Hacktivism!
Per il rilancio della sinistra libertaria
Gio, 15/05/2008 - 15:12PER IL RILANCIO DELLA SINISTRA LIBERTARIA
I risultati delle elezioni politiche dello scorso aprile hanno determinato una
profonda modificazione degli scenari politici, sociali ed economici in Italia:
non solo per ciò che concerne gli equilibri di "palazzo" e le alchimie
governative, ma anche per gli effetti che può avere sui cosiddetti ambiti
alternativi ed antagonisti.
Se la vittoria della destra era facilmente pronosticabile, le dimensioni
della stessa ci danno il diritto di parlare di una vera e propria catastrofe
sociale, culturale, esistenziale i cui effetti, purtroppo, conosceremo presto
sulla nostra pelle.
Se la sconfitta della "sinistra" era prevedibile, si può definire un vero e
proprio tsunami quello che ha investito, cancellandola completamente, la
cosiddetta sinistra radicale dal Parlamento.
Una sinistra punita sia nella versione "democratica" - blairiana, perché ha
accettato, nei due anni di governo, tutto quello che Confindustria e Banca
Europea le hanno imposto, non riuscendo a realizzare neppure un punto di
quelli promessi nel famoso programma di oltre 280 pagine elaborato nel 2006,
sia nella versione radicale perché inevitabilmente diventata "casta", e perché
incapace a rappresentare i movimenti reali se non in maniera demagogica,
dogmatica e strumentale.
Con le elezioni 2008, quindi, una storia si è definitivamente chiusa, quella
del marxismo politico italiano (e non si può fare a meno di coglierne
l'aspetto liberatorio!), non solo per quanto attiene alla disfatta delle
"scuole" di lungo corso, quali socialisti e comunisti togliattiani (ex PCI),
ma anche di quelle componenti riapparse alla ribalta dagli anni'70 in poi:
leninisti, trotzkisti, gramsciani e luxemburghiani variamente assortiti.
Tale situazione è il frutto dell'esaurimento totale della ragion d'essere del
marxismo politico, perché schemi di riferimento, obiettivi e miti, sono sempre
più desueti ed impresentabili: il fine che giustifica i mezzi, la dittatura di
partito e del (sul) proletariato (in funzione di capitalismo di stato), la
riproposizione acritica di categorie pienamente superate dalla storia, come
l'operaiolatria.
Tale situazione dà ragione a quanti, fautori del socialismo libertario, non
hanno mai ceduto alle sirene dell'utopia totalitaria. In tutto il mondo si
conferma l'esattezza delle critiche storicamente mosse al socialismo
autoritario e cosiddetto "scientifico" fin dai tempi della 1° Internazionale.
Parallelamente è evidente anche il fallimento del sistema neo-liberista,
responsabile oggi di una diseguaglianza crescente (attacco ai diritti dei
lavoratori, precarietà elevata a sistema ad Occidente, governo delle nuove
mafie nei paesi ove fu il socialismo "surreale" e morte per fame,
fondamentalismi e rapina delle risorse da parte delle multinazionali (non solo
americane, giapponesi ed europee... ma anche cinesi) nel Terzo Mondo.
Le ragioni della lotta per il cambiamento restano tutte. La ricetta
dell'adeguarsi, dell'accettazione della ineluttabilità del mercato e del
capitalismo, propagandata dalla sinistra del compromesso (Partito Democratico)
ed accettata dai partitini comunisti "di lotta e di governo" (che hanno sempre
proposto se stessi come elemento istituzionale di mera - e deleteria -
mediazione del conflitto), hanno portato alla sconfitta le genuine istanze di
libertà, eguaglianza e solidarietà espresse dai giovani, dai lavoratori, da
quanti si rendono conto di pagare la crisi sulla propria pelle. Occorre
ricominciare dalla base, con metodi non compromessi col politicantismo e con
il compromesso.
Ma per analizzare ed affrontare la nuova situazione venutasi a creare, non
basta semplicemente richiamarsi ad una seppur valida tradizione: si richiede
necessariamente un nuovo protagonismo della sinistra libertaria che passi, in
primo luogo, attraverso una chiara e coerente proposta politica.
Occorre proporre sistemi di riorganizzazione ed aggregazione, di autogestione
e prima liberazione (anche culturale), immediatamente praticabili dalla (e
nella) società civile.
Occorre ripensare e rimettere in campo in grande stile la proposta comunalista
(diretta e con il minimo della delega), se si vuole togliere spazio
all'adattabilità ed al lobbysmo politico.
Occorre ripensare l'organizzazione (ed il suo ruolo), quale strumento duttile
ma coordinato seriamente a livello nazionale, un'organizzazione che, anche se
la si vuole "leggera", richiede comunque un sacrificio della "criticità
assoluta" così come dell'autoreferenzialità dei piccoli gruppi e dei singoli
individui.
Occorre ragionare di anarcosindacalismo, soprattutto in una situazione nella
quale i sindacati genericamente "alternativi" restano privi di padrini
politici o vedono almeno incrinarsi il legame con partiti e partitini che
sinora li hanno utilizzati come cinghia di trasmissione politica.
L'anarcosindacalismo (se dichiarato come tale) con la sua propria autonomia
(da ogni stereotipo ed ideologismo di "partito"), assume quindi un ruolo
strategico nell'organizzazione del conflitto.
Occorre unire protesta e proposta, promuovere un agire condiviso e plurale,
capace di conquistare spazi, dosare e calibrare l'azione per preparare
elementi più forti e decisivi di cambiamento. Riteniamo, infatti, che la
radicalità non risieda nella rottura estemporanea, nella marginalità,
nell'autocompiacimento dell'appartenenza ad una specie "altra", ma nella
determinazione (e quindi nella preparazione) di un cambiamento
qualitativamente alto (etico): radicale, appunto.
I componenti del gruppo romano di SociAlismo LibertArio propongono a tutti
coloro che siano realmente interessati a riavviare una seria discussione /
riflessione senza pregiudizi di sorta:
UN INCONTRO LIBERO PER MERCOLEDI' 28 MAGGIO
ore 17.30
presso la nostra sede di Roma in V. Tuscolana 9
(a seguire, cena di gruppo)
sociAlismo libertArio
Free software revolution in the Americas
Sab, 10/05/2008 - 05:32Free Software Revolution in the Americas
What is free software?
Free software is a matter of liberty, not price. To understand the concept, you should think of free as in free speech, not as in free
beer. Free software is a matter of the users' freedom to run, copy, distribute, study, change and improve the software. More precisely, it
refers to four kinds of freedom, for the users of the software: * The freedom to run the program, for any purpose (freedom 0).
* The freedom to study how the program works, and adapt it to your needs (freedom 1). Access to the source code is a precondition for this.
* The freedom to redistribute copies so you can help your neighbor (freedom 2). * The freedom to improve the program, and release your
improvements to the public, so that the whole community benefits (freedom 3). Access to the source code is a precondition for this.
Why is free software revolutionary?

Free software is revolutionary because it takes some of the most important concepts in the modern world and liberates them. These
practical concepts include: freedom of information, freedom of computing power, freedom to control the means of production, freedom
of the media, freedom of knowledge. The future of the world is built upon these freedoms (or lack thereof). Without a strong free software
movement, these freedoms are completely in control of amoral corporate monoliths such as Microsoft, IBM, Google and the increasingly
consolidated media corporations. Free software breaks the stranglehold that these private tyrannies hold over these precious 21st century
commodities. Free software revolutionaries fight to liberate information, computing power, the means of production, the media and
knowledge. Who are some free software revolutionaries?
The stronghold for the free software revolution has migrated to Latin America. All throughout Central & South America, socialist
revolutionaries have been taking power and one of the tools in their revolutionary arsenal is free software and free knowledge. Leading
this movement is Cuba, where support for free software was first discovered as a powerful tool by socialist militants. The Worker's
Party in Brazil is another enormous supporter of free software, acting under presidential decree to migrate all federal & local public
systems to open source/free software. But they are by no means alone. The Latin American free software
movement has been joined by massive popular support in addition to state-sponsored support in Venezuela, Argentina, Ecuador, Nicaragua,
Paraguay, Bolivia with up-and-coming governmental support everywhere else in the region.
The entrenchment of free software is not only a philosophical or
ideological choice but a key pragmatic strategy. Free software increases the security and sovereignty of increasingly-socialist
nations in South America. In Latin American socialist countries, much of the governmental decision-making (as in Cuba, Venezuela) is
formulated by neighborhood asambleas. In Cuba, these are called CDR's -- Committees in Defense of the Revolution. These CDR
houses are found all throughout Cuba and provide food and assistance during times of peace and AK-47's for popular militias during times of
violent counter-revolution. The formation of free software production groups are very similar to these asambleas.
Socialist revolutionaries in the United States — whether anarchist, communist, trotskyist, or whatever — should all
support this incredible, organic movement of liberation that is predominantly headquartered in Latin America.
VIVA LA REVOLUCION SOFTWARE LIBRE! VIVA LA REVOLUCION SOCIALISTA!
VIVA HUGO CHAVEZ! VIVA FIDEL CASTRO! VIVA RICHARD STALLMAN!
FOR MORE INFORMATION ABOUT THE FREE SOFTWARE MOVEMENT IN LATIN AMERICA, GO TO THIS NEWS SITE:
Free Software in Latin America News Website
Siamo tutti extraparlamentari
Ven, 09/05/2008 - 11:25I risultati del terremoto politico del 13 aprile disegnano uno scenario ben diverso dal consueto. Ma la novità (purtroppo) non è la vittoria delle destre (ampiamente scontata al di là della meramente propagandistica “rincorsa” di Veltroni), né il successo della Lega (che già due volte, in passato, aveva superato gli indici attuali). Il successo berlusconiano era previsto perché preparato da un governo vergognosamente appiattito sulle compatibilità con il grande capitale europeo e nazionale, e reso possibile dalla incompetenza (ma anche dalla connivenza) assoluta del ceto politico della sinistra cosiddetta “estrema” (sic! – vd. la presidenza della Camera barattata per il programma). Pressoché nulla di quanto promesso è stato realizzato: non una legge sul conflitto d’interessi; non l’abrogazione delle leggi ad personam o di quelle a favore degli inquisiti; non l’applicazione delle sentenze europee contro lo strapotere televisivo di Mediaset; non l’eliminazione drastica della controriforma della scuola; nulla per l’ambiente (neppure il rispetto dei parametri di Kioto); scalfite appena la Bossi-Fini sull’immigrazione e la sudditanza assoluta agli USA; pressoché intonsa la legge Biagi; nessuna revisione della linea seguita dal primo governo Prodi-D’Alema in termini di limitazione del diritto di sciopero e di monopolio dei diritti sindacali in favore delle OOSS concertative; tutto il “tesoretto” a Montezemolo ed ai suoi amici... La sinistra non solo si omologa (e poi perde), ma lo stesso Partito Democratico (in verità sempre più di centro) si rende ben disponibile ad invasioni ed occupazioni dall’esterno: il fenomeno del dipietrismo ed il giustizialismo (in genere) non possono diventare “di sinistra” soltanto perché (paradossalmente) vengono preferiti a quel che resta del Partito Socialista.
E’ invece evidente che la Casta della “Sinistra l’Arcobaleno” non immaginava neppure lo tsunami che l’avrebbe investita, tanto che Bertinotti, appena quattro mesi prima delle elezioni, aveva dato disponibilità ad una modifica costituzionale di tipo tedesco (sbarramento al 5%), mentre ha raggiunto a malapena il tre. Il dato rilevante è quindi la sparizione dal parlamento di ogni residuo del partito togliattiano, cosa inusitata in Italia (che dell’esistenza dei Verdi non s’era mai accorto nessuno... solo i magistrati che indagano su viaggi e capricci di Pecoraro Scanio).
La prima cosa che emerge è il crollo delle dighe endogene: il mito operaio non tiene più. Ma anche questa è cosa già vista. Coloro che s’interrogano stupiti sulla trasmigrazione di un quinto dell’elettorato “comunista” verso la Lega, dimenticano quanto già successo da tempo, ad esempio in Francia, con interi quartieri proletari passati dal PCF a Le Pen sotto l’impatto della guerra fra poveri e delle contraddizioni (sicurezza) innescate dallo sfruttamento selvaggio dei fenomeni migratori.
Per la sinistra nostrana è un evento che scuote dalle fondamenta certezze date per scontate da più d’ottant’anni: chi dimentica la sicumera del vecchio PCI, il cui ultimo militante era “per statuto” sempre pronto a distribuire sprezzanti lezioni di sagacia politica? Come possono capacitarsi, ora, che non sono neanche più capaci di guadagnare un seggio alla Camera? Anche perché è ormai chiaro a tutti che la debácle non ha origine solo nel “tradimento” della “svolta a destra” del PD, nello schiacciamento, nella chiamata al “voto utile” contro il faccendiere di Arcore, bensì in qualcosa di ancor meno accettabile e metabolizzabile per quel che resta dell’apparato comunista. Fuor di contingenza, si tratta ormai dell’esaurimento totale della ragion d’essere della scuola politica marxista nella sua interezza (fatte salve le residue ragioni dell’analisi economica). Un problema non più risolvibile con edulcorazioni, ingegnerie o con il semplice richiamo all’identità o alla pura proposta (ri)organizzativa. Se è vero che l’assenza dei simboli tradizionali dal logo dell’Arcobaleno non ha “aiutato” in visibilità, è però preminente un malessere di fondo, non recuperabile con l’ennesima (“nuova”) costituente comunista, ridotta ormai a mero richiamo della foresta per gli ultimi branchi (molto sparsi) di quel che era una volta la specie dominante a sinistra. Gli schemi e l’immagine sono sempre più desueti ed impresentabili: il fine che giustifica i mezzi, la dittatura di partito e del (sul) proletariato (in funzione di capitalismo di stato), mera riproposizione acritica di categorie ultradigerite dalla storia, come l’operaiolatria. I nuovi gruppi dirigenti sono invecchiati in fretta e la senilità impedisce loro di vedere oltre le usuali dietrologie, oltre la logica dell’accerchiamento e del complotto. Non ci sono solo la “americanizzazione” dell’elettorato, gli effetti perversi di una certa “globalizzazione” (delocalizzazione e mutamento della figura stessa del produttore) o la perfidia della CIA: è il senso comune a non accettare più le vecchie ricette.
Certo, non si tratta di una crisi ragionata e assorbita razionalmente dall’elettorato della falce e martello, ma gli elementi di una profonda rottura interna – tipica di quei casi in cui si decide con lo stomaco – ci sono tutti!
Stiamo dunque parlando della “svolta elettorale” più significativa, quanto, per ovvi motivi, la meno analizzata dai politologi dopo queste elezioni: “travasi” a parte, dei due milioni ed ottocentomila voti rossi che mancano all’appello e fatta la tara di quel poco che hanno raccolto le due mini-scissioni del PRC (comunque determinanti nella sparizione dei seggi), buona parte sono finiti nell’astensionismo. Un astensionismo che continua a crescere, concentrandosi però questa volta (com’era inevitabile dopo la disillusione totale del governo Prodi), soprattutto a sinistra.
Il rischio di tutto ciò – oltre ai danni irreparabili che il “popolo delle libertà” produrrà inevitabilmente (ma che sono in linea con quanto già visto con il “centro-sinistra” ed il pensiero unico) – è l’assenza di analisi, e quindi l’assenza di un nuovo necessario protagonismo (quello della sinistra libertaria). E’ evidente: l’astensionismo in sé non serve se non ci si lavora. Mai come oggi s’è data (dunque) la necessità di “ragionare di politica”.
Stiamo per entrare in un periodo particolare ma delicato, nel quale la rappresentanza (in assenza di mediazioni istituzionali) diverrà più diretta: il ruolo della “piazza” sarà centrale. Ma siccome la presenza di piazza non è cosa fine a se stessa, diviene determinante la capacità di proposta politica: quel che resta del tardo-bolscevismo giocherà le sue carte nel tentativo di “ricondizionare” le masse per stabilire un’egemonia capace di riportare la falce e martello nel Palazzo, per ridiventare mediazione istituzionale. Ma sbaglierebbe i suoi conti chi pensasse che è solo la radicalità degli slogan e dei comportamenti esteriori (nella quale sconfitti ed orfani cercheranno l’ultima spiaggia dell’identità) il veicolo della ripresa di protagonismo: all’alba del Terzo Millennio contano finalmente molto di più la genuina radicalità delle idee e del progetto. Essere rivoluzionari è elemento d’identità, ma soprattutto nella proposta. Per due motivi. In primis perché per affermare la necessità del cambiamento bisogna saper dimostrare di poter e saper ottenere dei risultati hic et nunc (per vincere bisogna convincere). Secondariamente perché c’è bisogno di un’inversione della prassi. L’antipolitica non è una novità: negare l’autonomia della politica lo è, ovvero dimostrare di saper davvero subordinare la politica all’etica. La qual cosa prevede anche delle capacità di studio ed osservazione che non stanno certo nella semplice negazione del ragionamento politico. Occorre la capacità di mettere in atto il gradualismo rivoluzionario, proporre sistemi di riorganizzazione ed aggregazione, di autogestione e prima liberazione (anche culturale), immediatamente praticabili dalla (e nella) società civile. L’egemonia delle idee non è egemonia politica nel senso negativo del termine – ovvero l’imposizione di eterodirezioni che sono solo una variabile del potere – ed occorre saperla praticare. Allo stesso modo, non è l’egemonia dei fatti da criticare, ma quei fatti che tendono solo a stabilire l’egemonia (di un gruppo dirigente autoreferenziale). Speriamo di non rivedere invece (e di nuovo) predicazioni (ed imposizioni) ancora indirizzate a riproporre lo scontro per lo scontro, deviazioni del tutto simboliche dell’immagine e della realtà (molto più complessa) dello scontro sociale, che danno il senso dell’involuzione.
Occorre ripensare e rimettere in campo in grande stile la proposta comunalista, se si vuole togliere spazio all’adattabilità ed al lobbysmo politico anche e soprattutto locale, vero dominio del voto di scambio e dell’accettazione della delega di potere in cambio di favori e sudditanza. Ma su questo terreno si giocano – più in piccolo e con minori responsabilità, eppur sempre con un ruolo incistato nel panorama clientelare – anche alcune delle ultime chances per quel che resta dell’apparato istituzionale dell’Arcobaleno, rimasto con poco contante e pochi favori da distribuire a livello nazionale. Da tale punto di vista, occorre aggiungere che anzi la vera crisi comincia adesso (con le relative diaspore).
Occorre ripensare l’organizzazione (ed il suo ruolo), quale strumento duttile ma coordinato seriamente a livello nazionale, un’organizzazione che, anche se la si vuole “leggera”, richiede comunque un sacrificio della “criticità assoluta” così come dell’autoreferenzialità dei piccoli gruppi e dei singoli individui. Ma l’elemento fondamentale di ogni entità collettiva è un vero (creativo e produttivo) senso d’appartenenza: senza impegno, sforzo strategico e progetto, non c’è capacità di convinzione, non c’è protagonismo né utile politico.
Occorre ragionare di anarcosindacalismo, soprattutto in una situazione nella quale i sindacati genericamente “alternativi” restano privi di padrini politici o vedono almeno incrinarsi il legame con partiti e partitini che hanno preteso sinora di utilizzarli come cinghia di trasmissione e/o gruppo di pressione su “mamma” CGIL a trazione PD (sempre preferita perché prodiga di distacchi dal lavoro e favori personali), secondo la vecchia logica comunista che ha sempre preteso la subordinazione del sindacato al “partito-guida” di turno. Costruire una vera autonomia del mondo del lavoro è l’ultima chance che hanno i ceti subalterni (del lavoro, del precariato e del non-lavoro) per ritornare ad esprimere forme di protagonismo. L’anarcosindacalismo (se dichiarato come tale) con la sua propria autonomia (da ogni stereotipo ed ideologismo di “partito”), assume quindi un ruolo strategico nell’organizzazione del conflitto.
La radicalità non è dunque elemento meramente formale, bensì questione di sostanza e non può prescindere dalla volontà (chiaramente espressa e comprensibile) di farsi intendere e capire, nell’auspicato (e finalmente salutare) sacrificio dell’autocompiacimento (autoreferenziale ed elitario) del ghetto ideologico e/o impolitico. E’ il coraggio di proporre elementi nuovi e sperimentali, elementi non graditi dagli schemi di qualunque ortodossia. E’ necessario unire protesta e proposta, promuovere un agire condiviso e plurale, capace di conquistare spazi, dosare e calibrare l’azione perché sia condivisa e condivisibile: non per “adattamento”, ma per preparare elementi più forti e decisivi di cambiamento. La radicalità non è nella rottura estemporanea, nella marginalità, nell’autocompiacimento dell’appartenenza ad una specie “altra” serrata in un recinto, ma nella determinazione (e quindi nella preparazione) di un cambiamento qualitativamente alto (etico): radicale, appunto.
In quanto ai reduci del comunismo, devono ripartire... dal basso.
Si ricomincia da qui: siamo tutti extraparlamentari. Per noi non è una novità.
Stefano d’Errico
Cena e concerto benefit spazio anarchico sui Monti Lepini
Gio, 17/04/2008 - 08:14Giovedi 24/04/08, cena e concertone benefico per uno spazio anarchico sui Monti Lepini (Latina). Ricco abbuffet con seguito musicale: Magneti (semi unplugged version, da Roma cuori spezzati core) VS. Anonima Individualisti (canti anarchici).
Dalle 20 correte numerosi.
Allo spazio anarchico "Errico Malatesta", via Bixio 62 Roma.
Sumud
Mer, 16/04/2008 - 11:11"Sumud"
Cari compagni e care compagne,
la parola araba "Sumud" (fermezza, rimanere saldi) per i palestinesi e le palestinesi e' piu' di una parola, e' diventato il simbolo di una volonta' di esistenza, di presenza, di identita', che da 60 anni si oppone al tentativo di cancellare l'idea di Palestina (non necessariamente il suo popolo) dalla storia.
Oggi molti di noi si sentono cancellati, perche' hanno perso rappresentanza in un parlamento che dipinge questo paese come un covo di opportunisti, sfruttatori, razzisti, guerrafondai e (nella migliore delle ipotesi) di amministratori dell'esistente.
Ma noi esistiamo ancora, e insieme a noi ci sono alcuni milioni di persone che ogni giorno "praticano" un'idea di paese diversa da chi tra poche settimane sara' in parlamento.
Sono uomini e donne di ogni eta' che non si sono mai seduti a guardare, che non sono mai tornati a casa, che non amministrano ma "agiscono" ogni giorno per avere un orizzonte diverso dall'esistente.
Uomini e donne che hanno pensato, pensano e continueranno a pensare che un paese migliore si costruisce attraverso la pratica, non solo con un voto.
Questa pratica, questo modo diverso di stare nel mondo, puo' non essere rappresentato nel nostro parlamento (e chissa' se mai lo e' stato), ma non e' ancora scomparso dalla storia di questo paese; a noi la responsabilita', lo sforzo, di fare in modo che non succeda.
Non temiamo il buio che verra', lo conosciamo, non comincia oggi. Ci e' toccato di vivere a cavallo tre due secoli, abbiamo l'esperienza di chi ha chiuso il secolo scorso e la passione di chi sta aprendo questo.
Per cui da domani accanto alla necessaria analisi di cause e responsabilità, accanto ai programmi e alle strategie future, riprendiamo, riaffermiamo la nostra pratica. Facciamolo con piu' forza, con piu' convinzione, riportando in strada chi si e' ritirato nel privato, coinvolgendo chi ci passa accanto con poca convinzione, rinnovando anche il nostro agire.
E' la migliore e piu' efficace forma di sumud.
Ettore Acocella
Associazione per la Pace
striscioni e volantinaggio
Gio, 10/04/2008 - 15:58In vista del corteo di domani pomeriggio alle 17.00 da p.zza dell'Esquilino, dopo lo sgombero della tendopoli a p.zza Venezia e l'arresto di 9 compagni, oggi si sono svolti volantinaggi in molte scuole della città e sono stati attaccati striscioni con su scritto "LIBERI TUTTI!" all'Aristofane, al Virgilio, al Mamiani, al Ripetta, per dare un segnale concreto di solidarietà e unione tra le lotte che si muovono nella città.
volantino solidarietà nelle scuole
Mer, 09/04/2008 - 23:35LIBERITUTTI
All'alba di mercoledì è stata violentemente sgomberata una “tendopoli” a piazza Venezia che, dopo una occupazione simbolica di uno stabile simbolo della speculazione immobiliare in questa città, avevano portato al centro della città la realtà quotidiana della emergenza abitativa.
Le istituzioni di questa città non potevano accettare che, proprio in una piazza “vetrina” della nostra capitale, si vedesse quello che si nasconde dietro le ipocrisia della “economia in crescita” e della “roma solidale”.
Le istituzioni, sopratutto, non potevano permettere che si mettesse in discussione chi, con speculazioni da miliardi di euro come quella nella zona di Porta di Roma, su questa emergenza lucra nel modo piu' schifoso.
Ed ecco che, da una parte si scatenava una campagna mediatica vergognosa (che avrebbe, ad esempio, voluto far credere che una occupazione simbolica di uno stabile fosse invece l'espropriazione di case già acquistate) che vede in prima fila il Messaggero (la cui proprietà, guarda caso, è del palazzinaro Caltagirone) e dall'altra le forze dell'ordine, senza alcun preavviso e motivazioni, intervenivano con violenza assurda contro le famiglie nelle tende a piazza Venezia.
Al termine della “operazione”, nove persone venivano arrestate con la improbabile accusa di “resistenza”, smentita persino dalle immagini dei telegiornali che mostravano con chiarezza la polizia picchiare persone indifese colte nel sonno, fra le quali c'erano persino numerosi bambini, portando persino al ricovero di una ragazza incinta per la frattura di due costole.
Dopo tre giorni, tre compagni – attivisti dell'Horus e del Blocco Precario Metropolitano. si trovano ancora gli arresti nel carcere di Regina Coeli, con un utilizzo straordinario ed anomalo delle misure di custodia cautelare.
Mentre questa città si riempie delle iniziative di chiusura di una campagna elettorale sempre piu' piena di chiacchiere ed ipocrisie lontane da quello che siamo costretti a sopportare tutti i giorni, vogliamo portare nel centro di Roma i problemi reali di questa città, a partire dalle precarietà che caratterizza tutti gli aspetti della nostra vita, dalla casa al lavoro passando per lo studio, rubandoci il futuro.
E vogliamo urlare la nostra rabbia per quello che è successo l'altra mattina, e far sentire a tutta la città, assordata da sempre piu' ridicoli comizi elettorali, la nostra solidarietà a chi è stato arrestato nell'inutile tentativo di fermare la nostra voglia di lottare e riprendere quello che ci spetta.
LUCONE, PATATA, PAOLO LIBERI
IL MOVIMENTO NON SI ARRESTA
venerdì 11 aprile ore 17.00 - piazza dell'Esquilino
Provinz
Mer, 02/04/2008 - 01:28Trailer del film "PROVINZ" con: Nicola Zingaretti, Armando Dionisi, Alfredo Antoniozzi e Teodoro Buontempo.
Un film candidato alle Provinciali di Roma 2008
In uscita il 13-14 aprile 2008
SILVIO MON AMOUR (Vaff.... !) Video
Mar, 01/04/2008 - 10:51
Il 13 e 14 aprile prossimo, i nostri compagni compatrioti transalpini avranno l’onore, l’onere ed il privilegio di scegliersi un nuovo governo e nuovi parlamentari.
Gli Orsetti del Cuore arcobaleno? O l’immondo Silvio? Scelta più che ardua... :)
No, scherzi a parte:
"SILVIO VAFF...!!!"
Assaporate quindi questo piccolo gioiello, preparato con amore e dedizione per contribuire al definitivo rinvio del berluspirla nel dimenticatoio della storia!
(Bella)ciao a Tutti!
www.myspace.com/silviomonamour
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NOTIZIE SU"L'URTO"di VITERBO
Ven, 22/02/2008 - 22:29oggi(22-02-2008),per gravi motivi familiari che recentemente mi hanno coinvolto,non ho potuto partecipare all'apertura del nuovo circolo libertario antiautoritario"l'urto".Vorrei avere più informazioni sul circolo ed i suoi obiettivi.