Palestina
ABDELLATIF IBRAHIM FATAYER LIBERO SUBITO!
Sab, 12/04/2008 - 15:10
IBRAHIM ABDELLATIF FATHAYER LIBERO SUBITO!
Abdellatif Ibrahim Fatayer, palestinese di 43 anni, ha scontato 20 anni di carcere duro in Italia per l’operazione FLP, di Abu Abbas, dell’Achille Lauro. Uscito nel 2005 in libertà vigilata a Perugia con l’obbligo della firma fino al 20 aprile 2008, mercoledì 9 aprile, si è recato a firmare in questura e in quella sede gli sono stati comunicati la revoca della libertà vigilata e il trasferimento in un c.p.t. di Roma. E' stato trattenuto nella questura di Perugia per 4 ore così come si era presentato: senza soldi, senza un cambio, senza un soprabito, con una sola maglietta addosso e senza poter avvisare nessuno. Il cellulare gli è stato sequestrato perché dotato di videofonino. In questura c'era un giornalista della Nazione al quale lui ha potuto dire di avvisare l'opinione pubblica che lo stavano deportando a Roma (naturalmente l'anonimo giornalista della Nazione ha condito l'articolo pubblicato, con alcune considerazioni che Ibrahim non condivide e diverse inesattezze). Dalla questura, mercoledì notte, è stato trasferito al lager di Ponte Galeria e lì, grazie alla solidarietà di altri detenuti, che gli hanno prestato un cellulare, ha potuto avvisare qualche compagno qui a Perugia di cosa gli stava succedendo e del trattamento a lui riservato dalla digos di Perugia.
La richiesta di trattenimento presso il CPT in attesa di espulsione (non si sa dove: non ha i documenti: è un palestinese senza patria), avanzata dalla Prefettura e dalla questura di Perugia, è stata convalidata ieri, 11 aprile, nel corso di un udienza che è durata 2 minuti, senza che lui abbia potuto incontrare il suo avvocato.
Ibrahim è nato in Libano il 7.10.1965, nel campo di Tall Al Zaatar, divenuto tristemente famoso per la strage commessa dai siriani nel 1976. Ha visto uccidere il padre che cercava di proteggerlo dai militari, davanti ai suoi occhi quand'era bambino. Ha perso quasi tutta la sua famiglia nella guerra del Libano degli anni '80 e successivamente. Ha fatto la guerra per la liberazione della Palestina, il suo Popolo, la sua identità.
Il 7 ottobre del 1985 s'imbarcò sull'Achille Lauro con altri giovani profughi palestinesi, per scendere al porto israeliano di Ishdud e rapire dei soldati israeliani in cambio della liberazione di alcuni prigionieri palestinesi. Le cose non andarono secondo i piani prestabiliti e nella base americana di Sigonella, in Sicilia, Ibrahim fu arrestato insieme ai suoi compagni e condotto in carcere a Spoleto, dove rimase oltre 2 anni in totale isolamento. Dopo Spoleto Voghera e poi ancora Spoleto (sez. EIV), Livorno (sempre in sezione EIV), Spoleto.
Poté vedere sua madre due sole volte prima che morisse, mentre era a Voghera.
Aveva 20 anni quando entrò nelle carceri italiane e ne uscì a 40.
Aveva una famiglia in Libano, ora non ce l'ha più.
Chi lo ha conosciuto lo ricorda corretto sempre con tutti, verace e simpatico.
Nei 3 anni di libertà vigilata a Perugia, dormiva in un appartamento della Caritas, lavorando inizialmente in un kebab, ma non ci stava dentro e voleva qualcosa di più solido, una esigenza legittima, per un esiliato.
La permanenza a Perugia è stata segnata da costanti molestie da parte delle forze dell'ordine e dei servizi.
Nel 2004 ricevette delle richieste, girate per rogatoria alla Magistratura di Spoleto e Perugia, per cui gli USA lo volevano ancora processare per l'Achille Lauro, in barba al processo di Genova e ai decenni scontati di galera. Non procedettero per rogatoria perché la riapertura dell'inchiesta doveva rimanere segreta e la notizia trapelò su alcune testate giornalistiche, suscitando un certo clamore mediatico. Hanno aspettato adesso le elezioni per farlo fuori, per farlo finire a Guantanamo, o Abu Graib, o in qualche altro infame tugurio dell'imperialismo!
Come ha scritto il cronista della Nazione: "Non c'è Stato che voglia riconoscere l'ex feddayn dell'Achille Lauro, é un cittadino troppo ingombrante. Dopo l'inferno del carcere e il limbo di Perugia, ora lo attende un non-luogo."
NON POSSIAMO PERMETTERGLIELO!
LIBERTA' PER IBRAHIM ABDELLATIF FATHAYER!
Attiviamo il prima possibile una rete di mobilitazione, per rompere il silenzio, per costruire a breve un'iniziativa nazionale di solidarietà che impedisca quest'ennesimo sequestro a firma CIA.
Attiviamo la solidarietà, scriviamo a Abdellatif Ibrahim Fatayer, c/o C.R.I. C.P.T di Ponte Galeria, via Portuense 1680, km 10.400 - 00148 – Roma
SRP Veneto ha già lanciato questa campagna di solidarietà e di denuncia, e sta contribuendo alla controinformazione su questo caso con un’intervista ad Ibrahim. Noi vi aderiamo e ci auguriamo che altre situazioni si mobilitino per rompere il silenzio su Ibrahim, per i palestinesi, per la Palestina.
Per comunicare proposte di mobilitazione e solidarietà, scrivere a ibrahim65_1@libero.it
Rete Antifascista Perugina
IO_NON_HO_PAURA: racconti da un paese in guerra
Gio, 03/04/2008 - 17:15

"Io non ho paura".
Con queste parole una donna palestinese del villaggio di Jayuss, al nord della palestina, si descrive alle donne della carovana che ha attraversato i territori palestinesi dal 23 al 31 marzo.
Il 23 marzo tocco per la prima volta la terra mediorientale. Prima tappa: il valico di Herez, la porta occidentale alla striscia di gaza.
Una cattedrale nel deserto, sorvegliata da un ricchissimo sistema di telecamere e circondata da onde elettromagnetiche, divide i cento carovanieri da una striscia di terra, tra il sinai e la Palestina, trasformata in un'immensa guantanamo. Chiaramente i militari israeliani non hanno nessuna intenzione di farci varcare quel maledetto chekpoint (un'immagine: si tratta di un'immensa struttura di cemento tipo un aeroporto, o meglio l'ingresso di un supercarcere). La voglia di resistere è tanta, ma si scontra con una mentalità militare esponenzialmente più efficace: la cattedrale non offre acqua o baretti di ristoro, e l'accoglienza avviene in un piazzale di cemento che comincia a ribollire non appena il sole raggiunge lo zenit. Alle 13 la temperatura credo fosse prossima ai 40 gradi centigradi. Insomma o ti porti un barile d'acqua al posto dello zaino, o dopo ore di attesa, disidratato, sei indotto a desistere.
Il primo contatto con le truppe di occupazione israeliane non è stato dei migliori, ma il peggio deve ancora arrivare.
La sera ci spostiamo verso Betlemme dove riceviamo una calorosissima accoglienza da parte dei ragazzi dell'Ibdaa cultural centre, centro culturale del campo profughi di Deishee, quartiere periferico di Betlemme. L'ibdaa mi ha colpito molto: nasce nel 1994 grazie ai fondi della solidarietà internazionale. Culturalmente e politicamente vivacissimo, il centro si divide in due strutture: la principale che si trova all'inizio del campo ed una seconda all'interno che offre un'asilo nido, una biblioteca e prossimamente un media center. Nel campo profughi di Deishee, così come in ogni campo profughi, la sovranità e la gestione della comunità è esercitata esclusivamente dalle Nazioni Unite ( i palestinesi non hanno nessuna voce in capitolo circa l'amministrazione diretta dei loro territori) che garantiscono istruzione e assistenza sanitaria utilizzando, però, solo personale straniero. L'Ibdaa è invece totalmente autogestito dalla popolazione di Deishee e grazie anche ad una laboratorio artigianale presente nel centro, riesce a dare reddito a circa 80 famiglie del campo.
Il 24 mattina la carovana si sposta verso l'Università di Abudis( la più grande della Palestina) a pochi Km da Betlemme. In palestina le strade non sono uguali e percorribili da tutti: ci sono modernissime autostrade israeliane ad uso esclusivo di coloni e cittadini israeliani, e dissestatissime strade di campagna ad uso immaginate voi di chi. Se si percorressero le strade di israele si impiegherebbero 15 minuti per arrivare all'Università, ma purtroppo uno studente palestinese deve affrontare un'ora e mezza abbondante di viaggio e valicare un chekpoint. Anche studiare è una lotta quotidiana!
Abudis era un quartiere periferico di Gerusalemme, ma dal 2002, e cioè dall'inizio della costruzione del muro e del processo di de-arabizzazione della città, ne è totalmente isolato.
Dal Piazzale antistante l'Università domina un enorme muro alto 8 metri, più un altro guadagnato con le reti, che divide intere valli. Dietro di esso Gerusalemme, la culla delle religioni.
Le ragazze di Abudis mi hanno colpito molto. Mi ha stupito la loro voglia di raccontarsi e di vivere con noi quello che per loro è un'inferno quotidiano. L'aria che si respirava era piacevole: diversi gruppi misti di uomini e donne sedevano nei giardini che circondano il campus fumando Arghila e fronteggiando un modello culturale, quello di Hamas, che li vorrebbe divisi tra generi e velati da ipocrisie teocratiche. Mi hanno dato tanta forza.
Il 24 sera ci spostiamo verso Jayuss. Raccontare l'accoglienza ricevuta in questo piccolo villaggio non è cosa semplice: credo, anzi sono convinta, che certe emozioni siano impossibili da parafrasare.
Il paesino è a Nord della Palestina, vicino Qualquilya e Tulkarem: in tutto 3 centri agricoli devastati economicamente e socialmente dalla costruzione del muro. Quest'ultimo circonda totalmente la città di Qualquilya e per 2/3 quelle di jayuss e Tulkarem.
la storia è sempre la stessa: c'è un muro che divide il centro abitato dalle terre coltivabili, unica fonte di reddito per le comunità locali. L'economia era essenzialmente fondata sulla raccolta di frutta, fiori e verdura, ma ora gendarmi e Tanks stabiliscono chi possa entrare e quando.
La mattina del 25, dopo un'incontro con stop the wall, ci avviamo insieme ad alcuni abitant di Jayuss verso la "Porta Meridionale": un'enorme cancello che chiude l'accesso alle campagne. Comincia ad esplodere la rabbia dell'intifada. I bambini si gettano sulle reti,. qualcuno si arrampica al filo spinato e cerca di saltare il muro. In 2 minuti arrivano le camionette israeliane. la tensione si fa alta, ma mai quanto il pomeriggio, quando alla "Porta occidentale" i carovanieri si sono visti puntare mitra in faccia e indietreggiavano preoccupati solo di riuscire a difendere quella che è sempre stata l'anima dell'intifada e di ogni lotta politica: i bambini.
Per me si è trattato di entrare nel girone dell'inferno.
Le donne ci hanno raccontato che ogni venerdi si recano al muro per fronteggiare quelle merde sioniste che gli centellinano acqua quotidianamente, che gli strappano figli e gli negano ogni diritto all'esistenza. La violenza di israele non si ferma mai, nemmeno davanti ad una donna che abbraccia il tronco di un ulivo tagliato perchè non dia più frutti.
Cosa ne dite si può parlare di apparthaid? Posso osare nel dire che lo Stato di israele, nato da un olocausto, sta perpetrando un genocidio lento e dolorosissimo, disumano e impossibile da difendere?
Mi fermo qui! Non riesco ad andare oltre. Con la Palestina negli occhi e nel cuore, ma soprattutto con la certezza di ritornare quanto prima.
FREE PALESTINE!!!
[sportsottoassedio] Immagini da Hebron
Mar, 25/03/2008 - 02:02Due immagini dal secondo giorno della carovana sport sotto assedio.
Il check point di Hebron e' nel pieno centro della cittadina, a ostacolare e ritardare ogni attivita' quotidiana della comunita' palestinese.
L'occupazione poi non si fa solo con check point e carri armati; nella seconda foto si vede come i palestinesi si debbano difendere persino dall'immondizia di chi li circonda e li assedia.