you tube
Mediaset fa causa a YouTube
Gio, 31/07/2008 - 10:18Roma - Una montagna di soldi. 500 milioni di euro per l'esattezza. Questo l'ammontare dei danni che Mediaset ha ieri richiesto formalmente a Google per la diffusione non autorizzata su YouTube di una quantità di video tratti dalle trasmissioni dell'azienda italiana. Una richiesta tanto formale da essere stata concretizzata in una citazione presso il Tribunale di Roma, rivolta tanto a Google quanto alla controllata YouTube.
In particolare, si legge in un comunicato, Mediaset ritiene che su YouTube alla data del 10 giugno 2008 fossero presenti "almeno 4.643 filmati di nostra proprietà, pari a oltre 325 ore di materiale emesso senza possedere i diritti" (vedi qui a lato un esempio).
Per quanto ciò possa stupire molti degli utenti che in buona fede e senza fini di lucro hanno ripubblicato su YouTube video "catturati" dalle trasmissioni di Mediaset, le rivendicazioni dell'azienda milanese non devono sorprendere. Ben prima della società italiana, altri colossi dell'intrattenimento e dell'informazione hanno attaccato YouTube per ragioni del tutto simili. Come si ricorderà, una querelle legale contrappone il sito di videosharing a Viacom, che pretende da tempo un miliardo di dollari di risarcimento. Anche in Francia TF1 ha chiesto a YouTube per ragioni analoghe circa 100 milioni di euro.
Ciò che distingue almeno in parte la posizione di Mediaset da quella di altri pretendenti alle casse di Google, è la rivendicazione del concetto di giornate di visione perdute. Non perdute dall'azienda, come qualcuno potrebbe pensare di primo acchito, ma "da parte dei telespettatori". In particolare, scrive Mediaset, "alla luce dei contatti rilevati e vista la quantità dei documenti presenti illecitamente sul sito, è possibile stabilire che le tre reti televisive italiane del Gruppo abbiano perduto ben 315.672 giornate di visione da parte dei telespettatori". Un dato per molti aspetti nuovo, che sembra partire dal presupposto che la pubblicazione di video su YouTube avrebbe tolto occhi e pupille alle emittenti Mediaset, e quindi anche spazi pubblicitari. Una tesi che dovrà essere difesa con energia in tribunale, per dimostrare che la visione inevitabilmente in differita e via Internet di materiali trasmessi da Mediaset su tutt'altro media rappresenti in qualsiasi modo un distogliere ascoltatori dalla pubblicità televisiva. Come già accaduto in passato per casi analoghi, è facile prevedere che qualcuno obietterà come la disseminazione su YouTube di certi tormentoni televisivi, gag e altri materiali ne possa avere invece accresciuta la popolarità anche tra il pubblico televisivo.
Sia come sia, e vada come vada il dibattimento che si dovrebbe aprire in seguito alla denuncia, già si sa che la citazione è accompagnata da una imponente relazione tecnica - si parla di più di 5mila pagine sviluppate con il lavoro del celebre esperto di sicurezza Matteo Flora: una relazione che è andata a rilevare nel dettaglio quali siano i materiali pubblicati "in violazione".
In questo senso è anche significativo che Mediaset non limiti le proprie richieste a quello che definisce "danno emergente" ma specifichi che "a questo bisognerà aggiungere le perdite subite per la mancata vendita di spazi pubblicitari sui programmi illecitamente diffusi in rete".
Ma dietro la diffusione su YouTube di quel materiale, pubblicato da telespettatori che frequentano anche Internet e il sito di videosharing, ci sono davvero perdite pubblicitarie? C'era davvero bisogno di una denuncia che in queste ore sta facendo il giro del Mondo? Non sembra pensarla così YouTube che in una breve nota affidata alle agenzie internazionali fa sapere di "rispettare i diritti d'autore e di considerare la questione copyright con grande attenzione". A detta dell'azienda "non c'è bisogno di azioni legali e di tutti i costi che vi sono associati".
Nella nota YouTube non ha ribadito una constatazione che tipicamente esprime in casi di questo tipo, ovvero il fatto che i video siano pubblicati sul sito dagli utenti e non certo dai responsabili del sito. Inoltre, ha spesso specificato l'azienda, tutti i video che vengano segnalati perché abusivi vengono prontamente rimossi. Va da sé che con il ritmo impressionante con cui vengono caricati nuovi materiali sul portale di condivisione video, dal punto di vista tecnico appare di estrema difficoltà l'obiettivo di bloccare certi upload a priori, come pure sembrano volere i detentori del diritto d'autore.
[Continua]
- Aggiungi informazioni
- notificato
Youtube, l'esibizionismo nuova frontiera dei razzisti
Dom, 13/07/2008 - 15:20Chi non conosce Youtube? Per i non frequentatori della Rete basta dire che è uno sterminato contenitore di video girati in proprio con mezzi tecnologici ormai diffusi capillarmente - videocamere e telefonini - e messi online a disposizione dei navigatori. Ci si trova davvero di tutto, controinformazione e scene di vita quotidiane, satira e banalità, piccole opere d'arti e vere esibizioni di nevrosi individuali.
Adriano Fabris, docente di etica della comunicazione all'università di Pisa, ha affrontato questo sterminato repertorio di filmati alla ricerca dei leit motiv e delle costanti del razzismo presenti nella Rete. I risultati di questa ricerca li ha raccontati nella giornata di ieri del meeting di San Rossore contro il razzismo. Ma l'intreccio tra filosofia e fenomeno della comunicazione lo indaga da tempo. E' stato autore, tra gli altri, di un saggio sull'etica di internet, raccolto nel volume Guida alle etiche della comunicazione (edizioni Ets, pp. 212, euro 14, cd-rom allegato).
Youtube è un universo sconfinato. Come ha organizzato il materiale e quali video ha preso in considerazione?
Su Youtube la cultura razzista è enormemente rappresentata. Videoclip in cui ci sono tematiche razziste esplicite o implicite sono tantissimi. Si possono trovare anche video davvero allucinanti. Io ho distinto tre tipi di video che hanno a che fare con il razzismo su Youtube, direttamente o indirettamente. Un primo gruppo è costituito da video di vera e propria denuncia e informazione contro il razzismo. Hanno un taglio più chiaramente giornalistico. Nel secondo gruppo metterei i video di aperta propaganda e di incitamento a comportamenti violenti e razzisti. Sono video militanti della xenofobia o della misoginia. Il terzo tipo è legato al semplice sfogo e al desiderio di esibizione. Purtroppo i video razzisti sono molto di più di quelli che hanno intenti antirazzisti per quanto abbia potuto appurare io.
Si può rintracciare la presenza di gruppi organizzati oppure prevale una produzione spontanea e individuale?
Molti video sono improvvisati. Ad esempio ce ne è uno abbastanza famoso che mette assieme le reazioni di calciatori di colore fatti oggetto, in Italia e in Spagna, di insulti e anche di gesti provocatori come il lancio di banane nel campo di calcio. Molti di loro hanno reagito e sono usciti dal rettangolo di gioco. Poi ce n'è un altro terrificante su una molestia violenta nei confronti di una ragazza di colore nella metropolitana di Barcellona, in un vagone vuoto. Prima partono le contumelie e poi la ragazza viene addirittura presa a calci. Ma il sistema di videocamere nel treno ha filmato tutta la scena che poi è finita su Youtube. La spontaneità della partecipazione è garantita. Ci sono anche materiali più strutturati e collegati a organizzazioni, ma la cosa più interessante è andare a vedere come sul razzismo ci siano contributi e filmati prodotti da persone davvero eterogenee e le più diverse.
La spontaneità si presume sia favorita anche dalla facilità con la quale oggi si possono girare delle immagini in qualunque situazione ci si trovi. Basta un telefonino, no?
Senza dubbio. Però c'è anche molto materiale ripreso dalle telecamere di sorveglianze, come è accaduto nel caso che dicevo prima della ragazza nella metro di Barcellona. Ormai siamo tutti controllati. Da tutte le angolature. E non sempre, direi, tutto questo controllo si trasforma in un elemento di tranquillità e di sicurezza come si vorrebbe far credere. Quella ragazza è stata aggredita e nessuno ha potuto fare niente per impedirlo nonostante tutte le videosorveglianze.
Questa facilità con cui si può riprendere o essere ripresi non innesca un desiderio di esibizionismo? Non è come se a ogni momento della giornata fossimo protagonisti e, insieme spettatori, di quel che facciamo?
Esattamente, proprio così. Questa è una riflessione che possiamo fare sullo strumento di Youtube in quanto tale. E' un mezzo che esalta di per sé l'esibizionismo. Il video si trasforma in un'occasione di spettacolo. Mi viene in mente un altro di questi video amatoriali. C'è un sacerdote che si sfoga dicendo che alcuni suoi parrocchiali l'hanno chiamato "sporco negro". E' un monologo accorato, certo, eppure viene pronunciato anche con una sorta di gratificazione, quasi come il raccontarlo su un video su Youtube fosse già un risarcimento per l'umiliazione subìta. Altri filmati esibionistici sono quelli satirici. In uno c'è un bianco truccato da nero che va in giro attirando insulti vari e ai quali risponde "razzisti di merda". Tutto nel segno dello spettacolo e dell'esibizione, sia pure in versione amatoriale. Poi finisce tutto a ridere perché ci si accorge che è un bianco truccato. Non c'è neppure una funzione di denuncia, è solo una performance esibizionistica fatta al fine di suscitare divertimento. Bisogna vedere fino a che punto questi video possono essere anche strumento di documentazione, denuncia e informazione. O se, invece, sono solo esibizionismo, spettacolo o sfogo.
Senza voler demonizzare Youtube - il che non avrebbe senso - vale però la pena chiedersi se il mezzo in quanto tale non favorisca l'esibizione ai danni della narrazione. Che giudizio si è fatto?
Youtube è l'erede della televisione. Il linguaggio è lo stesso, quello delle immagini. Il problema è che non c'è la possibilità né per chi si collega né per chi mette in rete i video di farci un ragionamento sopra, di commentare il materiale e, al limite, di prenderne le distanze. Certo, ognuno può votare il proprio video preferito, ma nel caso di video pesanti questo sistema non basta a marcare la distanza. Questo modo indifferenziato di condividere i video rischia di mettere sullo stesso piano l'informazione e la documentazione, da un lato, con la legittimazione dei contenuti mostrati, dall'altro.
E' un grande contenitore dove tutto si equivale e ogni cosa coesiste con le altre senza distinzioni e gerarchie di valore. Questo è un limite o no?
Questo vale anche per Internet in generale. Corrisponde alla struttura dell'ipertesto. Siamo noi che ci costruiamo un percorso sulla base dei nostri interessi e delle nostre curiosità. In ogni caso il percorso non ci viene dato dai contenuti messi in rete. Siamo noi a costruire la sequenza e il criterio dobbiamo trovarlo all'esterno. La rete non ci dà alcun orientamento per muoverci al suo interno. Tutto è messo sullo stesso piano. Il pericolo è che su Youtube - ma anche su Google - l'unico motivo di interesse sia quello della commercializzazione. Chi è che ci guadagna da tutte queste cose? Chi può inserire i banner commerciali e le pubblicità. E' lo stesso meccanismo della tv commerciale tradizionale. In qualche modo siamo indotti a collegarci e passare da un video all'altro proprio sulla base di una semplice curiosità. E' questa la molla per i contatti che, alla fin fine, è l'obiettivo di chi ha interessi commerciali. Il livello diventa sempre più basso, l'importante è che stuzzichi la curiosità del navigatore. Come nella tv commerciale, del resto.
Quanto influisce l'esibizionismo e la voglia di apparire sul razzismo della nostra epoca? Non c'è un piacere, una gratificazione nell'essere visti sulla rete che si aggiunge alla volontà di commettere atti violenti o xenofobi?
Non basta solo fare le cose, ma le cose acquistano valore e significato solo quando sono trasformate in uno spettacolo e sono viste anche da altri. E' la società dello spettacolo. Nel caso degli atti di razzismo questo comporta addirittura effetti controproducenti su chi li commette. Si fanno beccare proprio perché non resistono alla tentazione di filmarsi e mostrare le immagini in rete. Ma cosa vuol dire condivisione? Se significa semplicemente vedere ed essere visti, è davvero poca cosa. Non si può costruire una comunità solo attraverso la società dello spettacolo.
Internet è glorificato come l'apoteosi della comunicazione di ognuno con tutti gli altri. Ma qui sembra il contrario. E' solo esibizione e l'altro conta solo come spettatore. Una logica autoreferenziale. Il razzismo nasce da questa fuga dalle relazioni autentiche?
O si è attori o si è spettatori. E' difficile combattere il razzismo perché nello spettacolo tutto è messo sullo stesso piano, non c'è possibilità di distinguere, non c'è diversità tra quel che è razzista e va censurato e quello che invece favorisce integrazione e riconoscimento vero dell'Altro. Invece tutto è divorato da una macchina che produce spettacolo e denaro, il razzismo come l'antirazzismo.
Qual è su Youtube l'argomento razzista che va di moda? Il tifo calcistico, la misoginia, la xenofobia o che altro ancora?
L'idea diffusa è che la diversità religiosa sia una diversità razziale. Non sappiamo niente della religione altrui - sia quella islamica o quella ebraica - però identifichiamo la diversità con la diversità tra razze. E questo ci assolve da uno sforzo di conoscenza dell'altro. E' una naturalizzazione della differenza culturale e religiosa. Tutto è appiattito sulle caratteristiche fisiche dell'Altro.
12/07/2008
- Aggiungi informazioni
- notificato
Youtube, addio privacy Ha vinto il copyright: tutti i dati degli utenti nelle mani di Viacom
Sab, 05/07/2008 - 10:23Sandro Podda
Non ci denuncerà. E ci mancherebbe altro, semmai il contrario. Viacom Inc. ha ottenuto dal giudice Louis Stanton l'autorizzazione ad acquisire tutti i dati di navigazione su Youtube: chi ha visto cosa, chi ha messo cosa, a che ora guarda, dopo aver cercato cosa... in qualsiasi angolo del pianeta connesso alla Rete delle Reti.
La storia parte dalla causa della potentissima Viacom a Google proprietaria di Youtube. La questione verte sulle questioni del copyright per i contenuti messi sul sito dagli utenti. Il gigantesco conglomerato mediatico porta in causa Google e le chiede un risarcimento di un miliardo di dollari perché Youtube avrebbe costruito la sua fortuna lasciando caricare in rete film, concerti, sit-com protetti da diritto d'autore rendendoli così accessibili gratuitamente da tutti. Poco importa, se in bassa qualità. La faccenda sembrava essere semplicemente l'ennesima inquietante spallata allo scambio di contenuti tra utenti. Invece, per dimostrare la sua tesi, Viacom ha chiesto i dati sensibili di tutti gli utenti, passati e presenti. La follia, è che li ha ottenuti ieri dall'illuminato giudice Louis Stanton.
Capire chi è (o meglio cosa) è che ha ottenuto quelli che sono gusti, abitudini, modi di vivere e di pensare di centinaia di milioni di persone serve a comprendere meglio l'entità di questa mossa. Viacom Inc. (Video & Audio Communications) è dal 2006 un'altra Corporation. La vecchia Viacom è tornata nel grembo della CBS che la partorì nel 1970 e che dalla fine del 2005 l'ha ribattezzata CBS Corporation. Due teste, stesso corpo: vecchia e nuova Corporation sono in realtà rette entrambi dall'azionista di maggioranza, la National Amusements Incorporated. Ovvero, da Summer Redstone all'ottanta per cento e da sua sorella Shari con il rimanente venti, figli del fondatore Michael nel lontano 1936. Semplicemente per elencare cosa controllano vecchia e nuova Viacom con Cbs in ambito mediatico non basterebbe l'intero giornale forse. La Viacom post 2006 da sola muove quasi 14.000 miliardi di dollari in un anno, il 2007 per la precisione. Possiede Mtv, Bet (la grottesca televisione finto black per un ipotetico utente afroamericano), la Dreamworks (il "sogno" siglato Steven Spielberg, Jeffrey Katzenberg, e David Geffen nel '94 per smarcarsi da Hollywood), la Paramount Pictures... Questo colosso economico e "persuasivo" (per chi ancora se ne preoccupa) ha in mano una mole di dati preziosi prima che sensibili di centinaia di milioni di utenti e si può senza troppa malizia stare certi che li userà. Prima li possedeva solo Google (nata con fondamenti etici che anno dopo anno si sciolgono più rapidamente del Polo Nord). Ora anche Viacom che potrebbe in cambio tranquillamente rinunciare al misero miliardino di dollari chiesto.
Quello che ha ottenuto non ha prezzo, al di là di tutte le altre inquietanti questioni che apre questa novità: una ricerca di mercato così ampia sarebbe costata molto di più e sarebbe stata infinitamente meno efficace. Una cosa è chiedere a qualcuno cosa vorrebbe, una cosa è sapere cosa vuole perché si ha in mano l'evidenza di cosa ha scelto. Dati senza prezzo per definire sempre meglio target di consumatori: dall'intellettuale alternativo che si cerca Carmelo Bene navigando la notte a nuovi oggetti di mercato da formattare visto il fortissimo successo che hanno sul web e che sfuggono alla tracciabilità degli esperti di comunicazione. Viacom ha assicurato che non userà le informazioni ottenute per denunciare nessuno, è interessata a questi dati solo per dimostrare l'altissimo numero di violazioni del copyright su Youtube. Il giudice Stanton ha motivato la decisione adducendo una supposta «trasparenza che prevale sulla privacy». Poteva anche dire ciò che è noto a tutti: il mercato vale più degli interessi della collettività. Per ora, ci aspettiamo che ad un controllo in macchina, l'addetto di turno ci chieda come mai la sera prima abbiamo rivisto i video di Genova luglio 2001.
05/07/2008
- Aggiungi informazioni
- notificato