Generale
Nessuna persona è clandestina! - Tor Vergata antirazzista
Sab, 11/10/2008 - 13:27
in occasione dell'incontro organizzato dal Rettore di Tor Vergata presso l'auditorium di Lettere dal titolo "Razzismo: figlio della stupidità, fratello dell'ignoranza", al quale hanno partecipato circa 200 studenti delle scuole superiori, abbiamo voluto contribuire distribuendo un volantino a tutti i presenti che ha posto l'accento sulle pesanti responsabilità delle istituzioni nazionali e locali, dei media, delle forze dell'ordine.
Gruppi razzisti/fascisti si sentono sempre più legittimati ad aggredire qualsiasi persona individuata come "diversa"proprio
a causa delle false emergenze costruite a tavolino per scatenare l'odio tra le classi sublterne.
Ecco il testo del volantino
Legare l'ingresso degli immigrati ad un lavoro ed una casa che non possono avere prima di partire, chiamare una persona “clandestina”, dividendo a prescindere tra “buoni” (stranieri “regolari”) e “cattivi” (senza documenti), considerare i migranti come portatori di criminalità e rinchiuderli a migliaia nei CPT-lager è la politica praticata dai governi che si sono succeduti negli ultimi anni.
Con la fattiva complicità degli organi di informazione che rilanciano a più non posso leggi discriminatorie degne di quelle razziali del 1938, si legittimano sia lo sfruttamento dei lavoratori stranieri ad opera di padroni italiani sia le scorribande di gruppi fascistoidi che hanno i loro referenti politici nel parlamento e nelle amministrazioni locali.
“Gli immigrati ci rubano il lavoro”. Quando un cittadino qualunque o un politico esclama questo in televisione è facile immaginarsi l'orgasmo provato da tutti i “cavalieri del lavoro” che godono nel vedere materializzarsi un loro antico sogno: la guerra fra poveri che è utile solo a mantenere lo status quo.
E' stato fatto passare il concetto di “sicurezza” criminalizzando lavavetri, rovistatori di immondizia, abitanti di case occupate, etnie a cui prendere le impronte digitali e prostitute da rinchiudere in carcere.
Tutto condito dall'utilizzo dei mezzi più repressivi mai creati dall'uomo: polizia, militari e carceri.
L'operazione culturale della demonizzazione del “diverso” continua a sottomettere milioni di individui usando pretestuosamente la parola “legalità”. Chi la chiama in causa lascia però spesso a desiderare ed ogni riferimento alla nostra classe politica non è casuale.
Mentre si procede con la distruzione di scuole e università, con l'abbassamento delle tutele (eufemismo) dei lavoratori, con lo smantellamento del patrimonio immobiliare a vantaggio dei privati, con l'abbandono della sanità sempre più lasciata in mano alle cliniche convenzionate, con l'investimento di centinaia di milioni di euro per andare in guerra e, buon ultimo, con il probabile salvataggio delle banche con i soldi di tutti noi l'emergenza-immigrazione viene fomentata così da tenerci tutti distratti a prendersela col più debole.
Dopo i numerosi casi di aggressione a sfondo razziale, politici e media cercano immediatamente di assolvere i proditori gesti riducendoli al “disagio giovanile”, alle “baby gang” e ad un altro termine buono per tutti gli usi: il “bullismo”. Si tende a mischiare tutto in un unico grande calderone, in modo tale da non affrontare mai le reali cause che armano culturalmente gli aggressori perché coincidono in pieno con gli obiettivi di chi intende dominare con la paura sulla gente, sempre più impoverita, come la storia dell'ultimo secolo racconta.
Negli ultimi mesi a Tor Vergata, Torre Angela, Tor Bella Monaca ci sono state almeno 5 aggressioni attuate con le stesse modalità: quattro andate “a buon fine” e una no, grazie alla reazione di un istruttore di arti marziali.
Inoltre, il campo nomadi che si trovava fino a pochi giorni fa vicino la cappella universitaria, nel quale abitavano cittadini italiani regolari (ma ha senso ed è giusto fare comunque questa distinzione?), è stato oggetto il 13 agosto scorso del lancio di due bengala: la polizia municipale si affrettò nel dire che non c'era alcuna matrice razziale dietro. Magari era solo il capodanno del Klu Klux Klan?
A Ciampino la polizia ha addirittura denunciato la donna vittima delle note violenze presso l'aeroporto, nella ricca Parma la municipale ha massacrato un ragazzo di colore, a Castelvolturno i 6 morti ammazzati dalla camorra le forze dell'ordine li volevano far passare per spacciatori e si potrebbe continuare ancora con gli ultimi aggiornamenti provenienti da Milano...con questi esempi di cosa ci si vuole meravigliare?
Ai ragazzi e alle ragazze delle scuole oggi presenti, sicuramente più svegli di tanti adulti, vogliamo solo dire che per strada come a scuola, a lavoro come nella vita, ci fanno vivere una costante precarietà e chi comanda tende a dividerci (“divide et impera” dice niente?) una volta sul colore della pelle, un'altra sulla religione, un'altra ancora sulla provenienza geografica, sulla squadra per cui tifiamo, sui soldi che abbiamo in tasca, sui voti che ci danno...
Pensate e riflettete su chi trae vantaggio da tutta questa situazione.
Infine ci chiediamo che senso ha per la nostra università trattare un problema così complesso partendo da temi biologici se poi si accolla tutto alla stupidità e all'ignoranza di alcuni ragazzi senza mai accennare alle pesanti responsabilità delle istituzioni che fomentano questo clima di odio, di xenofobia e di rigurgiti razzisti avallati dalle attuali leggi, portati avanti dai ricatti sul posto di lavoro, dalle violenze in divisa e confezionati dai media. Sarà mica questa la vera emergenza ? Guai a parlarne ai ragazzi che vanno a scuola...
[AT] Comunicato post-sgombero csoa 808
Sab, 11/10/2008 - 05:01
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[AT] Comunicato post-sgombero csoa 808
Il 7 ottobre 2008, intorno alle ore 6.00 del mattino è avvenuto lo sgombero del centro sociale 808. A quell’ora si sono presentati in via Capuana membri della polizia, della digos, delle unità cinofile (alla ricerca di droga e armi ovviamente non trovate), dei vigili del fuoco, del pronto soccorso, della polizia penitenziaria e dei carabinieri. In totale le forze dell’ordine sono intervenute con lo spiegamento di circa un centinaio di uomini, un centinaio di uomini che, all’interno del centro, hanno trovato 8 persone ancora addormentate, prontamente portate in questura per essere identificate e schedate attraverso fotografie segnaletiche ed impronte digitali. Alcuni dei “sequestrati” sono stati inoltre sottoposti ad interrogatorio al fine di identificare gli altri membri del collettivo. A tutti sono stati accreditati i reati di invasione, furto di energia elettrica ed eventualmente furto aggravato, nel caso in cui i contatori dell’ENEL fossero stati manomessi, tutto ciò nonostante più volte sia stato da noi dichiarato che l’impianto elettrico nello stabile di via Capuana era già presente e funzionante prima del nostro ingresso. Mentre gli 8 ragazzi erano trattenuti in questura, con il divieto di utilizzare i cellulari anche soltanto per chiamare l’avvocato che si occupa del caso, davanti al centro sociale 808 si era riunito un altro gruppo di ragazzi del collettivo, ai quali è stato “gentilmente” concesso di entrare uno per volta, con una scorta di minimo due poliziotti, per ritirare gli effetti personali. Nel frattempo alcuni muratori muravano dall’interno le finestre del primo piano (visto che quelle del piano terra erano già murate), dimostrando così a tutti come lo stabile di via Capuana, liberato dall’incuria per opera del collettivo “pecore nere”, sia destinato a ricadere nel disuso e nel degrado; ci è stato poi impedito di recuperare le foto dell’edificio appese all’esterno in quanto “corpo del reato”, paragonabile, così ci è stato detto, “ad un piede di porco in caso di furto, o ad una pistola in caso di omicidio”. Insieme a noi del collettivo, davanti al centro sociale, si sono presentati, in segno di solidarietà, alcuni membri del coordinamento Asti-est e dell’Asti social forum.
Durante tutta la giornata di ieri è stato poi evidente a tutti lo stato di assedio della città, invasa dalle forze dell’ordine dislocate in gran numero intorno alla stazione ferroviaria, al comune ed, ovviamente, al centro sociale.
Si è trattato di un atto di TERRORISMO e di REPRESSIONE! Una prova di forza studiata per intimorire e sedare gli animi, per appiattire la coscienza politica di chi ha voluto opporsi, per scoraggiare ogni tentativo di eversione ad un sistema che ha già dimostrato le sue mancanze, una prova di forza che non h spaventato nessuno!
Il collettivo si è impegnato a ripulire e bonificare uno stabile in abbandono dal 1995 per realizzarvi all’interno una serie di progetti sociali e culturali da offrire a tutta la cittadinanza: una biblioteca ed una sala studio non sarebbero state utili? Una sala prove, una palestra ed un internet point a prezzi popolari non sarebbero state utili? Un polo di informazione alternativa non sarebbe stato utile? Un laboratorio artistico gratuitamente aperto a tutti non sarebbe stato utile? Un centro di prima accoglienza e di permanenza temporanea per gli sfrattati non sarebbe stato utile? Le istituzioni ci hanno impedito di realizzare i nostri progetti, ci hanno impedito di offrire servizi alla cittadinanza, ci hanno impedito di essere liberi.
Dopo tre settimane di silenzio dell’amministrazione comunale è avvenuto, senza alcun preavviso, lo sgombero, con uno schieramento di forze sproporzionato all’azione (un centinaio di poliziotti per otto ragazzi) e con una violenza morale mai vista in questa città.
La lotta è appena cominciata. Sappiamo cosa vogliamo e sappiamo come ottenerlo. Siamo sicuri delle nostre posizioni, siamo sicuri che ogni città ha bisogno di almeno un centro sociale.
LO STABILE DI VIA CAPUANA 13 E’ STATO SGOMBERATO.
LE IDEE NON SI SGOMBERANO.
COLLETTIVO AUTONOMO “PECORE NERE”
CSOA “808”
da: http://napoli.indymedia.org/
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SE NON ORA, QUANDO? SCIOPERO GENERALE DEL SINDACALISMO DI BASE, 17 OTTOBRE 2008
Sab, 11/10/2008 - 04:54
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SE NON ORA, QUANDO? SCIOPERO GENERALE DEL SINDACALISMO DI BASE, 17 OTTOBRE 2008
Si è svolta questa mattina a Roma la conferenza stampa di presentazione dello sciopero generale indetto per venerdì 17 ottobre da CUB, Confederazione Cobas e SdL Intercategoriale. Sono intervenuti i Coordinatori delle tre organizzazioni promotrici: Pierpaolo Leonardi per la CUB, Piero Bernocchi per la Confederazione COBAS, Fabrizio Tomaselli per SdL Intercategoriale. I coordinatori hanno illustrato la piattaforma dello sciopero, approvata il 17 maggio scorso a Milano, dagli oltre 2000 delegati riuniti nell'Assemblea Nazionale del sindacalismo di base, e consegnata al Governo già il 20 giugno scorso. Lo sciopero rivendica principalmente maggiore salario, la fine della precarietà, degli omicidi sul lavoro, il rilancio della scuola, della previdenza e della sanità pubblica, il forte impulso alla contrattazione nazionale e la reintroduzione della scala mobile per lavoratori e pensionati, diritti uguali per cittadini italiani e migranti, il diritto alla casa. E' stato indetto contro i provvedimenti del in materia di Scuola, Pubblico Impiego e precarietà, contro l'attacco dei padroni al mondo del lavoro e per impedire che siano i lavoratori a pagare la crisi del capitale. "Contro questa sorta di welfare alla rovescia, che per fronteggiare la crisi in atto dà risorse al sistema che questa crisi ha generato, rivendichiamo una vera redistribuzione del reddito", ha dichiarato Fabrizio Tomaselli di SdL. I Coordinatori hanno preannunciato una forte adesione allo sciopero di 24 ore, con conseguenti forti disagi in particolare nella scuola, negli uffici pubblici e nei trasporti, ed hanno pertanto invitato gli organi di stampa a fornire una esauriente informazione ai cittadini. "Sarà il più grosso sciopero e la più grande manifestazione nazionale mai organizzata dal sindacato di base e antagonista, e la presenza della scuola sarà massiccia", ha annunciato Piero Bernocchi della Confederazione Cobas. Ha aggiunto Pierpaolo Leonardi della CUB: "Questo sciopero viene da lontano e darà il segno che il sindacato di base rappresenta una parte consistente del mondo del lavoro. La prossima questione in agenda sarà quella della rappresentanza, perché non ci accontentiamo di agire solo attraverso il conflitto, ma vogliamo nuove normative che garantiscano una vera democrazia sindacale". Alla manifestazione nazionale che si terrà a Roma sono attese centinaia di migliaia di persone, che giungeranno con un numero eccezionale di pullman ma ridotto di treni. A questo proposito i Coordinatori hanno messo in rilievo il negativo comportamento di Trenitalia, che ha rifiutato qualunque vera contrattazione per l'approntamento di treni speciali, impedendo di fatto a moltissimi lavoratori di raggiungere la capitale. Il corteo partirà alle ore 10.00 snodandosi da Piazza della Repubblica a Piazza San Giovanni, dove si terranno gli interventi finali dal palco, e verrà aperto dallo striscione unitario delle tre organizzazioni promotrici, a cui seguiranno le singole organizzazioni sindacali, i movimenti giovanili, le rappresentanze delle lotte sociali (casa, ambiente, ecc); a chiudere le forze politiche.
Roma, 9 ottobre 2008
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(U.S.I. Liguria): LA CRISI FINANZIARIA. I SOLITI PERDONO, I SOLITI GUADAGNANO...
Sab, 11/10/2008 - 04:43
(U.S.I. Liguria): LA CRISI FINANZIARIA. I SOLITI PERDONO, I SOLITI GUADAGNANO...
Un po' di storia recente
La società Fanny Mae fu istituita, durante il New Deal, dal governo federale allo scopo di agevolare la concessione di mutui a chi intendesse comprare una casa. Nel 1968 Fanny Mae fu privatizzata. Nei tardi anni '90, sotto Clinton, le regolamentazioni sui prestiti furono rese meno strette allo scopo di rendere più facile l'ottenere mutui. Il meccanismo di base era semplice: Fanny Mae acquistava i mutui (detti sub-prime) dai creditori che li avevano emessi (diventando quindi essa stessa il creditore), e li confezionava in pacchetti azionari garantiti da mutui; questi pacchetti (prodotti derivati) potevano essere acquistati da chiunque desiderasse investire sul mercato secondario dei sub-prime. La dilatazione della concessione dei mutui anche a chi non aveva garanzie da offrire, la gran mole di prodotti derivati immessa sul mercato, l'insolvenza crescente di molti debitori a seguito dell'incalzante crisi economica hanno provocato l'esplodere della "bolla speculativa" sub-prime, coinvolgendo, l'una dopo l'altra, le maggiori istituzioni finanziarie americane.
La crisi finanziaria
La crisi dei prodotti derivati dei sub-prime americani sta producendo oggi tutti i danni che era possibile immaginare. I più grandi istituti finanziari americani (banche d'affari, istituti di credito, compagnie assicurative, ecc.) stanno crollando, uno a uno, come in un castello di carte. Fallimenti (Leham Brothers) e salvataggi disperati (Freddie Mac, Fannie Mae, Bear Stearns, Merryll Linch) da parte del tesoro americano (vere e proprie statalizzazioni) o della Bank of America, un piano federale da 850 miliardi di dollari (il piano Paulson, che scaricherà i suoi costi sui contribuenti americani) per riassestare la situazione finanziaria, la dicono lunga sull'entità del tracollo.
L'Europa stessa comincia a subire i contraccolpi della crisi, propagatasi con i prodotti derivati e alimentata dalla mancanza di liquidità. A parte il crollo a picco delle varie borse (contagiate dall'andamento disastroso di Wall Street), anche potenti istituzioni bancarie e finanziarie europee (persino l'insospettabile UBS svizzera) subiscono perdite secche (ultima vittima, in odore di fallimento, la tedesca Hypo Real Estate). Così come la nostrana Unicredit, spacciatrice dei titoli e prodotti Merryll Linch.
Alcune riflessioni
Al di là della drammaticità della situazione, della quale non è facile prevedere gli sviluppi e l'impatto che avrà sulla nostra situazione, vengono spontanee alcune riflessioni:
il rapporto finanza-economia reale non è totale, tuttavia le crisi finanziarie si traducono inevitabilmente in crisi generali. Anche in questo caso gli effetti del crack finanziario, in particolare la crisi di liquidità e la stretta creditizia si sono riversate su un'economia già in fase recessiva e ne hanno amplificato la tendenza alla stagflazione (inflazione + stagnazione). Questo negli USA, come in Europa e, potenzialmente, nel resto del mondo, compreso gli iperproduttivi giganti asiatici (India e Cina).
il liberismo selvaggio si è suicidato. Le teorie della libera iniziativa e del libero mercato come unici regolatori dell'economia mostrano tutti i loro limiti e la loro impotenza ad arginare le crisi cicliche del capitalismo. Si ricorre perciò alle nazionalizzazioni e all'intervento diretto dello Stato nell'economia, che sembravano ormai solo un retaggio del socialismo reale. Il capitalismo però sopravvive... alla faccia di quelli che vedevano nel neoliberismo il nemico assoluto e non c'è motivo di pensare che diventerà più "umano".
la mondializzazione mostra - in negativo - tutte le sue potenzialità di volano di crisi devastanti. Alla libera circolazione delle merci si possono opporre dazi protettivi; a quella degli uomini, confini militarizzati, a quella della forza-lavoro, leggi; a quella dei capitali, regole; ma a quella delle crisi nulla si può opporre... vera e propria merce virtuale globale, viene esportata in abbondanza.
La nostra crisi
Ma veniamo alle cose di casa nostra. Chi colpisce la crisi? Innanzitutto gli speculatori e gli affaristi colpiti dalla crisi borsistica (non quelli grandi, che anzi troveranno ulteriori occasioni di guadagno), ma ciò non può che rallegrarci; poi i piccoli investitori e i risparmiatori strappati alla loro illusione di trovare la "nicchia giusta" per tutelarsi dall'inflazione; infine la gran massa dei lavoratori che subisce (e subirà) attacchi sempre più pesanti e da molteplici direzioni.
In maniera diretta, con la polverizzazione di eventuali piccoli risparmi, oppure con il crollo dei fondi a cui il 30% dei lavoratori ha affidato il proprio TFR (grazie agli interessati consigli di delinquenti di ogni sorta) e che negli ultimi tempi hanno perso dall'1 al 3% (a fronte di una rivalutazione del 3% dei TFR lasciati in azienda).
In modo indiretto, ma egualmente dirompente, sui salari e le condizioni di lavoro. Marcegaglia, presidentessa di Confindustria, lancia l'allarme e annuncia che le aziende italiane non "crescono" perché patiscono per la crisi di liquidità e, soprattutto, per la conseguente restrizione del credito alle imprese e chiede aiuto al governo (alla faccia del liberismo e del rischio d'impresa!). Comunque finisca, quello che è certo è che la crisi delle imprese, la loro mancata crescita e il ristagno degli utili verranno scaricati (come è sempre successo) sui lavoratori, per garantire la continuità e la crescita dei profitti.
Ciò vuol dire legare sempre più strettamente i salari alla produttività, magari, come nel caso Alitalia, addirittura tagliandoli con una vaga promessa di recupero.
Ciò vuol dire colpire ancora l'occupazione, tagliando gli organici e bloccando il turn-over a favore di un'estensione ancora maggiore del lavoro precario e di quello in nero.
Ciò vuol dire ritmi di lavoro sempre più alti e in condizioni sempre peggiori a scapito di ogni più elementare norma di sicurezza.
Ciò vuol dire tagliare sempre di più i servizi pubblici, impoverendoli a favore di quelli privati, come sta facendo la ministra Gelmini nella scuola.
Ciò vuol dire assumere come unici interlocutori i compiacenti e collaborativi sindacati di stato (Cgil, Cisl, Uil, magari con l'aggiunta dell'Ugl), negando ai sindacati di base, ma soprattutto ai lavoratori in prima persona, la possibilità di essere realmente rappresentati.
Come difendersi?
Opporsi a tutto questo è sempre più necessario. Sono in gioco, sempre più, le condizioni di vita nostre e di milioni di lavoratori, se non addirittura quelle di una semplice sopravvivenza.
Non possiamo dunque che ribadire gli obiettivi minimi di una lotta generalizzata che più volte abbiamo enunciato:
DIFESA DEI SALARI TRAMITE AUMENTI SGANCIATI DALLA PRODUTTIVITA' E DALLO STRAORDINARIO
DIFESA DELLE PENSIONI E GRATUITA' ED EFFICIENZA DEI SERVIZI SOCIALI
SICUREZZA SUL LAVORO AFFIDATA AL CONTROLLO DIRETTO DEI LAVORATORI E NON A LEGGI FANTASMA
ASSUNZIONE A TEMPO INDETERMINATO PER TUTTI I LAVORATORI PRECARI E IN NERO
che sono la nostra piattaforma rivendicativa per lo:
SCIOPERO GENERALE DEL 17 OTTOBRE INDETTO DAL SINDACALISMO DI BASE
MA CHE NON DEBBONO ESSERE DISGIUNTI DALLA PRESA DI COSCIENZA CHE UN'ALTRA SOCIETA' E' POSSIBILE;
UNA SOCIETA' DOVE FINANZA E CRISI, PROFITTI E SPECULAZIONI, SFRUTTAMENTO E MISERIA, CAPITALISMO E AUTORITA' NON ABBIANO CITTADINANZA;
UNA SOCIETA' DI LIBERI E UGUALI, FONDATA SU UNA ECONOMIA DEI PRODUTTORI, SULLA SOLIDARIETA' E SUL MUTUO APPOGGIO.
CERTO OGGI PUO' SEMBRARE UTOPIA, MA SE LA CONSAPEVOLEZZA DELLA SUA NECESSITA' SI ESTENDERA', GIA' DOMANI POTREBBE NON ESSERLO PIU'.
USI Liguria
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(it) Fano: Dibattito aperto, sabato 11 ottobre
Sab, 11/10/2008 - 04:32

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(it) Fano: Dibattito aperto, sabato 11 ottobre
Date Fri, 10 Oct 2008 22:39:23 +0200 (CEST)
DIBATTITO APERTO SU
"IL CAPITALISMO AL CAPOLINEA? FINE CORSA O NUOVA CORSA?"
IL MOVIMENTO DEI LAVORATORI E LA RECESSIONE MONDIALE
Sabato 11 ottobre 2008 alle ore 18,30
presso la sede della FdCA a Fano
in Via da Serravalle 16
Federazione dei Comunisti Anarchici
Sez. "Nestor Makhno" di Fano/Pesaro
Da: FdCA Sezione di Fano/Pesaro
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A - I n f o s Notiziario Fatto Dagli Anarchici
Per, gli, sugli anarchici
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The Living Theatre. "Eureka!" streaming live
Sab, 11/10/2008 - 04:18
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"Eureka!" streaming live
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Click below: "Eureka!" live
Wednesday thru Sat at 8pm (New York time = ore 02.00 Roma);
Sunday 4pm = ore 22.00 Roma)
http://www.ustream.tv/channel/living-eureka
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There is no fourth wall, so they must become participants. In Eureka! a mix of science class, happening, utopian dream and group hug that means helping out with a mighty task: creating the universe.
The New York Times
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Unicredit - Caro Profumo, Datti Una Mossa !
Sab, 11/10/2008 - 02:12
Dunque: la condotta mediatica di Unicredit sta rasentando, a mio avviso, il codice penale. Innanzitutto il problema: con le informazioni che abbiamo non si spiega per quale motivo stia crollando in questo modo. A questo punto i casi sono due......
Il primo caso e’ che ci sia della speculazione. Rimane il problema: perche’ Unicredit? Non c’e’ nulla nelle dichiarazioni ufficiali e nelle stime di liquidita’ che faccia pensare che Unicredit debba crollare in questo modo.
Qualcuno si sta divertendo a far crollare le azioni per comprarle? I volumi qualche sospetto lo danno. Ma in un momento del genere siamo ai limiti del codice penale. Specialmente se qualche giorno fa alcuni dirigenti hanno (a detta loro per creare fiducia) comprato azioni Unicredit. Peraltro, si e’ appena deciso di pagare i dividendi in azioni, e se le azioni dovessero crescere subito dopo sarebbe un bel colpo. Perche’ dovrebbero crescere? Beh, perche’ una cosa in basso puo’ solo crescere, per esempio.
In questo caso, pero’, i governi , la magistratura e la Consob possono metterci una pezza. Basterebbe che il buon profumo se ne uscisse spiegando cosa sta succedendo. Cosa che non fa.
Seconda ipotesi: "c’e’ del marcio in Danimarca". Cioe’, qualcosa in Unicredit, qualcosa della quale si mormora negli ambientigiusti, non va. O non c’e’ la liquidita’ vantata, o ci sono perdite nascoste.
Anche in questo caso, Profumo dovrebbe uscirsene ed ammetterlo.
Invece, Profumo tace. Tutti capiscono che qualcosa non vada per il verso giusto in Unicredit e il titolo crolla.
Personalmente non credo molto nella prima ipotesi: anche a New York, quando c’e’ stata speculazione su Morgan Stanley, un magistrato ha semplicemente dichiarato ad un giornale che "stava tenendo d’occhio la cosa", e i furbetti del quartierino hanno cambiato aria.
Ecco, se Profumo dicesse che qualcuno ha preso di mira Unicredit per un gioco sporco, basterebbe un’inchiesta verso ignoti per bloccare i furbetti. E con un precedente come MS, non ci sarebbe nulla di male.
Invece si tace. Si continua a dire che tutto va bene, e che la liquidita’ c’e, anche se poi si pagano i dividendi in azioni, cosa che si fa quando la liquidita’ NON c’e’.
Ma anche dire il falso e’ reato.
Insomma, o Unicredit fa un "transparency day", o prima o poi il limite del codice penale verra’ varcato. Cosi’ di certo non si puo’ andare avanti a lungo.
Uriel
10.10.08
Related Link: http://blog.wolfstep.cc/
Chansons du prolétariat révolutionnaire
Ven, 10/10/2008 - 23:15
Chansons du prolétariat révolutionnaire
Hello
Chansons du prolétariat révolutionnaire écrites par les situationnistes Guy Debord, Alice Becker-Ho, Raoul Vaneigem, Étienne Roda-Gil, détournements de Jacques Leglou de chansons fameuses, lensemble est évidemment jubilatoire, et magnifiquement réalisé selon les codes de la variété de lépoque avec des musiciens de lOpéra. Seule chanson historique, Lbon dieu dans la merde, est célèbre pour avoir été chantée par Ravachol en montant sur la guillotine. Les voix sont celles de Jacques Marchais et Jacqueline Danno (sous le pseudonyme de Vanessa Hachloum, Hachloum comme HLM !). Le 33 tours, épuisé en quatre mois.
Contenu :
01- LBon Dieu dans la merde (1892)
(Anonyme)
02- La java des Bons-Enfants (1912)
(Raymond Caillemin dit Raymond-La-Science)
03- La Makhnovstchina (1919)
(Anonyme - Folklore russe)
04- Les journées de mai (1937)
(Anonyme - Folklore espagnol)
05- La vie sécoule la vie senfuit (1961)
(Anonyme belge / Raoul Vaneigem-Francis Lemonnier)
06- Il est cinq heures (Mai 1968)
(Jacques Le Glou / J.Lanzman-J.Dutronc)
07- Chanson du CMDO Conseil pour le Maintien Des Occupations (Mai 1968)
(Alice Becker-Ho / Louis Aragon-Jacques Douai)
08- La mitraillette (1969)
(Jacques Le Glou / Pierre Barouh-Francis Lai)
09- Les bureaucrates se ramassent à la pelle (1973)
(Jacques Le Glou / J.Prevert-J.Kosma
Il cane più famoso della storia
Ven, 10/10/2008 - 22:38

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http://www.nazioneindiana.com/
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http://www.nazioneindiana.com/2008/10/10/il-cane-piu-f...
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Il cane più famoso della storia
di Francesca Matteoni
“Il semplice fatto che il mio cane mi ami più di quanto io ami lui è una realtà innegabile, che mi colma sempre di una certa vergogna. Il cane è sempre disposto a dare la sua vita per me. Se fossi stato minacciato da un leone o da una tigre, Ali, Bully, Tito, Stasi e tutti gli altri, avrebbero affrontato senza un attimo di esitazione l’impari lotta per proteggere, anche solo per pochi istanti, la mia vita. E io?”
KONRAD LORENZ
Ai bambini dovrebbe sempre essere permesso di crescere a contatto con gli animali. Sperimentare un rapporto fraterno, imparando a convivere con un compagno che non giudicherà mai, che resterà comunque una continua sorpresa, indecifrabile, nonostante la reciproca conoscenza. “E’ solo un cane”, “è solo un gatto randagio”, potranno dire al bambino gli adulti o gli altri ragazzi con aria sprezzante, come se questo li rendesse in qualche modo superiori, inattaccabili dalla paura dell’uguaglianza. Il bambino resterà muto, molto spesso, invischiato e senza pelle nella materia dell’infanzia dove tutto è presente, premuto troppo forte sul torace come sullo sterno di un volatile non ancora identificato. Imparerà poi ad essere fatto di linguaggio, a ferire, a distaccarsi dall’altro. “E tu sei solo un uomo”, saprà rispondere allora.
Nel film La mia vita a quattro zampe (Mitt liv som hund) di Lasse Hallström [ http://www.film.tv.it/scheda.php/film/4312/la-mia-vita... ] il dodicenne protagonista, Ingemar, ha un rapporto speciale con il cane Sikkar. La loro amicizia, le giornate di esplorazione per la campagna svedese trascorse insieme, sono l’unico svago da una realtà altrimenti difficile che condivide con il fratello maggiore e la madre da lungo tempo malata. Gli adulti tendono spesso a sottovalutare le risorse dei bambini, a malinterpretarle, confondendole con i segni dell’alienazione o semplicemente dell’inadeguatezza a comprendere. Così agli occhi di vicini e familiari le stranezze di Ingemar (che a volte abbaia come un cane) sono solo l’allarme di un disagio mentale che dalla madre potrebbe riflettersi nel figlio. Quando la malattia della donna peggiora i due fratelli vengono divisi, alloggiati presso famiglie di parenti e ad Ingemar viene proibito di portare Sikkar con sé. Nel villaggio dello Småland dove andrà ad abitare presso lo zio, il bambino farà amicizia con una serie di personaggi singolari che lo aiuteranno a scoprirsi parte di una comunità, a superare il doppio trauma della morte della madre e del suo cane, ristabilendo per così dire un equilibrio tra la propria esistenza interiore, incomunicabile agli altri, e la durezza del quotidiano, dove la morte e la perdita si mescolano alla meschinità di chi ti vuole adatto, adattato, senza esuberanti fantasie. Per tutto il tempo del suo “apprendistato” Ingemar trova i suoi simili nel pensiero di Sikkar e nel sogno di Laika [ http://www.moscowanimals.org/laika/laika.html ], la cagnolina lanciata nello spazio dai russi nel 1957. Che farà Laika lassù e quanto coraggio deve avere per starsene da sola nel freddo siderale, tra luci che non illuminano nessun volto, nessun animale, nessuna casa all’orizzonte? Avrà abbastanza cibo? Sarà triste a volte? Paragonato alle difficoltà che deve affrontare Laika (che del mondo degli uomini e delle sue ragioni sa ancora meno di Ingemar), tutto sembra più piccolo, sopportabile - sente il bambino.
I ricordi più vividi della mia infanzia sono spesso immersi nella solitudine. Nel giardino della scuola elementare, dove i pini confinavano con uno spazio di prato incolto, c’era una vecchia struttura di ferro rugginoso, un “missile” composto di vari cerchi rossi e blu sui quali potevamo arrampicarci fino alla cima appuntita. Trascorrevo sempre gli ultimi minuti della ricreazione lassù, incurante del miei compagni che continuavano a giocare a “i quattro cantoni”, ad “acchiappino”. In primavera o nel primo autunno la ricreazione era lunga. La maestra ci lasciava giocare anche per mezzora, prima di tornare in classe ed io avevo tempo per le mie fantasticherie in solitaria. Non era che non mi piacevano i miei amici o avevo un qualche malessere. La maestra per fortuna lo capiva e non mi chiedeva di scendere, di tornare nel gruppo, diceva che ero una sognatrice. Là c’erano solo le chiome degli alberi. Stavo ferma e in silenzio. Sotto di me si agitavano grembiuli neri sporchi di gesso, le tasche gonfie di fazzoletti e residui di gomma da cancellare; le mani lisce, mappate di biro, schiacciate sulle cortecce, mentre qualcuno gridava “casa!” o “bomba libera tutti!”, i capelli brillanti degli altri bambini. Erano così lontani, ignari. Facevo un gioco: se non li guardavo, anche loro non mi avrebbero visto, si sarebbero dimenticati – sarei stata invisibile, non più umana. Dentro di me ascoltavo una serie di domande irrisolvibili – di cosa parlano le foglie? come respira Dio? mi fruga nella testa tutto il giorno? chi vive nella casa con la finestra rotta, il drappo scuro, pesante della tenda oltre la rete di là dal prato? quando il sole filtra in quel modo verso il terreno che tutto sembra d’oro siamo proprio sicuri che sia solo pulviscolo, che non siano ali minuscole e trasparenti, che non sia una strada rivelata per un attimo? Alla fine dei miei pensieri privati c’era un cane. Un cane immaginario, poiché non ne possedevo uno. Un cane diverso da Toby il nero, che girava libero per il mio quartiere e si faceva accarezzare da tutti e da Dick, il collie dei miei vicini, quanto di più prossimo ad un cane “mio” avessi sperimentato. Era un grosso cane lupo, di cui ancora non sapevo il nome. Era il mio migliore amico ed era amico dei miei gatti; con lui sarei potuta andare ovunque, anche nelle stanze abbandonate dove si nascondevano persone fatte di polvere e vecchi tendaggi scuri e travi di legno spezzate, calce. Tornavo a casa ogni giorno con la speranza – forse è la volta buona che la mamma si decide, che lo prendiamo davvero, il mio cane.
Laika (colei che abbaia) conosciuta anche come Kudrjavka (codariccia) era un bastardino catturato dagli accalappiacani nelle strade di Mosca, ma invece che al canile o alla soppressione immediata fu destinata dalla vanità umana a diventare il cane più famoso della storia. Lanciata nello spazio il 3 novembre 1957, stretta nel minuscolo satellite dello Sputnik 2, la cagnolina non visse per alcuni giorni, come Ingemar e tutto il mondo credette allora, addormentandosi in una morte indolore, ma morì in breve tempo di paura e solitudine – di incomprensione. Come poteva capire, Laika, il significato del suo destino? Qual era questo significato secondo gli uomini che decisero per lei? Lo spazio angusto, le torture durante l’addestramento, la mancata risposta alla sua fiducia? La vita di un cane vale meno di quella di un essere umano. Doveva essere questa la giustificazione implicita che si ripetevano scienziati e politici. Possiamo rischiarla, sperimentarci su, spaventarla a morte – dalla sua bocca non usciranno condanne né parole. Ma per cosa? Per quale bene superiore? Per quale potere da ostentare, quale fertile manciata di desolazione attorno al pianeta?
Recentemente Nick Abadzis ha riproposto la storia di Laika in un bel graphic novel [ http://www.mangaforever.net/index.php?ind=news&op=news... ], dove si intrecciano le motivazioni, i rimorsi, i sogni di tutti i coinvolti, dai primi possibili proprietari del cane (una bambina, anche qui, che non saprà dimenticarla), alla troupe di scienziati, medici e veterinari che lavorarono con lei gettandole addosso il carico delle loro aspettative, dei loro presunti doveri e anche delle emozioni, troppo spesso più forti della pietà o della ragione. Il senso del dovere è un fenomeno curioso. Diventa una formula vuota, esangue, a cui però ci si attacca sebbene vorremmo o dovremmo obbedire ad altro, a leggi non istituzionalizzate, che minano le nostre sicurezze e crescono dove siamo vulnerabili. Il senso del dovere assomiglia così in modo preoccupante al senso di inclusione, che ci tempri contro il dubbio di essere come ogni altra creatura viva nel mondo: fragile, esposta alla perdita e al dolore, sola. Agli obblighi di buoni patrioti e sottoposti dei personaggi di Abadzis risponde per contrasto l’immagine di Laika – chissà… se qualcosa la capite davvero? Una cosa qualsiasi…? O reagite solo al tono della mia voce…?, si chiede Yelena, l’ultima padrona, la veterinaria che accudisce Laika ed Albina, le cagnoline selezionate per il progetto.
Nel disegno del cane è raffigurata l’ambiguità dell’espressione animale: sembra sorriderci a volte dalla pagina, altre storcere la bocca come per piangere, soffrire, poi tornando a guardarla non vediamo niente, gli stessi tratti elementari del muso, impassibili. Chiunque abbia un animale domestico capirà lo sforzo infantile del padrone di vedere un segno di riconoscenza, tenerezza, perfino timore negli occhi del proprio gatto o cane. Un segno che non c’è o che resta oltre la nostra comprensione. Sappiamo che l’altro animale è capace di soffrire, provare gioia e gratitudine. Ma è un linguaggio comune non immediato quello a cui dobbiamo ricorrere, fatto di troppa pazienza, umiltà – e allora possiamo permetterci di ignorarlo, di stare in pace come davanti ad una bambola di pezza a cui diciamo noi cosa sentire, quando smettere di parlarci.
La storia di Laika è per me faticosa per la pena che mi suscita la morte inutile di un animale per mano dell’uomo, ma soprattutto per un’idea di giustizia che va oltre l’imbarazzo di certi sentimenti, del loro ingarbugliarsi: umani, animali, reali, presunti. È un’idea semplice, la cui verità mi aveva sorpreso proprio a dodici anni, l’età di Ingemar, dalle pagine di un libro. Il libro è Il buio oltre la siepe, di Nelle Harper Lee [ http://books.google.it/books?id=Yaw15ico7v0C&dq=il+bui... ]. Lo leggevo come compito estivo per la seconda media. Il titolo italiano è una metafora per indicare quanto spesso sono le cose più vicine, appena oltre la siepe leopardiana che preclude la vista e apre l’immaginazione, ad esserci ignote, ad avere un carico di rivelazione. Ma il titolo inglese è assai più significativo: To Kill a Mokingbird, Uccidere un passero. È il divieto che Atticus Finch pone ai suoi figli, quando regala loro dei fucili ad aria compressa:
Un giorno Atticus disse a Jem: “Preferirei che sparaste ai barattoli in cortile, ma so già che andrete dietro agli uccelli. Sparate finché volete alle ghiandaie, se vi riesce di prenderle, ma ricordatevi che è peccato uccidere un passero.”
Era la prima volta che udivo Atticus dire che era peccato fare una data cosa, così andai ad informarmi da miss Maudie.
“Tuo padre ha ragione”, disse. “I passeri non fanno niente di speciale, ma fa piacere sentirli cinguettare. Non mangiano le sementi dei giardini, non fanno il nido nelle madie, non fanno proprio niente, solo cinguettano. Per questo è peccato uccidere un passero.”
Saggio Atticus Finch. Uno dei personaggi più cari delle mie letture adolescenziali, nonché, e questo mi sembra un sollievo, un uomo realmente vissuto, il padre della scrittrice. Il male è connaturato all’essere. Speriamo sempre che non sopraggiunga, ma prima o poi si manifesterà, anche solo in un gioco violento. Tuttavia non tutte le vittime sono uguali. Fare il male a chi non ha difesa o a chi non ha nessun sospetto di cosa siamo capaci, è questo ciò che non possiamo perdonarci. Possiamo accettare il pensiero dell’offesa, della crudeltà, quando la sua fonte è parte di noi – come un parente stretto e scomodo, chiuso in soffitta. È la consapevolezza che il male si dirige con più determinazione verso l’ignaro, colui che non rientra nel gruppo e non ha parità d’armi, che può esserci attratto e poi tradito ed annientato, ad essere insopportabile quando ci investe.
L’ignaro non ha lo strumento per dirci basta.
Negli occhi di Laika, quando cerco di immaginarli, c’è questo ignaro dietro il terrore, spedito il più possibile lontano, oltre la barriera del suono, per non udire nemmeno l’eco delle parole che in qualche modo non smette di ripeterci: “Ho fiducia in te”.
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http://www.nazioneindiana.com/2008/10/10/il-cane-piu-f...
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Abolish Restaurants: clienti e camerieri
Ven, 10/10/2008 - 22:03
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http://www.carmillaonline.com/
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http://www.carmillaonline.com/archives/2008/10/002807....
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Abolish Restaurants: clienti e camerieri
[Per riprendere la critica alla ristorazione, già iniziata qui [ http://www.carmillaonline.com/archives/2005/09/001510.... ], propongo la traduzione di un brano da Abolish Restaurants, un opuscolo diffuso negli ambienti antagonisti britannici. Devo precisare che in certi aspetti la realtà italiana è diversa da quella descritta nelle righe che seguono: in primo luogo in Italia la gestione dei ristoranti è in gran parte di tipo familiare, il che alimenta forme di subordinazione in nero mascherate da rapporti pseudo-affettivi; poi la produzione dei pranzi è meno semplificata, quindi più esigente e comunque peggio pagata, mentre il sistema delle mance è molto circoscritto. Infine, al contrario degli UK, nel verbale segreto il cameriere più bravo è quello che fa mangiare i clienti più lentamente, così da non dover riapparecchiare di nuovo il tavolo e quindi poter lavorare di meno e più lentamente] A.P.
Ti fa male la schiena, perché stai in piedi 6, 10 o 14 ore di seguito. Puzzi di frutti di mare e di spezie per la carne. Hai corso avanti e indietro per tutta la notte. Fa caldo. I vestiti ti si attaccano addosso per il sudore. I pensieri più strani ti montano in testa. Afferri frammenti di chiacchiere dei clienti ma devi continuamente interrompere le tue conversazioni coi colleghi. Non c’è tempo per preoccuparsi di problemi di relazione, se hai dato da mangiare al tuo gatto stamani, come pagherai l’affitto questo mese. C’è da prendere un nuovo ordine.
Sempre la stessa musica. Versi il caffè per i due tipi alla vetrina, la solita coppia al secondo appuntamento. Offri il solito blando sorriso di servizio al cliente, ti giri e cammini sfiorando le solite decorazioni appiccicose. Ti fermi nel posto di sempre, guardando il pavimento della sala da pranzo. Dietro di te l’aiuto-cuoco sta grattando via da un piatto usato il burro riciclato per rimetterlo in un contenitore di plastica. Cose già viste.
Tempo di elezioni. Una cameriera deve occuparsi nello stesso istante di tre diversi tavoli. A ogni tavolo i clienti difendono le idee di un differente partito politico. Quando arriva al tavolo, la cameriera loda ciascun partito e programma. I clienti sono contenti e le lasciano una buona mancia. Probabilmente lei neanche andrà a votare.
Una sera la lavapiatti non si è fatta viva. I piatti cominciano ad ammucchiarsi. Un cuoco cerca di mettere in moto la lavastoviglie ma scopre che non funziona. Lo sportello è ammaccato e i fili sono stati tranciati. Nessuno saprà più nulla di quella lavastoviglie.
Eccolo! L’ultimo cliente! L’ultimo stronzo d’un direttore. L’ultima discussione con un collega. L’ultimo piatto puzzolente di cozze. L’ultima volta che ti tagli o ti ustioni perché vai di fretta. L’ultima volta che giuri “domani mi licenzio”, per poi ritrovarti a fare la stessa promessa dopo due settimane.
Un ristorante è un posto deplorevole. Tutti i ristoranti, anche quelli con le recensioni fiorite nei giornali, quelli che servono solo cibo biologico, senza glutine, vegano, quelli che coltivano un’atmosfera alla moda con disegni suggestivi, tutti i ristoranti hanno cuochi, camerieri e lavapiatti stressati, depressi, annoiati. Alla ricerca di altro.
Di solito, i lavoratori dei ristoranti odiano i clienti. Quando ci imbattiamo in altri tipi che lavorano al banco nei bar o nei party, possiamo raccontarci storie e inveire contro i clienti per ore. In molti ristoranti chi ci lavora non potrebbe permettersi di mangiare. Questo significa che siamo inclini a servire persone che se la passano meglio di noi, anche se non sono necessariamente dei fottuti ricchi.
Ma questo è solo lo sfondo del rancore verso i clienti. I clienti possono facilmente essere gente d’estrazione popolare con lavori pessimi e alienanti quanto quelli dei lavoratori della ristorazione. Anche chi lavora 60 ore alla settimana come aiuto-cuoco può andare a mangiare fuori ed essere un cliente rompicoglioni. L’estrazione di classe dei clienti è meno importante del fatto stesso di essere clienti di un ristorante.
I clienti comprano. Pensano di comprare cibo e servizi di qualità. Quel che di solito ottengono è l’apparenza di cibo e servizi di qualità. Di rado il cibo dei ristoranti è fresco e sano quanto quello che si mangia a casa. Il cliente pressante e odioso avrà un caffè pieno di decaffeinato. Diremo al cliente che abbiamo finito quello che ci chiede, se avremo troppo da fare per interessarci a lui. Consiglieremo il piatto più caro o quello più semplice da preparare.
I clienti non sono abituati al processo di produzione. Gran parte del lavoro di chi sta in sala serve a incastrarli efficientemente in questo processo. Siamo bravi a farli stare a posto, a farli mangiare e a farli pagare quando noi lo vogliamo. I camerieri migliori sono quelli che si occupano nello stesso tempo del maggior numero di tavoli, che fanno ordinare cibo e bibite in quantità, che sanno convincere i clienti a mangiare e pagare velocemente, così che questi pensino di aver ordinato, mangiato e pagato secondo la loro volontà. Questo è possibile perché ogni piatto è ottimizzato e ridotto a un numero limitato di varianti. Se vogliono un piatto particolare, preparato su misura per loro, o se non sono pronti a pagare quando ci fermiamo al loro tavolo, ci procurano un lavoro in eccesso. Cominciamo a elaborare dei pregiudizi (non completamente infondati): quali clienti saranno difficili da adattare al ritmo della produzione? E quali pagheranno buone mance? I vecchi e i ragazzini sono un problema. I turisti stranieri e gli uomini d’affari non lasciano mance soddisfacenti. Di solito i muratori e gli altri lavoratori della ristorazione lasciano buone mance.
I clienti detengono un grosso potere sui lavoratori della ristorazione e non solo quando ci lasciano la mancia. Un’osservazione negativa e qualcuno ci urla contro. Una seria lamentela al gestore e siamo licenziati. L’asimmetria di potere è tale che i clienti talvolta si comportano come capetti. Possono essere dei rompicoglioni esigenti, ubriachi e grezzi, ma dobbiamo essere carini con loro e farli felici è il nostro lavoro. Noi li odiamo per il potere che hanno su di noi. Fanno parte dell’apparato di sorveglianza del ristorante.
Ancora le solite minuziose conversazioni coi clienti. Impariamo velocemente a leggere in loro, a dire quello che vogliono ascoltare. Li aduliamo e facciamo battute consunte per costringerli a comprare di più, mangiare velocemente e pagare buone mance. Ma appena ci allontaniamo dal tavolo e dalle orecchie del cliente la maschera di educazione cade velocemente a terra. Li malediciamo, o ridiamo di loro, o parliamo di quali ci piacerebbe fottere, o ci domandiamo se sono padre e figlia o un uomo d’affari colla sua amante. Proviamo uno strano piacere in questa doppiezza di comportamenti. Nell’oppressivo servizio di attenzione al cliente l’atmosfera è pregna di ribellione.
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