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Milano: troppi infortuni all'Ikea duello azienda-lavoratori
Ven, 11/07/2008 - 13:04Da Liberazione del 9/7/2008
Guerra di cifre e scambi di accuse all'"ultimo scaffale".
Nel grande magazzino dell'Ikea di Corsico (Milano), tra enormi corridoi e mobili dai nomi bizzarri, allegre famigliole in gita e coppie sotto stress, esplode l'allarme sicurezza. Sicurezza dei lavoratori, si intende. La protesta è avvenuta qualche giorno fa, il 3 luglio. I sindacati hanno incrociato le braccia per segnalare gli scarsi livelli di tutela della loro incolumità, preoccupati per l'impennata di infortuni all'interno del grosso hangar: troppi infortuni, 33 per la precisione, occorsi ai lavoratori durante l'unico anno di vita della nuova struttura. Dodici negli ultimi sette mesi. E così oggi«settanta dipendenti oggi risultano non più idonei alla movimentazione manuale dei carichi per problemi all'apparato scheletrico». Mole di lavoro eccessiva, carenza di personale, assenza di segnalatori.
Tutte condizioni gravose che a giudizio del personale in agitazione avrebbero causato incidenti più o meno gravi: collisioni tra mezzi meccanici dovuta dalla taratura troppo veloce dei mezzi, procedure inadeguate o inapplicate per mancanza di tempo (e di addetti) che hanno portato a ferimenti: un colpo alla testa e un taglio con 21 punti di sutura. Una serie di eventi che a giudizio degli impiegati del colosso svedese dell'arredo non sarebbe casuale ma imputabile alla politica «al risparmio» della società. Non dell'Ikea in generale, ma della filiale milanese, che proprio non ne vuole sapere di venire incontro alle richieste dei sindacati. La mobilitazione è stata infatti bocciata come strumentale, dal momento che «dei 33 presunti infortuni sul lavoro - dice la nota dell'azienda - 13 sono avvenuti nello spostamento da casa al posto di lavoro, 19 sono dovuti a negligenza o distrazione e uno solo è realmente dovuto a scorretta movimentazione manuale dei carichi». La replica della proprietà si sostanzia in uno scaricabarile piuttosto fastidioso, come si può capire. Il solito leit motiv declinato dai vertici di qualunque impresa coinvolta in questioni analoghe: se un lavoratore si fa male, la colpa è del lavoratore. Ma i responsabili del personale non hanno intenzione di sfuggire alle denunce e di restare sguarniti sul fronte delle tutele dei lavoratori e dunque garantiscono che l'azienda «non scenderà a compromessi in tema di sicurezza»: «Crediamo che assumersi responsabilità verso le persone e l'ambiente sia un presupposto essenziale perché un'azienda possa avere successo. Ikea definisce rigorosi standard di sicurezza in merito alle condizioni lavorative dei propri dipendenti, così come dei propri clienti, presso tutti i suoi punti vendita». E' anche vero, chiude con rammarico la nota del gigante svedese, che il rispetto della legislazione e l'attenzione scrupolosa di tutti i parametri di sicurezza «non mette al riparo da eventi eccezionali».
Eppure i lavoratori in rivolta non pensano che i titolari della fabbrica di Corsico siano esenti da responsabilità: «Muletti che cadono dalle ribalte, porte antincendio sfondate, bancali che cadono da 8 metri, per non parlare poi dello stress prolungato causato da eccessivi carichi di lavoro. Da quando ha aperto il nuovo negozio, per risparmiare, da tre, i falegnami sono rimasti in due, uno è stato rimosso forzatamente dalla mansione a discapito della messa in sicurezza dei mobili montati in esposizione e delle competenze di realizzazione degli allestimenti». E ancora: «Sempre per risparmiare i lavoratori di notte lavorano con l'areazione spenta e con le sole luci di emergenza e lo stesso discorso anche per recarsi in bagno». E oggi, di fronte alle repliche dell'Ikea, le Rsl della struttura milanese reagiscono indispettite: «Non è pensabile utilizzare l'argomento "negligenza e distrazione" per giustificare quanto accaduto in poco più di un anno a questa parte. A dicembre 2007 abbiamo chiesto ufficialmente ad ikea di attivare una serie di accorgimenti ma le nostre richieste sono state non solo inascoltate ma anche respinte a prescindere… la linea di Ikea Corsico è quella che col sindacato e con chi rappresenta i lavoratori non si discute. Abbiamo anche chiesto di creare delle procedure di comportamento in merito alle aggressioni verbali e fisiche fatte dai clienti ai lavoratori, ma anche su questo non c'è mai stata risposta alcuna… E' sconfortante prendere atto del fatto che la questione sicurezza è misurata non su quanto accade, partire da quanto succede per prevenire, ma da quanto si spende in tempo e risorse…».
Doppio episodio di suicidio a Torino
Mar, 20/05/2008 - 15:27 «Non riesco a trovare un lavoro
decente, con quello che mi danno non arrivo a fine mese». È
quanto ha detto M.C., 22 anni, agli agenti delle volanti della
Questura di Torino. Il giovane ieri pomeriggio ha tentato di
uccidersi con i gas di scarico della sua auto.
L'episodio è accaduto nei
pressi di via Reiss Romoli, alla periferia di Torino. Un
passante ha notato l'auto del giovane, parcheggiata in un luogo
isolato e insospettito ha avvisato il 113. Sul posto è
intervenuta una volante della polizia con un funzionario a bordo
che si è subito reso conto di quello che voleva fare il
giovane.
Attaccato al tubo di scappamento c'era infatti un tubo di
gomma, collegato all'abitacolo. Il funzionario si è precipitato
verso l'auto, ha aperto lo sportello ed ha tirato fuori il
ventiduenne. Trasportato in ospedale, non è in pericolo.
L'episodio si è verificato a poche ore di distanza dal gesto
di Riccardo La Mantia, 20 anni, che temendo di essere licenziato
si è dato fuoco davanti alla ditta torinese per cui
lavora. Il ragazzo avrebbe compiuto il gesto dopo aver litigato con l'ex datore di lavoro. La Mantia è stato prima condotto all'ospedale "Maria Vittoria", poi trasferito al reparto ustionati del Cto di Torino. E' in condizioni gravissime, con ustioni di secondo e terzo grado sul 95% del corpo. La prognosi è riservata. Ora il ragazzo è in coma farmacologico, intubato e sedato. Undici anni fa il padre si era suicidato nello stesso modo.
Da La repubblica 20 maggio 2008
Beppe Palazzo, titolare della ditta, ha dichiarato agli inquirenti che il giovane aveva ricevuto un'ammonizione scritta per inadempienze. "La nostra è una piccola ditta artigianale di nove dipendenti - dice l'uomo - e nessuno si può permettere di fare il fannullone, di danneggiare i macchinari, di importunare le ragazze, di stare ore su internet". Palazzo dichiara di essersi occupato di lui "come fosse un figlio". "Negli ultimi giorni però - racconta l'uomo - aveva perso la testa per una collega. L'ho richiamato tante volte e lui ha sempre fatto finta di nulla. Ho cercato di aiutarlo, ma negli ultimi giorni non ce la facevo più". Ora è sconvolto e si augura che Riccardo riesca a salvarsi.
Assunto nel 2005, La Mantia aveva avuto altri screzi con Palazzo. In mattinata, al termine dell'ennesima discussione, avrebbe firmato una lettera di dimissioni. Poi, il gesto estremo. Avvolto dalle fiamme, il ragazzo sarebbe uscito dall'auto per farsi vedere dagli ex colleghi. Un particolare, questo, che troverebbe conferma in un sms che il giovane avrebbe mandato a una collega invitandola a guardare le telecamere esterne della ditta.Intanto Franco Pignataro, sindaco di Caltagirone conferma che si tratta del figlio di Giovanni La Mantia, disoccupato che nel 1997 si suicidò dandosi fuoco nella stanza del sindaco del comune catanese. Disperato perché senza un impiego fisso, Giovanni La Mantia entrò con i vestiti in fiamme nella stanza del primo cittadino Marilena Samperi, dopo essersi cosparso il corpo con della benzina. Venne soccorso ma non ci fu niente da fare. Anche la vedova, Maria Cultrona, minacciò di suicidarsi se non fossero state mantenute le promesse di lavoro fatte dopo il tragico gesto del marito. Scagliandosi contro i politici disse: "Sappiano che mi stanno costringendo a un gesto estremo come fecero con mio marito". In seguito la donna fu assunta in una ditta di telefonia a Torino, al posto del suocero Francesco La Mantia, andato in pensione. Ed ebbe un sostegno economico anche dall'amministrazione comunale di Caltagirone, che a Giovanni La Mantia ha intitolato una strada nel 2007.
A chi accusa il figlio di non essere un buon lavoratore la donna ribatte: "A uno scansafatiche non si fa fare tanto straordinario, le buste paga parlano chiaramente". E precisa: "Con la storia di mio marito questa vicenda non c'entra nulla. Il papà di Riccardo cercava un posto di lavoro, lui il lavoro ce l'aveva. Era in quella ditta da cinque anni, è il suo titolare che deve spiegare perché voleva costringerlo a licenziarsi". Il figlio, continua Maria Cultrona, "aveva le chiavi per aprire l'azienda, accendeva lui i computer. A una persona indisciplinata, che non ha voglia di fare nulla, non si concede tanto. Quell'uomo deve sperare che mio figlio esca con le sua gambe dall'ospedale, altrimenti non avrà pace. I padroni devono pagarla a caro prezzo".