colombia
AAA Volontari Internazionali cercasi
Sab, 29/03/2008 - 12:11Stiamo organizzando corsi di formazione per volontari internazionali
interessati a collaborare con IPO sul campo, in Colombia.
Un’ esperienza formativa fondamentale per chiunque sia interessato
a sperimentarsi e conoscere il mondo del volontariato internazionale
attraverso la cooperazione da basso.
Nell’ ambito dell’ accompagnamento tecnico, basato sulla capacità di ascoltare i bisogni concreti delle comunità e sulla volontà di apportare con uno scambio di saperi e conoscienze, Ipo realizza progetti nel campo e laboratori di formazione al fine di sviluppare un’accompagnamento attivo e non assistenziale.
La pratica che seguiamo è quella della costruzione della “cooperazione dal basso”; questo significa avvicinare tutti quei soggetti particolarmente sensibili al sociale che vogliono mettere in condivisione le conoscenze e sviluppare cooperazione attiva, con le comunità contadine, indigene e emarginate delle periferie della Colombia.
Cerchiamo saperi e pratiche da interscambiare:
studenti, ricercatori, università, ma anche artigiani e professionisti, portano con se un bagaglio di conoscenze pratiche e teoriche che possono essere utili alle comunità.
Il volontario basandosi sulle sue specifiche conoscienze e supportato dall’equipe di Ipo, può proporre lui stesso un laboratorio, uno stage o un progetto, alle comunità che hanno di queste necessità o volontà.
Condividere saperi per non fondare poteri favorendo così l’autodeterminazione è la prassi che caratterizza il nostro lavoro.
I progetti fino ad oggi realizzati sono di due tipologie: a lungo termine e breve termine; cioè articolati in più anni o sviluppati nel tempo di permanenza del volontario in Colombia (minimo due mesi per chi intende sviluppare un proprio progetto) e hanno avuto come tema specifico la comunicazione, ma non solo…
Fino ad ora abbiamo realizzato:
- investigazione sulla potabilità delle acque e autoproduzione di kit per la depurazione dell’acqua nel MagdalenaMedio
-laboratori sulla comunicazione alla CCMA (Coordinadora colombiana de los medios Alternativos)
- laboratori sulla comunicazione nelle tre regioni che compongono il MagdalenaMedio, per aiutare lo sviluppo di gruppi di comunicazione autoctoni
- cineforum itineranti
- reportage
- laboratori sulla comunicazione nella scuola popolare di Potosi, periferia di Bogota
- laboratorio per la produzione di sapone biologico e carta riciclata a Alto de Cazuca, periferia di Bogota
- laboratori sui diritti umani
- laboratori di teatro
Aiutaci ad allungare la lista…
Il periodo dei corsi di formazione è previsto per :
– l’inizio di APRILE per le partenze di APR-MAG-GIU
– fine GIUGNO per le partenze LUG-AGO-SET
– fine SETTEMBRE per le partenze SET-OTT-NOV
In corso è gratuito, la durata è di 3 giorni (full-time) e vi si accede
previa iscrizione ( alla mail ipoitalia@anche.no), compilazione del
questionario e selezione.
Alla base della formazione c’è l’interattività, per questo è fondamentale assicurare che i volontari arrivino già preparati su alcuni aspetti, o cmq non totalmente ignoranti.
Per questo motivo vi invitiamo a consultare il sito di IPO e il suo nuovo strumento di formazione:
L’ IPOWIKI uno spazio per lo scambio delle informazioni sulla storia della Colombia attraverso un lavoro collettivo e condiviso. Uno spazio utile ai volontari dove incontrare dati per la formazione e scambiare le proprie conoscienze.
Se sei interessato leggi il materiale che sta sul sito www.peaceobservatory.org e contattaci subito
International Peace Observatory
In Colombia, agenti dallo Stato e paramilitari violano i diritti umani ed il diritto internazionale umanitario
Gio, 06/03/2008 - 13:07In cerca del equilibrio...
"Soltanto una cosa è chiara
la carne si riempie di larve"
(Nicanor Parra)
MARZO 6
POR I DESAPARECIDOS
POR I PROFUGHI INTERNI
POR I MASACRATI
POR GLI ASSASINATI
In Colombia sono stati cacciati dalla sua terra circa quattro milioni di persone, nella sua maggioranza per i gruppi paramilitari. Questi gruppi, da soli oppure insieme ai membri delle forze armate, hanno fatto scomparire quanto meno 15.000 connazionali y gli hanno sepolto in più di 3.000 fosse comuni o hanno buttato i cadaveri nei fiumi; hanno assassinato più di 1.700 indigeni, 2.550 sindacalisti, y cerca de 5.000 membri della Unión Patriótica (Unione Patriottica, partito politico di sinistra). Regolarmente torturano le sue vittime prima di ucciderle. Fra il 1982 ed il 2005 i paramilitari perpetrarono più di 3.500 massacri,e rubarono più di sei milioni di ettari di terra. Dal 2002, dopo che “hanno lasciato le armi", hanno assassinato 600 persone ogni anno. Sono arrivati a controllare il 35% del Parlamento. Dal 2002 fino ad oggi, membri dell’Esercito Nazionale hanno realizzato più di 950 esecuzioni extragiudiziarie, la maggioranza presentata come "positivi" (cosi chiamano le forze dell’ordine colombiane ai morti caduti in combattimento). Soltanto nel gennaio del 2008, i paramilitari realizzarono 2 massacri, 9 scomparse forzate, 8 omicidi, e l’Esercito ha realizzato 16 esecuzioni extragiudiziarie.
In Colombia, agenti dallo Stato e paramilitari violano i diritti umani ed il diritto internazionale umanitario. Molti gruppi paramilitari non hanno effettivamente lasciato le armi. Adesso si fanno chiamare Aquile Nere, Maci e Cespugli.
Molti parapolitici (nome con cui sono conosciuti i politici che hanno rapporti con i gruppi paramilitari) occupano carichi pubblici e diplomatici. Tu hai marciato il 4 febbraio. ¿Accompagnerai il 6 marzo alle vittime dei paramilitari, i parapolitici e gli agenti dello Stato?
Mai più fosse comuni. Mai più mobilizzazioni forzate. Mai più profughi interni. Mai più paramilitari. Mai più parapolitici. Mai più crimini di Stato.
Il Movimento Nazionale delle Vittime dei Crimini di Stato convoca:
6 DE MARZO 2008
Omaggio internazionale alle vittime del paramilitarismo
Piazza Campo dei Fiori
16:00 PM
Indy-Colombia: E le altre vittime? Le altre atrocità?
Mar, 26/02/2008 - 22:04Le prove di sopravvivenza dei sequestrati in mano alle Farc sono risultate anche prove di ignominia, poiché hanno mostrato quello che già si sapeva: le terribili condizioni in cui vivono i sequestrati. Era quindi naturale che queste prove risvegliassero la sensibilità dei cittadini e che provocassero proteste contro i sequestri delle Farc, una pratica che è totalmente inaccettabile.
Però l’indignazione cittadina contro il sequestro e la protesta contro le Farc, pienamente giustificata, divengono moralmente e politicamente problematiche quando non si accompagnino ad una condanna ugualmente vigorosa delle altre atrocità che si verificano in Colombia. E la ragione è semplice: le Farc non detengono il monopolio in fatto di crudeltà nel nostro paese.
Negli ultimi due anni, le versioni libere di alcuni capi paramilitari che hanno aderito al processo di smobilitazione, il processo della “parapolitica”, la riesumazione di centinaia di fosse comuni e le numerose condanne della Corte Interamericana contro la Colombia, hanno dimostrato che le denunce delle organizzazioni nazionali ed internazionali dei diritti umani contro il fenomeno del paramilitarismo erano inesatte: erano troppo leggere.
Oggi è chiaro che negli ultimi vent’anni, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ‘90, migliaia di colombiani furono massacrati dai gruppi paramilitari, diventando spesso “desaparecidos”. Questi gruppi, in più, hanno potuto contare sulla complicità degli alti comandi della Forza Pubblica e delle elites politiche ed economiche.
Un solo esempio: nella sua libera dichiarazione dell’ottobre dell’anno scorso, il capo paramilitare HH confessò che in soli due anni (1995 e 1996), solo in una piccola regione del paese (i quattro municipi dell’Urabà antioqueño), il suo gruppo paramilitare, agendo con la complicità dei capi militari della zona, assassinò tra le 1200 e le 1500 persone.
Se però questa cifra, oltre al dolore che esprime, non dovesse commuovere il lettore, lo invito a leggere una qualunque delle recenti decisioni della Corte Interamericana contro la Colombia, che descrivono in concreto le atrocità commesse. Per esempio, nella sentenza di Ituango, questo tribunale riconosce che tra il 22 ottobre e il 12 novembre 1997, nell’Aro, “un gruppo paramilitare che si mosse per alcuni giorni a piedi con l’aquiescenza, la tolleranza, o l’appoggio di membri della Foza Pubblica” assassinò numerose persone, dopo averle torturate.
La Corte descrive così uno dei crimini: “il signor Marco Aurelio Areiza Osorio, commerciante di 64 anni, fu obbligato a seguire i paramilitari che lo accompagnarono nelle vicinanze del cimitero, dove lo legarono e lo torturarono fino ad ucciderlo. Il suo corpo presentava segni di tortura agli occhi, alle orecchie, al petto, agli organi genitali e alla bocca”.
La dimensione dell’orrore paramilitare non è solo confermata a livello giudiziario: oggi è totalmente pubblica.
Queste atrocità, però, non ricevono lo stesso ripudio da parte della cittadinanza, dei crimini delle Farc. Esiste una sorta di asimmetria morale della reazione della popolazione urbana, che protesta in massa contro le Farc ed i sequestri, ma che si mostra molto più silenziosa di fronte all’orrore paramilitare
Esistono alcuni fattori sociologici che potrebbero spiegare questa asimmetria: le vittime dei paramilitari di solito sono contadini e coloni poveri, che non hanno voce politica altrettanto forte delle vittime della guerriglia; la percezione, totalmente errata, che il paramilitarismo sia stato debellato mentre al guerriglia continua ad operare; le Farc tendono a minacciare gli abitanti delle città mentre i paramilitari pretendono di apparire come loro protettori; le complicità che i paramilitari hanno intrecciato in questi anni assicurano loro appoggio politico in alcuni settori; le stesse reazioni del Governo, che condanna molto più duramente le atrocità della guerriglia dei crimini dei paramilitari contribuiscono allo sviluppo di questa asimmetria, etc..
Che questa asimmetria, però, possa essere spiegata non significa che sia giustificabile. Essa è inammissibile, poiché implica una sorta di gerarchia tra le vittime. Le vittime dei paramilitari e di alcuni agenti statali ed i loro familiari soffrono in silenzio, mentre le vittime della guerriglia ricevono una maggiore attenzione da parte dei media e delle autorità. O, peggio ancora, alcuni sembrano ammettere implicitamente che le atrocità dei paramilitari siano un “male minore” per potersi liberare di quello che molti vedono come il “male maggiore”, ovvero la guerriglia.
Queste teorie sono inaccettabili ed esprimono una profonda debolezza etica e politica della nostra democrazia. Dobbiamo superare questa asimmetria, essere solidali con le vittime di tutti gli attori armati e condannare tutte le atrocità.
Le considerazioni di cui sopra non significano che non dobbiamo protestare contro il sequestro: il dolore dei sequestrati e dei loro familiari merita tutta la nostra partecipazione e la nostra solidarietà; ed è importante che la cittadinanza esprima la sua condanna alle Farc ed a tutte le altre organizzazioni che ricorrono a questa pratica disumana. Questa giusta condanna non deve però far passare sotto silenzio le atrocità compiute dai paramilitari e da alcuni agenti statali, né la terribile sofferenza delle loro vittime e dei familiari di queste.
In questo contesto, la marcia del prossimo 4 febbraio contro le Farc e contro il sequestro, convocata tramite internet ma appoggiata dal governo e dai grandi media di comunicazione, non manca di risultare ambigua, per l’insistenza dimostrata da parte dei suoi organizzatori nel limitare la condanna espressa, alle Farc e al sequestro.
Volendo fugare ogni dubbio, è molto positivo che in Colombia, paese caratterizzato da un’enorme difficoltà a creare mobilitazioni collettive e da una certa indolenza di fronte alla sofferenza delle vittime, la cittandinanza rifiuti in massa le atrocità compiute da uno degli attori armati. Però, se noi colombiani ci limitiamo a protestare contro il sequestro e le Farc, andrà accentuandosi l’inaccettabile asimmetria nella risposta cittadina di fronte alle vittime e alla violenza.
Non possiamo ribellarci unicamente alla crudeltà delle Farc.
Da noi, come cittadini, dipenderà quindi che la marcia del 4 febbraio accentui questa sgradevole asimmetria, o che, al contrario, si muti in un passo importante per la conformazione di un ampio movimento sociale che, condannando le atrocità, da qualsiasi parte provengano, fortifichi la nostra precaria democrazia.
* Il Centro di Studi di Diritto, Giustizia e Società –DeJusticia– (www.dejusticia.org) è stato creato nel 2003 da un gruppo di professori uniersitari, al fine di contribuire al dibattito sul diritto, le istituzioni e le politiche pubbliche, creando alla base studi rigorosi che promuovano la formazione di una cittadinanza senza esclusioni e la permanenza della democrazia, dello Stato Sociale di diritto e dei diritti umani
Speciale Messico e Narcotraffico
Gio, 03/01/2008 - 07:22Nel 2007, il Presidente del Messico, Felipe Calderón (del conservatore PAN, Partido Accion Nacional), stabilì come priorità per il suo Governo la lotta al crimine organizzato su cui sarebbero ricaduti “tutto il peso e la forza dello Stato”. L’ambizione presidenziale era quella di poter ridurre significativamente i cosiddetti delitti contro la salute, cioè, fuori dalla terminologia giuridica, le attività di spaccio e commercio di sostanze stupefacenti illegali, soprattutto cocaina, droghe sintetiche e marijuana.
Storicamente il fenomeno del narcotraffico cominciò ad apparire nel Messico del boom economico degli anni sessanta (periodo del desarrollo estabilizador) e settanta (periodo del desarrollo compartido) nel contesto di una relazione perversa e occulta con lo Stato. Grazie alle risorse generate dall’industria petrolifera e dalla crescita economica oltre che al sistema di governo autoritario centrato sul PRI come partito egemonico a tutti i livelli, il potere politico riuscì a imporre certe regole di condotta che vietavano al crimine organizzato la partecipazione nella gestione politica, proibivano l’introduzione massiccia di droghe nel mercato interno mentre tolleravano l’esportazione e, infine, esigevano una certa obbedienza alla volontà statale.
Negli ultimi 10 anni, l’indebolimento dello Stato, l’alternanza nel potere politico e la crescente, anche se non completa, democratizzazione delle istituzioni a livello nazionale e regionale hanno condotto alla rottura delle precedenti reti fiduciarie tra la politica e il mondo del narco. In un sistema federale come quello messicano, il progressivo aumento delle competenze dei governatori locali, eletti direttamente dai cittadini in ogni singolo stato, ha favorito l’ulteriore frammentazione dei livelli di gestione della relazione con il crimine organizzato che ha spinto verso l’incremento del consumo locale e la violenza come metodo di intimidazione contro la popolazione, le forze dell’ordine e i politici non graditi.
Ad ingigantire il potere strategico, già alto per la vicinanza agli USA, dei cartelli del narcotraffico messicano è stata anche la lenta ma costante ritirata dei loro omologhi colombiani che, dopo la morte di Pablo Escobar e la dissoluzione del potente cartello di Medellin nel 1993, hanno perso il monopolio della distribuzione verso il mercato statunitense, il più grande del mondo per tanti prodotti tra cui gli stupefacenti. Inoltre, il controverso Plan Colombia, implementato nel 2000 dall’allora Presidente colombiano Andres Pastrana. Questo piano è stato poi ripreso, insieme ad altre durissime e costose operazioni militari, spesso alternate e confuse con l’antiguerriglia, anche dall’attuale Capo di Stato Alvaro Uribe ed ha comportato un impegno economico, tecnico e militare diretto degli Stati Uniti in Colombia che ha costretto alla difensiva i signori della droga anche se non ha fermato la violenza e il commercio illecito.
Sul fronte messicano, per combattere il narcotraffico il Presidente ha ordinato un anno fa il dispiegamento di quasi 30mila soldati inizialmente nel suo Stato natio, il Michoacan, e poi in altri 7 stati dominati dai cartelli della droga, soprattutto nel nord del paese. Poi in realtà gli uomini inviati nei territori dell’operazione sono stati circa 10mila e la loro distribuzione è risultata abbastanza arbitraria e ha generato risultati tuttora in discussione ed evoluzione. Le politiche di controllo della domanda e del consumo nazionale, le ipotesi di liberalizzazione parziale oppure la sensibilizzazione dei think tanks e dei decisori statunitensi sul medesimo tema sono tutti elementi poco considerati e troppo spesso rinviati indefinitamente dalla classe politica e dalla stessa società civile (e non solo in Messico…).
Ed è proprio in questa carenza che sta il nucleo del problema: s’è adottata una strategia aggressiva basata sull’induzione del terrore nella gente via spot radiofonici e TV e sull’estirpazione dell’offerta attraverso l’intervento militare massiccio, maggiori controlli doganali e distruzione di coltivazioni come in Colombia. Il risultato è che s’è demonizzato il narco come fosse un nemico esterno alla società, un cancro che nulla a che vedere, per esempio, con il “buon messicano” padre di famiglia o con lo studente, target principali del bombardamento mediatico in corso, e s’è ignorato il lato importantissimo del consumo interno e delle politiche per ridurre la domanda anche negli USA. Dagli anni ottanta, quando Ronald Reagan dichiarò guerra alle droghe nel suo paese (e nel resto del mondo), l’azione repressiva è stata rivolta quasi solo contro l’offerta nei paesi produttori tra cui spiccavano la Colombia, il Messico, il Perù e la Bolivia. Questa prospettiva, osteggiata da una parte del mondo accademico e dagli anti-proibizionisti, implicava una sorta di diritto naturale d’ingerenza negli affari interni di numerosi paesi latinoamericani da parte della potenza del nord tramite l’imposizione di finanziamenti discrezionali, somministrazione di “assistenza tecnica”, istruzione e presenza effettiva di tipo militare. Perciò, mentre cadeva il muro di Berlino e la URSS collassava, la lotta alle droghe stava diventando uno dei nuovi pilastri che, insieme alla migrazione e al terrorismo, avrebbero sostituito il “pericolo comunista” e legittimato discorsi e azioni degli USA negli anni a venire.
Ora, un po’ più a sud al di là del Rio Bravo, dopo un sessennio perduto in cui l’ex Presidente Vicente Fox ha lasciato mano libera alla delinquenza, i costi delle principali droghe sono diminuiti drasticamente nel mercato interno e le esportazioni verso gli USA sono cresciute. Oggi un grammo di cocaina costa solamente 2 dollari in Colombia e 7,8 in Messico mentre la marijuana costa rispettivamente 80 e 40 centesimi di dollaro per ogni 10 grammi. Secondo uno studio della Universidad Nacional Autonoma de Mexico, il business totale legato al narcotraffico coinvolge circa 250mila persone e raggiunge la cifra di 15 miliardi di dollari ai quali possono sommarsi ragionevolmente i 9 miliardi di dollari prodotti dal traffico di armi e controllati in gran parte dagli stessi cartelli della droga. E’ chiaro che le dimensioni mastodontiche di questo giro d’affari sono l’aspetto evidente e quantitativo di un sottofondo culturale più nascosto, complesso e qualitativo che è fatto di proibizionismo, bigottismo, compartecipazione ai guadagni e connivenza da parte del potere, difficili scelte di vita della gente comune e di gruppi criminali che sono “Stati nello Stato”.
In risposta a tutto ciò, s’è deciso di militarizzare il conflitto e seguire, così, il tipo di lotta promosso, senza grandi risultati, da Reagan oltre vent’anni fa e dal colombiano Uribe ancora oggi. L’iniziativa del presidente messicano, denominata inizialmente “Operativo Michoacan”, ha portato a risultati discutibili sul piano pratico anche se la propaganda ufficiale s’è sforzata di giustificarla e di promuoverne gli eventuali vantaggi per la società intera: quello che importa è l’aspetto quantitativo e le cifre da sfoggiare sul sequestro della droga e gli arresti mentre non interessa molto se i processi non si concludono e se i politici coinvolti non hanno sanzioni. Per esempio, si diffondono abbondantemente i dati incoraggianti sulle oltre 50 tonnellate di cocaina sottratte al mercato e ai circa 100 capi mafiosi estradati negli USA ma si tralasciano gli aumenti nei consumi interni e il record di 2360 esecuzioni (500 in più rispetto al 2006) registrate nell’ultimo anno e che sono legate, in gran parte, al narcotraffico e alla diffusione illegale delle armi da fuoco .
Un altro elemento da considerare è la dissoluzione progressiva delle reti sociali comunitarie e degli usi e costumi (sociali, giuridici e politici) dei villaggi rurali che vengono intimiditi dalla presenza militare e osteggiati nello svolgimento naturale delle loro pratiche abituali con il fine d’imporre unilateralmente lo Stato di diritto e la legge ordinaria a scapito delle tradizioni. La caccia alle streghe lanciata contro qualunque cosa che odori di “protesta sociale” o, sull’altro fronte, di narco, così come l’incarcerazione indiscriminata (tanto per far numero) hanno condotto a una serie di abusi correlati e discriminazioni sofferte dalle mogli, dai figli e, in generale, dalle famiglie e comunità dei presunti colpevoli di delitti contro la salute oppure, ed è il caso di Atenco e Oaxaca nel 2006 , dei simpatizzanti dei movimenti sociali i quali subiscono gli eccessi di un sistema basato sulla cultura giuridica della “presunzione di colpevolezza” . In questo modo il discorso di George Bush sulla “sicurezza nazionale statunitense” si trasforma, in Messico, nella retorica anti-narco e anti-dissenso sociale mascherata dagli slogan della lotta al terrorismo, includendo in questa definizione un gran numero di fattispecie interpretabili con una flessibilità giuridica piuttosto pericolosa che non garantisce i diritti del cittadino .
In mezzo a mille polemiche, nell’ottobre scorso è stata infine suggellata la strategia governativa grazie all’approvazione di un aiuto straordinario, incluso nel cosiddetto Plan Merida, di 1,4 miliardi di dollari per 4 anni da parte del Parlamento USA affinché il Messico compri, da imprese statunitensi, materiali bellici, mezzi di trasporto e attrezzature varie per la lotta contro i narcos e riceva, altresì, assistenza tecnica per il loro impiego. Il sospetto, non ingiustificato, di una parte della società messicana è che l’intervento, seppur indiretto, di un paese straniero come gli Stati Uniti, così interessato al destino della cocaina in transito nel Messico ma così poco attento, per esempio, alle esigenze dei suoi migranti, possa costituire una parziale restrizione alla sovranità nazionale nel momento in cui gli aiuti finanziari e tecnici vengano subordinati all’adozione di politiche interne prestabilite oppure all’ingresso di personale militare straniero. Calderon ha garantito che non avverrà nulla di quanto vaticinato dall’opposizione ma i dubbi restano tra chi ha ribattezzato il Plan Merida con il nome di Plan Mexico, in analogia con il più contestato e ormai decennale Plan Colombia . Nonostante gli sforzi fatti e alcuni risultati, quantitativamente significativi, i sette cartelli che operano nel paese hanno intensificato le loro reazioni e i loro avvertimenti perpetrando omicidi e decapitazioni intimidatorie tanto di agenti delle forze dell’ordine come di giornalisti e membri di bande rivali in quasi tutte le 30 entità statali (sulle 32 del Messico) in cui sono presenti.
Rimangono le incertezze rispetto all’evoluzione futura del conflitto interno che il paese vive silenziosamente da decenni e che è esploso rumorosamente alla fine del governo Fox: l’applicazione dal 2008 degli aiuti USA con il Plan Merida, il rispetto dei diritti umani, la situazione delle carceri, il ruolo dell’esercito nella sicurezza interna, le connessioni narco – politica, la riforma della giustizia (approvata pochi giorni fa dalla Camera) e l’auspicabile formulazione di proposte integrali e incrociate USA – Messico e domanda – offerta per inquadrare il problema in modo coerente e rispettoso delle differenti esigenze nazionali.
Note:
Lista cartelli messicani: Cartel de Tijuana dei fratelli Arellano Felix, Cartel de Colima degli Amezcua Contreras, il Cartel de Juarez fondato da Amado Carrello Fuentes, il Cartel de Sinaloa del Chapo Guzman e del Guero Palma, il Cartel del Golfo, quello di Oaxaca e quello del Millennio dei Valencia. http://www.cronica.com.mx/nota.php?id_nota=218320
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/12/002485.... e El almanaque mexicano 2008 di Sergio Agauyo Quezada, p. 167.
http://www.viaggiareliberi.it/oaxaca_situazione_politi...
Sulla discriminazione delle famiglie dei narcos e presunti tali, il libro di Corina Giacomello, “Rompiendo la zona del silenzio”, http://www.jornada.unam.mx/2007/08/26/index.php?sectio...
http://www.jornada.unam.mx/2007/05/12/index.php?sectio...
http://www.jornada.unam.mx/ultimas/2007/10/23/soberani...
Aggiornamento dalla Colombia
Mar, 06/11/2007 - 18:03Dal progetto indipendente IPO COMUNICACION e dalla collaborazione con il csa XM24 bologna, presentiamo dei link per ascoltare in italiano aggiornamenti da Bogotà.
il progetto di IPo COMUNICACION nasce dalla cooperazione dal basso tra xm24, l'osservatorio di pace (IPO) che lavora in colombia e comunità contadine ed indigene autorganizzate.
buon ascolto:
http://reporter.indivia.net/archivio/materiali/trasmis...
http://www.peaceobservatory.org/9892/radio-ipo-comunic...
per maggiori info:
www.peaceobservatory.org
reporter.indivia.net
colombiaxcaso.noblogs.org
Si al lavoro degno - No allo sfruttamento
Gio, 11/10/2007 - 16:24L’Associazione SAL onlus, l’ASAL ONG e il CSA La Torre propongono una serata di sensibilizzazione e solidarietà con la Fundacion Pequeño Trabajador di Bogotà, in Colombia. La testimonianza diretta di Ivonne Oviedo, responsabile della scuola NATs per bambini e ragazzi lavoratori, presenterà un'esperienza di educazione liberante ed economia solidale che promuove diritti e protagonismo dei bambini.
Nats: Niños y Adolescentes Trabajadores, e' il coordinamento mondiale delle Associazioni dei Minori Lavoratori
Venerdì 12 ottobre 2007 ore 19
CSA La Torre, Via Bertero, 13 - Casal de' Pazzi
incontro con Ivonne Oviedo dell’Associazione FUNDACION PEQUEÑO TRABAJADOR
Al termine cena a sottoscrizione a base di pizza.
Il ricavato della serata sarà devoluto al progetto di Cooperazione "A scuola di dignità", realizzato in partenariato fra: Fundacion Pequeño Trabajador, SAL, ASAL, CIPSI, NODI, Istituto Comprensivo “Pio La Torre” e Bottega Ujamaa.
Per informazioni ASAL 06 3235389 info@asalong.org
“Ogni bambino nasce con i suoi diritti, così come ogni fiore con i suoi petali” (A. Corcuera)
CSA La Torre
via Bertero, 13
00156 Casal de' Pazzi - ROMA
web: http://www.csalatorre.net
mail: latorre@ecn.org
tel: 06822869
autobus
341 da Metro B Ponte Mammolo
311 da Piazza Sempione
Colombia:arrestati 4 esponenti dell'associazione Campesina del Valle del Rio Cimitarra
Lun, 01/10/2007 - 18:34Nel villaggio El Cagüí, nella laguna di San Lorenzo, zona rurale del municipio Cantagallo (sud di Bolìvar, Colombia) sono stati detenuti dagli agenti del Dipartimento Amministrativo di Sicurezza (DAS) ) Andrés Gil, Evaristo Mena e Óscar Duque, che erano riuniti con la comunità. Di fronte all’opposizione dei contadini gli agenti spararono vari colpi in aria.
Andrés e Óscar sono fondatori dell’ACVC e attualmente fanno parte della giunta direttiva dell’associazione. Lo scorso 5 ottobre 2006, Oscar, era stato detenuto arbitrariamente dell’esercito e liberato nei giorni successivi.
Contemporaneamente, nella città di Barrancabermeja, le autorità perquisirono l’ufficio regionale dell’ACVC, ubicata nell’edificio La Tora. Alle quattro del pomeriggio sono arrivati sul luogo circa 50 soldati accompagnati da agenti del DAS. Lì hanno detenuto arbitrariamente cinque persone che stavano nell’appartamento che serve da alloggio ai membri dell’ACVC e ai contadini della Valle del fiume Cimitarra. Inoltre, a Barrancabermeja è stato detenuto nella propria abitazione Mario Martinez, membro direttivo della ACVC.
Andrés Gil, Evaristo Mena e Óscar Duque si trovano detenuti nel Battaglione Nueva Grenada a Barrancabermeja, mentre Mario Martinez è stato portato alla sede del DAS. Esigiamo che si rispetti l’integrità e il diritto all’equo processo degli integranti dell’ACVC, che devono essere trasferiti dalle istallazioni militari dove si trovano per essere presentati alle autorità civili competenti.
Ripudiamo questa nuova offensiva delle autorità statali contro la ACVC, organizzazione legittima e legalmente costituita, che è stata interlocutrice del Governo Nazionale durante il passato mese di luglio, quando si firmarono gli accordi per superare la crisi umanitaria regionale.
Facciamo una chiamata alla solidarietà nazionale e internazionale perché intercedano davanti al Governo Nazionale perché rispetti l’organizzazione sociale e comunitaria dei contadini del Magdalena Medio e la vita e l’integrità dei membri dell’ACVC.
Per favore dirigere le comunicazioni a:
Batallón Nueva Granada
Teniente Coronel Jorge Horacio Romero Pinzón
Mayor Perdomo
Teléfonos: 097 6223238 ó 097 6223205
Presidencia de la República
Dr. Álvaro Uribe Vélez, Presidente de la República
Cra 8 # 7-26, Palacio de Nariño, Bogotá D.C.
E-mail: auribe@presidencia.gov.co
Fax: 57 1 566 2071
Vicepresidencia de la República
Dr. Francisco Santos, Vicepresidente de la República
Cra 8ª # 5-57, Bogotá D.C.
E-mail: fsantos@presidencia.gov.co; buzon1@presidencia.gov.co
Programa presidencial de Derechos Humanos y de Derecho Internacional Humanitario.
Dr. Carlos Franco, Director
Cll 7 # 5-54, Bogotá D.C.
Teléfono: 565 97 97 ext. 744
E. mail: cefaro@presidencia.gov.co
Fiscalía General de la Nación
Dr. Mario Hernán Iguarán Arana. Fiscal General de la Nación
Diagonal 22B # 52-01, Bogotá D.C.
E-mail: contacto@fiscalia.gov.co; mailto:denuncie@fiscalia.gov.co
Defensoría Nacional del Pueblo
Dr. Volmar Pérez Ortiz. Defensor Nacional del Pueblo
Teléfono: 314 73 00
E.mail: defensoria@defensoria.org.co
Procuraduría General de la Nación
Dr. Edgardo José Maya Villazón. Procurador General de la Nación
Teléfono: 336 00 11
E.mail: reygon@procuraduria.gov.co; cap@procuraduria.gov.co; quejas@procuraduria.gov.co
Oficina del Alto Comisionado de Naciones Unidas para los Derechos Humanos en Colombia.
Teléfonos 658 33 00
oacnudh@hchr.org.co
Programa de Derechos Humanos de la Policía Nacional
Coronel Efraín Oswaldo Aragón. Director
Teléfono: 315 94 38
E.mail: efrainaragon@gmail.com
Oficina de Derechos Humanos del Ejército Nacional
Coronel Enrique Garay Saleg. Director
Teléfono: 266 03 16
E.mail: alie@ejercito.gov.co
Coca, gusto o necessità?
Sab, 15/09/2007 - 18:41Scoprendo la Colombia, poco a poco, si scoprono anche molti sottesi, e si intuisce quanto questo Paese sia legato ad interessi “internazionali” tanto forti da stravolgerne completamente l’economia, la politica, la società.
E’ un incipit facile questo, conosciuto, come si conoscono le ingerenze di multinazionali e compagnie statunitensi, europee, e di ogni dove su un terreno afflitto da sciacallaggi secolari.
Un incipit che mi serve per cominciare a sbrogliare un nodo di luoghi comuni, costruito in anni di storia recente, che soffoca questo Paese agli occhi internazionali. Non esiste persona, nel nostro Paese, che al nome Colombia non evochi subito la parola Cocaina. Colombia Cocaina, stesso binario.
La cocaina stravolge il settore agricolo e l’intera economia colombiana all’inizio degli anni ‘80 sostituendo i meno redditizi cultivos di marijuana a favore di questa giovane droga, sintetizzata da una pianta antica, ben nota in tutto il latinoamerica. I grandi narcotrafficanti cambiano subito l’oggetto dei loro guadagni, seguendo la domanda, e stravolgono coltivazioni e canali di mercato. La Colombia, in pochissimi anni, si trasforma nel primo produttore nel mondo di cocaina (70% della produzione mondiale). A metà degli anni ‘80 inoltre, “grandi” personaggi come Pablo Escobar e i fratelli Gacha, figure controverse e potenti, lasciano un segno profondo nella storia e nell’immaginario collettivo, inquietando e affascinando non solo nel continente. Escobar in particolare modo, esplosivo mix di violenza e populismo, riscuote oltreoceano un successo clamoroso.
Intorno alla cocaina non girano solo i soldi dei narcotrafficanti.
I narcotrafficanti si dotano di meccanismi di autodifesa militare e politica sempre più imponenti. Nascono veri e propri eserciti privati, che controllano cultivos e lavorazione; si inaspriscono i conflitti fra cartelli per la spartizione del territorio, e di conseguenza il rapporto con lo Stato e la giustizia. Nel processo di continua espansione, i cartelli iniziano a fronteggiarsi soprattutto con le zone “rosse”, ovvero le zone di base della guerriglia, dove la presenza massiccia delle formazioni armate di sinistra impediva il libero svolgimento dei guadagni…
La stessa guerriglia inizia ad inserire la cocaina tra le fonti di guadagno, al di là dei sequestri estorsivi o degli altri “fondi”. Il rapporto della guerriglia con la cocaina è sempre rimasto comunque piuttosto velato. Ufficialmente, la posizione della sinistra armata è di un certo distacco, da una parte di condanna dell’uso e dell’abuso di questa droga, dall’altra di apertura ad una politica di legalizzazione funzionale a distruggere l’impero economico dei grandi trafficanti. Resta il fatto che ormai da vent’anni è la stessa guerriglia a basare buona parte dei propri guadagni sul Gramaje, la cosiddetta tassa rivoluzionaria sulla coltivazione e la vendita di cocaina. Nei tempi più recenti questa “ relazione” ha iniziato però a fissarsi e decrescere, come vedremo in seguito.
Lo stato si trova a fronteggiare un “nemico” sempre più potente e politicamente composito, autonomo e fortissimo economicamente, su cui non riesce ad imporsi dal momento che non controlla né i terreni né il commercio di questo grande mercato.
La prima strategia per entrare in questo “gioco” è la famosa “war of drugs”, cavallo democratico dell’amministrazione Reagan alla fine degli anni ‘80.
Dagli Stati Uniti fioccano soldi, armi e agenti chimici, “aiuti” per la sicurezza ed il controllo del territorio. E’ cosi che, da vent’anni, la Colombia è laboratorio di sperimentazione per i più nuovi e potenti diserbanti chimici, in gran parte prodotti dalle stesse imprese nordamericane. Insieme al glifosato però, invadono la regione anche i militari, addestrati speciali dei campi che furono per il Vietnam e che, negli anni, sono stati mirabilmente adattati all’esigenze militari del Paese.
In dieci anni, questa tattica non porta a niente. La coca è una pianta molto resistente, l’unica tanto forte da ricrescere in soli tre mesi dopo una fumigazione, al contrario delle piante coltivate per la sussistenza (platani, yuca, alberi da frutto…) che, colpite dagli stessi agenti, impiegano diversi anni prima di tornare a crescere.
La guerriglia allarga, anzichè diminuire, la propria area d’influenza, e, aumentano gli interessi che girano intorno a questo commercio. Nel frattempo i narcotrafficanti perdono in parte il potere, e la loro accezione familiare e più propriamente mafiosa, lasciando il campo a quelli che, da eserciti privati, sono diventati diretti gestori e padroni del terreno e del commercio; le Auc (Autodefensas Unidas de Colombia), prima grossa formazione a riunire vari gruppi paramilitari, nascono proprio da questi e dagli “eserciti privati” di grandi allevamenti e multinazionali. L’idea è costituire una forza antagonista alla guerriglia, per idee, ispirazione politica e protettori, che possa scontrarsi con essa allo scopo di aumentare il controllo su vari territori “d’interesse”.
Lo stravolgimento totale degli equilibri si ha alla fine degli anni ‘90.
Durante la primavera del 1999 vari “blocchi” delle Auc annunciano ufficialmente il loro ingresso in diverse regioni del Paese. Iniziano i massacri.
Il Bloque Norte entra nel Catatumbo il 23 maggio 1999, dopo tre mesi di attesa a causa della resistenza dei fronti guerriglieri. E’ l’esercito ad aprire ai 700 uomini di Mancuso le porte de La Cabarra, la prima città sul fiume a subirne l’impatto. Sono morte più di cento persone quel giorno, anche se i registri ufficiali ne riportano solo 38. Nel 2003 si raggiunge il picco di violenza: il Catatumbo conta 30.000 sfollati e più di 1500 omicidi in un anno. Dal 1999 al 2005 le vittime registrate per morte violenta a causa del paramilitarismo, solo nella regione, raggiungono le 11.000, mentre sono più di 80.000 gli sfollati.
I blocchi si insediano nelle case, prendono possesso dei cultivos, degli animali e delle abitazioni. Il loro controllo si espande, e chi riesce a rimanere può farlo esclusivamente sotto le loro ferree condizioni. Assumono il controllo di tutto il traffico della zona. Stranamente, la campagna di fumigazioni in corso si interrompe.
Nel 2005 diventa attiva la Ley Justicia Y Paz, legge che permette l’impunità ed il reinserimento governativo a tutti gli appartenenti a gruppi armati che decidono di smobilitarsi ufficialmente. Il Bloque Norte annuncia la smobilitazione.
Agli occhi del governo, la zona del Catatumbo era definitivamente bruciata. Inaspettatamente, seguendo un flusso molto amplio di re-insediamento rurale, la gente inizia a tornare anche qui. Molti abitanti sono “nuovi”, altri nativi della regione.
Il territorio è compromesso. Platano e Yuca valgono molto poco, di sicuro non abbastanza per permettere ad una famiglia di vivere. La maggior parte dei campesinos inizia a coltivare coca, per garantirsi un guadagno sicuro e a breve termine, che gli permetta di vivere dignitosamente. Le cifre sono estremamente chiare a proposito. Nella regione del Catatumbo, da prima a dopo l’occupazione paramilitare, gli ettari di terreno coltivati a coca passano da 4.000 a 40.000. Si decuplicano.
Per la maggior parte dei contadini inizia così la dipendenza da questa coltivazione (mai dal prodotto, praticamente nessuno ne consuma) per la necessità, e la fretta, di iniziare a far soldi, per la volontà di vivere meglio. I cultivos diventano un’arma a doppio taglio. Gli adulti perdono progressivamente le più antiche pratiche di coltivazione, espressione di una tradizione autoctona rlevante dal punto di vista alimentare e culturale; il desplazamiento e l’abbandono di questo sapere portano in breve tempo alla dimenticanza. I più giovani imparano invece questo fin da piccoli, crescono, dai 9 anni, coltivando coca. Questo imparano a fare. Semina, raccolta, lavorazione. Con quattro raccolti in media all’anno, seguiti da due, tre giorni di raffinazione, vivono.
Non solo; la sudditanza dei contadini ad una coltura illegale come la coca permette al Governo di tenerli in scacco permanente. Nelle zone di controllo paramilitare non avviene tutt’ora nulla, ma nelle zone dove i contadini sviluppano processi sociali e associativi, la coca è il miglior strumento per incolpare e criminalizzare nel momento opportuno, i campesinos, e per motivare la massiccia presenza dell’esercito.
Un sacco di platano o di yuca vale, più o meno, 40.000 pesos (circa 15 euro). Un carico di coca vale dieci volte tanto. La pasta di coca pura appena lavorata viene venduta dai campesinos a 2.500.000 pesos al chilo. Un euro al grammo. Quanto vale da noi un grammo, per di più tagliato con ammoniaca o lassativi?
A chi vendono i coltivatori illeciti?
I meccanismi di intercettazione sono molti, e difficilmente è possibile averne un’idea chiara dalle risposte dei campesinos. Principalmente gli acquirenti dipendono dalle zone di influenza, paramilitari o guerrigliere; a comprare sono sempre intermediari dalla provenienza sconosciuta, che si occupano di acquistare il prodotto lavorato e di trasportarlo, gestendo i controlli. A volte il livello di controllo/pressione è più alto, i campesinos sono controllati per tutto il corso della lavorazione e sono costretti a vendere la pasta a rappresentanti armati. Altre volte ancora, molto più raramente, sono direttamente i campesinos a far uscire il lavorato dalla regione, pagando ad una delle forze armate presenti una tassa per “l’esportazione”; per poi rivendere il prodotto finito a cifre notevolmente più alte che non se lo vendessero direttamente in laboratorio.
I cultivos non sono certo nascosti. Enormi cultivos, ed i rispettivi laboratori, si possono incontrare ovunque, affacciati sulle strade principali o al fianco delle finche più grandi del comune. In Catatumbo la presenza dell’esercito è massiccia, dal 2005 dieci mila uomini delle forze regolari (brigata mobile 15 e 30) hanno occupato e controllano la regione. Ed ogni giorno, senza muovere un dito, passano al fianco di ettari ed ettari di cultivos illegali…tutto questo accade mentre aerei scortati da elicotteri militari sparano a caso glifosato ed agenti chimici sulla selva circostante.
Le realtà sociali rurali colombiane hanno iniziato da qualche anno un percorso di emancipazione da questo tipo di guadagno, in diversi modi. Affrancarsi dal commercio di cocaina non è facile, come non è facile convincere i campesinos ad abbandonare una sicura e costante (nonostante la repressione) fonte di guadagno a favore di coltivazioni legali, e migliori, ma dal valore economico incerto e fortemente svalutato. Fumigazioni o eradicazioni manuali (la più recente strategia per aumentare la presenza militare sul territorio) sono rifiutate in blocco dal campesinato, cosciente della necessità e della complessità di costruire nel quotidiano progetti di sostituzione dei coltivus e di inversione sociale. In alcune regioni la guerriglia stessa ha iniziato a limitare l’espansione dei cultivos per favorire altre coltivazioni e processi di autodeterminazione.
Al governo si richiedono interventi statali nella direzione di una rivalutazione dei prodotti autoctoni, favorendo l’acquisto e la diffusione di sementi non chimiche ed originarie della zona; al di là di questa, si stanno sperimentando forme autorganizzate per sostituire i cultivos con altre fonti di guadagno; a Puerto Matilde, nel Magdalena Medio, ad esempio, grazie ai finanziamenti di un progetto europeo, sono riusciti a realizzare una bufalera (allevamento di una quindicina di bufali), che oggi permette, grazie alla vendita del formaggio, di vivere dignitosamente a buona parte delle famiglie. Logicamente progetti di questo tipo non possono rimanere isolati e necessitano di crescere in una politica di sostituzione organica per evitare d’essere soffocati; per questo motivo il principale impegno delle associazioni nell’ultimo anno è, e sarà, costruire reti di resistenza che, attraverso assemblee, spazi di confronto, discussioni, possano muoversi in maniera congiunta verso la sostituzione dei cultivos.
Questo processo di emancipazione, com’era prevedibile, non è assolutamente favorito dal governo, anzi, molti dei rappresentanti o dei partecipanti attivi a questi percorsi stanno subendo arresti, minacce, sparizioni, da parte dell’esercito.
Detenzioni incapaci di arrestare una spinta sociale sempre piú forte ed unita.
Minacce di morte alla Union Sindical Obrera dalle "Aguilas Negras"- Colombia
Dom, 09/09/2007 - 01:42Di seguito la traduzione integrale del comunicato della Uso che denuncia le minacce dei paramilitari dei "blocchi dissidenti" e ritiene lo stato colombiano, rifiutatosi di indagare e di proteggere la vita degli esponenti della USO minacciati, responsabile di qualunque violenza e attentato alla vita di queste persone che si dovesse verificare.
Del comunicato fanno parte i testi integrali delle lettere e delle mail di minacce e insulti inviate dalle Aguilas Negras.
Azione Urgente Minacciata la dirigenza nazionale della USO
Bogota 1 settembre 2007
In colombia, secondo Alvaro Uribe, si desmobilizzarono i gruppi paramilitari, ma la realtà è che continuano pià attivi, dal carcere o fuori.
Ogni volta che il governo e l'amministrazione di Ecopetrol implementano programmi di privatizzazione di Ecopetrol, o di consegna delle nostre risorse si incrementano le minacce contro il sindacato. Come in questo momento in cui i lavoratori espressano la loro contrarietà alla vendita di azioni che inizierà questo 27 di agosto.
Antecedenti
La Uso è stata in un processo di lotta e resistenza in difesa di Ecopetrol, processo che è stato duramente represso dal governo di Alvaro Uribe.
Durante questo lungo processo, la Giunta Nazionale della USO, ha accompagnato i lavoratori nel loro agire, presentando proposte alternative per investire la ricchezza e per difendere la sovranità nazionale.
La Uso è stata vittima permanentemente di violazione dei diritti umani.
Per questo è protetta con misure cautelari dettate dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani.
Nel dicembre del 2001, durante il Foro Petrolero de Cartagena, fu sequestrato e ucciso il compagno Aury Sara Marrugo, da questo momento ricomincia una persecuzione sistematica e integrale contro il nostro sindacato, 7 dirigenti sindacali furono licenziati in novembre 2002, nel 2003 vengono bloccate le iscrizioni al registro sindacale della nuova giunta di Cartagena, nel 2003 vengono minacciati Edgar Mojica Vanegas y Rodolfo Vecino, dirigenti nazionali della Uso, nel 2004 vengono licenziati 15 lavoratori della direttiva, nel marzo del 2005 attentano alla vita di Rafael Cabarcas, e inoltre fra settembre e ottobre tentano il sequestro dei figli del compagno Rodolfo Vecino all'uscita da scuola, il 25 novembre del 2006 attentano contro la vita della compagna di Rodolfo Vecino e nel marzo del 2007 contro tutta la sua famiglia, tutto ciò legato alla opposizione che il sindacato realizzava contro la vendita della raffineria di Cartagena, durante questi ultimi 6 anni le minacce di morte sono state permanenti nella città di Cartagena.
Fatti
Il 17 agosto i compagni HERNANDO MENESES VELAIDES, Segretario dei Diritti Umani della Uso Nazionale, e il compagno IVAN CEPEDA CASTRO, lider del movimento Nazionale di Vittime hanno ricevuto una carta nella quale si condannavano a morte i membri di organizzazioni come la Uso e altre organizzazioni sociali e politiche con il seguente testo:
LE NOSTRE MINACCE SONO UN FATTO GUERRIGLIERO DI CARTAGENA.SEGUONO CREDENDO CHE E' UN GIOCO, LA MORTE DI LOPEZ NON E' UNA CASUALITA. COSI FINIRANNO MOLTI CHE SONO ISCRITTI ALLA NOSTRA LISTA NERA PER I LORO VINCOLI CON LE FARC E CON I GRUPPI BOLIVARIANI, RISULTADO DEL NOSTRO LAVORO DI INTELLIGENCE CON IL PROPOSITO DI IMPEDIRE CHE NUOVE FORZE POLITICHE ALLEATE CON LA SINISTRA GUERRIGLIERA SORGANO A CARTAGENA. NOI ELEGGEREMO L'80/ DEI DPUTATI DI BOLIVAR E IL 70%DEL CONSIGLIO DI CARTAGENA.....MOLTI LEADERS FROCI SE NE SONO GIA' ANDATI, VOI CHE ASPETTATE FIGLI DI PUTTANAAVRETE LA STESSA SORTE DI LOPEZ. IN MANIERA CHE DA NOVEMBRE A OGGI SONO USCITI VARI FIGLI DI PUTTANA COME RISULTATO DELLE NOSTRE OPERAZIONI INSIEME ALLA FORZA MILITARE. VOI CON IL VOSTRO COMUNISMO SPICCIOLO AVETE VOLUTO COMPRARE COSCIENZE....SINDACALISTI, LEADERS SOCIALI, GIORNALISTI, ORGANIZZAZIONI VENDITRICI DI DEMOCRAZIA E STUDENTI AMICI DELLA GUERRIGLIA DI CARTAGENA SONO DICHIARATI OBIETTIVO MILITARE. SAPPIAMO COME VI MUOVETE NELLA CITTA', VOI E LE VOSTRE FAMIGLIE. LE NOSTRE MINACCE NON SONO TEMPORALI, FROCI, COME PENSANO MOLTI...ULTIMATUM MORTE MORTE MORTE
RIFONDANDO IDEE PER UNA CARTAGENA LIBERA DALLA GUERRIGLIA
AGUILAS NEGRAS (BLOCCO DISSIDENTE)
Il venerdi 31 agosto il compagno RODOLFO VECINO ACEVEDO è stato minacciato tramite una mail che trascriviamo di seguito:
" BARRANCABERMEJA 31 AGOSTO DEL 2007 CONFERMIAMO IL NOSTRO OBIETTIVO RODOLFO VECINO, CON TUTTA LA INTELLIGENZA DEL CASO REALIZZATA A CARTAGENA, BARRANCABERMEJA, ARAUCA, ETC, CI CONFERMANO CHE TISEI SALVATO A CARTAGENA, CHE HAI AVUTO FORTUNA IN TUTTE LE OPPORTUNITA' DI ANNICHILIRTI CHE ABBIAMO AVUTO, MA ADESSO NON TI SALVI DA QUESTA, SEI STATO AVVERTITO CHE SAREBBE STATO MAGLIO SE TE NE FOSSI ANDATO DA CARTAGENA E NON LO HAI FATTO, HAI CONTINUATO COME SEMPRE E ADESSO CI STAI PRENDENDO PER IL CULO QUI A BARRANCA. MA VOGLIAMO AVVERTIRTI PER L'ULTIMA VOLTA CHE NON AVRAI LA STESSA FORTUNA QUI E IN NESSUNA ALTRA PARTE DEL TERRITORIO COLOMBIANO, NON CI SOTTOVALUTARE, E' ARRIVATALA TUA ORA CHE CONSISTE NEL FATTO CHE LASCI UNA VEDOVA E 4 FIGLI, RICORDA QUANDO LI CERCARONO, E RICORDA L'ATTENTATO A TUA MOGLIE PER SBAGLIO PERCHè SAI CHE ERA PER TE.
STRONZO TI AMMAZZIAMO, SAPPIAMO TUTTI I TUOI MOVIMENTI. TI DICHIARIAMO OBIETTIVO MILITARE. NON TI SALVERANNO NE I GUERRIGLIERI CHE TI PROTEGGONO, NE LE BLINDATURE NE NIENTE, IL NOSTRO PIANO DI ANNICHILIMENTO CONTRO TUTTI I LIDERS SINDACALI E TUTTI I GUERRIGLIERI E LE GUERRIGLIERE E Y.M.R.G.L,E' GIA' PRONTO. GIA' CI HA STANCATO STRONZO RODOLFO CON I TUOI IDEALI DI MERDA.
ABBIAMO SUFFICIENTE AUTORITA' POLITICA E DI INTELLIGENS, ANDIAMO AVANTI CON FERMEZZA. DEVI FARE QUELLO CHE TI ORDINIAMO! FIGLIO DI PUTTANA. VEDRETE QUELLO CHE VI ASPETTA! GIA' C'E' L'ORDINE PRONTO."
AGUILAS NEGRAS UNITE DI COLOMBIA.
Davanti alla gravità di questo fatto la Giunta Nazionale e la Commissione dei Diritti Umani e la Pace della USO, ugualmente alla CUT, si sono messe in contatto con il Ministero dell'Interno, il DAS, la Polizia Nazionale, in modo da iniziare nell'immediato una investigazione sulle minacce e affinchè si garantisca la vita del compagno Rodolfo Vecino e della sua famiglia.
Sollecitazioni e responsabilità
Davanti alla negligenza di offrire la protezione necessaria per praticare l'attività sindacale e sociale, riteniamo responsabile lo Stato Colombiano di qualunque attentato contro la vita dei compagni RODOLFO VECINO ACEVEDO, HERNANDO MENESES VELAIDES e IVAN CEPEDA CASTRO, le loro famiglie e di altri facenti parte della dirigenza sindacale della USO e di altre organizzazioni sociali. Sollecitiamo le organizzazioni sociali e sindacali, gli organismi difensori dei diritti umani a pronunciarsi contro le suddette minacce e a sviluppare azioni che appoggino la protezione della vita dei compagni.
Esigiamo dal governo e da Ecopetrol che si trovino immediatamente le misure necessarie a salvaguardare la vita di RODOLFO VECINO, la sua famiglia e gli altri membri del sindacato
Giunta direttiva nazionale della USO
Commissione dei Diritti Umani-USO
per altre informazioni sulle Aguilas Negras in es:
http://colombia.indymedia.org/news/?comments=yes&mediu...
per altre informazionisulla Union Sindical Obrera in es:
http://colombia.indymedia.org/news/?comments=yes&mediu...
per altre informazioni sulla colombia in it
http://colombiaxcaso.noblogs.org
Fumigazioni - La Colombia che verra'...o no?
Mar, 04/09/2007 - 04:49Bogota’, agosto 2007
E’ di questi giorni l’attesa dichiarazione del presidente Alvaro Uribe Velez secondo la quale il governo colombiano dara’, a partire dall’anno a venire, una svolta alla propria politica di contrasto alle coltivazioni illegali di coca nel proprio territorio.
Correva l’anno 1978, quando il governo dell’allora presidente Alfonso López Michelsen, cedendo alle pressioni del dipartimento antinarcotici U.S.A. avviava la prima di una lunghissima serie di campagne di eradicazione dei “cultivos” illegali di sostanze stupefacenti in Colombia.
Da allora molte cose sono cambiate: i “cultivos” di marihuana sono stati progressivamente sostituiti da piantagioni di coca ed oppio, cosi’ come parecchi tra i piu’ potenti pesticidi in commercio sono stati sperimentati e sostituiti nel corso delle fumigazioni aeree.
Paraquat, Trilopyr, Tebuthiuron, Glifosato, Imazapyr, Hexaxinona per citare gli agenti piu’ tristemente noti; i nomi dei pesticidi di cui il governo Colombiano si e’ dotato nel corso degli anni (grazie agli aiuti ricevuti dal congresso U.S.A.) sono inquietanti quanto gli effetti “collaterali” prodotti sull’ambiente e sulla popolazione civile dagli agenti chimici in essi contenuti.
Fumigazioni. Irrigazioni aeree realizzate con diserbanti e pesticidi (di natura chimica e organica) da flotte di mezzi militari appositamente attrezzati per operare con grande efficacia…ma scarsissima precisione, a giudicare dai risultati ottenuti.
Le fumigazioni investono infatti con costanza intere coltivazioni di sussistenza, villaggi e pascoli, contaminando le falde acquifere, devastando i raccolti e pregiudicando anche irrimediabilmente la salute delle popolazioni soggette al contatto con i principi contenuti nelle soluzioni irrigate.
Gli effetti a breve e medio termine che qui brevemente ricordiamo sono il frutto delle inchieste e delle denuncie che associazioni ed organi d’informazione indipendente hanno prodotto in trent’anni di politica delle fumigazioni mentre i media ufficiali rivolgevano lo sguardo altrove.
Allo stesso tempo la coca prendeva piede nelle campagne colombiane e tra i consumatori occidentali sino a raggiungere i ritmi attuali; in Colombia si produce oggi il 70% della cocaina mondiale.
La cocaina viene estratta da una delle piante in assoluto piu’ resistenti alle fumigazioni: impiega solo 30 giorni a ricrescere, su ogni tipo di terreno, e da subito sono disponibili le foglie per la lavorazione. Anche cosi` questa pianta ha potuto affermarsi in zone tanto disparate come unico rapido mezzo di guadagno per contadini desplazati costretti a ricominciare ogni volta da zero. Inoltre la domanda decisamente stabile permette alla coca di mantenere il primato tra le specie vegetali “stupefacenti” cui i narcotrafficanti mondiali potrebbero essere interessati.
Alla luce delle ultime notizie circa le fumigazioni che stanno attualmente colpendo il Sur de Bolivar ci preme infine sottolineare un aspetto differente della questione: emerge con crescente preoccupazione come il territorio colombiano sia stato e sia tutt’ora sfruttato come immenso laboratorio di sperimentazione di agenti chimici, debellanti ed antidoti, casualmente prodotti in massima misura da multinazionali statunitensi. Allo stesso modo parte del suo popolo veniva usato come cavia inconsapevole per testare prodotti di cui ancora oggi non possiamo conoscere gli effetti a lungo termine.
Tracciare un bilancio della “war on drugs” non e’ sicuramente cosa semplice, non solo per l’imponente mole di dati e informazioni raccolte sul tema in anni di indagini, ma sicuramente a causa dei complessi intrighi di potere, economia e controllo che da quarant’anni tengono in scacco il popolo colombiano, all’interno di una logorante guerra civile a bassa densita’.
Nonostante negli ultimi anni lo stato colombiano sia stato attraversato da grandi e piccoli cambiamenti (smobilitazione delle formazioni paramilitari, cambiamenti in seno ai movimenti guerriglieri e ai cartelli dei narcos, desplazamiento, effetti macroscopici del neoliberismo) non s’intravvedono, allo stato attuale, autentiche possibilita’ di risoluzione della crisi.
Orfani di un’informazione cronachistica e “poco intraprendente” non possiamo che ricominciare, attraverso l’indagine in prima persona, a ricercare motivazioni e interessi celati dietro anonime sigle quali Plan Colombia o Plan Patriota, dietro ai movimenti di corpi armati ed erercito nelle regioni rurali, dietro allo scandalo dell’inesistente ristrutturazione della politica colombiana e della mancata democratizzazione delle sue istituzioni.
Giusto una settimana fa, il presidente Uribe dichiarava che le fumigazioni aeree saranno progressivamente sostituite dall’eradicazione manuale. Ad un’analisi superficiale della notizia dovrebbe trattarsi di un deciso passo avanti rispetto alla politica delle fumigazioni, in seguito ai fallimentari esperimenti di diserbanti organici negli ultimi cinque anni; un altro punto di vista possibile e’ che si tratti dell’ennesima strategia del governo colombiano per continuare a non rispondere al grido delle associazioni campesine e indigene e per incrementare la gia’ massiccia presenza militare nelle regioni.
Da anni le associazioni propongono di fermare le eradicazioni d’ogni tipo e avviare un confonto sulla sostituzione ragionata delle piantagioni (processo che gia` molte comunita` compiono autonomamente), nel rispetto dei diritti umani, dei territori e delle loro produzioni culturali, e nel riconoscimento dei percorsi d’autodeterminazione delle comunita` indigene e campesine.
Per contatti: barracuda@inventati.org
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