive. Razzismo Stop
Sabato 20 settembre 2008 00:00 Milano - Sabato 20 oggi, il Corteo per ABBA si riprende la città una moltitudine meticcia si muove verso Via Zuretti
news e aggiornamenti, audio, foto da tutte le mobilitazioni
Global Project Milano
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Per Abba e contro il razzismo, da Lunedì una mobilitazione che non si ferma. Dalle periferie al cuore delle metropoli, dai mille di Cernusco al prossimo corteo del 20 a Milano. News e aggiornamenti sulle mobilitazioni attivate dal "Comitato per non dimenticare Abba e per fermare il razzismo" nato a Cernusco in questi giorni, e tutte le iniziative nei quartieri, scuole, università a Milano. News, foto, audio dalle iniziative realizzate, tutti gli aggiornamenti su tutti i nuovi appuntamenti spontanei. Per non dimenticare. Per fermare il razzismo !
Segui gli aggiornamenti, torna a visitare la pagina e ricordati di rigenerare la pagina!
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Primo piano: E’ nato a Cernusco il Comitato per non dimenticare Abba, per fermare il razzismo
visita e diffondi il blog del comitato : www.abbavive.blogspot.com
Sabato 20 Settembre CORTEO PER ABBA E CONTRO IL RAZZISMO
Corteo a Milano ore 14.30 dai Bastioni di P.ta Venezia
"Razzismo Stop! X Abdul tutte/i in piazza!"
aderisci anche tu all’appello del comitato verso il corteo del 20 Settembre
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X Adesioni: mail to 20sett@gmail.com
Sabato 20
MILANO
14.30: CORTEO PER ABBA e CONTRO IL RAZZISMO
dai Bastioni di Porta Venezia (MM Rossa/ P.ta Venezia) a piazza Duomo
[ vai all’appello ]
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pre-appuntamenti :
CERNUSCO
13.30: il comitato "Per non dimenticare Abba, per fermare il razzismo" dà appuntamento a tutte e tutti i giovani e cittadini di Cernusco per partecipare insieme al corteo per Abba (Milano, 0re 14,30 Bastioni P.ta Venezia). L’aapuntamento per andare insieme a Milano è alle 13.30 alla stazione della metro di Cernusco.
vai al blog del comitato
http://www.abbavive.blogspot.com/
dopo il corteo la mobilitazione continua :
Quarto Oggiaro
dal pomeriggio fino alla sera : Partigiani in ogni quartiere
torna nelle strade di Quarto Oggiaro con un evento musicale e artistico all’insegna dell’antifascismo e dell’antirazzismo.
vai al sito
http://baluardo.splinder.com/
Venerdì 19
CERNUSCO / gli appuntamenti del "(comitato per non dimenticare Abba e per fermare il razzismo)"
http://www.abbavive.blogspot.com/
- tutto il giorno partecipazione al presidio permanente davanti alla metropolitana, con uno stand informativo fisso del comitato
13.30 : ri-aperura dell’info-point/ presidio permanente del comitato a Cernusco (MM Cernusco): flyeraggi e diffusione di materiali verso il corteo di Sabato a Milano
16.00 : conferenza stampa on-line sul blog
http://www.abbavive.blogspot.com/
16.30 : ritrovo sempre alla metropolitana per la preparazione dello striscione del comitato, delle magliette e dei materiali per la manifestazione.
tutto il giorno partecipazione al presidio permanente davanti alla metropolitana, con uno stand informativo fisso
Giovedì 18
CERNUSCO - 21.00: Nella biblioteca di Cernusco si è svolta con i famigliari di Abba una assemblea pubblica del comitato spontaneo nato a Cernusco "Per non dimenticare Abba, per fermare il razzismo", tutti gli interventi sono stati all’insegna del non dimenticare Abba impegnandosi attivamente contro il razzismo e le politiche di esclusione dai diritti di cittadinanza. Nel corso della assemblea sono state condivise le forme di partecipazione che caratterizzeranno il corteo di Sabato 2o a Milano.
[ continua nella news ]
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[ report completo sul blog del comitato ]
http://www.abbavive.blogspot.com/
13.00 In piazza matteotti info point e presidio permanente per non dimenticare Abba e per promuovere all’interno della città il corteo di sabato 20 settembre a milano.
[ Leggi ]
http://abbavive.blogspot.com/2008/09/appuntanenti.html
MILANO
09.30: Corteo Studentesco da Piazza Cairoli contro razzismo e politiche securitarie.
[ Leggi ]
http://www.globalproject.info/art-16916.html
la news coi materiali multimediali |
[ Fotogallery ]
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[ Leggi ]
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la feature del Coordinamento dei Collettivi Studenteschi
Mercoledì 17
CERNUSCO
16.00
Il Comitato “per non dimenticare Abba, contro il razzismo”
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ha realizzato un murales :”Abba Vive” è il messaggio che è stato impresso.
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[ Fotogallery ]
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MILANO
10.30
Alla facoltà di Scienze politiche gli studenti intervegnono al convegno di presentazione della Facoltà alle matricole col messaggio: Stop Razzismo! X Abdoul tutte/i in piazza!
[ Leggi ] |
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[ Fotogallery ]
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Martedì 16
MILANO 15.00: CCS in assemblea straordinaria
tra studenti e colletivi delle scuole di Milano e provincia
per organizzare il corteo studentesco ed antirazzista di Giovedì!
Meet point h ore 9.30 c/o l.go Cairoli
in Cantiere, via monte rosa 84 mm1 lotto
Vai al blog del Ccs
http://www.myspace.com/coordinamentodeicollettivi
Lunedì 15
MILANO
17.00: In piazza per Abdoul, ucciso perchè di pelle nera
Piazza Duca d’Aosta
(davanti alla Stazione Centrale)
[ Cronaca ]
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21.00: Presidio in Via Zuretti angolo Via Zuccoli
[ Cronaca ] |
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[ Fotogallery ]
http://www.globalproject.info/gal-16883.html
CERNUSCO
18.00: Appuntamento di alcuni giovani della città per l’organizzazione di iniziative, nella biblioteca cittadina.
20.30: in Piazza Unità d’Italia una fiaccolata in solidarietà alla famiglia di Abdoul, contro ogni forma di razzismo e intolleranza.
[ Cronaca ] |
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[ Fotogallery ]
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[ Ascolta ] le parole di Rossella sulle mobilitazioni a Cernusco S.N.
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Abdoul, 19 anni ragazzo, italiano e di colore ucciso a sprangate a Milano
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Nigeria: evacuato personale Shell
Lun, 15/09/2008 - 16:07
Dopo l'attacco alla piattaforma di oggi
(ANSA) - ROMA, 15 SET - La Shell ha evacuato circa 100 lavoratori da un impianto petrolifero nigeriano attaccato questa mattina. Lo riferiscono fonti dell'azienda. L'attacco ad una stazione di pompaggio della compagnia anglo-olandese e' stato rivendicato dal Movimento nigeriano per la liberazione del Delta del Niger (Mend), che ieri aveva annunciato l'inizio della 'guerra del petrolio'.
Nigeria: attaccato impianto Shell
Lun, 15/09/2008 - 11:50
Portavoce dell'esercito, un'installazione in fiamme
(ANSA) - PORT HARCOURT, 15 SET - Ribelli nigeriani hanno attaccato oggi un impianto della Shell nel Delta del Niger. E' il terzo giorno di disordini e scontri tra il gruppo armato e i militari nigeriani. Il portavoce della task force dell'esercito che opera nella zona, Sagir Musa, ha fatto sapere che un'istallazione della Shell ad Alakiri e' in preda alle fiamme in seguito ad un attacco dei ribelli.
BUSH PORTE SA GUERRE AU PAKISTAN
Sab, 13/09/2008 - 09:08
http://www.liberation.fr/actualite/monde/351781.FR.php
Monde
Bush porte sa guerre au Pakistan
Terrorisme. Washington a lancé des opérations terrestres sans avertir Islamabad.
De notre correspondant à Washington PHILIPPE GRANGEREAU
Libération : samedi 13 septembre 2008
Les Etats-Unis ont ouvert un nouveau front dans leur «guerre contre la terreur». Après l’Afghanistan en 2001, puis l’Irak en 2003, c’est le tour du Pakistan. En juillet, le président George W. Bush a secrètement autorisé les forces spéciales américaines, dont les Navy Seals (les nageurs de combat de l’US Navy), a mener des opérations terrestres dans les zones tribales du Pakistan, sans demander au préalable l’autorisation d’Islamabad, a révélé cette semaine le New York Times. «La situation dans les zones tribales n’est pas tolérable, déclare dans cet article, sous le couvert de l’anonymat, un haut responsable américain. Nous devons être plus combatifs. Des ordres ont été donnés.»
Assaut. La première de ces opérations, qui s’est déroulée dans la nuit du 3 au 4 septembre, n’a pas été un succès. Trois hélicoptères des forces spéciales américaines ont pris d’assaut le petit hameau frontalier d’Angoor Adda, à la recherche de talibans qui venaient de se replier au Pakistan après une incursion en Afghanistan. Seul résultat : la mort d’une vingtaine de civils, dont des femmes et des enfants, selon les villageois cités par la presse pakistanaise. Le raid a été qualifié de «stupide» par un officiel pakistanais. «Aucune force extérieure n’est autorisée à conduire des opérations à l’intérieur de nos frontières. Nous défendrons à tout prix la souveraineté nationale», s’est emporté Ashfaq Kiyani, le chef d’état-major de l’armée pakistanaise, le véritable homme fort du pays. Il s’est démarqué du nouveau président, Asif Zardari, perçu comme pro-américain, qui a, de son côté, cherché à minimiser l’incident.
C’est peut-être un tournant dans la stratégie américaine, qui, jusqu’alors, ménageait les susceptibilités du Pakistan, une puissance nucléaire musulmane de 170 millions d’habitants, officiellement toujours «allié» de Washington. D’autant que, récemment, la CIA a multiplié ses frappes à l’aide de drones «predator» équipés de missiles. Vendredi, l’un d’eux a tué au moins douze personnes près de Miramshah, une localité frontalière proche de l’Afghanistan. Il s’agissait du quatrième tir de missile depuis lundi. Ce jour-là, les frappes américaines ont tué 14 combattants islamistes, mais aussi sept civils, dont des femmes et des enfants. Des officiels américains ont expliqué que la CIA dispose désormais d’une «nouvelle technologie», qui permettrait de cibler avec une grande exactitude les ennemis qu’elle pourchasse avec ses drones. «Nous ne fournissons pas de détails» sur cette nouvelle technologie, a déclaré, jeudi, un porte-parole de la CIA.
«Bases de repli». Ces derniers mois, les forces américaines, ainsi que celles de l’Otan (sous mandat onusien), ont été la cible d’attaques de plus en plus fréquentes de la part des forces islamo-nationalistes talibanes. Comme le faisaient les moudjahidin du temps de l’occupation soviétique, les talibans effectuent des incursions en Afghanistan, puis se replient dans les zones tribales pakistanaises, qui leur servent de sanctuaire. Al-Qaeda se cache également dans ces montagnes qui lui sont familières, puisque c’est là que le réseau a vu le jour dans les années 80. Depuis janvier, 113 GI ont été tués en Afghanistan (et dix soldats français en août). «Je ne suis pas sûr que l’on soit en train de gagner en Afghanistan, reconnaissait, mercredi, devant le Congrès, le chef d’état-major des armées américaines, l’amiral Mike Mullen. Si on n’élimine pas leurs bases de repli au Pakistan, les ennemis vont constamment nous tomber dessus.»
Double jeu. La décision de la Maison Blanche d’étendre le combat au Pakistan intervient en pleine campagne pour l’élection présidentielle. Elle a été prise juste après que Washington a établi la responsabilité d’Islamabad dans un attentat terroriste qui a frappé l’ambassade d’Inde en Afghanistan, le 7 juillet, tuant plus de cinquante personnes. Les officiels américains ont révélé début août au New York Times avoir la «preuve directe» d’une implication de l’ISI (les services secrets pakistanais) dans cet attentat visant l’Inde, l’ennemi de toujours du Pakistan. Depuis deux décennies au moins, Islamabad se sert des combattants islamistes pour mener des opérations contre New Delhi, qui, de son côté, cajole le gouvernement afghan. Depuis le début de la «guerre globale contre le terrorisme», Islamabad joue un double jeu : tout en protégeant les réseaux islamistes, il laisse les Américains s’en prendre, au compte-gouttes, au réseau Al-Qaeda, dont le QG est au Pakistan.
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DOMANI SI TORNA IN PIAZZA
Ven, 12/09/2008 - 23:25
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Venerdì 12 settembre 2008 13:27 Domani si torna in piazza
A Vicenza si torna in piazza, domani 13 settembre, contro la nuova installazione militare statunitense e per difendere la consultazione popolare indetta per il prossimo cinque ottobre. Il corteo partirà alle 15.00 da P.za Matteotti e si concluderà al Festival No Dal Molin, dove in serata ci sarà anche l’intervento di Natalino Balasso.
«Con 2 mila partecipanti, la manifestazione sarebbe un successo», hanno dichiarato gli organizzatori del Presidio Permanente, che, dopo le violenze subite sabato scorso - http://www.globalproject.info/art-16783.html - dalla polizia guidata dal questore Sarlo, hanno rilanciato la manifestazione sottolineando che a Vicenza esiste «un’emergenza democratica: il governo, infatti, lavora per far saltare la consultazione popolare - http://www.nodalmolin.it/comunicati/comunicati_205.htm... . La lettera di Silvio Berlusconi al Sindaco – http://www.globalproject.info/art-16804.html - in cui si chiede di rinunciare al referendum – e l’atteggiamento delle forze dell’ordine dimostrano che gli statunitensi e il governo temono l’espressione popolare».
Prosegue, nel frattempo, la petizione - http://www.nodalmolin.it/notizie/notizie_229.html - per chiedere le dimissioni del questore Sarlo, colpevole di aver portato a Vicenza la violenza: le firme raccolte in calce al testo sono già più di 1000. «Domani – proseguono i presidianti – porteremo ancora una volta in piazza il coraggio di Vicenza - http://www.nodalmolin.it/comunicati/comunicati_206.htm... - che non ha nessuna intenzione di piegarsi al tentativo di delegittimare la consultazione popolare e al clima di paura e violenza che il questore vorrebbe costruire per fermare la mobilitazione dei cittadini. Sarà una manifestazione pacifica, colorata come sempre dalla partecipazione dei bambini, delle famiglie e degli anziani, perché quello vicentino è un movimento popolare».
Al termine della manifestazione sarà attivo un servizio di bus navetta per riportare i manifestanti dal Festival No Dal Molin al centro della città.
Presidio Permanente, Vicenza, 12 settembre 2008
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IMPERIALISMO, CINA E RUSSIA
Gio, 11/09/2008 - 21:11
(it) Anarkismo.net: Imperialismo, Cina e Russia [en]
Date Thu, 11 Sep 2008 08:56:45 +0200
Analisi della situazione internazionale alla luce degli eventi nel Caucaso
Nel Caucaso è in atto uno scontro interimperialista in cui il nano georgiano ha operato come "interposta persona" per conto degli Stati Uniti. La prevedibile e immediata reazione russa - che ha aggiudicato a Putin la prima mossa - ha solo messo in luce l'imbecillità del Presidente della Georgia il quale, da buon nazionalista, ha scelto (ancora una volta) la via della diversione bellica, contando su un aiuto statunitense che non poteva essere di intervento militare sul campo, invece di pensare alle disastrate condizioni del suo paese. Per inciso: si manifesta ulteriormente la pericolosità dell'essere alleati di Washington.
L'imperialismo, come forma di appropriazione o controllo monopolistico delle materie prime, delle fonti energetiche, e dell'esportazione di capitali; che sul piano ideologico in qualche modo si è coniugata con il nazionalismo europeo fiorito nel secolo XIX e con sentimenti, a volte mascherati da umanitarismo, di superiorità razziale - che in Europa non sono stati certo introdotti dal nazismo tedesco.
Costituisce ormai un classico l'interpretazione data da Lenin al fenomeno imperialista. Interpretazione che ha scavato nella sua essenza economica, individuandovi l'alto grado di sviluppo della concentrazione della produzione e del capitale, tanto da dare origine ai monopoli; la formazione (attraverso la fusione tra capitale industriale e capitale bancario) di un forte capitale finanziario e, quindi, di un'oligarchia finanziaria; la crescente importanza (non solo qualitativa) dell'esportazione di capitali in rapporto all'esportazione di merci; la ripartizione dei mercati mondiali fra le grandi potenze.
[English]
http://www.anarkismo.net/article/9805
IMPERIALISMO, CINA E RUSSIA
di Pier Francesco Zarcone
Nel Caucaso è in atto uno scontro interimperialista in cui il nano georgiano ha operato come "interposta persona" per conto degli Stati Uniti. La prevedibile e immediata reazione russa - che ha aggiudicato a Putin la prima mossa - ha solo messo in luce l'imbecillità del Presidente della Georgia il quale, da buon nazionalista, ha scelto (ancora una volta) la via della diversione bellica, contando su un aiuto statunitense che non poteva essere di intervento militare sul campo, invece di pensare alle disastrate condizioni del suo paese. Per inciso: si manifesta ulteriormente la pericolosità dell'essere alleati di Washington.
Detto ciò, passiamo al problema dell'imperialismo nell'epoca della globalizzazione. Come ben sappiamo, di imperialismo si è cominciato a parlare a cavallo tra la fine del secolo XIX e l'inizio del XX, in una determinata fase di sviluppo del sistema capitalista. Il più noto studio dell'epoca è di John Hobson, pubblicato nel 1902. Ma il primo approfondito approccio economico alla questione risale a Charles A. Conant, autore nel 1898 dello scritto "The Economic Basis of Imperialism", pubblicato dalla North American Review. L'imperialismo "classico" si colloca come una specie del genere storico dell'espansionismo, sulla spinta dell'accumulazione di capitale eccedente, necessariamente da "esportare" (e fermi restando i bassi livelli di consumo nei mercati interni dei paesi imperialisti); dell'esigenza di acquisire nuove fonti di materie prime a buon mercato e nuovi mercati. Cosicché l'imperialismo è stato in genere definito come l'imposizione, da parte di singoli Stati, del proprio dominio economico e politico su territori e/o Stati stranieri a vantaggio del capitale nazionale del soggetto imperialista. Questo fenomeno può utilizzare anche forme di colonialismo in senso proprio, cioè di appropriazione formale e diretta dei territori (e delle popolazioni) da sfruttare; pur tuttavia non si identifica con il colonialismo in quanto tale.
L'imperialismo, quindi, come forma di appropriazione o controllo monopolistico delle materie prime, delle fonti energetiche, e dell'esportazione di capitali; che sul piano ideologico in qualche modo si è coniugata con il nazionalismo europeo fiorito nel secolo XIX e con sentimenti, a volte mascherati da umanitarismo, di superiorità razziale - che in Europa non sono stati certo introdotti dal nazismo tedesco (sono in molti a ricordare, per esempio, il rivoltante razzismo di Winston Churchill?).
Costituisce ormai un classico l'interpretazione data da Lenin al fenomeno imperialista. Interpretazione che ha scavato nella sua essenza economica, individuandovi l'alto grado di sviluppo della concentrazione della produzione e del capitale, tanto da dare origine ai monopoli; la formazione (attraverso la fusione tra capitale industriale e capitale bancario) di un forte capitale finanziario e, quindi, di un'oligarchia finanziaria; la crescente importanza (non solo qualitativa) dell'esportazione di capitali in rapporto all'esportazione di merci; la ripartizione dei mercati mondiali fra le grandi potenze. Guardando a questa analisi, e assumendo quindi il punto di vista della fenomenologia economica, la globalizzazione attuale può essere considerata una derivazione ulteriore, in epoca di alta tecnologia informatica, dell'assetto studiato da Lenin.
In epoca contemporanea si è poi detto che si era passati alla fase del neoimperialismo, caratterizzata da un dominio solo informale - morale e mediatico - seppure non privo di tutela militare. Alla base vi sarebbe stata una essenziale esigenza della globalizzazione. Di questo fenomeno risaltano immediatamente il ruolo (e lo strapotere) delle multinazionali, i grandi flussi di movimenti speculativi di capitali, la schiacciante predominanza quantitativa dei movimenti di capitali rispetto a quelli di merci, l'enorme circolazione di dati e informazioni. Ma taluni si sono chiesti se tutto ciò costituisca davvero tutta l'essenzialità di questo fenomeno epocale. Vale a dire, se non si debbano prendere in considerazione aspetti inerenti alla vera e propria dimensione produttiva, nel senso che rivolgersi alla sfera dei rapporti di produzione implica la considerazione del ruolo del capitale nell'attuale assetto dei livelli di "valorizzazione", in rapporto alle sfere della produzione e della circolazione. Nel persistere di sistemi di scambio ineguale, la maggiore capacità produttiva dei paesi dominanti si risolve nella fruizione di tempi medi di lavoro meno alti - per l'aspetto produttivo - e nell'acquisizione di valori monetari assai più alti per ciò che concerne la circolazione. In buona sostanza, in quest'ottica l'obiettivo reale e fondamentale (strutturale si potrebbe dire) sarebbe il mantenimento del sistema di scambio ineguale di valore-lavoro, a cui sarebbe strumentale (e non più primaria) l'esigenza di appropriarsi di questa o di quella materia prima, come era accaduto durante l'imperialismo proto-novecentesco. Il fisiologico persistere e accrescersi delle tensioni internazionali corrisponderebbe all'esigenza, per i soggetti in gioco, di difendere e accrescere le posizioni rilevanti in una gerarchia economica planetaria, al fine di fare prevalere le proprie ragioni di scambio in un sistema di disuguaglianze. Gli esiti bellici, vale a dire, non come mera espressione di una volontà di dominio (cioè non solo fenomeni "soggettivi").
Oggi, però, in epoca caratterizzata dal ritorno dell'imperialismo anche in termini di guerre senza apparente motivazione e di brutali occupazioni militari, nonché dal trovarsi in primissimo piano gli interessi petroliferi delle potenze capitaliste - e questa materia prima, che sta alla base di ben oltre il 40% del consumo mondiale di energia)[1] non appare più l'illimitata risorsa di un tempo - non sembra condivisibile la tesi che vede come obiettivo essenziale il mero mantenimento del sistema di scambio ineguale di valore-lavoro. La prospettiva, a mio modo di vedere, va ribaltata: sono le risorse energetiche ad assumere un carattere vitale e primario. D'altro canto c'è da chiedersi se lo scambio ineguale non sia altro che la modalità necessaria al conseguimento del dominio, e non già l'obiettivo del dominio stesso.
L'imperialismo degli Stati Uniti al di fuori del continente americano si è sviluppato in fasi diverse. Dopo la II Guerra Mondiale era associato con l'intenzione di minare il sopravvissuto sistema coloniale europeo per realizzare un insieme di Stati clienti di Washington, ma formalmente indipendenti. E questa fase in genere è stata definita di neocolonialismo, con i governi locali al servizio delle multinazionali statunitensi e degli interessi politico/militari degli Usa. Si creò una area di dominio avente come supporti fondamentali - oltre alle forze armate degli Stati-clienti - l'intervento militare, le operazioni di intelligence e soprattutto l'azione di istituzioni finanziarie internazionali (come il FMI) e statunitensi. Col crollo del sistema satellitare dell'URSS, e poi dell'URSS medesima, per gli Stati Uniti si è aperta la possibilità di estendere di gran lunga il proprio dominio mondiale, grazie anche al diffondersi dell'ideologia neoliberista della globalizzazione e al sentimento di impunità totale subentrato alla grande paura per il nemico d'oltre cortina. Dall'avvento al potere di George W. Bush è diventata "lobby" determinante per la politica imperialista (ma sempre insieme al complesso militare/industriale) la lobby petrolifera, e dalla linea conservatrice di Clinton si è passati a quella di ultradestra dell'attuale presidenza Usa, propugnatrice della guerra permanente e delle occupazioni militari, nonché teorizzatrice del diritto degli Stati Uniti a non sentirsi vincolati da alcun trattato internazionale quando siano in gioco i propri interessi.
Oggi gli Stati Uniti hanno come nemici - oltre all'integralismo musulmano, da essi stessi favorito nella fase genetica - la Cina e la Russia, al di là del carattere formale più o meno cordiali dei rapporti diplomatici. La Cina - che resta il paese più popolato del mondo - in prospettiva appare oggi l'unico Stato capace di rivaleggiare con gli Usa tra quindici o vent'anni, a parità di condizioni. Una grande disponibilità di liquidità finanziaria consente alla Cina di porsi come paese investitore in grado di giocare sugli scenari internazionali, sostenendo progetti industriali in Sud Africa come in Venezuela, in Sudan come nell'Indocina, entrando in accordi di gestione dei corridoi delle materie prime dal Mar Caspio alle sue aree industriali del sud-est, e ponendosi in quell'area come grande competitore al pari di Russia, Usa e potenze locali come Iran ed India, come gendarme anti-islamico del Patto di Shanghai. Il gigantesco surplus finanziario cinese è stato anche il frutto di decenni di accumulazione assicurata da quella seconda via dello "sviluppo parallelo" (i profitti dell'agricoltura investiti nella industrializzazione), seguita dai dirigenti cinesi tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70, che è consistita nello sfruttamento dei lavoratori cinesi, e di determinazione, appropriazione e gestione del sovrappiù da parte dello Stato cinese, che non ha disdegnato di usare e pratica ampiamente oggi la repressione aperta.
In realtà in Cina non vi è stata alcuna transizione al comunismo, non è andata al potere nessuna tecnoburocrazia, ma abbiamo assistito in 60 anni alla gestione capitalistica di Stato da parte di un rigido centralismo burocratico che oggi gestisce la transizione al capitalismo nella forma più selvaggia, senza per questo effettuare il passaggio ad un assetto politico da democrazia occidentale. Va tenuto conto che il "miracolo economico" cinese, oltre a essersi basato su un feroce sfruttamento della classe operaia e dei contadini, ha fatto leva su una politica di esportazioni orientata verso un'economia mondiale già piena di debiti e si va sempre più proiettando ben oltre i suoi confini.
La Cina ha un tasso di sviluppo reale intorno al 10% annuo (se non di più): già nel 1998 produceva l'11,5% del Pnl mondiale; e si calcola che verso il 2015, il suo mercato interno possa raggiungere livelli enormi. Pur tuttavia la Cina è largamente dipendente dall'approvvigionamento petrolifero, a motivo della sua scarsa produzione autonoma di petrolio. Si ritiene che dal 2015 dovrà importare almeno 4 milioni di barili al giorno, pari alla metà dell'intera produzione odierna dell'Arabia Saudita. Gli Stati Uniti vedono nella politica della Cina un notevole fattore di alterazione del quadro strategico, economico e politico, in Africa in Asia e America Latina, cominciando localmente ad acquisire il controllo di risorse naturali. La Cina tende a fare dei mari estremo-orientali quello che per Roma era il mare nostrum, contenendo il Giappone e avendo di mira la presenza militare statunitense. Nella sua orbita c'è la Birmania, e vuole protendere la sua influenza verso il mare Arabico, il Golfo Persico e il Medio Oriente. In Asia la Cina, insieme con la Russia, ha inoltre di recente esteso la sua influenza su ex repubbliche sovietiche in cui l'influenza statunitense si è affievolita, come ad esempio l'Uzbekistan. Sulle voci di forniture cinesi ai Talebani in funzione anti-USA, allo stato non si può dire nulla.
Nel sud della Cina si stanno costruendo 1.850 chilometri di strade e si vanno rafforzando le naturali barriere difensive delle pendici dell'Himalaia. La "strada n. 3" che unisce direttamente il Kunming cinese con Bangkok tocca anche le regioni poco abitate delle nord del Vietnam e del Laos, dando il senso di una precisa espansione geostrategica cinese. Al Pakistan la Cina dà assistenza tecnica e militare, inclusa la tecnologia nucleare. Non mancano le fonti di agenzie giornalistiche secondo cui i servizi segreti cinesi sarebbero a conoscenza di trasferimenti di tecnologia nucleare dal Pakistan all'Iran, alla Corea del nord e alla Libia. Inoltre, la costruzione di un grande complesso portuale nella base navale di Gwadar sul Mar Arabico dà alla Cina un accesso strategico sul Golfo Persico e un avamposto sull'Oceano Indiano. Notoriamente il Tibet è oggetto di una politica di vera e propria colonizzazione da parte della Cina.
È un dato oggettivo l'incremento delle relazioni politiche ed economiche di Pechino anche in Medio Oriente, Africa e America Latina, e con paesi che gli Stati Uniti da tempo hanno segnato nella loro "lista nera", quali Iran, Sudan e Venezuela. E tra i suoi primi dieci fornitori petroliferi ci sono, oltre a Sudan e Iran, Angola, Congo Brazzaville e Guinea Equatoriale. La Cina ha iniziato anche a esportare capitali, suscitando le reazioni di Washington che cerca di ricostituire alleanze in funzione anticinese. Soprattutto in Africa, al momento, si gioca una partita di rilievo, atteso che il commercio cino-africano nel 2005 era arrivato al livello di 40 miliardi di dollari, con un incremento del 35% rispetto all'anno precedente. I giacimenti petroliferi africani si sono rivelati di estremo interesse, tant'è che già nel corso degli anni '90 la Cina aveva investito 8 miliardi di dollari in Sudan e 9 miliardi nel 2005 in Nigeria, oltre a concedere nel 2004 all'Angola un prestito - a condizioni vantagiosissime - di 2,5 miliardi di dollari per la ricostruzione di quel paese devastato da 27 anni di guerra civile. Iniziativa dai forti effetti politici, avendo consentito al governo angolano di rifiutare l'aiuto del FMI, foriero di devastanti politiche neoliberiste.
Non va poi trascurato il fatto che il deficit commerciale statunitense verso la Cina, che nel 2005 era stato di 202 miliardi di dollari, ultimamente non si è certo ridotto. In più la Cina è diventata una sorta di banchiere degli Stati Uniti, attraverso acquisti consistenti di Buoni del Tesoro statunitensi, e possiede consistenti riserve valutarie in dollari (si è calcolato che nel 2004 queste riserve ammontassero a 600 miliardi di dollari tra valuta e Buoni del Tesoro). Di tutta evidenza che in questo modo, se da un lato la Cina svolge un'opera di sostegno del dollaro incidendo sui livelli dei tassi di interesse, da un altro lato è suscettibile di svolgere un'opera di condizionamento. Situazione assai pericolosa, perché se un domani le difficoltà economico finanziarie statunitensi si aggravassero fino al punto di non potere più fare fronte ai debiti esteri di varia fonte, chi ci garantisce che la dirigenza USA non reputerebbe "opportuno" azzerare le partite debitorie con una bella guerra? Sarebbe un classico. Al momento, comunque, gli Stati Uniti sono costretti a mantenere verso Pechino un atteggiamento "elastico" a motivo della sua necessità che la Cina continui a finanziarne il debito e a comprarne i Buoni del Tesoro.
C'è chi è convinto, continuando così le cose, della capacità cinese di arrivare alla conquista del primato commerciale mondiale nel 2020. E allora chi vivrà vedrà. La possibilità per la Cina di diventare un gigante economico abbastanza autonomo ha indici rivelatori nella non corrispondenza tra livelli di investimento di capitali stranieri in Cina e i volumi delle vendite occidentali sui mercati cinesi. Il rilevante squilibrio tra esportazioni cinesi e importazioni, che sta anche alla base del boom economico del vecchio "Impero di Mezzo" lascia ancora a livelli onirici il desiderio occidentale di fare dalla Cina il grande mercato recettivo della produzione del "primo mondo". Come ha sottolineato l'economista indiano Amartya Sen, peraltro premio Nobel, l'epoca maoista ha lasciato in eredità alla Cina, oltre a un servizio sanitario di massa abbastanza efficiente, anche e soprattutto un servizio scolastico pubblico che va dalle scuole elementari fino all'Università, e che dagli anni '80 è gratuito per tutti; cosicché il paese dispone anche della preziosa risorsa di una massa di laureati di tutto rispetto qualitativo, tra i quali numerosi ingegneri delle varie specializzazioni, tanto che l'industria americana da tempo si è resa conto che la Cina è in grado di produrre a costi di gran lunga inferiori ottime componenti elettroniche. L'incremento dei consumi cinesi ha senz'altro contribuito all'innalzamento dei prezzi del petrolio, mettendo in crisi i consumatori statunitensi, che oggi cominciano a rendersi conto di quanto poco siano convenienti i loro macchinoni che "bevono" come alcolizzati. Ma il meglio deve ancora venire, atteso che si tratta di un paese di ben 1.300 milioni di abitanti a fronte dei circa 300 milioni degli Stati Uniti.
Anche sul piano militare la Cina non è uno scherzo. Le spese militari cinesi sono seconde solo a quelle statunitensi, e gli esperti del Pentagono - che stanno studiando i possibili scenari della futura guerra con la Cina - ritengono che questo paese abbia il più grande potenziale militare per competere con gli Usa e delle tecnologie militari di distruzione che potrebbero nel tempo controbilanciare il tradizionale vantaggio statunitense. Non è un caso che (secondo notizie pubblicate in occasione delle ultime Olimpiadi) la maggior parte dei missili cinesi sia puntata verso gli Stati Uniti.
E poi c'è la Russia del dopo Yeltsin, che Putin ha rimesso un po' in sesto, riportandola al rango di grande potenza quanto meno locale. Da più di un quinquennio l'economia russa attraversa una fase di forte crescita (per lo meno il 7% in media all'anno), grazie anche ai rilevanti aumenti a raffica dei prezzi dell'energia. Due terzi delle entrate, e circa la metà del bilancio russo, derivano dalle vendite di petrolio e gas, e la crescita derivatane ha permesso di accumulare riserve di oro e valuta estera per centinaia e centinaia di miliardi di dollari, di rimborsare al Fondo Monetario Internazionale le tranches del debito estero, e di realizzare un imponente programma di stabilizzazione macroeconomica e finanziaria. La Russia non può dirsi però un paese economicamente sano, atteso che il reddito pro capite è ancora molto basso, e pari all'incirca al 35% di quello dell'UE e al 25% di quello statunitense. In termini più ampi l'economia globale russa presenta una pericolosa fragilità proprio per la sua rilevante dipendenza dal commercio di petrolio e gas, a cui si aggiungono il basso grado del processo di diversificazione economica di questi ultimi anni e il cattivo stato dell'industria manifatturiera, in linea di massima debole e in certi settori addirittura in fase di declino. Va comunque detto che un'eventuale futuro ribasso dei prezzi energetici in teoria potrebbe essere compensato utilizzando le ingenti risorse finora accumulate e mediante aumenti della spesa pubblica, con particolare riguardo agli investimenti. E ferma restando l'incognita dell'inflazione.
C'è da dire che proprio la rozza ottusità nordamericana ha posto le premesse per un tale accordo, non essendo più la Russia la cenerentola di prima. Che la guerra in Irak, vale a dire, abbia fatto aumentare i prezzi del greggio anche indipendentemente dall'incremento di consumo cinese, è ben noto; e i suoi riflessi non potevano escludere il settore degli idrocarburi, con la conseguenza che alla fine del discorso si è verificata una lievitazione dei prezzi a livelli poco tollerati dalla stessa economia statunitense, a tutto vantaggio della Russia e della sua Gazprom. Come detto, questa congiuntura ha consentito alla Russia di ridurre enormemente il proprio debito estero, portando dall'80% del Pil a circa il 25-20%; situazione che ha avuto altresì la conseguenza di permettere una certa ripresa di tutta l'economia russa.
La Russia non sta portando avanti solo un processo di ricomposizione della sua forza militare, ma anche e soprattutto di ristrutturazione economica di quanto è rimasto della Comunità degli Stati Indipendenti. Messa fuori causa l'ucraina Naftogaz, affogata dai debiti, la Russia può progettare la costruzione, per 5 miliardi di euro, di un gasdotto fino al mar Baltico per rifornire Germania e Inghilterra, tagliando fuori, sia la Turchia sia la Polonia papalina e l'Ucraina, in modo da mettere sotto il suo controllo il transito del gas dai giacimenti dell'Asia centrale. A motivo della dipendenza energetica dell'UE rispetto alla Russia, non si può escludere una crescita del rublo rispetto all'euro; e comunque la creazione russa di notevoli riserve valutarie è in grado di fare assumere a Mosca un crescente ruolo egemonico sugli stati euroasiatici dell'ex Unione Sovietica; e inoltre le ha consentito di migliorare le relazioni economiche con l'India di cui è diventata il primo fornitore di armi) e con il Giappone.
Per quanto la Cina attualmente sopravanzi la Russia nelle esportazioni - in particolare per quanto riguarda le telecomunicazioni, le grandi infrastrutture e opere pubbliche - pur tuttavia la Russia sta facendo grandi progressi nel settore delle cosiddette tecnologie dell'informazione, settore che ha conosciuto una crescita di almeno 50%. Si calcola che dall'esportazione di tecnologie informatiche la Russia sia in grado di ricavare nel 2010 circa 15 miliardi di dollari, proiettandosi così al vertice delle classifiche internazionali di questo settore, mentre dieci anni prima i ricavi non superavano i 200 milioni. Pochi sanno che oggi circa un terzo del software Microsoft è prodotto da lavoratori russi (sia in patria sia nell'emigrazione), e che in questo settore la Russia si situa al terzo posto come esportatrice mondiale, dopo Cina e India.
E veniamo ora ai fatti di Georgia/Ossezia. Non mi pare sussistano dubbi circa il loro rientrare in uno scontro interimperialista tra Russia e Stati Uniti, quand'anche certi aspetti possano in apparenza far pensare il contrario. Ci riferiamo al fatto che, dopo il disastroso periodo seguito all'implosione dell'Unione Sovietica, la Russia non ha realmente completato l'opera di ristrutturazione interna, e non pare in grado di attuare una vera e propria competizione imperialista con gli Stati Uniti, quanto meno fuori dall'area. L'incremento delle sue relazioni economiche e politiche sul piano internazionale attengono sì a una fase di espansione, ma allo stato delle cose più difensiva che offensiva. Difensiva nei confronti di un'evidentissima manovra di accerchiamento da parte degli Stati Uniti, già installatisi militarmente in Kirghizistan e Uzbekistan: in quell'Asia centrale, cioè, dove ancora fino al 2002 la Russia era sotto scacco; ma in seguito lo scacco matto non c'è stato. Paesi baltici, Armenia, Azerbaigian, Georgia e Ucraina hanno attualmente governi filo-statunitensi; c'è il discorso dell'installazione di missili USA in Polonia; forti sono le pressioni per l'ingresso nella NATO di Ucraina e Georgia. Ce n'è a iosa per giustificare la reazione russa all'attacco georgiano alla separatista Ossezia, a cui l'occidente disconosce quel diritto all'autodeterminazione politico-statuale che invece ha imposto, con massicci bombardamenti (i primi contro uno Stato europeo a far tempo dalla fine della II Guerra Mondiale) alla Serbia per il Kóssovo. Vero è che questa difesa dell'autodeterminazione osseta rivela una altrettanto buona dose di ipocrisia della politica russa, che nega alla Cecenia quanto rivendica per l'Ossezia. Ma tant'è. Una cosa è la realpolitik, e altra la coerenza. Dispiace, semmai, che dalle popolazioni oggetto di queste ricorrenti contese nazionaliste (e dei sottostanti interessi economici ad esse estranei) non si sviluppi alcun moto di reazione in nome dei propri reali interessi sociali.
Esiste però un interesse primario della Russia per il problema energetico, suscettibile di sviluppi imperialisti. La questione osseto-georgiana, oltre che attenere alle esigenze di difesa russa, si collega direttamente al costruendo oleodotto BTC (da Baku in Azerbaigian, via Tbilisi in Georgia fino a Ceyhan in Turchia), che dovrebbe contornare il territorio della Federazione Russa. Azerbaigian e Georgia sono in atto veri e propri protettorati statunitensi, legati da cooperazione militare anche con Israele, a sua volta interessata ai campi petroliferi azeri dai quali importa il 20% circa del suo fabbisogno. La Russia è quindi parte della competizione energetica mondiale, indipendentemente dal fatto di non avere bisogno di importare petrolio o gas naturale. Tuttavia, ha l'esigenza di controllare il trasporto dell'energia, in particolare verso l'Europa. Non è per nulla azzardato pensare che il rafforzamento di questo controllo possa rafforzare la posizione russa e consentire a Mosca di ristrutturarsi come grande potenza, a scapito dell'influenza statunitense nella regione. Siamo in una fase in cui le riserve mondiali di petrolio, gas naturale, uranio e, per le necessita industriali, di rame e cobalto diminuiscono, e il loro controllo è diventato vitale per i grandi sistemi economici.
Non vi è dubbio che se gli Stati Uniti riuscissero a mettere le mani anche su petrolio iraniano (oltre a quello iracheno; l'Irak, non dimentichiamocene, sta al secondo posto nel mondo per riserve petrolifere comprovate), e a ridurre al rango di docili vassalli gli Stati asiatico-caucasici attraverso cui dovrebbero passare i progettati nuovi oleodotti, avrebbe tutti i numeri per diventare realtà il sogno dell'establishment yankee di fare del XXI secolo un secolo più statunitense di quello già trascorso. Nella situazione globale del nostro tempo, a conti fatti, finisce con l'avere scarso peso il nome del prossimo inquilino della Casa Bianca, poiché - se è giusto vedere un elemento duramente propulsore verso questo obiettivo nell'attuale dirigenza statunitense, legata alla lobby petrolifera texana - è altresì vero che ogni Presidente prossimo venturo dovrà fare i conti con quella che è una specifica esigenza economico-strategica degli Stati Uniti (paese, ed economia, oggi in forte crisi, con debito estero spaventoso e in una parte non secondaria verso la Cina). Se il progetto si realizzasse lo strangolamento cinese e russo avrebbe un'ovvia conseguenza. La grande pericolosità di siffatta situazione non dipende solo dalla forza militare statunitense, ma anche dal fatto che l'assoluta prevalenza degli specifici interessi macroeconomici e militari degli Stati Uniti, e disconoscimento di qualsivoglia limitazione, sono anche formalmente dottrina ufficiale di Washington. Una specie di "dottrina Monroe" globalizzata, che (incrociamo le dita) potrebbe portare anche all'uso locale di armi nucleari.
Oggi gli Stati Uniti devono fare i conti non solo sul loro versante esterno, ma anche con il proprio sistema economico, il che fa pensare (speriamo) che anche per essi valga la costante storica del declino come fase successiva a quella del dominio. Le cose non vanno bene per l'economia USA e per la sua popolazione. Rischia di finire il regno di bengodi del periodo posteriore alla II Guerra Mondiale. La quota di partecipazione statunitense alla produzione mondiale si aggira sul 23%; gli USA sono il paese più indebitato, e solo i flussi finanziari provenienti dall'Europa, dal Giappone e dalla Cina sono essenziali al finanziamento del deficit nordamericano. La crescita economica statunitense si è basata su un comportamento delle famiglie yankee che ricorda quello della cicala nella fiaba "La cicala e la formica": cioè consumi di gran lunga superiori ai livelli produttivi, col risultato di un indebitamento medio dei cittadini statunitensi che supera il 110% del loro reddito annuo, e comporta livelli crescenti della percentuale degli interessi per questo debito sul montante medio delle delle loro spese. La serie di esplosioni di bolle speculative finanziarie non è stata certo un balsamo, e la recessione incombe eccome. Potenza economico-finanziaria in forte crisi, ma dotata di spaventosa potenza militare, i dirigenti degli Stati Uniti sanno bene che il tempo gioca in senso sfavorevole, e questo ci fa correre il rischio di scelte avventuriste dalle conseguenze tragiche.
Pier Francesco Zarcone
22 agosto 2008
Nota:
1. Gli Stati Uniti, fornitori di circa i ¾ della produzione mondiale di petrolio, da tempo sono diventati importatori; e quindi dipendenti.
Link esterno: http://www.fdca.it
Da http://www.anarkismo.net
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RUSSIA FUORI DELLA LEGGE DELLA NATO
Mar, 09/09/2008 - 21:37
http://www.carmillaonline.com/archives/2008/09/002770....
RUSSIA FUORI DELLA LEGGE DELLA NATO
di Tito Pulsinelli
All’operazione militare di Mosca, finora l’asse Stati Uniti-Unione Europea (UE), che si raggruppa sotto le vetuste bandiere della NATO, ha risposto con parecchia lentezza e confusione. La Russia si posiziona strategicamente tra il Mar Nero e il mar Caspio, diventando l’arbitro di flussi energetici di straordinaria importanza per i mercati “occidentali”.
La NATO ha nella mira le 25 miliardi di tonnellate metriche di gas, e i 200 miliardi di barili di petrolio dei giacimenti che si affacciano sul litorale del Caspio. Le compagnie petrolifere anglo-USA avevano scelto la Georgia come via principale di accesso e transito di queste risorse. L’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan è una prima tangibile arteria, che unisce l’Europa alle fonti energetiche asiatiche.
Il gioco d’azzardo imposto al “rivoluzionaro colorato” georgiano, si sta rivelando come un bluff di poker contro i maestri degli scacchi. Sembra chiaro che la Russia non mollerà il controllo di porti, vie di comunicazione e zone nevralgiche, dichiarate zone proibite ai voli aerei. La Georgia è in ginocchio, e don Mikhail Shaakasvili ha dovuto persino rinunciare a participare ad un vertice di Paesi-amici “…perchè i russi ne aprofiterebbero e non mi farebbero rientrare in patria” (sic).
Nel frattempo, l’Ossezia del sud e l’Abkhazia gli dicono adios, e sono disponibili ad ospitare basi militari russe, come misura protettiva della loro indipendenza contro le ritorsioni georgiane e dei suoi guardaspalle stranieri.
Gli USA-UE hanno risposto con una intensa guerra propagandistica, campo di battaglia in cui sono maestri, e la stanno vincendo. Ma al di là della prosa veemente di Bernard Henry Levy, riprodotta e amplificata dalla catena di montaggio dell’informazione seriale, non c’è altro.
Nemmeno i vertici, sfuggono all’impressione di una cacofonia in cui vengono smentite bellicose dichiarazioni -o minacce di sanzioni- nel giro di solo ventiquattro ore. La questione principale è che l’ “occidente” è una categoria geopolitica assai datata, fuorviante, quasi un vuoto a perdere che non riesce più a camuffare gli interessi divergenti tra Stati Uniti e UE, e tra “vecchia Europa” e i pesi piuma del Baltico.
Al di là del livelo mediatico, nella realtà concreta ci sono solo alcune unità navali dotate di missili adibite al trasporto di soccorsi ai georgiani, e un editto della NATO che –attribuendosi funzioni che appartengono all’ONU- asserisce che “il riconoscimento dell’indipendenza dell’Ossezia e della Abkhazia mette la Russia fuori della legge internazionale”.
La Russia è “fuorilegge” più o meno quanto lo sono i Paesi che hanno riconosciuto il separatismo del Kosovo, tra cui l’Italia. Esibizionismo schizofrenico da un pulpito campione dei due pesi e due misure, una per i Balcani e l’altra –di segno opposto- per il Caucaso. Ma continua a trasparire una certa impotenza.
La minaccia della NATO di estromettere Mosca dai suoi consessi marziali, infatti, la lascia imperturbabile. Anzi, rilanciano che loro potrebbero vietare alla NATO l’uso del territorio russo, da cui oggi passano i rifornimenti alle armate impegnate in Afganistan.
Questo sarebbe un colpo duro, perchè obbligherebbe a far ricorso a più complicati e costosi ponti aerei, che aumenterebbero considerevolmente i costi già insostenibili della “guerra antiterrorista”.
E salterebbero anche i buoni uffici che interpongono con l’Iran e la Corea del nord nell’annoso contenzioso della questione nucleare. Un rebus di difficile soluzione per gli “occidentali”, dilaniati tra vulnerabità energetica e sanzioni che non sortiscono gli effetti sperati, oltre la levitazione dei prezzi degli idrocarburi o l’insicurezza dei rifornimenti.
Il futuro della NATO come braccio armato USA-UE è ormai a un punto critico, in primo luogo perchè gli interessi materiali delle due sponde atlantiche non coincidono con l’automatismo costante e invariabile del passato. Il futuro della coalizione militare si sta giocando in Afganistan, dove le cose non vanno bene, e si apre la discussione sulla sua funzione, e sul carattere offensivo con cui sta sconfinando verso l’infinito geopolitico.
In questa fase, inoltre, sono gli USA ad aver più bisogno dell’UE per effettuare trasfusioni finanziarie dalla Banca Centrale Europea
all’economia cartacea di Wall Street. Nonchè come testa di ponte permanente contro il resto del mondo: l’eterna e avita terza sponda.
La posta in palio dell’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan presto farà affiorare i contrasti inter-europei, in cui Germania e Francia –al di là dello spettacolo diplomatico- difenderanno interessi più immediati e concreti contro le intemperanze polacche. Alla fine, parafrasando Stalin, diranno “quanto Prodotto Interno Lordo producono Varsavia e i valvassini baltici?”
La signora Merkel, in un mondo interdipendente, non butterà dalla finestra il consorzio gasifero russo-germanico presieduto dall’ex collega Schroeder. Quanto a tuti gli altri, il rigore del freddo che si produsse un paio d’anni fa con un semplice giro di rubinetti, farà accantonare ogni proposito bellicoso di ritorsioni o sanzioni. A meno che l’indipendenza energetica possa garantirla “l’alleato americano”.
La ventilata minaccia di estromettere la Russia dal G7 è cosa aleatoria, di status, visto che ormai non rappresenta più le maggiori economie del pianeta. Non rispecchia la nuova realtà emergente perchè esclude l’India e il Brasile, e con la Cina i russi hanno già vincoli saldi –anche militari- nel Patto di Shangai (SCO). Il FMI, Banca Mondiale ed anche l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) non sono che l’ombra delle grandi istituzioni che furono nella recente era globalitaria.
L’exploit retorico del giovane ministro degli esteri britannico Milibrand, partito lancia in resta in Ucrania per organizzare un crociata anti-russa, è in realtà una voce bianca dissonante. L’oratoria incendiaria di Milibrand non è una risposta valida alla necessità di una maggiore coerenza ed autonomia dell’UE, in vista del vertice bilaterale del 16 di settembre per un nuovo “parteneriato strategico” con la Russia.
L’UE dovrebbe finalmente parlare con voce propria, senza maschera “occidentale” o la lingua biforcuta dell’alter ego atlantista.
L’onda espansiva della NATO nella regione del Mar Nero ha incontrato un muro di contenzione solido. L’accelerazione dei tempi per l’entrata della NATO in Ucraina è una decisione volontarista che non otterrebbe l’espulsione dei russi dalla cruciale zona marittima.
Il “rivoluzionario colorato” che guida provvisoriamente l’Ucraina pagherebbe con una secessione di grande proporzione tale imposizione dall’alto. La regione mineraria se ne andrebbe, e la flotta russa rinsalderebbe la sua presenza nel Mar Nero ben oltre il 2017. E in una zona più vasta di Sebastopoli, che comprenderebbe la costa dell’Abkhazia e il porto georgiano di Poti.
Le forzature della NATO, sono dettate dall’incalzare di una crisi multi-fattoriale, ma non riesce a cambiare la relazione globale delle forze in campo. Sono mosse reattive improntate a un verticismo dispotico che lascia dietro di sè società in convulsione. I nuovi Paesi che “aderiscono” soffrono fratture tra elites e società civile, e sono esposti a frammentazioni territoriali o separatismi. E permane un dato incancellabile e inalterabile: la Russia ha tutto quel che manca agli “occidentali”, cioè il petrolio, gas, materie prime e un gran mercato.
La NATO può essere l’asso pigliatutto? Non sembra, visto che il bilancio del militarismo espansionista dei neocons seppellisce questa illusione che cova sotto la cenere delle buone maniere diplomatiche. L’egemonia “occidentale”, è in affanno soprattutto per la serie di contraccolpi degli Stati Uniti: moneta in picchiata, sistema bancario in bancarotta, economia in “accelerata decelerazione”, superiorità militare che però non riesce ad essere risolutiva. E’ illusorio credere che il terreno perduto in molti campi sia recuperabile solo con la bellicosità atlantista.
Il dispiegamento anti-missilistico in terra polacca e ceca, è stato imposto senza consenso sociale, e lascia due Paesi seriamente divisi in fazioni contrapposte. C’è da chiedersi se è un prezzo che vale la pena di pagare, visto che aumenta la vulnerabilità interna e non conferisce nessun vantaggio risolutivo agli “occidentali”.
La Russia, infatti, dà una immediatamente risposta, dotando di armi nucleari la flotta del mar Baltico stanziata a Kaliningrad, e con la Bielorussia avvia un sistema di difesa anti-aerea congiunto.
Bruxelles dovrebbe valutare perchè contro l’azione militare della Russia è stato impossibile attivare il GUAM ( alleanza militare tra Georgia, Ucraina, Azerbaygian e Moldavia), strumento delle multinazionali petrolifere anglo-USA per la salvaguardia dei corridoi energetici. E non è stato possibile varare nemmeno una di quelle consuete operazioni “umanitarie” –in cui l’Italia si distingue con forte presenzialismo- istallate dall’ONU in vari territori, dove si cerca di ottenere con altri mezzi quel che è stato impossibile agli eserciti.
La Russia non è isolata e non è isolabile. Nelle ultime due settimane la Turchia, la Giordania e la Siria non hanno avuto nessun problema a firmare accordi con Medvedev. La Russia non ha più le “pezze al culo”, ha potuto agire fulmineamente e con fermezza perchè ha un progetto nazionale in cui si identifica la maggioranza della società civile, che mostra coesione e consapevolezza. Sarebbe saggio prenderne atto. Come pure non ignorare la geografia, la tradizione, l’economia e la cultura che ci segnalano la cooperazione e trasparenza come via maestra più conveniente all’UE. E’ ormai una priorità strategica evitare che potenze extra-continentali continuino a combattere le loro guerre sul suolo europeo.
Vale la pena riflettere sulla sorte dell’Unione Sovietica, collassata sotto il peso di spese militari crescenti, alla ricerca dell’impossibile egemonismo assoluto. C’è il dubbio che ora si stiano invertendo i ruoli e i falchi di Washington sono caduti in trappola. Li si induce a battersi su molti fronti, a svenarsi con incontenibili spese militari per ristabilire l’impossibile egemonismo unipolare. Trapelato nella fulminea stagione post-89 e tramontato perchè gli Stati Uniti non hanno saputo proporre al mondo un nuovo modello di relazioni globali, che riservasse loro un posto di riguardo.
Hano scelto di sognare ad occhi aperti, immaginandosi nella fase in cui Roma da repubblica diventava impero, ed hanno cercato di imporre la necrofora dittatura globalitaria e il fanatismo estremista del “o con me o contro di me”.
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"E UNO, DOIE, TRE E QUATT'!"... VISITA A CASA DI EDUARDO DE FILIPPO
Dom, 07/09/2008 - 23:35



www.sergiofalcone.blogspot.com
"E UNO, DOIE, TRE E QUATT'!"...
VISITA A CASA DI EDUARDO DE FILIPPO
di sergio falcone
Una villetta bianca silenziosa, soffitti bassi, le imposte che sbattono e i gerani alla finestra, un po’ di giardino attorno, sembra il casotto del custode, al numero 16 di via Aquileia, nel quartiere Nomentano, a Roma, ma è la casa di Eduardo, 80 anni, autore di teatro, attore, regista teatrale di fama internazionale. Con il pretesto di portare una lettera di Carlo Muscetta, posso trattenermi, senza parlare ed anche senza scrivere, per vedere in attività quest’uomo straordinario dal corpo piccolo e gracile, curvo come uno gnomo, stanco, perfino sofferente. Pare piuttosto un filantropo. Con una voce afona e un’occhiata umida che mi arriva al cuore. Non fa domande, non ascolta quasi risposte. Una macchina di teatro che ha funzionato dal 1906 (il debutto con Eduardo Scarpetta in compagnia di Titina) sembra sul punto di scaricarsi, pur continuando a funzionare.
Vigile la moglie Isabella Quarantotti: “Eduardo è costretto a scegliere, o le interviste o il lavoro”. I ricordi si affollano nella memoria di un povero cronista. Ieri, il racconto che mi faceva Vittorio De Sica: “Arrivò Eduardo. Totò si voltò e mi disse: ‘Edua’, sta ‘ccàa!’. Ricordarono un teatrino presso piazza Ferrovia, la misera orchestrina. Eduardo si sedeva in teatro per ascoltare la voce di Totò, e poi l’uragano di applausi che partiva da quella platea esigente e implacabile a ogni gesto, salto, contorsione, ammiccamento del ‘guitto’”. Oggi, prima della mia corsa da Eduardo, Carlo Muscetta mi dice: “Come tutti i grandi attori, Eduardo ha deciso di morire sulla scena”.
Frugando in mezzo ai documenti editi della vita di Eduardo, libri e memorie di vita e di lavoro, tento di mettere insieme questi appunti per una autobiografia dello stesso Eduardo.
Che cos’è il teatro
“Lo sforzo disperato che compie l’uomo nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato è teatro”.
L’attore
“L’attore muore senza poter dire di aver raggiunto la perfezione. Egli dà al pubblico il risultato della sua continua esperienza; ma tale esperienza, nel momento stesso in cui si raggiunge, diventa fatto superato”.
Il pubblico
“La storia del mio lavoro termina con la parola fine, scritta in fondo all’ultima pagina del copione; poi ha inizio la storia del nostro lavoro, quello che facciamo insieme noi attori e voi pubblico, perché non voglio trascurare di dirvi che non solo quando recito, ma già da quando scrivo il pubblico io lo prevedo. Se in una commedia vi sono due, cinque, otto personaggi, il nono per me è il pubblico: il coro. E’ quello a cui do maggiore importanza perché è lui, in definitiva, a darmi le vere risposte ai miei interrogativi”.
La messa in scena
“Una messa in scena è lavoro di creazione: crea l’autore, crea l’attore, crea il regista, lo scenografo, eccetera. Quando tale lavoro si vale del contributo entusiastico e umile di tutti, si fa teatro. Quando uno degli elementi predomina sugli altri, esso dà spettacolo di sé”.
Lo stimolo emotivo
“Alla base del mio teatro, c’è sempre il conflitto tra individuo e società. Voglio dire che tutto ha inizio, sempre, da uno stimolo emotivo: reazione a un’ingiustizia, sdegno per l’ipocrisia mia ed altrui, solidarietà e simpatia umana per una persona o un gruppo di persone, ribellione contro leggi superate e anacronistiche con il mondo di oggi, sgomento di fronte a fatti che, come le guerre, sconvolgono la vita dei popoli… Solo perché ho assorbito avidamente, e con pietà, la vita di tanta gente, ho potuto creare un linguaggio che, sebbene elaborato teatralmente, diventa mezzo di espressione dei vari personaggi e non del solo autore”.
Il mio credo politico
“Il mio disegno di legge sarebbe quello di dare ad ognuno una piccola responsabilità che, messe insieme, diventerebbero una responsabilità sola; in modo che sarebbero divisi in parti uguali, onori e dolori, vantaggi e svantaggi, morte e vita. Senza dire: io sono maturo e tu no!”.
I “professori”
“Chi ha voluto ‘a guerra? ‘Il popolo’, diceno ‘e prufessure. Ma chi l’ha dichiarata? ‘’E prufessure’, dice ‘o popolo. Si ‘a guerra se perde, l’ha perduta ‘o popolo; e si se vence, l’hanno vinciuta ‘e prufessure”.
La guerra
“C’è stata una guerra; una guerra che ha distrutte tutte le illusioni, tutte le apparenze. Qua viviamo di realtà, ora per ora, minuto per minuto… Le illusioni nun s’ ‘e ffa’ nisciuno cchiù. Il signor ‘pare brutto’ è morto sott’ ‘a nu bumbardamento. La signora ‘dignità’ è stata fucilata”.
La paura
“Amico mio, il morto non è altro che un uomo disarmato sul serio; è il combattente della guerra eterna, al quale la natura ha tolto per sempre la vera arma segreta: l’anima. Io posseggo ancora questa arma, voi la possedete ancora, di me potete avere paura, io di voi”.
Coppie
“State insieme da tanti anni e non avete saputo raggiungere un’intimità che vi possa permettere di dire pane al pane e vino al vino, l’uno con l’altra?... Pigliate a pretesto un motivo qualunque per litigare e il dito sulla piaga nessuno di voi due lo vuole mettere… Tu capisci in quale situazione si trovano i giovani di oggi… E noi, forse con il nostro atteggiamento ostile, li abbiamo disorientati ancora di più. Non bisogna confondere momenti con momenti e fatti con fatti. La confusione c’è stata per loro e pure per noi”.
Quasi un’autobiografia
“Io sono figlio d’arte,… e sono a capo di un gruppo di comici formati da mia moglie, dai miei figli, da mia nuora e mio genero, tutti figli d’arte come me. Da guitti discendiamo e guitti siamo noi stessi… Il mio gruppo lavora per un pubblico minuto: braccianti, contadini, serve, bottegai… Il popolo ama questo genere di repertorio. Il ‘Capannone’ era sempre tutto esaurito”.
I “bassi” a Napoli
“I bassi… Nire affummecate… addò ‘a stagione nun se rispira p’ ‘o calore pecché ‘a gente è assaie, e ‘e vierno ‘o friddo fa sbattere ‘e diente…”.
Il tribunale di Napoli
“… Tornai diverse volte in tribunale,… e a poco a poco misi insieme una folla di diseredati, di ignoranti, di vittime e di aguzzini, di ladri, prostitute, imbroglioni, di creature eroiche ed esseri brutali, di angeli creduti diavoli e diavoli creduti angeli. Ancora oggi, essi sono con me, assieme a tanta altra umanità che man mano ha accresciuto la folla iniziale”.
“Fesso”
“Fesso: entrato al pari di tanti altri vocaboli partenopei nell’uso comune della patria lingua, questo termine costituisce un vero grattacapo per chi intendesse rintracciarne origini lessicali, etimologiche, e senso determinato… Si dirà che io esageri, ma a me pare che in questa ineffabile parola sia racchiuso tutto lo spirito dell’inconfondibile filosofia del popolo di Napoli. Una filosofia fatta di sopportazione, di gaiezza, di lepido umorismo e persino di vanteria golosa! Infatti: ‘L’aggio fatto fesso!’ (L’ho giocato, n.d.a.), ritengo sia la frase quintessenziale della soddisfazione d’un Partenopeo”.
Alberto nelle “Voci di dentro”
“Dice che parlare è inutile. Che, siccome l’umanità è sorda, lui può essere muto. Allora, non volendo esprimere i suoi pensieri con la parola… perché poi, tra le altre cose, è pure analfabeta… sfoga i sentimenti dell’animo suo con le ‘granate’, le ‘botte’ e le girandole”.
Gaetano Trocino
“Dopo anni di amarezze, di pene, di scoraggiamento per non aver creduto più genuino e autentico il calore familiare, per aver messo in dubbio l’affetto dei figli e di sua moglie, come ogni essere umano, ha ceduto alla crisi e s’è rifugiato volontariamente in una sincope che, se i suoi aspetti sono giusti, diventerà definitiva; se infondata, può avere carattere di sincope provvisoria”.
Filumena Marturano
“I tratti del volto di questa donna sono tormentati: segno di un passato di lotte e di tristezze. Non ha un aspetto grossolano, Filumena, ma non può nascondere la sua origine plebea: non lo vorrebbe nemmeno. I suoi gesti sono larghi e aperti; il tono della voce è sempre franco e deciso, da donna cosciente, ricca d’intelligenza istintiva e di forza morale, da donna che conosce le leggi della vita a modo suo, e a modo suo le affronta. Non ha che quarantotto anni”.
La signora Bravaccino
“La signora Bravaccino capisce che la guerra può soffiare e disperdere quelle poche pietre che è riuscita a mettere l’una sull’altra, ma dice: ‘Io me ne infischio. Costruisco lo stesso’. Pensatela come volete voi, per me dico che si è regolata benissimo. Stringiamoci fraternamente la mano e guardiamoci negli occhi per scambiarci un segno di fede e troveremo parole di indulgenza e ammirazione per chi, sprezzante del pericolo, costruisce, invece di demolire”.
Il presepe di Luca in casa Cupiello
“… Intorno a Luca si va creando un’atmosfera indifferente e gelida, man mano che le montagne di cartapesta si popolano di capanne e di ‘casarelle’, e diventa addirittura ostile quando, ad opera compiuta, egli chiede timidamente alla famiglia un po’ di adesione”.
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EDUARDO DE FILIPPO,
L'ORO DI NAPOLI.
'O PERNACCHIO
http://www.youtube.com/watch?v=gkrnK0igAP0
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NUOVA COMPAGNIA DI CANTO POPOLARE,
TAMMURRIATA ALLI UNO... ALLI UNO
Alli uno alli uno
'a tre ghiuorne stò diuno,
alli duie alli duie
meglio a te ca a uno 'e nuie,
alli tre alli tre
vienetenne 'mbraccio a me,
alli quatto alli quatto
mò t''o dongo e mò t''o schiatto,
alli cinche alli cinche
trasatenne 'a part''e dinto,
alli sei alli sei
datemelle 'e robbe meie
alli sette alli sette
'o tuppo 'e mammeta 'int''o vasetto,
alli otto alli otto
baccalà cu 'a carna cotta.
'Nu juorno me jucaie palle e pallucce,
rint'a 'nu vecariello stritto e lungo.
S'affaccia 'a signurella a lu palazzo
"chi ha fatto 'o meglio sei ca saglie 'ncoppa".
Sagliette'ncoppa e la porta abbarrata,
e arreto pe' sepponta 'na pagliuta.
'Ncoppa ce steva 'na nenna cuccata,
ué ué cuscin''e seta manto 'e velluto.
A tiempo a tiempo ce sagliette 'o frato
"tu faccia reggialluta che ffaie lloco"?
"Soreta m'ha chiammato e io aggio venuto,
soreta è 'na vaiassa e tu curnuto"....
Quanto sì bella dammene 'nu poco
uh chello ca tiene è bello
'o tricchitracco 'int''a vunnella...
Uh chello ca tiene aréa
'o cavero 'nfoca 'a penta mea
tu t'arrefrische io m'arrecreo
'o campanaro scampanea,
e Mariagrazia pure se recréa.....
E se recréa a ll'uno
tu te gratte a me me prure
è meglio a te ca a uno 'e nuie
e 'ncopp''a prevula pure 'o tiene l'uva,
e nce 'o tiene a bbia a bbia
fosse festa ogni matina,
si tenesse che magna'
io nun vulesse fatica',
chi tene 'a figlia e nun m''a dà'
uh se pozza 'nfraceta'
comm'a 'na scella 'e baccalà...
Uie e baccalà e ll'uno
tu te gratte a me me prure
è meglio a te ca a uno e nuie
stammo cavere tutt'e dduie....
Chello ca tiene tu tengo io pure
e nce 'o tengo io pure 'a jaccio
e quann''a veco me nce abbraccio
e vide che suonne m'aggia fa',
ih che suonno me nce faccio
c''o per'a laccio...
Uh io aggio saputo ca ddoie sore site,
e mai rint'a unu letto ve cuccate.
Io voglio durmire 'na notte cu voi
e quanno durmite è bello
'o tricchitracco 'int''a vunnella
'o masculillo e 'a femmenella
e viene 'a ccà quanto sì bella,
e quanno durmite che penziero fate.
Faccio 'o penziero ca dormo cu vuie
e m'avoto e giro aréa
'o cavero 'nfoca 'a penta mea
e m'avoto e giro e nun te veco maie...
'Ncopp''o pont''e Matalune
llà nce stanno lampiune
'e lampiune 'e llampetelle
'o tricchitracco'int''a vunnella
'o piglio 'mmano 'o poso 'nterra
'o faccio fà Pulecenella....
http://www.youtube.com/watch?v=2H3U04ZNkAg
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NUOVA COMPAGNIA DI CANTO POPOLARE,
CANTO DEI SANFEDISTI
A lu suono de grancascia
viva lu populo bascio.
A lu suono de tamburrielli
so' risurte li puverielli.
A lu suono de campane
viva viva li pupulane.
A lu suono de viuline
morte alli giacubbine.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunzigli
viva 'o rre cu la famiglia.
A sant'Eremo tanto forte
l'hanno fatto comme 'a ricotta
a 'stu curnuto sbrevognato
l'hanno miso 'a mitria 'ncapa.
Maistà chi t'ha traruto
chistu stommaco chi ha avuto,
'e signure 'e cavaliere
te vulevano priggiuniere.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunzigli
viva 'o rre cu la famiglia.
Alli tridece de giugno
sant'Antonio gluriuso
'e signure 'sti birbante
'e facettero 'o mazzo tanto.
So' venute li Francise
aute tasse 'nce hanno mise
liberté... egalité...
tu arrubbe a me
i'arrobbo a ttè...
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunzigli
viva 'o rre cu la famiglia.
Li Francise so' arrivate
'nce hanno bbuono carusate
e vualà e vualà
cavece 'nculo alla libertà.
A lu ponte 'a Maddalena
'onna Luisa è asciuta prena,
e tre miedece che banno
nun la ponno fa sgrava'.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunzigli
viva 'o rre cu la famiglia.
A lu muolo senza guerra
se tiraje l'albero 'nterra